domenica 28 febbraio 2016

LE ORIGINI DELL'ICONOGRAFIA



La comunità cristiana, pur condizionata dalla clandestinità e dall’originario aniconismo (proibizione delle immagini) giudaico, si sviluppa  in un ambito, quello romano, fortemente desideroso di immagini. Inoltre il precetto ebraico della proibizione delle immagini, non era generalizzato nel mondo cristiano, erano presenti due correnti: la prima legata alle concezioni veterotestamentarie contrarie alle immagini, rappresentata da scrittori  del sec. II-III, come Tertulliano Cipriano, Ireneo; la seconda favorevole alle immagini e rappresentata da Clemente e Origene.
I cristiani, immersi nella cultura romana, sin del II secolo trasferirono la tendenza decorativa romana nei loro ambienti famigliari e sepolcrali.
Le opere pittoriche erano affini all’arte funeraria pagana, ma concettualmente diverse. Per il pagano, secondo il quale la morte segna la fine di tutto, la tomba rappresentava il limite oltre il quale non c’è che un mondo di ombre; per il cristiano invece, per il quale la morte segna il passaggio alla vita piena e definitiva, il dies natalis, la tomba costituiva un luogo provvisorio, in attesa del risveglio finale.

Le decorazioni cristiane sono apparentemente molto simili a quelle pagane, ma la concezione di fondo è radicalmente diversa: il cristiano adorna la tomba per dire attraverso le immagini la sua fede, secondario resta l’aspetto “artistico”. Non si deve dimenticare che  l’arte paleocristiana  era opera dei fossores, cioè di coloro che scavavano i sepolcri e che, molte volte, non sapevano dipingere e scolpire, ma sapevano lasciare  nelle immagini una splendida testimonianza di fede vissuta.
Non si sono raggiunte nelle catacombe le alte cime dell’arte, ma tutte le raffigurazioni suscitano interesse ed emozione perché sono  rappresentazioni figurative dei primi secoli e ci tramandano la testimonianza  della fede nascente e la speranza in Cristo, come dice Costantino Ruggeri.

Le più antiche decorazioni cristiane sono anteriori agli scritti dei padri e assurgono a valore di documento archeologico e teologico iconografico.
Sono state date diverse interpretazioni delle immagini dagli studiosi: Per Giovanni Battista De Rossi le immagini hanno scopo didattico per Viktor Schultze vanno spiegate in relazione al mistero della morte, Edmond  Le Blant vi vede il riflesso della liturgia, in queste immagini della salvezza (Isacco liberato dal sacrificio, Giona liberato dal mostro, Susanna dai vegliardi, i fanciulli dalla fornace, Danieledai leoni). Le immagini del repertorio primitivo rifletterebbero i concetti delle prime preghiere liturgiche.
Paul Styger respinge e prospetta una soluzione materialista: cioè la sola finalità decorativa. Aimè George Martimort scorge nell’iconografia l’eco della catechesi antica: la Bibbia forniva gli esempi per illustrare ai catecumeni i misteri della fede.  Perciò il repertorio iconografici abbonda di quei paradigmi biblici dell’antico e del Nuovo Testamento (miracoli di Gesù).
Per altri non c’è un’unica chiave di interpretazione di questa iconografia, ma occorre verificare ogni volta.

L’intenzione dell’artista delle catacombe non è quella di rappresentare un preciso momento storico biblico, bensì quella di richiamare alla memoria il fatto.
A questo scopo l’artista riuniva i vari elementi di una storia separati nello spazio e nel tempo per evocare, con la forza della sintesi, tutta la profondità di un avvenimento affinchè rimanesse ben presente al fruitore.

L’arte paleocristiana procede per ideogrammi non per fotogrammi: in un’unica scena sono evocativa i vari elementi di un’unica storia. Accade così che i fatti evocati in una stessa scena abbiano diversa provenienza specialmente quando è rappresentato un ciclo come nel sarcofago di Giona del Museo Lateranense: Giona gettato in mare dalla nave, raccolto dal mostro marino e poi da questi restituito, Giona sotto la pergola. Quest’ultima scena appare separata dalla scena di Giona sopra la nave a causa dell’inserimento di un motivo estraneo al ciclo: il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, miracolo che rimanda all’ Eucaristia la quale si inserisce come  pane di vita, come pegno di risurrezione dentro il mistero di morte e di vita che Giona prefigura.

Nel cristianesimo l'uso di immagini religiose è piuttosto tardivo. Le origini ebraiche della religione cristiana hanno indubbiamente influenzato i primi cristiani, che tra l'altro, in buona parte, erano essi stessi ebrei “convertiti”. Nella Legge di Mosé, infatti, sia la fabbricazione che il culto di immagini religiose erano severamente vietati e considerati “idolatria”.
Ovviamente le conversioni più o meno forzate delle masse pagane al cristianesimo sono state determinanti nell'importare nella nuova religione le precedenti usanze, tra cui appunto l'uso di immagini e statue, usanze che sono state poi in qualche modo ufficializzate, con opportuni adattamenti teologici, da una chiesa sempre più attenta agli opportunismi propagandistici e alle esigenze devozionali piuttosto che all'ortodossia della dottrina.

Tuttavia, non possiamo liquidare troppo semplicisticamente l'avvento dell'iconografia sacra nel cristianesimo come una semplice importazione di usi pagani. Va detto che ciò è potuto avvenire perché nel cristianesimo primitivo si erano andate delineando le premesse teologiche affinché questa operazione potesse diventare possibile.

La svolta teologica fondamentale che aprirà la strada ad una progressiva paganizzazione del cristianesimo fu operata dal primo vero teologo della chiesa cristiana, ovvero san Paolo, detto appunto “apostolo delle genti” perché si dedicò prevalentemente alla conversione dei “gentili”, ovvero i non ebrei.

Fra i simboli utilizzati dai cristiani primitivi ricordiamo il pesce, perché in lingua greca può formare un acronimo con le parole “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”, il pellicano, perché nutre i piccoli stritolando i pesci che tiene a macerare nella sacca membranosa che pende dalla mandibola inferiore, dando così l'impressione che si trafigga il petto per farne uscire il sangue, il chirmon, una sorta di “P” e “X” sovrapposti, che corrispondono alle lettere greche “chi” e “ro”, prime due lettere di cristòs)

Seguendo la logica dei vangeli dovrebbe essere quantomeno possibile intravedere nella risurrezione, e non nella crocifissione, la rappresentazione più eminente e gloriosa del Cristo, che ogni buon cristiano dovrebbe accettare “per fede” come realmente accaduta, sebbene si tratti evidentemente di un mito che serviva a non disperdere il movimento di Gesù, anzi a poterlo rilanciare nonostante l'enorme delusione della condanna a morte, sopraggiunta proprio quando i discepoli si aspettavano l'acclamazione popolare di Gesù come Re dei giudei.

Acclamazione alla quale peraltro lo stesso Gesù credeva, dato che entrò in Gerusalemme sul dorso di un'asina, cosa che nella simbologia ebraica equivaleva a proclamarsi Re. Fu infatti in quella sola occasione che fu chiamato dai suoi sostenitori “figlio di Davide”, il più prestigioso Re di un passato glorioso in cui Israele non era ancora scisso in Giudea e Samaria.

Il vestito da Re, perlomeno, era già pronto: quando fu arrestato Gesù indossava una “tunica senza cuciture”, costosissimo abbigliamento riservato ai potenti, dettaglio che tra l'altro evidenzia l'esistenza di finanziatori che con ogni probabilità avevano il fine politico di suscitare una ribellione aperta contro gli odiati romani, anche strumentalizzando il carisma che si supponeva che Gesù esercitasse sulla gente. In realtà questo carisma non doveva essere così coinvolgente se è vero che Barabba ottenne più preferenze per ottenere l'amnistia annuale in occasione della Pasqua.

Queste considerazioni discendono dai recenti sviluppi della ricerca storico-critica e, come si noterà, spazzano via ogni calunnioso pregiudizio su concetti farneticanti in merito a presunte “colpe” dei giudei circa la condanna a morte di Gesù. Tale condanna da parte del procuratore romano appare quantomeno fondata, sul piano giuridico-legale dell'epoca. Nessuno Stato può tollerare un tentativo, per quanto grottesco, di sovvertire le istituzioni. Figuriamoci i romani.

Tornando alla risurrezione, nonostante il furore iconografico cattolico abbia prodotto migliaia di immagini devozionali, dal cuore di Gesù a quello di Maria, da Gesù bambino alla annunciazione di Maria, dalle sindoni alle madonne nere, curiosamente non abbiamo quasi mai immagini del Cristo risorto.

Una rappresentazione della risurrezione non avrebbe però avuto un grande impatto “pubblicitario”, perché in effetti il tema è troppo astratto per suscitare meccanismi  di identificazione. Non ci si può identificare perché nessuno è mai risorto, né si tratta di un evento plausibile. Mentre la crocifissione, al contrario, ci ricorda quantomeno la sofferenza della vita umana, e quindi  produce simpatia, solidarietà, immedesimazione.

Comunque, un simbolo di risurrezione sarebbe potuto essere l'emblema di un cristianesimo fondato sulla vita e sulla speranza, invece la storia ha voluto che prevalessero le croci, quali emblemi di un cristianesimo fondato sulla morte, sul senso di colpa, sui peccati da espiare.

Anche in campo iconografico, le scelte della Chiesa non sono state mai casuali. E' ovvio che in una logica finalizzata a strumentalizzare la devozione popolare per motivi di potere e privilegio, un Cristo crocifisso può rappresentare un utile monito, un modello di devota rassegnazione ad una sofferenza necessaria, da cui nemmeno colui che è definito come signore e salvatore ha potuto sottrarsi.

Anche i criteri che hanno guidato la definitiva rappresentazione grafica della croce, non potevano non tenere conto di esigenze propagandistiche. Ogni dettaglio devozionale deve riscuotere un consenso popolare basato su credenze già consolidate. Questa è la regola cattolica fondamentale. La stessa chiesa ammette di basarsi su due fonti di rivelazione: la sacra scrittura e la tradizione. Quindi la croce andava rappresentata in modo riconoscibile e gradito ai fedeli. Non doveva più sembrare uno strumento di tortura, ma quasi un altare sacrificale. Infatti, la croce “cristiana” deriva da quel simbolo che oggi è conosciuto come “croce celtica”, che pare risalga a circa 10.000 anni fa. Più che un simbolo, un vero archetipo.



