venerdì 19 febbraio 2016

ATEISMO



Nell'antichità il termine "ateo" era spesso usato con accezione negativa dai credenti in una religione per indicare persone di un credo diverso; a titolo d'esempio, il padre della Chiesa Clemente Alessandrino (II-III secolo) riferisce nei suoi Stromateis che i greci dell'epoca consideravano «atei» i primi cristiani.

Nel corso della storia la posizione atea è stata spesso denigrata e fatta oggetto di ostilità persecutoria da parte di istituzioni e culture teocratiche e non: per fare un esempio, lo stesso Voltaire, pur critico del cristianesimo, dell'islam e di altre religioni organizzate, combatteva l'ateismo in quanto a suo giudizio «amorale» e «socialmente pericoloso».

Le diverse aree del mondo condizionate dalla religione considerano gli atei come persone immorali o pericolose dunque temono l'ateismo potenzialmente eversivo. Nell'antica Grecia filosofi come Diagora di Milo, detto l'Ateo, e Protagora furono osteggiati, ma con essi l'ateismo non è espresso in modo compiuto. Nel dialogo Le Leggi, Platone propose di introdurre pene molto severe per gli atei: l'ateo «pratico» (cioè quello che vive come se non esistesse alcuna divinità) è passibile di condanna al carcere, mentre l'ateo «teorico» (che nega l'esistenza degli dèi sulla base di motivazioni teoriche) dev'essere, nel peggiore dei casi, condannato a morte. L'editto di Tessalonica del 380 impose il Cristianesimo come religione di Stato.

Non necessariamente «ateismo» è sinonimo di «irreligiosità», che può riferirsi – oltre che all'ateismo – all'agnosticismo, all'ignosticismo, al libero pensiero, all'antiteismo, all'umanesimo secolare e così via, tutti compresi nella categoria di Noncredenza quale espressione generica dell'irreligiosità.

Inoltre, può darsi il caso di atei dichiarati che credono in concetti come «forza vitale» o simili, i quali, pur non avendo caratteri teistici, conservano comunque elementi «spiritualistici» — posizione avvertita ma fortemente contestata da Michel Onfray, che la esclude dalla propria ateologia, e dagli atei «naturalisti», che rifiutano ogni approccio mistico o soprannaturale, relegandolo nell'ambito della superstizione o della religiosità popolare.

«Ateismo» non è necessariamente sinonimo di anticlericalismo, il quale si caratterizza piuttosto come movimento di opposizione all'ingerenza temporale del clero nella vita civile, e quindi può essere appannaggio anche di credenti. Esiste, inoltre, la posizione opposta a quella dei credenti anticlericali, la quale, pur essendo molto particolare, è invece da includere nell'ateismo: è quella dei cosiddetti «atei devoti», che sostengono i valori cristiani pur non credendo nell'esistenza di Dio.

Sebbene molti tra coloro che si dichiarano atei condividano un diffuso scetticismo di fondo verso il soprannaturale e lo spirituale, le convinzioni degli atei provengono da molteplici fonti culturali, filosofiche, sociali e storiche, sicché non esiste un «pensiero unico», né una linea comune di comportamento e di azione tra gli atei. Posto ciò, per una categorizzazione indicativa e orientativa dei tipi di ateismo è opportuno distinguere almeno tra «debole» e «forte», «pratico» e «teorico».
La distinzione tra «debole» e «forte» ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si ha del termine «ateo» in Occidente, dove si tende a identificare il teismo col solo Cristianesimo. In questo contesto, risulta forte l'affermazione «non esiste alcun dio», mentre è debole «non esiste il dio biblico»: questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, dei Neoplatonici o di Giordano Bruno, in quello del deismo dei secoli XVII e XVIII, in Shiva, in Vishnu o altri.
Per quanto riguarda la distinzione tra «pratico» e «teorico», va ricordato che la prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nelle Leggi, avendo preso in considerazione l'empietà nei confronti degli dèi olimpici, aveva indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, e uno con motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con le dovute cautele, dunque, è la distinzione «pratico – teorico» ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella «debole – forte» possa essere di qualche utilità discorsiva in senso generico.