Per la ricerca di un volto prototipale per Maria occorre attendere il concilio di Efeso (431), in cui si discusse del mistero dell'unione della divinità e dell'umanità di Cristo. La conclusione, ribadita dal concilio di Calcedonia (451), fu riassunta con la formula dell'unione di due nature, ambedue concorrenti in una persona e una ipostasi. Corollario di questa unione inscindibile delle due nature di Cristo era la "promozione" di Maria al ruolo di Madre di Dio ossia Theotokos e non solo di madre del corpo umano in cui il Verbo si era incarnato. Anche Maria poteva ora salire agli onori degli altari, senza che ciò sembrasse blasfemo.

Le conclusioni del concilio di Efeso e la convocazione del concilio di Calcedonia sono attribuite alla sintonia fra il papa e Elia Pulcheria, sorella maggiore dell'imperatore Teodosio II. Dopo il concilio di Efeso Pulcheria fece erigere in Costantinopoli tre chiese dedicate a Maria e a custodirne le reliquie: Santa Maria Odighitria, Santa Maria delle Blacherne e Santa Maria delle Calcopratie. La più importante icona era quella Odighitria, che secondo Teodoro il Lettore (che scrive nel 520) sarebbe stata trovata in Palestina nel 438 da Eudocia, moglie di Teodosio II e subito inviata a Costantinopoli. Nelle altre due chiese, invece, erano custoditi il mantello (Maphorion) della Vergine e la sua cintura (quella donata a San Tommaso, della quale ne esiste anche una a Prato). Le icone venerate in queste tre chiese furono prototipi imitati innumerevoli volte in cappelle e santuari di tutta la cristianità. Il mantello e la cintura della Vergine diventarono ingredienti importanti anche dell'iconografia occidentale.

Secondo Teodoro l'esecuzione della Odighitria era dovuta a San Luca, l'evangelista che parla più diffusamente dell'infanzia di Gesù, riferendo notizie che secondo la tradizione solo Maria poteva avergli raccontato. Si potrebbe pensare che l'evangelista sia stato trasformato anche in pittore a garanzia che l'icona era un vero ritratto (e perciò assicurava una presenza più "efficace"). Il colorito scuro della Madonna Odighitria (considerata una Madonna Nera) rende possibile anche una diversa interpretazione: l'attribuzione a San Luca non sarebbe sorta per indicare il pittore ma per caratterizzare il significato del quadro. Come conferma anche il colorito della carnagione della Vergine (il nero, infatti, è simbolo di dolore), una "Madonna di San Luca" sarebbe una madonna addolorata (cfr. il versetto 2, 35 del vangelo di Luca).

La tipologia della Odighitria fu molto utilizzata e diede luogo anche ad alcune varianti. Ad esempio nelle "Madonne della Passione" il Bambino sembra aver avuto un presentimento della Passione ed essersi rivolto alla madre per conforto. Anche la tipologia "Eleusa" (compassionevole), la tipologia di icona più diffusa, può ricordare la Odighitria; l'enfasi però è sull'atteggiamento di compianto della Vergine verso Gesù Bambino.

Notevolmente diversa, invece, è la tipologia chiamata Platytera: la theotokos è in posizione frontale con le mani alzate in segno di preghiera e di accettazione; sul petto è dipinto Gesù Bambino all'interno di un'aureola circolare. L'icona rappresenta la Vergine Maria durante l'Annunciazione nel momento in cui risponde "Sia fatto secondo le tue parole" (Luca, 1, 38), il momento del concepimento di Gesù. Il Bambino non è rappresentato come un feto ma con colori e simboli che ricordano la sua gloria divina e/o entrambe le nature e il suo ruolo di maestro. Questo tipo di icona è detto poeticamente "Platytera"; accogliendo, infatti, nel suo grembo il Creatore dell'Universo Maria è diventata "Platytera ton ouranon": "Più ampia dei cieli". La Platytera è un motivo iconografico riprodotto usualmente sul catino dell'abside delle chiese ortodosse.

Le più antiche rappresentazioni del crocifisso sono su un pannello nella Basilica di Santa Sabina a Roma  e su una scatola d'avorio del 420-430, conservata al British Museum di Londra. Nel V secolo comparirà nei mosaici ravennati e nell'abside delle basiliche paleocristiane la croce gemmata, che allude a Cristo in gloria. Molto frequente è anche l'immagine dell'Albero della Vita (ad esempio nella basilica di San Clemente a Roma).

Tutte queste raffigurazioni sono successive all'abolizione della pena dalla croce da parte dell'imperatore Teodosio il Grande. Prima di allora, infatti, l'immagine del Messia crocefisso poteva più facilmente intimorire i neofiti, suscitare il disprezzo dei pagani e scandalizzare gli ebrei (Corinti 1-23). La rappresentazione inoltre del corpo di Cristo appeso in croce era controversa anche a motivo delle dispute monofisite. Non sorprende, quindi, che anche nell'immagine di Santa Sabina solo le mani sembrino inchiodate.

Occorre attendere il concilio in Trullo (696) perché la Chiesa ordini di rappresentare il Cristo nella sua umanità sofferente. La raffigurazione nelle grandi croci dell'arte romanica comparirà secondo una duplice tipologia: il Christus Triumphans, cioè trionfante sulla morte, come in Santa Sabina e il Christus patiens, sofferente, prediletto dai francescani.

Sin dalla fine del IV secolo, quando il paganesimo cessò di essere un pericolo reale, l'arte sacra come strumento didattico ebbe eloquenti difensori fra i padri della chiesa nella persona di san Giovanni Crisostomo, san Gregorio di Nissa, san Cirillo di Alessandria e soprattutto san Basilio. La rappresentazione a fini di culto del volto di Gesù e di Maria, invece, pose qualche problema e richiese l'elaborazione di una teologia delle icone. Già Eusebio di Cesarea aveva rifiutato a Costantino di fare ricerche per trovare un'immagine di Cristo, dichiarando che è impossibile rappresentare l'umanità divinizzata di Gesù Cristo, perché essa è inafferrabile (à-leptos), incomprensibile. Qualsiasi rappresentazione separerebbe l'umanità dal divino. Questa argomentazione sarà ripresa dagli iconoclasti.

La diffusione delle icone sotto la spinta dell'esempio imperiale impose alla chiesa di elaborare una teologia in immagini, che trasformasse l'icona in una illustrazione del mistero cristologico. Non è, quindi, casuale il fatto che in greco e in russo una icona non venga "dipinta", ma "scritta". Molti aspetti formali di questa dimensione teologica sono evidenti anche al profano che non ne conosce il significato. Si pensi ad esempio all'intreccio delle dita del Cristo Pantocratore, che sono un "memento" della trinità di Dio e della doppia natura - divina e umana - del Cristo. Analogamente il braccio della madonna odighitria è in posizione "sagittale", punta cioè a Gesù come una freccia indicatrice. In un solo gesto sono riassunti i rapporti fra la creatura Maria e la divinità: Maria mostra la strada per giungere a Gesù (questa è anche una delle molte etimologie della parola "odighitria", da "odos", in greco "strada"). Altrettanto sorprendente, per noi moderni abituati a rappresentazioni naturalistiche, è l'aspetto adulto di Gesù Bambino, talvolta quasi raggrinzito. Si tratta, probabilmente, di una allusione biblica a Daniele 7 dove è descritto un puer-senex, fanciullo-vecchio.

Se obiettivo dell'icona è rappresentare una verità di fede, i dipinti non possono essere la meditazione individuale di un artista; pertanto ogni icona è un'interpretazione teologicamente fedele di un prototipo, senza nulla togliere al livello artistico e alla ricerca di nuove forme. L'artista non si pone il problema della somiglianza con la natura, nonostante l'erudizione e l'interesse dei bizantini per le scienze, perché l'immagine deve rappresentare verità eterne. Il centro della rappresentazione diventa il volto, luogo della presenza dello spirito. La carnagione non è più rosea, come nell'antichità, ha toni caldi tendenti all'ocra: l'artista rifiuta di creare l'illusione di una presenza nello spazio naturale, perché la rappresentazione vuole sollecitare una evocazione interiore. L'attenzione è concentrata sullo sguardo, perché secondo Giovanni Mauropode un buon artista deve rappresentare anche l'anima.

L'unica vera costante della storia del cristianesimo è l'incredibile capacità della chiesa di impadronirsi e strumentalizzare ogni singolo elemento delle vicende umane: gli archetipi, i temi di altre religioni, le tradizioni popolari, le esigenze psicologiche, le regressioni infantili, le tendenze superstiziose, la paura della malattia e della morte, le ricorrenze del calendario, i miti ancestrali, i significati di equinozi e solstizi, le consuetudini, i territori, gli spazi visivi, gli spazi acustici, persino il tempo, scandito dalle campane e dalle messe vespertine, nonché le fasi della vita umana: la nascita, l'infanzia, l'adolescenza, il matrimonio, la fase terminale della vita, il funerale, la sepoltura dei defunti.






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venerdì 26 febbraio 2016

ADOLESCENTI, INTERNET,VIDEOGAMES



L'uso di computer, videogiochi, Internet e televisione è ormai una parte fondamentale nella vita di bambini e adolescenti e rappresenta la principale fonte di svago e divertimento per la maggioranza dei giovani d'oggi.

Sebbene vi sia una crescente ricerca su questo argomento ed un consenso di gran parte dei ricercatori sul fatto che la violenza nei media possa essere dannosa, ancora ciò non è stato ben compreso dalla società. Generalmente, le ricerche si focalizzano da una parte sulla frequenza e la natura della violenza e dall'altra sulle emozioni, gli atteggiamenti e i comportamenti generati dalla vista di atti violenti.

Proviamo ad immaginare l'effetto che fa in un ragazzo osservare quotidianamente e per ripetute ore scene violente nei videogiochi, nei fumetti o alla televisione. Rispetto al passato c'è da considerare anche la maggiore intensità di esposizione a questi stimoli negativi. Un famoso precedente che deve farci riflettere sulla potenza dei mass media sui giovani è l'epidemia di suicidi verificatasi in Germania in seguito alla pubblicazione, nel 1774, del romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe.

Il fenomeno fu talmente potente che alcuni Paesi proibirono la diffusione del testo. Moderni studiosi di suicidologia hanno chiamato questo fenomeno `effetto Werther` per definire l'influenza esercitata dai mass media sui comportamenti autolesivi. Tra tutti i media interattivi i videogiochi sono sicuramente il passatempo preferito dei bambini e degli adolescenti e per questo motivo è importante capire quanto questi possano influenzarne lo sviluppo sociale e cognitivo. Giocare è il modo più comune per i giovani di utilizzare il computer o la televisione, in particolare per i maschi.

Dalle ricerche si è evinto che per valutare l'influenza dei media interattivi è necessario prendere in considerazione non tanto il tempo totale trascorso, quanto piuttosto il contenuto, la trama, i personaggi, gli obiettivi del gioco. Infatti, l'identificarsi con un personaggio e il coinvolgimento attivo possono facilitare l'apprendimento di materiale educativo e formativo, ma possono anche facilitare incredibilmente l'apprendimento di contenuti violenti. È emerso come i maschi preferiscano in larga misura giochi che prevedono azioni violente o sport rispetto alle ragazze che invece prediligono giochi fantastici, di relazione o puzzle.

Secondo la prospettiva dell'apprendimento sociale, la relazione tra il giocare ad un videogioco violento e il conseguente comportamento aggressivo si deve attribuire al modeling, cioè i soggetti apprendono come commettere azioni aggressive emulando altri. Inoltre, i media possono avere il potere di trasmettere ai giovani, spesso erroneamente, quali comportamenti sono appropriati e quali invece sono da punire.

A sostegno dell'ipotesi che vi sia un legame tra utilizzo dei videogiochi a carattere violento e comparsa o aumento di comportamenti aggressivi vi sono i seguenti elementi:

- l'identificazione con il personaggio aggressivo potrebbe essere maggiore nel gioco interattivo, in quanto è possibile scegliere determinate caratteristiche di combattimento del personaggio per sconfiggere gli avversari;

- il giocatore è un partecipante attivo, per cui prova sensazioni di successo o di fallimento in base alle decisioni prese durante il gioco;

- il giocatore effettua scelte comportamentali aggressive, le mette in atto e riceve ricompense se queste si sono rivelate vincenti.

Le scelte e le preferenze dei giovani riguardo ai media cambiano con la crescita, ciò sia per le maggiori opportunità di accesso al mondo esterno sia per lo sviluppo sociale e cognitivo. In ogni caso è bene ricordarsi che i modelli formati da bambini tendono ad essere altamente predittivi riguardo alle preferenze e al tipo di interazione futura con i media.

In conclusione, perché i giovani trascorrono così tanto tempo giocando ai videogiochi, navigando su Internet o guardando la televisione? Purtroppo oggi i genitori hanno poco tempo per stare con i figli, sia per motivi di lavoro sia per interessi personali, per cui i mass media fungono da baby sitter in un mondo sempre più frenetico dove i genitori, in particolare le mamme, devono districarsi tra mille cose da fare.

Alcuni ricercatori hanno riscontrato che la comunicazione con i genitori sia una variabile fondamentale nell'ambito dell'influenza dei media sui giovani. Laddove tale comunicazione sia scarsa è più facile che si verifichi l'effetto negativo dei videogiochi violenti, in quanto viene a mancare il ruolo protettivo ed esplicativo del genitore. Condillac sosteneva che l'uomo è il frutto della sua educazione. Ciò è sempre vero ed è per questo motivo che la famiglia rimane il fulcro della formazione e dell'evoluzione di un giovane.

In questi ultimi 10 anni stiamo assistendo ad una nuova forma di dipendenza, chiamata tecnologite o tecno-addiction (tecnodipendenze). La perdita di ruolo sia spazio-temporale che fisica dei mezzi tecnologici, oggi, ha prodotto nelle nuove generazioni un multimedia overload: televisione, telefono, gioco, studio, lettura si trovano tutti contenuti in un unico device (si pensi all’ iPad) e sono fruibili contemporaneamente.



Il multimedia overload provoca un aumento del consumo sostanze di abuso (alcol in primis), della violenza, del bullismo (classico e cibernetico) e degli stati ansiosi in età adolescenziale. Contestualmente, riduce la fantasia, il gusto per la lettura, l’interazione con i compagni e il rendimento scolastico. La dipendenza tecnologica è una forma di abuso dei multimedia (TV, Internet, videogames, cellulari) che possiede caratteri di dipendenza simili a quella da alcool: forte desiderio di usare la tecnologia (Internet, Facebook, Chatline, Videogames ecc.); instabilità dell’umore; frequenti litigi con gli altri famigliari; negazione dell’esistenza del problema.

Chi ne risulta affetto si chiude in camera e comunica con il mondo esterno esclusivamente mediante cellulare, e-mail e SMS, isolandosi in un mondo parallelo. Oltre all’isolamento sociale, si osservano danni alla comunicatività con un linguaggio che diventa impersonale e privo di emozioni e che rende gli adolescenti ancora più fragili nell’affrontare i problemi che incontreranno nella vita. Infatti nel cyberspazio per comunicare viene usata esclusivamente la modalità verbale, mentre quella paraverbale è omessa: questo linguaggio imperfetto oltre a inaridire i rapporti tra pari, blocca lo sviluppo di un mondo di relazione basato sul corpo e sui suoi atteggiamenti.

Gli studi mostrano come gli adolescenti che svilupperanno dipendenza multimediale sono stati per lo più bambini “tecnologizzati”, ossia quelli che nei primi anni di vita sono stati esposti ad un ambiente esterno globalizzato, dove tempo e spazio hanno una rappresentazione diversa dalla realtà. Assenza di limiti, possibilità di essere in più posti contemporaneamente, sensazione di onnipotenza e diminuzione della capacità di attesa sono fattori che alimentano e cronicizzano la dipendenza tecnologica.

Nei paesi orientali come Taiwan e Giappone, dove l’impatto con tra tecnologia e adolescenti è maggiore, studi osservazionali condotti su un grande numero di soggetti in età scolare hanno evidenziato che esiste un rischio maggiore di Internet dipendenza per quei soggetti che non trovano piacere nelle attività extra-Web, che hanno tendenza ad isolarsi socialmente, che sono affetti dalla Sindrome deficit di attenzione/iperattività (ADHD) oppure che presentano aggressività, depressione o fobie. Esiste altresì un nesso scientificamente documentato tra dipendenza da videogames e violenza, in particolare vandalismo e violenza di gruppo.

Tale rapporto di causa-effetto è drammaticamente visibile soprattutto in chi gioca ai videogames violenti. E’ ormai universalmente accettato il fatto che i ragazzi siano propensi ad imitare le azioni di un personaggio nel quale si identificano: poiché nei videogiochi il giocatore deve spesso uccidere o stuprare, appare evidente il potenziale danno che questi programmi possono provocare. In questa forma di dipendenza il controllo genitoriale è assente o addirittura colpevole di induzione alla dipendenza stessa. Nel mondo Occidentale la percentuale di adolescenti che presenta dipendenza da Internet si aggira tra 5 e 8 %. La percentuale di adolescenti “a rischio” è stimata tra 11 e 25% degli utenti.
L’aspetto più grave della tecnodipendenza si manifesta attraverso la sindrome da hikikomori. Questa parola, che in giapponese significa “stare in disparte”, identifica un auto-isolamento in cui si confinano gli adolescenti: la comunicazione verso il mondo esterno avviene esclusivamente tramite sms o chat. Il malato di hikikomori non esce più dalla camera, nemmeno per mangiare. Mentre in Giappone, il paese più colpito dal fenomeno con circa il 15% degli adolescenti, la crisi è scatenata dalle rigide regole della società e della famiglia nipponica, in Europa l’auto-isolamento è scatenato dalla difficoltà dei rapporti con i coetanei, dal bullismo o da disavventure scolastiche. L’abuso di tecnologia, inoltre, aumenta il consumo di alcool e di droghe “ricreative” come la marijuana e le amfetamine.

Il rapporto 2012 della Società Italiana di Pediatria indica come spartiacque una media di 3 ore/giorno dedicate alla fruizione della multimedialità (computer, gioco, messenger, televisione). Oltre tale soglia si possono cominciare ad osservare problemi comportamentali (aumento dell’aggressività, dell’isolamento sociale e del deterioramento delle prestazioni scolastiche). Anche l’acquisto di smart-drugs e di farmaci on-line rientra tra gli “effetti collaterali” di chi naviga troppo. Gli adolescenti con fattori predisponenti alla dipendenza da Internet sono più esposti a sviluppare anche una dipendenza per i giochi d’azzardo on-line. da ultimo, Internet è il terreno di caccia preferito dai pedofili. Il 12% degli adolescenti incontra persone conosciute in chat ed il 6% instaura relazioni con persone conosciute sul Web.



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giovedì 25 febbraio 2016

IL CULTO DELLE MADONNE NERE



Le “madonne nere” sono molto diffuse. Ci sono diverse centinaia di madonne nere in luoghi pubblici di culto in Italia, Francia, Spagna e in molte altre nazioni.

Molte di queste madonne sono famose, come la Madonna di Loreto (presso Ancona), quella di Tindari presso Patti (Messina), quella di Czestochowa in Polonia, quella di Montserrat in Catalogna o la Vergine della Candelaria di Tenerife, patrona delle Canarie. Molti santuari di madonne nere, però, sono repliche di culti più antichi e famosi. Nell'Italia meridionale, ad esempio, sono molto diffuse le icone di Santa Maria di Costantinopoli. Il numero dei culti originari è quindi più ridotto.

La testimonianza scritta più antica su una Vergine Nera appare in una cronaca dell’anno 1255. Secondo l’autore del documento, il re francese Luigi il Santo portò con sé, di ritorno da una Crociata in Palestina, alcune sculture della Vergine Maria che lasciò poi nella regione di Forez. Le statue erano “scolpite in legno scuro e provenivano dall’Oriente”. Da allora le misteriose Vergini Scure ebbero accesso ai nostri altari.