Dal 1987 si è costituita in Italia l'UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), un'organizzazione filosofica non confessionale e apartitica che dichiara di lavorare per la tutela dei diritti civili degli atei e degli agnostici, a livello nazionale e locale. L'UAAR è impegnata in battaglie civili tra cui quella sulla possibilità di sbattezzarsi e la protesta contro la devoluzione alle confessioni religiose degli oneri di urbanizzazione concernenti gli edifici di culto. Inoltre, ha inoltrato all'Unione Europea la richiesta che in Italia si rimuovano i crocifissi dai luoghi pubblici.

Nella rivista ufficiale dell'UAAR, L'Ateo, sono stati variamente esposti i principî regolatori dell'ateismo moderno in campo sia teorico sia etico.



I primi pensatori a negare l'esistenza degli dei (ateismo forte) furono alcuni sofisti greci, come Diagora di Milo, Crizia, Teodoro, mentre si può parlare di ateismo teorico per gli atomisti Leucippo e Democrito, perché il teorizzare l'esistenza di atomi, che muovendo nel vuoto "creano" la realtà fisica, esclude non solo ogni "creazione" (questa la teologia greca non l'ha mai prevista), ma anche una formazione del cosmo a partire dal caos primitivo ad opera di una qualsiasi causa divina. Il cosmo è infatti creato e ordinato dal movimento intrinseco agli atomi stessi in quanto mobili, quali particelle elementari e cause di tutta la realtà cosmica.

Per quanto Epicuro non negasse esplicitamente l'esistenza degli dèi, li relegava negli intermondi, come simboli della beatitudine e dell'indifferenza e non come realtà ontologiche. Dal punto di vista teorico è fondamentale l'introduzione della parenklisis, la casuale deviazione del percorso in caduta degli atomi nel loro precipitare nel vuoto in base al loro peso.

Lucrezio, che a lui fa riferimento (e traduce parenklisis con clinamen), però va oltre, perché stigmatizza la credenza negli dèi come il peggiore dei mali.

Ma ancora prima di Epicuro, i Cirenaici, senza neanche prendere in considerazione l'esistenza degli dèi (e quindi non negandola ma considerandola priva di senso), avevano indicato nella ricerca del piacere l'unica forma di vita saggia, in netto contrasto con la teologia della virtù che il loro contemporaneo Platone sosteneva.

Un ruolo storico rilevante nella negazione dell'esistenza del divino ce l'ha Evemero, uno scrittore d'incerta nascita (Messina, Messene o Messana), che tra la fine del IV secolo a.C. e l'inizio del III, in un suo Scritto sacro (Cicerone, De natura deorum, I, 119) tradotto in latino da Ennio, avanzava la tesi che gli dèi non fossero altro che eroi o uomini illustri del lontano passato, che il mito e la devozione popolare avevano finito per far considerare dèi. La tesi per un verso è il primo esempio di dissacrazione del concetto di dio, ma nello stesso tempo è stato sfruttato dai teologi cristiani quale dimostrazione che gli dèi pagani erano falsi, contrapponendovi il vero dio della Bibbia.

Durante il Medioevo, nell'Europa cristiana, sono rare le professioni di ateismo; si trovano invece alcune posizioni chiaramente atee nel mondo islamico.

Benché non siano documentati casi significativi di ateismo in età medievale (anche se Dante e Boccaccio affermano che il poeta Guido Cavalcanti fosse ateo), questa visione del mondo sembra ricomparire in sottofondo, sebbene in forma molto attenuata ed ambigua, più naturalistica che atea, in alcuni filosofi rinascimentali come Pietro Pomponazzi (1462-1525) e Giulio Cesare Vanini, spesso ostracizzati e perseguitati e in alcuni casi (come Vanini) condannati a morte. Tuttavia, se si guarda bene a fondo, in nessuno di questi personaggi si scorge un vero ateismo, ma semmai un preludio del panteismo di Spinoza e del deismo di Toland.