Oggi le Madonne Nere sono presenti in tutta Europa. E non solo. Anche nelle Isole Canarie, in Sudamerica, in Russia, nelle Filippine. Almeno duecento di queste statue dominano gli altari delle chiese francesi, ma la loro culla è nella regione dell’Auvergne. Purtroppo il ricercatore che intenda intraprendere uno studio personale sulle Vergini Nere, si trova di fronte a un problema non indifferente. In molti casi il clero locale ha voluto nascondere il colore scuro e poco ortodosso delle statue. Scandalizzati dalle fattezze troppo esotiche delle Madonne, gli ecclesiastici le hanno fatte… dipingere di bianco.

In altri casi, pur lasciando il colore scuro originario, parroci e sagrestani tentano di convincere il visitatore inesperto che il nero sia dovuto esclusivamente al fumo perenne dei ceri e non alla qualità del legno scelto dallo scultore oppure a una colorazione voluta dall’artista. Evidentemente una Madonna che non abbia l’aspetto caucasico, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, disturbò allora e disturba tutt’oggi molti esponenti della Chiesa Cattolica.

Per riconoscere il “cuore nero” delle Vergini contraffatte, il ricercatore deve perciò munirsi di pazienza, indagare sulla storia della statua in questione ed essere in grado di individuare alcune delle particolarità che differenziano le Vergini Nere da qualsiasi altra rappresentazione di Madonna. E qui ci viene in aiuto l’autore francese Jacques Huynen, uno specialista delle Vergini Nere, il quale ha individuato tredici caratteristiche tipiche:

Sono tutte di legno e risalgono per la maggior parte al: XI, XII e XIII secolo.
Sono tutte Vergini Regine, sedute su di un piccolo trono di forma più o meno cubica. (Quasi tutte hanno il bambino in grembo, ma non necessariamente.)
I loro volti non riflettono sentimenti. Appaiono distaccati e ieratici.
L’attenzione dell’artista è sempre rivolta soprattutto alle fattezze della Madonna, mentre il bambino – se c’è – è ritratto con minore accuratezza.
Qualora gli abiti dipinti della statua conservino ancora tracce della colorazione originaria, appaiono sempre questi tre colori: bianco, rosso e blu.
Le Vergini hanno tutte le stesse dimensioni e misurano circa settanta centimetri di altezza, trenta centimetri di larghezza e trenta di spessore.
I luoghi in cui esse sono state collocate erano considerati sacri già nei tempi più remoti e molto spesso vi si venerava una divinità celtica o pagana in generale.
La storia – o leggenda – che viene tramandata sulle origini di ogni scultura presenta sempre elementi collegati all’Oriente.
Tutti i luoghi in cui si trovano delle Madonne Nere furono nel Medioevo importanti centri di pellegrinaggio.
La storia dei santuari che racchiudono le Vergini Nere presenta immancabilmente una relazione stretta con abbazie benedettine e cistercensi oppure con commende templari.
Tutti gli edifici sacri in cui le Vergini sono state collocate, rivelano segni e simboli di carattere esoterico.
Le storie miracolose sulle origini e sui prodigi operati dalle Madonne presentano tutte evidenti analogie.
Anche i rituali e alcuni dettagli dei culti cristiani dedicati alle Madonne recano similitudini strane e tutte molto simili, che non possono essere spiegate né in senso cattolico, né in senso esoterico.
Originariamente la Madonna Nera, rappresentazione della materia prima nascosta nel ventre della terra, veniva installata nelle cripte degli edifici sacri. La si chiamava Nôtre Dame de dessous terre, Nostra Signora di sotto terra.

Eugene Canseliet, discepolo dell’occultista Fulcanelli, ci racconta una scoperta da lui fatta nel castello francese della famiglia du Plessis-Bourré. In una sala del palazzo vi è la scultura di una sirena nera con il ventre gonfio, proprio come se fosse incinta. Nella mano destra la sirena regge uno specchio convesso in cui si rimira, ricordando la frase della regina di Saba: “Nigra sum sed formosa” (Sono nera eppure sono bella). Oggi, dice Canseliet, in seguito alla restaurazione della statua, gli artigiani hanno sostituito lo specchio con un pettine. Tale aneddoto dimostra come si può cambiare completamente il messaggio di un’opera , alterandone anche soltanto un dettaglio.

Non solo le Madonne Nere presentano un legame con il paganesimo europeo e con l’Oriente, ma anche con i culti druidici dei Celti. Infatti ogni santuario contenente una Vergine Nera è – o era – situato nei pressi di dolmen, menhir o cromlech, di foreste sacre e fonti. Tutti luoghi, insomma, che evidenziano un nesso con la cultura degli antichi druidi. Non per nulla proprio nella regione dell’Auvergne, situata nel centro della Francia e caratterizzata dalla presenza di sorgenti minerali, catene montuose e vulcani, si presenta la maggior concentrazione di Madonne Nere al mondo. Là, dove le manifestazioni di Madre Terra sono palesi e costanti. E i monti che s’innalzano nell’Auvergne, vengono chiamati Monti Celtici.

Tra le Madonne Nere più famose di Francia c'è la misteriosa Vergine di Dijon, in Borgogna: Nôtre-Dame-du-Bon-Espoir, una delle sculture più antiche in assoluto. La statua risale all’ XI secolo. Purtroppo durante la Rivoluzione Francese le fu strappato il bambino dal grembo, e le mani e i piedi della statua andarono distrutti. Semplice ed espressiva, la Vergine di Dijon sembra giunta direttamente dall’Africa, terra delle nostre origini: di legno scuro, con i seni pesanti, il ventre gonfio da donna incinta. È la virgo paritura. Il clero locale ha vestito la statua con abiti che ne coprono per intero la figura, privandoci così della vista di un piccolo capolavoro. La sua nudità ancestrale esposta in una chiesa risultava inquietante.

Proprio vicino a Dijon c’è Fontaines, località in cui nacque Bernardo di Chiaravalle, padre spirituale dell’Ordine del Tempio. Il cistercense conosceva sicuramente la madonna di Dijon, che dovette influenzare il suo pensiero mistico almeno quanto quella di Châtillon. Fu proprio una visione percepita ai piedi della Madonna Nera di Châtillon ad ispirare la sua venerazione tutta particolare per la Vergine Maria.

Un’altra Virgo molto suggestiva è quella di Le Puy-en-Velay. Si trova nel santuario francese di Nôtre-Dame-du-Puy, è di foggia bizantina. Ha un volto singolare, una corona che reca sulla sommità una colomba. L’abito è decorato con simboli che ricordano il sole e con delle lingue di fuoco. La statua è la riproduzione di una più antica che doveva risalire all’ XI secolo ed essere stata portata dalla Terrasanta da re Luigi VII. Le Puy era un centro druidico di grande importanza. Purtroppo oggi anche questa Madonna è stata abbigliata con un manto chiaro che la copre per intero, come a voler esorcizzare il nero del volto.

Ne parla un’antica leggenda che è legata ad una pietra nera tutta particolare: quella di un dolmen, che nel 430 d .C. avrebbe guarito una vedova da febbre mortale. La pia donna, in seguito ad una visione della Vergine Maria, si stese sulla pietra nera, la “pierre des Fièvres”, e guarì. Tale prodigio, che non rimase un caso isolato, venne confermato dal vescovo locale. Ancora oggi si può ammirare la pietra nera, situata presso l’entrata principale del santuario.

E che dire della piccola chiesa della Madonna Nera di Vassivière che s’innalza a ben 1300 metri d’altitudine? L’origine del nome “Vassivière” è celtica, cosa che indica la presenza di un luogo di culto attivo sin da tempi remoti. Se la statua di questa Vergine è purtroppo soltanto una copia di quella più antica – fu realizzata nel 1808 per rimpiazzare la scultura medievale distrutta durante la Rivoluzione Francese -, il segreto della Madonna di Vassivière sembra consistere soprattutto nell’ambiente che la circonda.

Nei pressi della piccola località montana francese vi sono infatti molte grotte artificiali adibite a rifugi, rese abitabili per mezzo di corridoi, rampe di scale e vaste sale scolpite nella roccia. Una di esse alberga addirittura una cappella sacra con tanto di affreschi risalenti al X secolo. Una sorta di fortezza segreta costruita all’interno della montagna. Ebbene, le leggende popolari raccontano che furono proprio i Templari a occupare queste grotte, forse per nascondersi in seguito alla persecuzione dell’Ordine. Qui i monaci del Tempio avrebbero praticato i loro riti segreti. Non è questa la prima volta in cui si affaccia una connessione palese fra femminino sacro e Ordine del Tempio, e nemmeno l’ultima. Sembra, infatti, che anche i monaci guerrieri – così come il loro padre spirituale Bernardo di Chiaravalle – abbiano venerato la Madre Terra e rispettato i culti ancestrali di matrice pagana incentrati su questo elemento di vita.

La località Saintes-Maries-de-la-Mer, situata nella Camargue, ha ormai fama internazionale. È noto il raduno annuale degli zingari di diverse nazionalità e tradizioni che giungono da ogni parte d’Europa per rendere omaggio alla loro patrona “Sara la Kali”, una sorta di Vergine Nera che però in realtà ha ben altre origini. Invece pochi sanno che proprio in questo sito si ergeva, in epoca romana, un centro molto importante che portava il nome del dio egizio Ra, e in cui più tardi si venerarono Iside e Cibele. Nel VI secolo d.C., la località di Ra divenne Nôtre-Dame-de-Ratis. Ancora una volta, Nostra Signora sostituì le sue progenitrici pagane.

Nel XV secolo, prese piede a Saintes-Maries-de-la-Mer la leggenda delle tre Marie del mare. Ciò fu dovuto al provvidenziale ritrovamento dei resti di Maria Giacobbe e Maria Salomè (1448) che aprì la via a un nuovo, lucrativo centro di pellegrinaggio cattolico. La leggenda medievale raccontava, infatti, che le due donne fuggirono dalla Palestina insieme con Marta, Lazzaro, Maria Maddalena e altre pie persone, imbarcandosi in una nave senza vela né remi e che giunsero in Provenza. Evidentemente qualche religioso attinse a questa fonte per avallare la genuinità dei resti ritrovati. E, a partire dal 1448, il nuovo culto delle tre Marie (Maria Giacobbe, Maria Salomè e Maria Maddalena) sostituì quello più antico di Nôtre-Dame-de-Ratis.