Giulio Cesare Vanini (1585-1619) è colui che in maniera più esplicita enuncia una teoria panteistica basata sulla divinità intrinseca della natura e sull'appartenenza dell'uomo ad essa come sua parte. Egli riprende il pensiero di Pomponazzi e Cardano per formulare una concezione aristotelica dell'universo in cui la natura è in sé autosufficiente, senza che ci sia perciò bisogno di rivelazioni o sacre scritture ad avvalorarla. Secondo Vanini le religioni vanno viste come strumenti creati dalle classi dominanti volti a perseguire fini politici. Tali posizioni sono intollerabili per la Chiesa cattolica e nel 1619 Vanini viene accusato di blasfemia e ateismo dalle autorità di Tolosa e condannato alla morte sul rogo dopo aver subito il taglio della lingua, come avveniva usualmente per questo tipo di accuse.

Anche la letteratura libertina, che percorre tutto il Seicento, per quanto devastante per la religione costituita, mostra segni di ateismo estremamente deboli, perché prevalgono nettamente gli aspetti panteistici e deistici che la caratterizzano. Il celebre trattato De tribus impostoribus, scritto verso la metà del secolo, tanto esecrato dalle autorità ecclesiastiche, non è altro che la versione dotta di uno sbocco panteistico alla incredulità nella rivelazione, presente a livello popolare sin dal Cinquecento. I tre impostori (Mosè, Gesù Cristo e Maometto) hanno sfruttato l'ignoranza del popolo per poterlo manipolare a piacere e l'ignoto autore scrive: «Quelli a cui premeva che il popolo venisse represso e controllato attraverso simili fantasticherie, hanno coltivato tale seme religioso, facendone poi una legge e costringendo il popolo, con il terrore del futuro e della punizione divina, ad obbedire ciecamente.»

Di genere differente è il Cymbalum mundi (probabilmente risalente a fine Cinquecento), che è invece una sprezzante e blasfema ridicolizzazione della religione cristiana, ma senza alcuna proposta alternativa. Nel Cymbalum vi sono espressioni enfatiche di irreligiosità come "rinnego Dio" e bestemmie come "corpo d'un Dio", ma nell'insieme si tratta dello sfogo di una persona arrabbiata e aggressiva, ma incapace di colpire a fondo le basi del cristianesimo né di delineare un ateismo motivato. Altre numerose opere libertine percorrono tutto il Seicento minando la fede religiosa ma con scarso peso, limitandosi a proporre od auspicare un ateismo pratico povero di idee, ma specialmente fatto di rancore contro l'arroganza e il parassitismo dei preti.



L'ateismo in forme filosofiche definite ha una rilevante ripresa nell'Illuminismo, l'epoca nella quale esso trova una vera e propria rinascita dopo almeno milleseicento anni. Ciò avviene con Jean Meslier (1664-1729), con Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), con Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), con Denis Diderot (1713-1784) e infine con il barone Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789), il più importante teorico dell'ateismo materialistico.

Determinante è la figura di Jean Meslier come precursore di un ateismo illuministico che avrà il suo periodo più florido tra il 1740 e il 1780. Curato alla guida della parrocchia di Etrèpigny, vicino a Mézières nelle Ardenne per circa 40 anni, dopo avere svolto con diligenza e insospettabile apparenza di fede il suo compito per tutto questo tempo, questo prete, alla sua morte avvenuta nel 1729, lascia due sorprendenti lettere e una grande opera di circa 3500 pagine a stampa, Il Testamento; in esso evidenzia delle contraddizioni interne fra passi dei Vangeli nelle traduzioni utilizzate dalle Chiese cristiane. Meslier, animato da un profondo senso etico, enuncia anche un progetto di comunismo, che egli traeva probabilmente dall'esperienza delle prime comunità cristiane, con un implicito invito alla rivolta contro il potere costituito.

Per lui lo stato sociale che si è determinato deriva dalla debolezza e dell'acquiescenza del popolo lavoratore, che produce e ha le briciole del suo lavoro. Le classi parassitarie nobiliari ed ecclesiastiche sono delle sanguisughe che vanno abbattute. Le ricchezze della terra vanno divise tra chi ne ha diritto e in parti uguali. Il diritto di proprietà va invece abolito e ci si deve ribellare agli abusi dei nobili e dei preti, mutando radicalmente i rapporti sociali delle società esistenti. Dice nel Testamento: "Unitevi per scuotere il giogo tirannico ... I più saggi di voi guidino e governino gli altri”