Ancor più tardi, e cioè nel XVII secolo, iniziò ad espandersi invece a Saintes-Maries-de-la-Mer il culto di Sara. Questa donna, chiamata nel 1686 ancora “Sarre”, era la serva di Maria Giacobbe e Maria Salomè. Ma va detto che la statua di Sara, che si trova oggi nella cripta della chiesa, risale soltanto al XIX secolo, e quindi si pensa che l’origine del pellegrinaggio dei Gitani risalga solamente a quel periodo più recente. Sara la Kali significa “Sara la Nera”, è vero. Ma non in riferimento ad una Virgo paritura, bensì alla dea indiana Kali, tanto cara agli induisti. E dunque non vi è rapporto tra Sara e le Madonne Nere, il cui arrivo in Occidente è di origine molto più antica.

Siones è situata in Navarra, nella provincia di Burgos. La chiesa di Santa Maria s’innalza proprio sotto la catena montuosa denominata Sierra de la Magdalena. Non è certo un caso: si tratta di un territorio in cui Madre Terra veniva particolarmente venerata. L’autore Ean Begg definisce l’edificio sacro “chiesa degli iniziati” per i molti simboli che lo contraddistinguono.  La scultura di un capitello rappresenta un portatore del Graal. Purtroppo l’effigie della Madonna Nera di Siones è stata dipinta di bianco. E tuttavia Begg ci racconta che gli abitanti del luogo la definiscono da sempre “un’autentica Iside cristianizzata”.

E poi c’è lei: sempre nel territorio di Navarra s’innalza la splendida cappella di Eunate. Si erge solitaria nella campagna, a poca distanza da Puente la Reina, dove un tempo vi fu un’importante commenda templare. In questo edificio ottagonale veniva custodita una Madonna Nera: la “Senora de las Cien Portas” (la Signora delle Cento Porte). Eunate costituiva un centro importante di venerazione mariale. Oggi è possibile ammirare una statua lignea di Madonna in trono con bambino. Non è più nera nemmeno lei, non è l’originale perduto, ma presenta alcune caratteristiche delle Vergini scure. La cappella di Eunate è un gioiello di bellezza architettonica e una scatola ermetica del Tempio. Fu spettatrice di riti segreti e la sua forma ottagonale ricorda senz’altro lo splendore del Graal.

In altri casi il valore simbolico dei loro volti scuri resta sconosciuto per il più e misterioso anche per gli esperti, lasciando spazio a diverse opzioni. Solo in rari casi l'indagine scientifica sul simulacro fornisce indicazioni utili: nel corso dei secoli, infatti, molte immagini sono state ridipinte più volte, alterate radicalmente nel corso di restauri o addirittura totalmente rimpiazzate o per il loro deperimento o per la perdita totale a causa di inondazioni, alluvioni o furti. Il culto, in genere, sembra essere molto più antico della documentazione a noi pervenuta, costringendo lo storico a cercare di fornire una valutazione critica del possibile contenuto di verità presente in resoconti leggendari.

Qualunque ne sia stata la valenza simbolica, la finalità evangelica o la giustificazione teologica, la diffusione in occidente di immagini di madonne nere è molto antica ed è spesso associata a legami con l'Oriente. Secondo la leggenda il presule sardo Sant'Eusebio di Vercelli, primo vescovo del Piemonte, esiliato in Cappadocia per le persecuzioni ariane, avrebbe portato in Italia (345) tre madonne nere (statue), tuttora venerate rispettivamente nei santuari di Oropa e di Crea, in Piemonte e nella cattedrale di Cagliari. Quella di Crea, si è però rivelata originariamente bianca dopo essere stata sottoposta a restauri). Molte icone bizantine, inoltre, hanno il volto scuro: dal 438 la più importante icona di Costantinopoli era la Odighitria, una Madonna scura di cui erano state portate copie anche in Occidente. Molte altre icone bizantine furono portate in Italia durante il predominio dell'iconoclastia.

La diffusione e il culto delle madonne nere in occidente sembrano essere stati particolarmente intensi all'epoca delle crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia per l'azione di alcuni ordini religiosi (carmelitani e francescani in primis, molto attivi anche in Terrasanta e Siria) o cavallereschi (soprattutto quello dei templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee). I templari e gli altri ordini cavallereschi erano legati alla figura di San Bernardo di Chiaravalle, che predicò la seconda crociata. San Bernardo scrisse un commento al Cantico dei Cantici, in cui la sposa nigra sed formosa, principale personaggio del libro, è considerata una delle figure femminili dell'Antico Testamento che possono essere interpretate come profezie della Vergine. Il colore scuro di alcune statue potrebbe essere stato scelto per identificare la Madonna con la donna del Cantico dei Cantici (vv. 5 e 6: “bruciata dal sole”, “scura come le tende dei beduini”). La predicazione di San Bernardo, quindi, potrebbe essere una delle cause della diffusione delle madonne nere.

Un altro importante indizio è il fatto che molte madonne nere sono attribuite - senza alcun fondamento storico o artistico - a san Luca (ciò vale sia per la famosa Odighitria sia per quelle di Czestochowa, Oropa e Crea, sia per altre, che sono a Roma, Gerusalemme, Madrid, Malta, Frisinga (Baviera), Bologna, Bari, ecc.). Dato che tradizionalmente l'evangelista Luca è indicato come medico, il riferimento a san Luca pittore viene oggi interpretato come un possibile rimando ad alcune parole del vangelo secondo Luca, pronunciate da Simeone in occasione della presentazione al Tempio. Egli preannuncia la Passione, dicendo: “Quanto a te, Maria, il dolore ti colpirà come colpisce una spada” (Luca, 2, 35). Il volto nero delle "madonne di San Luca" indica simbolicamente che sono "madonne addolorate". Alternativamente l'attribuzione all'evangelista può essere stato un modo di rivendicare l'antichità dell'immagine e la sua fedeltà.

Il culto della Madonna nera ha avuto una grande diffusione a seguito di due eventi fortuiti, due naufragi che fecero approdare rispettivamente a Cagliari e a Tenerife una statua della Madonna nera. Nacque così a Cagliari il culto di Santa Maria di Bonaria, che divenne patrona di tutte le navi spagnole (la Sardegna era allora catalana). Da lei prese nome anche la città di Buenos Aires, capitale dell'Argentina. Madonna di Oropa, patrona di Lomas del Mirador, Argentina. A Tenerife invece la statua sarebbe stata adorata dai pagani Guanci e favorì la loro conversione al Cristianesimo. La Virgen de Candelaria divenne patrona delle Canarie, oltre che di Tenerife, ultimo porto prima della traversata atlantica, e ciò favorì la nascita di santuari analoghi (ad esempio quello di Copacabana) in tutta l'America Latina.



Monique Scheer ha posto l'attenzione sull'importanza e sul significato attribuito al colore nero della Madonna in diverse epoche con particolare riferimento alla Germania. Prima della controriforma il colore delle immagini sembra non essere neppure percepito come rilevante né dai fedeli né dai teologi. La controriforma, invece, ha valorizzato il colore nero come segno dell'antichità del culto mariano, in opposizione alle obiezioni protestanti.

Solo verso la fine dell'Ottocento il nero è stato percepito come un attributo razziale e perciò fonte di disturbo. Nasce allora, anche da parte di teologi, il negazionismo cioè l'attribuzione del colore scuro solo a fattori fisici, che avrebbero alterato il colore originariamente chiaro delle immagini. In precedenza il fatto che la Madonna potesse avere un colorito scuro (così come scuro è il volto di Gesù sulla Veronica) non costituiva problema o veniva facilmente interpretato, ricordandone il significato simbolico. In un'importante predica del 1729, citata da Monique Scheer, si ricorda: «Chi non sa che il colore nero è sempre stato considerato una metafora, segno di tristezza, dolore e orrore?». L'atteggiamento dei fedeli, invece, era forse quello esemplificato da una curiosa lettera di Karl Marx alla moglie nel 1856: «Per quanto brutto sia il tuo ritratto, mi serve per il migliore degli scopi ed ora capisco perfino come mai le madonne nere, i più offensivi ritratti della divina madre, possano trovare una venerazione indistruttibile e perfino più veneratori di quanti ne hanno i bei ritratti».

Dal punto di vista simbolico, l'accostamento tra la Madonna Nera e San Luca presenta due implicazioni fondamentali. La prima è sottile: nella rappresentazione simbolica dei quattro evangelisti cristiani, il cosiddetto "Tetramorfo", San Luca è associato al toro (gli altri accostamenti sono l'uomo/angelo per San Matteo, il leone per San Marco, e l'aquila per San Giovanni). L'origine dell'attribuzione è dovuta al fatto che il Vangelo di Luca si apre con la figura di Zaccaria, padre di Giovanni Battista, che celebrava sacrifici nel tempio, e il vitello era tra le bestie sacrificali per eccellenza. Il toro, però, è anche esotericamente associato alle energie sottili e ai rituali di fertilità, gli stessi temi che sono preponderanti nei culti della Grande Madre.

La seconda implicazione è più forte, perché contiene riferimenti più "scottanti". Secondo alcune teorie, le raffigurazioni della Vergine con la pelle di colore scuro in realtà non rappresentano Maria di Nazareth, la madre di Gesù, ma Maria Maddalena, e il bambino che tiene in braccio sarebbe in realtà il figlio di lei avuto da Gesù. Secondo la dottrina cristiana, Luca non fu apostolo diretto di Gesù, anzi, in realtà non lo conobbe mai, essendo diventato discepolo di Paolo verso il 37 d.C., cioè quattro anni dopo la Crocifissione. A quell'epoca Maria doveva avere 63 anni, quindi era piuttosto anziana: come fece allora San Luca a farle un ritratto dalle sembianze così giovanili, per di più con il Bambino in braccio? Secondo la linea temporale della "Stirpe Reale" meticolosamente ricostruita da Laurence Gardner, a quell'epoca Maria Maddalena aveva 34 anni ed aveva appena concepito il primo maschio, Gesù Giusto, nato sette anni dopo la primogenita Tamar. Ovviamente, dovremmo anche ammettere il resto della complicata teoria, e cioè che Gesù non fosse realmente morto sulla croce ma che avesse inscenato tutto con i suoi più stretti collaboratori. Oppure, a maggior beneficio della plausibilità, che suo fratello Giacomo (o Giuseppe di Arimatea) ne avesse preso il posto, sposando la vedova e generando con lei altri figli per perpetuare la linea di sangue.

Se ammettessimo queste teorie "alternative", il colore nero della pelle potrebbe spiegarsi in molti modi. Tra le varie ipotesi proposte, c'è chi afferma che la Maddalena appartenesse ad un ordine sacro regionale chiamato Ordine di Dan, le cui adepte erano naziree laiche e le cui madri superiori, come lo era appunto Maddalena, avevano il diritto a vestire di nero, come i nazirei. Altri tirano in ballo la presunta origine siriana (Jacopo da Varagine, nel paragrafo dedicato alla Maddalena della sua "Legenda Aurea", dice che ella "nacque da una famiglia nobilissima che discendeva da stirpe regale; il padre suo si chiamava Siro la madre Eucaria"), oppure egiziana. Secondo Margaret Starbird, quando la Chiesa Ortodossa cercò di occultare la verità sulla discendenza di Cristo, i suoi difensori continuarono a promulgarla segretamente adorando immagini di Madonne dalla pelle scura. Il colore nero, in questo caso, farebbe riferimento "all'altra Maria, a quella nascosta, alla Sposa Perduta del Cantico, derisa e ripudiata dalla Chiesa Ortodossa". Più o meno tutti i succitati autori ammettono il collegamento tra il Priorato di Sion ed il culto delle Madonne Nere, e va ricordata la singolare questione che questo culto cominciò a diffondersi inizialmente dalla Francia (luogo in cui Maria Maddalena si era ritirata dopo la fuga dalla Palestina), ed aveva la sua massima concentrazione nell'area compresa tra Lione, Vichy e Clermont-Ferrant, un gruppo collinare chiamato Monts de la Madeleine (Monti della Maddalena).

Un motto in latino che accompagna spesso le rappresentazioni della Madonna Nera è "Nigra sum sed formosa", che significa "Sono nera ma bella". Di fatto, esso è un versetto tratto dal "Cantico dei Cantici", detto anche "Canto di Salomone", uno dei più inusuali testi contenuti nella Bibbia ebraica e in quella cristiana. Si tratta, infatti, di un poema erotico in otto canti, che canta l'amore del re Salomone, famoso per la sua saggezza, ed una bella "Sulammita", identificata con la Regina di Saba. Il testo venne composto non prima del IV sec. a.C. e fu tra gli ultimi ad essere inserito nel canone biblico, addirittura nel I sec. d.C.. La coincidenza con la nascita del Cristianesimo primitivo ha fatto sì che molti tra i primi commentatori cristiani paragonassero la sposa del cantico a Maria Maddalena. Ancora oggi, nel messale della chiesa cristiana, un passo del Cantico dei Cantici viene letto durante la messa nel giorno dedicato alla Maddalena (22 Luglio). Nonostante l'origine "profana" del Cantico, sia l'Ebraismo, sia il Cristianesimo, hanno sempre tenuto in gran considerazione il Cantico di Salomone, l'uno proponendolo ai fedeli come allegoria dell'amore di Dio per il popolo ebraico, l'altro come metafora dell'amore di Gesù per la Chiesa, chiamata "Sposa di Cristo".

Il colore nero, in questo contesto, è altamente simbolico. È la Prima Materia, l'ingrediente base che permette all'Alchimista la realizzazione della Grande Opera, la realizzazione della Pietra Filosofale, nella prima e cruciale fase detta, appunto, "nigredo". Non a caso, rivela l'adepto Fulcanelli nel suo "Mistero delle Cattedrali", le parole "materia" e "madre" hanno la stessa radice, "mater", che sancisce il connubio tra la Grande Madre, la Madre di Dio e la Prima Materia dell'Opera. È, altresì, la "morte spirituale" dei filosofi e dei grandi mistici, la "morte in sé" che precede la rinascita, il ritorno alla luce, l'unione spirituale con il principio divino, tutti concetti che in un modo o nell'altro, sotto forma di allegorie o di dottrine segrete, hanno da sempre caratterizzato il sapere dell'uomo.

Ritroviamo queste tematiche, opportunamente celate e velate da immagini simboliche, nelle leggende locali che solitamente accompagnano il culto di una Madonna Nera e che ne tramandano il ritrovamento miracoloso. Protagonisti della scoperta, che avviene sempre in circostanze eccezionali, sono umili personaggi, pastori o contadini. Il ritrovamento è spesso legato ad un elemento di forte valenza tellurica, come una grotta o una sorgente d'acqua. Non a caso, infatti, nelle immediate vicinanze del luogo di ritrovamento si trovano sorgenti dalle proprietà miracolose o "pietre della fertilità".

In varie parti del mondo, spesso assai lontane e di culture molto differenti, si ritrova la medesima tradizione di associare alle grandi pietre, blocchi monolitici infissi nel terreno, la capacità di propiziare la fertilità a quelle donne che si recano a strofinarvisi sopra. Talvolta, le pietre hanno anche proprietà taumaturgiche, come quelle di lenire reumatismi e dolori in genere. Non deve meravigliare: le pietre sono da sempre considerate le "ossa della Madre Terra" (come l'acqua ne è il sangue), e non sono altro che "spinotti" naturali che attingono alle correnti telluriche sotterranee e le accumulano come condensatori, irradiandone all'esterno i loro benefici influssi. Tutto ciò era ben risaputo dagli architetti medievali, che furono tra i più grandi costruttori di cattedrali, templi di pietra destinati alla concentrazione di queste energie ed al loro benefico dispensazione alla comunità dei fedeli raccolti al suo interno.

Queste caratteristiche accomunano la Madonna Nera ad un altro noto simbolo, quello della Triplice Cinta, che ha valenza simile e che spesso, soprattutto nel Medioevo, è stato utilizzato dagli stessi costruttori e posto all'interno di edifici religiosi per contrassegnare luoghi di particolare sacralità tellurica. Non sembra per caso, infatti, che spesso il simbolo compare nelle vicinanze di un luogo ove si veneri, o sia stata venerata, una Madonna Nera.



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mercoledì 24 febbraio 2016

TABU' ITALIANI



La parola “tabù” in uso nel vocabolario italiano viene dal polinesiano “tapu” o “kapu”, ed è entrata nel lessico occidentale dopo l’arrivo del Capitano Cook a Kealakekua Bay nelle isole Hawaii il 17 Gennaio 1779.

Il concetto tradizionale, il ‘tapu’ nelle isole del Pacifico, dalle Tonga alle Fiji, da Samoa alla Nuova Zelanda si riferisce a qualcosa di sacro o santo attorno al quale ci sono restrizioni, proibizioni o divieti, che sono introiettati nei comportamenti sociali.

Così luoghi o cose ‘tapu’ non vanno avvicinate, toccate o consumate. Come il corpo di un capo, di un re o di un principe che non può essere toccato, oppure un certo cibo, che non può essere consumato, oppure certi comportamenti, che sono vietati dalle regole sociali che gestiscono una comunità.

In altri casi ancora il ‘tapu’ è qualcosa di cui non si può nemmeno parlare. Come se la parola violasse una forza particolare di cui è portatore l’argomento tapu.

Nella cultura italiana, “L’Innominato”  manzoniano è un personaggio che trae il suo potere dalla paura stessa che comporta il solo fatto di doverne parlare. E nella società italiana, è il periodo storico relativo al fascismo che sembra essere un ‘tapu’, qualcosa di cui si parla molto difficilmente, di cui è meglio non trattare, come se non fosse mai esistito.

Ma la difficoltà della comunicazione, la reticenza a parlare dei problemi, il silenzio sulle situazioni difficili è un altro tratto ‘tipico’ della cultura italiana. Come se la parola, con la sua luce, mettesse troppo in chiaro situazioni che vanno mantenute nell’ombra e nel silenzio.

Ma il linguaggio, il parlare, portando a galla situazioni e problematiche che traggono la loro forza proprio dal silenzio che le avvolge, libera dalla paura dell’Innominato, dell’ignoto. Nominare consente di circoscrivere, di limitare simbolicamente un fenomeno con un nome, portandolo nella dimensione delle relazioni, del conosciuto. Nominare consente la condivisione,  lo scambio, la costruzione di una visione che può essere anche critica, di ciò che si possiede.

Parlare, come dimostra lo sviluppo della psicologia, è terapeutico. Libera.



L'idea del testamento è un tabù: 8 italiani su 10 non ci hanno mai pensato e il 60% dei connazionali esclude la possibilità di farlo.

Ma anche per pensare al lascito solidale come ad un atto di amore alla portata di tutti, non solo di chi possiede grandi patrimoni, che può cambiare la vita delle persone che hanno più bisogno in Italia e nel mondo.

Stando ai numeri, gli italiani della fine della propria vita non vogliono proprio sentir parlare. L'80% non ha mai preso in considerazione l'idea di mettere nero su bianco le 'ultime volontà', mentre il 21% "non ha mai valutato l'idea, ma potrebbe pensarci", secondo l'indagine realizzata per la campagna Testamento Solidale da Gfk Eurisko e basata su un campione di quasi 1500 persone rappresentativo della popolazione italiana over 55. Soltanto l'8% del campione (circa 1,5 milioni di italiani) ha fatto testamento, mentre il 5% e' intenzionato a farlo e il 6% ci ha pensato ma e' ancora incerto se farlo oppure no.

Lo studio conferma una propensione bassa al testamento da parte degli italiani, vicina a quella già registrata nel 2012 dall'Agenzia delle Entrate (15,78%) e di gran lunga inferiore a quella di altri paesi, ad esempio quelli anglosassoni: in Gran Bretagna la propensione si attesta intorno all'80%, negli Usa al 50%.

Alla base del 'rapporto difficile' col testamento c'è l'ansia legata all'idea della fine della vita ma anche il timore di causare problemi familiari. Per quanto riguarda i lasciti solidali, oltre 7.200.000 persone over 55, il 45% del campione, dichiara di non averne mai sentito parlare, mentre il 55% sa di che si tratta. Il 9% degli intervistati ha una propensione positiva, ma solo il 2% degli italiani ha già fatto il lascito o sicuramente lo farà (circa 400 mila persone).