Anche il suo materialismo è una grande novità filosofica. Scrive ad esempio: "L'origine della credenza negli dèi sta nel fatto che alcuni uomini più acuti e sottili, e anche più scaltri e malvagi, si sono innalzati per ambizione al di sopra degli altri uomini, giocando con facilità sulla loro ignoranza e sulla loro ingenuità." Dio non c'è e la materia è l'unica realtà; essa è eterna e in perpetuo movimento e soltanto ciò che corporeo è reale. Per lui non ci possono esser dubbi, bisogna ammettere la sola esistenza della materia e la sua eternità e dinamicità perpetua. Dice riguardo all'"essere" della materia: "Non avrebbe mai potuto incominciare ad essere, perché ciò che non è non può darsi od avere l'essere."

Dopo Meslier la figura più importante di ateo è Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) che con L'uomo macchina (1748) scandalizza il mondo settecentesco con un ateismo su base biologica. Già in precedenza egli aveva sostenuto la materialità dell'anima in ‘'Storia dell'anima‘', ma in maniera ancora incerta. Egli trae da Locke i suoi fondamenti gnoseologici e partendo dal dualismo cartesiano ne fa un monismo della sola res extensa abolendo la res cogintans. Se Cartesio considerava "macchine" solo le bestie, La Mettrie fa dell'uomo una macchina e l'assimila ad esse scandalizzando molti.

La Mettrie sostiene che se l'ateismo fosse universalmente diffuso le religioni verrebbero distrutte, e aggiunge: "Non ci sarebbero più guerre teologiche né soldati di religione, che sono terribili! La natura, ora infettata da questo sacro veleno riprenderebbe i suoi diritti e la sua purezza". La Mettrie è anche sostenitore dell'edonismo, perché è attraverso il corpo che si conseguono la maggior parte dei piaceri. Contrariamente a Helvétius e d'Holbach, che sono atei deterministi, egli è indeterminista: "Il caso ha gettato noi nella natura, mentre tanti altri, per mille cause, non sono nati e sono rimasti nel nulla".

Ne "L'anti-Seneca" La Mettrie ribadisce il suo edonismo, che trae dai Cirenaici, da Epicuro e da Lucrezio. Attacca l'etica dell'austerità e del sacrificio degli Stoici asserendo: "Questi filosofi sono severi e tristi, noi invece saremo dolci e allegri. Essi dimenticano il corpo per essere tutt'anima, noi invece saremo tutto-corpo”. Il fine dell'uomo è conseguire la felicità e siccome il corpo è fondamentale per ottenerla non è necessario essere istruiti. Per quanto gli intellettuali abbiano i piaceri dello spirito che ne danno parecchia, attraverso lo studio, la lettura, la musica e le arti, anche le persone rozze possono averne la loro parte perché "Dormono, mangiano, bevono e vegetano trovando il piacere”.

Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) introduce un ateismo sensistico e materialistico che è implicito nelle sue tesi ma di cui ha fornito pochi elementi di tipo teorico, e comunque di seconda mano, presi da Condillac e da Locke. Egli può venire considerato un moralista sociologo per il quale la soggettività va sempre sacrificata a favore della collettività; in quanto solo la dimensione della socialità è "virtuosa". Di conseguenza egli vede l'educazione dei cittadini come il compito primo di uno stato virtuoso che abbia a cuore la loro felicità. Egli riduce comunque la nostra conoscenza del mondo ad una pura fissazione mentale delle esperienze dei sensi.

Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789) può venire considerato non solo il più importante filosofo ateo materialista del Settecento, ma anche colui che ha fornito il primo vero sistema ateistico di interpretazione della realtà. Per questo suo intento sistemico gli è stato rimproverato un dogmatismo che lo avrebbe portato a fare della metafisica atea. D'Holbach costruisce infatti la sua ontologia sul presupposto monistico e su quello necessitaristico dell'essere, com'era già stato, ad esempio, per gli Stoici. Per lui tutta la realtà in ogni minimo dettaglio è necessitata, ed anche ogni uomo nasce perché è necessario che ciò avvenga, così come necessitati sono i suoi comportamenti.