Lo studio mette in luce che tra gli italiani cresce la voglia di sapere di più sui lasciti solidali, ma evidenzia anche che le informazioni attualmente disponibili sono imprecise e limitate. Ad esempio, tanti pensano al lascito come una 'roba da ricchi', oppure credono che obblighi all' intera donazione del proprio patrimonio.

Una doppia falsa convinzione, dal momento che si può cedere anche solo una minima parte dei propri averi, ad esempio una piccola somma di denaro, un gioiello o addirittura un arredo. Inoltre, solo pochi ricordano che il testamento olografo (scritto di proprio pugno) è valido, revocabile e modificabile in qualsiasi momento. Ma anche, più banalmente, molti non sanno a chi rivolgersi oppure temono che una richiesta di informazioni possa vincolarli ad un impegno.



Nonostante oggi la sessualità venga mercificata parecchio e la società sia piuttosto disinibita, l'argomento tabù per eccellenza rimane proprio il sesso; non solo con parenti, colleghi e conoscenti, ma anche con gli amici e in tutte le situazioni. Si tratta di un aspetto che appartiene alla sfera più intima e privata di ciascuno e la maggior parte prova imbarazzo a confessare i propri desideri, debolezze e abitudini. Nonostante i media ci bombardino di immagini e di situazioni intime, parlare apertamente della sessualità è ancora difficile, soprattutto se si tratta della propria. Bisogna ricordare però che, anche se la maggior parte delle persone non ama parlare di questo, il sesso è una costante di molte conversazioni: le allusioni e i richiami impliciti a questo aspetto sono frequenti quando si parla, soprattutto se si è in gruppo.

Nonostante la crisi e la situazione economica mondiale, si fatica a parlare di soldi con amici e parenti; solo poche persone riescono a dire apertamente quanto guadagnano, quanto spendono, quanto depositano e quanto hanno pagato le varie cose che sono state acquistate. In alcuni casi questa reticenza è giustificata da una sorta di volontà di eleganza, perché c'è chi crede sia poco raffinato discutere di cose materiali. Altri, invece, evitano l'argomento per timore di suscitare invidie, gelosie, o al contrario compassione.

Da argomenti di grandi dibattiti, satira e confronto, la politica è diventata un tema da evitare il più possibile; sembra prevalere un senso di scoraggiamento e impotenza. Le parole appaiono superflue e inutili anche alla luce del fatto che la maggior parte delle persone sembra essere pervasa dalla stessa sensazione di sconforto. Occorre considerare, poi, che in pochi hanno voglia di guastare un momento piacevole di incontro con un tema che può suscitare malumori e tensioni. Anche il timore di un confronto acceso con chi non la pensa come noi sembra contribuire a rendere la politica un argomento tabù.

Sebbene gli italiani siano famosi nel mondo per la loro esuberanza, molti in realtà sono timidi, modesti e poco autoreferenziali. Non ammettono apertamente le proprie qualità perché preferiscono essere umili e rispettare gli altri. Se da un lato c'è chi ama pavoneggiarsi e vantarsi, tante persone in realtà preferiscono non sprecarsi in auto elogi e lasciano che siano gli altri, eventualmente, a esaltarne le capacità.




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lunedì 22 febbraio 2016

SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE.......



Poter sillabare anche solo qualche postilla in merito a questa sesta opera di misericordia spirituale significa, innanzitutto, perlustrare il significato del perdono biblico, premessa ed esito del poter sopportare pazientemente le persone moleste. Balza agli occhi il fatto di quanto questa cosiddetta opera di misericordia spirituale si riveli in tutta la sua sorprendente attualità. E ciò a causa di quel fenomeno per cui nella società della tecnica in cui ci troviamo completamente, per quanto forse inconsapevolmente, inabissati, può succedere che ogni persona appaia a noi «molesta». A sapere che la sua presenza risulti a noi inopportuna, fastidiosa, addirittura insopportabile, sembrando, quasi di starci, appunto, addosso come una mole, «molestandoci». Mai come oggi, avvolti nello scenario tardo moderno, per la precisione iniziato l’11 Settembre 2001, desideriamo, da una parte, ammirare il volto del fratello e della sorella che sono l’altro per me. Ma mai come oggi, d’altro canto, proprio la presenza dell’altro ci inquieta, ci molesta quasi, anche se l’altro non proferisce nulla, anche se, forse, in treno è seduto silenziosamente e garbatamente di fianco o – peggio – di fronte a me, situazione alquanto molesta che raggiunge il suo apice quando ci si dovesse trovare in ascensore non solo con uno sconosciuto, ma anche con una persona con la quale, magari, confliggiamo nell’antifrasi della relazione. Perché, appunto, può succedere che non sia l’altro ad essere un molesto per me, bensì l’ospitate inquietante dentro di me che me lo fa sentire tale.

Non è possibile, né conveniente tentare oggi un’adeguata interpretazione della sesta opera di misericordia spirituale, che ci invita e ci sprona, anzi, a sopportare pazientemente le persone moleste senza essere almeno previamente consapevoli di questo scenario esterno e interno a noi.

I peccatori, specialmente se sono persone moleste, bisogna perdonarli certo, ma anche sopportarli. Una precisazione sembra necessaria parlando di sopportazione dei molesti. Mentre nella lingua parlata il verbo sopportare ha assunto una colorazione negativa e piuttosto passiva (un “restare sotto” un peso che non si può evitare), nella sua etimologia greca porta con sé un significato attivo e positivo: è uno stare eretto di fronte a qualcuno o qualcosa con fermezza, un portare sopra di sé, tenendo fermo, resistendo con il coraggio della pazienza all’urto. E pazienza è la capacità anche di patire. E l’attitudine cioè di un forte di fronte al nemico, alle avversità, al dolore.

Normalmente, il termine "molestia" viene impiegato per indicare un "atto che reca danno o disturbo"; molto spesso però, quando si parla di molestia il pensiero corre subito alle sue manifestazioni più spiacevoli.

Ciò accade perché, in determinate situazioni, la molestia può facilmente scatenare una vera e propria aggressione, inizialmente verbale e quindi psicologica, per arrivare eventualmente a quella fisica; in tutti i casi si tratta di comportamenti che sono in netto contrasto con le comuni norme di convivenza civile e che possono anche avere esiti drammatici.



Solitamente, una situazione di molestia può degenerare in aggressione e in violenza quando raggiunge elevati livelli di ripetitività e di intensità; in simili casi, i principali fattori che favoriscono tale evoluzione sono:
le condizioni di svantaggio, di isolamento e, spesso, di impotenza in cui si trova la persona maltrattata;
la sensazione di potere che la persona malintenzionata ricava imponendo ripetutamente la propria volontà sulla persona che è fisicamente o psicologicamente più debole;
la convinzione della persona malintenzionata di poter agire indisturbata e di rimanere impunita.

Tali fattori sono comuni a situazioni molto diverse tra loro, come ad esempio:
Il mobbing, inteso come "vessazioni sul posto di lavoro", che è una forma di molestia che protraendosi nel tempo e aumentando di intensità può arrivare a costituire violenza psicologica.
Il bersaglio è tipicamente una persona che considera ingiuste le disposizioni o le osservazioni impartite dai superiori e non intende accettarle per questione di principio. Di conseguenza, i superiori formano una coalizione tra di loro e con altri lavoratori per complicare la vita aziendale alla persona "ribelle", magari arrivando anche ai sabotaggi e alle intimidazioni, al fine di portarla all'esasperazione e spingerla a dare le dimissioni.

Secondo il Codice Penale non è specificatamente un reato, ma le azioni che lo costituiscono sono riconducibili ad altri tipi di reato, come ad esempio le lesioni personali (art. 582), connesse al peggioramento delle condizioni di salute della persona maltrattata.

Lo stalking, ovvero "insistere con una persona seguendola o telefonandole continuamente", che è anch'esso una forma di molestia che può facilmente evolvere in violenza psicologica.
Può essere innescata da situazioni molto diverse tra loro, come ad esempio nei casi di forte delusione sentimentale, o di usura, oppure di regolamento di questioni in genere. Lo scopo è quello di portare la persona bersaglio all'esasperazione affinché ceda alla volontà della persona malintenzionata.

Secondo il Codice Penale rientra nel reato di "atti persecutori" (art. 612-bis).

Il bullismo, caratterizzato inizialmente da "intimidazioni e minacce", che è un'ulteriore forma di molestia che può facilmente evolvere in violenza, sia psicologica sia fisica.
In genere, il passaggio alle vie di fatto è favorito specialmente dall'immaturità dei soggetti interessati che, individualmente o in gruppo, mettono in atto comportamenti di una certa gravità senza tener conto delle possibili conseguenze, sia per loro stessi sia per la loro vittima. Per quest'ultima, lo stress a livello psicologico può essere tale da spingerla a compiere atti di estrema gravità, compromettendo irreversibilmente la propria incolumità personale.

Secondo il Codice Penale non è specificatamente un reato, ma le azioni che lo costituiscono sono riconducibili ad altri reati: percosse o lesioni (art. 581 e 582), minacce (art. 612), ingiuria o diffamazione (art. 594 e 595), furto (art. 624), danneggiamento di cose (art. 635), molestia o disturbo (art. 660), stupro (art. 609), interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis).

I maltrattamenti nell'ambiente domestico, che comprendono sia le umiliazioni, le sopraffazioni e gli abusi di vario tipo, sia la trascuratezza nei confronti di coloro che dovrebbero invece ricevere protezione ed affetto. Anche in questo scenario la molestia è inizialmente di tipo verbale per poi evolvere in forme assai più gravi di intimidazione e di sopraffazione.
Una caratteristica particolare di queste situazioni è un certo isolamento sociale dell'intero nucleo familiare: sia per la persona maltrattante, che solitamente non ha competenze sociali adeguate e che invece si adopera per nascondere al mondo esterno i modi con cui sfoga la propria rabbia in famiglia, sia per le persone che subiscono i suoi sfoghi, a causa del forte disagio che provano. Inoltre, la tendenza di queste ultime ad adattarsi ai soprusi pensando, erroneamente, che non vi sia alcun rimedio contribuisce a peggiorare ulteriormente una situazione già estremamente grave.