Con Il cristianesimo svelato pubblicato nel 1761 D'Holbach accusa di falsificazioni le sacre scritture e la teologia cristiana. Nel 1770 pubblica Il saggio sui pregiudizi dove colpisce a fondo l'ignoranza, le superstizioni della religione e i pregiudizi di ordine morale. La visione del mondo atea e materialistica è però espressa chiaramente solo in Il sistema della natura, anche del 1770, dove il suo sistema filosofico viene esposto con completezza. Segue nel 1776 La morale universale o Catechismo della natura, dove D'Holbah dà indirizzi di morale atea molto precisi.

Secondo D'Holbach l'universo è costituito unicamente di materia. essa esiste da sempre e nessuno può averla creata. La materia è "Una catena eterna di cause e di effetti ... In natura si verificano azioni e reazioni di tutti gli esseri che essa contiene gli uni sugli altri, risultandone una serie continua di cause, di effetti e di movimenti ... I movimenti degli enti sono sempre necessitati dal loro essere, dalle loro caratteristiche e delle cause che su essi agiscono". Il movimento è un meccanismo di azioni e reazioni che egli trae in parte dal meccanicismo di Cartesio, ma facendo del dualismo di questi un monismo assoluto dove solo la "res extensa" esiste.

La figura di Denis Diderot (1713-1784) è forse la più significativa di tutto l'illuminismo, sia per essere stato il principale progettista e fautore della grande Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri, e sia perché ha rappresentato l'aspetto più profondo e complesso della cultura illuministica. Una profondità e una complessità che però male si conciliano con la chiarezza. Se lo si confronta col suo grande amico e collaboratore D'Holbach, si vede come l'ateismo sia stato espresso in maniera quasi antitetica, tanto sicuro, dogmatico e pesante il barone franco-tedesco quanto incerto, complicato ed elegante il plebeo Diderot. Questo giustifica il giudizio degli storici che vedono solo nel primo - e non nel secondo - un vero teorico dell'ateismo.

Se però si prende in considerazione l'opera dei due nel suo insieme, ci si accorgerà che per quanto D'Holbach sia più chiaro, sistemico ed incisivo, Diderot è più proteiforme e incerto, ma anche più profondo. Nell'Interpretazione della natura però egli è chiaro nel dire: "Il fisico, la cui professione è di istruire e non di edificare, abbandonerà dunque il perché e si occuperà solo del come. ... Quante idee assurde, supposizioni false, nozioni chimeriche in quegli inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore! ... Anziché adorare l'Onnipotente negli esseri stessi della natura, si sono prosternati davanti ai fantasmi della loro immaginazione."

La stagione dell'ateismo settecentesco si può dire che si chiuda con la Rivoluzione, ispirata, nella sua componente democratica, dalle idee di Rousseau, deista e anti-ateo. Anche la ventata razionalistica che aveva alimentato la cultura tra il 1730 e il 1790 sembra diluirsi e l'opportunismo politico di blandire il cattolicesimo risorgente in Francia fa di Napoleone lo sponsor di Chateaubriand, che con Il genio del cristianesimo, uscito nel 1802, segna la fine di un'intera stagione culturale.

L'ottocento si apre con l'apparente sconfitta delle idee illuministiche, il messaggio laico e razionalista dell'illuminismo ha prodotto i suoi frutti, dando all'Europa e all'Occidente un primato culturale che dura ancora oggi. L'uomo dell'Ottocento, anche se lo sfondo socio-politico non sembra molto cambiato, è come fosse antropologicamente un essere diverso, perché si è veramente entrati nella "modernità”. Questo anche grazie ai filosofi atei, che hanno dato un forte contributo, rompendo il fronte di una religiosità che sulle due sponde del cristianesimo e del deismo sembrava dominare.

L'Ottocento non ha più veri teorici dell'ateismo; Marx ne è un deciso assertore, ma non un suo teorico, mentre è Feuerbach a caratterizzarsi come un teorico dell'ateismo attraverso la sua ricerca antropologica sull'origine dell'idea di Dio. Nell'opposizione tra romanticismo filo-religioso e positivismo anti-religioso a questo va il merito di aver raccolto l'eredità dell'ateismo del secolo precedente e di avergli dato una dimensione scientifica più profonda. L'anticlericalismo alimenta come un fiume sotterraneo la cultura dell'Ottocento e i semi proto-comunisti di Meslier (anche se ignorato da Marx) e quelli libertari di La Mettrie e Diderot incominciano a dare i loro migliori frutti.