In quest'ambito possono rientrare numerosi tipi di reato disciplinati dal Codice Penale, tra i quali vi sono: violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570), abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (art. 571), maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli (art. 572), istigazione o aiuto al suicidio (art. 580), percosse (art. 581), lesioni personali (art. 582), pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (art. 583-bis), ingiuria (art. 594), diffamazione (art. 595), sequestro di persona (art. 605), violenza sessuale (art. 609-bis), violenza sessuale di gruppo (art. 609 octies), violenza privata (art. 610), minaccia (art. 612), atti persecutori (art. 612-bis), violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616), cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche (art. 617), molestia o disturbo alle persone (art. 660).

Tutte le situazioni sopra descritte mostrano chiaramente un filo conduttore comune: l'intenzione di nuocere ad altri, che è indicativa di certe caratteristiche personali e che può manifestarsi in differenti modalità e con vari gradi di pericolosità, fino alle forme più estreme di violenza.

Il concetto di violenza è assai ampio e comprende le più svariate forme di abuso psicologico, fisico, sessuale e i relativi comportamenti coercitivi messi in atto per dominare una o più persone; generalmente è definibile come "costringere fisicamente o moralmente una o più persone ad agire contro la propria volontà".

Per chi subisce violenza, essa può comportare gravi conseguenze non solo a livello fisico ma anche a livello psicologico; ad esempio, può causare ansia, depressione, irritabilità, irregolarità del battito cardiaco, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, sintomi somatici, ipervigilanza, sensi di colpa e vergogna, abbassamento del livello di autostima, e in certi casi anche specifici sintomi causati dall'evento traumatico che possono ulteriormente aggravarsi se la situazione violenta si protrae nel tempo.

Per chi mette in atto comportamenti violenti, le conseguenze peseranno principalmente sul piano penale e di conseguenza anche a livello sociale; va precisato che la persona malintenzionata potrebbe anche rimanere impunita, ma solo fino a quando la persona maltrattata deciderà di rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto, ed è caldamente raccomandabile che tale decisione venga presa al più presto possibile, eventualmente anche dopo che certi fatti si sono verificati, per evitare che si ripetano nuovamente.

Generalmente, coloro che adottano comportamenti molesti, aggressivi o violenti sono persone che presentano varie forme e vari livelli di disagio psicologico: scarsa coscienza sociale, forte demoralizzazione, facile irritabilità, eccessiva impulsività, e quindi scarso autocontrollo; inoltre, hanno bassi livelli di autostima, temono di essere rifiutate o abbandonate dagli altri, e mettono in atto i comportamenti molesti, aggressivi o violenti quando si sentono minacciate o svalutate.

Contrariamente a quanto è più facile pensare, questi malintenzionati non sono esclusivamente persone di sesso maschile ma anche di sesso femminile; inoltre, non si tratta solo di persone adulte ma anche di adolescenti o preadolescenti; nei casi più gravi si tratta di persone che presentano anche un Disturbo di Personalità.

Considerando un continuum che va dalla molestia alla violenza, in genere certi illeciti vengono commessi da individui che hanno una personalità tendenzialmente sprezzante delle regole, estroversa, impulsiva e instabile, e che eventualmente fanno uso di sostanze stupefacenti.

Quindi, si tratta di persone che vogliono apparire forti ma che in realtà presentano molti punti di debolezza nel loro carattere, e in certi casi hanno bisogno di cure per evitare che nuociano ulteriormente a se stesse e agli altri.



Al di là delle considerazioni e di eventuali iniziative di carattere giudiziario, va precisato che dal punto di vista psicologico gli interventi appropriati per i profili sopra descritti sono di vari tipi e la loro parziale o totale efficacia dipende dal livello di gravità del caso specifico.

Infatti, mentre le singole forme di disagio possono venire ridimensionate e magari risolte tramite apposito intervento, è difficile poter dire altrettanto per i Disturbi di Personalità e per i Disturbi del Comportamento Sessuale.

La difficoltà è dovuta al fatto che, tra le persone portatrici di tali disturbi, molte considerano questi ultimi in qualche modo accettabili, ovvero desiderano stare meglio ma non desiderano cambiare totalmente il proprio modo di essere; per tale ragione la terapia può risultare lunga, impegnativa e di limitata efficacia.

Altre di queste persone invece desidererebbero essere aiutate a cambiare, ma si astengono dal richiedere l'aiuto necessario per evitare le critiche altrui e, in casi particolari, la comunicazione all'Autorità Giudiziaria; di conseguenza, in questi casi che sono i più difficili e anche i più pericolosi per l'incolumità propria e altrui5, la terapia non può neanche venire iniziata.

Quando si parla di violenza, spesso tendiamo immediatamente a pensare a percosse e ad aggressioni fisiche. La violenza, in realtà, può avere molte altre forme e può essere agita a diversi livelli: possiamo infatti fare riferimento a violenza economica, culturale, psicologica, ecc.
Tutti questi tipi di violenza sono tra loro collegati, ma non necessariamente coesistono.
In particolare, non esiste violenza fisica che non sia stata preceduta da forme di violenza psicologica. Quest’ultima spesso viene sottovalutata, in quanto difficilmente identificabile, talvolta per le vittime stesse, che non la riconoscono come “violenza”. È invece fondamentale riconoscerne la portata, non solo in quanto precursore di altri tipi di violenza tra cui quella fisica, ma anche perché di per sé causa di sofferenza e disagio in chi la subisce.
Con il termine “violenza psicologica” ci riferiamo ad una serie di atteggiamenti e discorsi volti direttamente a denigrare l’altra persona e il suo modo di essere. Rientrano in questa definizione tutte quelle parole e quei gesti che hanno lo scopo di rendere l’altro insicuro, così da poterlo controllare e sottomettere.

La violenza psicologica si articola intorno a particolari comportamenti e/o atteggiamenti che si ripetono e si rafforzano nel tempo; una serie di microviolenze che generalmente seguono il seguente schema: tutto inizia con il controllo sistematico dell’altro, si passa poi alla gelosia e alle molestie assillanti, fino ad arrivare alle umiliazioni ed al disprezzo.

Il controllo può tradursi in un comportamento eccessivamente geloso, quasi patologico, caratterizzato da sospetti continui ed infondati. Il partner diventa un oggetto da possedere in maniera esclusiva, non viene riconosciuto in quanto persona “altra da sé”.
Spesso, nell’ambito della violenza domestica, il controllo sulla donna è mantenuto grazie anche al suo progressivo isolamento: le viene impedito di lavorare (o di accedere alle finanze personali/comuni) e di avere una vita sociale, di vedere gli amici, di mantenere rapporti con quest’ultimi e con la famiglia, allo scopo di renderla completamente dipendente dal compagno, così che non sfugga al suo controllo.
L’isolamento è al contempo causa e conseguenza dei maltrattamenti; in queste situazioni le donne dicono spesso di sentirsi prigioniere.

Una strategia alla base della violenza psicologica è costituita dalle critiche avvilenti volte a minare l’autostima della persona, a mostrarle che è priva di valore; per esempio la persona può essere denigrata per quello che fa, può essere accusata di pazzia, criticata rispetto al suo aspetto fisico o alle sue capacità intellettuali. Umiliare, svilire, ridicolizzare, costituiscono atti peculiari della violenza psicologica. Talvolta, quando le critiche e le umiliazioni sono a contenuto sessuale, queste generano un senso di vergogna che diventa un ulteriore ostacolo al cercare un aiuto esterno.

La violenza psicologica può includere anche minacce o atti intimidatori quali lo sbattere le porte, lanciare o rompere gli oggetti, maltrattare animali domestici, ecc. Queste non vanno considerate forme di violenza repressa, bensì azioni di violenza indiretta. Tali comportamenti vogliono intimorire l’altro, minacciarlo della propria forza e capacità di fare del male (agli altri e a se stessi). La minaccia di suicidio costituisce una violenza di estrema gravità perché porta il partner a sentirsi responsabile delle azioni dell’altro e a dover restare immobile per il timore delle conseguenze di qualsiasi sua scelta.
Se alcuni di questi comportamenti, presi singolarmente, possono rientrare nel quadro di un acceso litigio di coppia, è il carattere ripetitivo e il protrarsi nel tempo di queste situazioni a configurarli come una forma di violenza psicologica. La violenza, inoltre, si differenzia dalla conflittualità per l’asimmetria dello schema relazionale.
La sistematica denigrazione ed i continui insulti alla persona, maschio o femmina che sia, minano la sua autostima, e più in generale al suo senso di identità. Sentendosi continuamente disprezzata, essa stessa comincerà a disprezzarsi ed a sentirsi non degna di essere amata e rispettata. La ripetitività e il carattere umiliante di tali situazioni possono provocare un vero e proprio processo distruttivo, a livello psicologico, per la persona che subisce, che addirittura può condurre al suicidio.
Tuttavia, mentre gli effetti della violenza fisica sono immediatamente visibili e facilmente diagnosticabili, è molto più difficile valutare quelli provocati da una violenza di tipo psicologico.
Esiste inoltre una certa difficoltà ad individuare le violenze psicologiche stesse, dal momento che i loro confini non sono così definiti: una medesima azione può assumere significati diversi a seconda del contesto in cui si inserisce ed a seconda della persona che la valuta.
La violenza psicologica spesso viene negata sia dall’aggressore che dai testimoni; non ci sono dati oggettivi che provano la realtà di ciò che la vittima subisce e questo fa sì che essa stessa dubiti di ciò che prova.
Tutto questo rende necessario iniziative di sensibilizzazione e formazione rispetto a questo tema così importante e sottovalutato, sia in un’ottica di intervento, che preventiva, allo scopo di ridurre il rischio di diventare vittime (o carnefici) all’interno di questi pericolosi meccanismi psicologici.
Infine è importante sottolineare che la problematica della violenza, in tutte le sue forme, non può essere confinata ad una dimensione individuale o di coppia, ma necessita di essere rinviata ad un sistema più ampio, quello delle relazioni sociali; l’obiettivo deve essere quello di un cambiamento a livello sociale e culturale, che favorisca un’evoluzione delle relazioni di genere, fondate sul riconoscimento della persona e sul rispetto dell’alterità.



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