L'eredità di Meslier tra gli stessi religiosi già a fine Settecento è straordinaria. Sono migliaia i preti che non si riconoscono più nella fede cristiana. E se, come dice Michel Vovelle, in Francia dopo il 1793 avevano rinunciato al sacerdozio 20.000 preti (il 66% del totale), ma per viltà o convenienza, quelli che lo fanno nell'Ottocento sono pochi, ma lo fanno per convinzione, e il peso della loro testimonianza è enorme. Così l'incredulità religiosa si diffonde e si avvia a toccare la sua punta massima dal 1820 in poi con vistose aree culturali atee soprattutto tra gli uomini di scienza.

Numerose e notevoli sono le preoccupazioni della chiesa per l'allontanamento dalla fede. Il vescovo di Orleans nel 1860 rileva che nella sua diocesi di 360.000 abitanti non più di 25.000 hanno osservato il precetto pasquale. Nella classe intellettuale l'abbandono del Cristianesimo porta nella maggior parte dei casi ad abbracciare il deismo o ad assumere un atteggiamento agnostico, ma dopo la metà del secolo molti deisti passano decisamente all'ateismo. È abbastanza plausibile l'opinione secondo la quale l'Ottocento sarebbe stato il secolo che ha visto la massima diffusione dell'ateismo. Mentre il Novecento, specialmente nella seconda metà, avrebbe rivelato un ritorno alle religioni, per quanto, abbastanza spesso, in direzioni non-cristiane o in religioni new age, oppure verso religioni sincretiche o "fai-da-te".

Gli sviluppi della fisica e della matematica conducono anche ad aprire un dibattito su indeterminismo e determinismo. Un ferreo assertore di questo secondo è Laplace, colui che ne fissa i termini nel celebre passo del Saggio sulle probabilità. Si tratta del canone di un "determinismo assoluto", espresso con le seguenti parole: "Lo stato attuale dell'universo è l'effetto di quello anteriore e la causa di quello futuro. Un'Intelligenza che conoscesse tutte le forze della natura e la situazione degli esseri che la compongono, ed analizzasse profondamente tali dati, potrebbe esprimere in un'unica formula i movimenti dei grandi astri come quelli dei più piccoli atomi. Tutto gli sarebbe chiaro e il passato come il futuro presenti ai suoi occhi". Vi sono tuttavia atei radicali che criticano Laplace per aver introdotto tale forma di intelligenza senza una ragione plausibile, perché essa, essendo ovviamente una figura ideale e non reale, ricorderebbe troppo da vicino l'onniscienza divina, rischiando di far rientrare dalla finestra una divinità buttata fuori dalla porta, o quantomeno evocandone un attributo.

Nell'Ottocento la popolarità dell'ateismo aumentò moltissimo, in conseguenza anche alle scoperte scientifiche della biologia (la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin), dell'antropologia e dell'idea della possibilità di dominare la natura derivante dalla rivoluzione industriale. L'ateismo fu portato avanti dai filosofi della sinistra hegeliana come Ludwig Feuerbach e divenne un aspetto fondante del materialismo dialettico di Karl Marx e Friedrich Engels, così come del positivismo (Auguste Comte, Félix Le Dantec).
In particolare Marx indagò il fenomeno religioso all'interno della società contemporanea, in cui predomina il modo di produzione capitalistico, individuandone una delle ragioni nei rapporti di produzione generanti alienazione e feticismo (inteso quest'ultimo come inversione tra soggetto e oggetto che fa apparire i rapporti sociali come rapporti tra cose e viceversa). Tale alienazione impedirebbe ai soggetti di essere consapevoli della realtà ontologica nascosta dietro i fenomeni economici e sociali, nello stesso modo in cui l'ignoranza delle leggi della natura impediva in passato di dare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali. Da ciò la fuga nella religione e nella superstizione, superabile solo con l'organizzazione della società sulla base delle decisioni consapevoli e scientificamente fondate degli uomini associati, e non dei meccanismi impersonali e spontanei del mercato.

Ludwig Feuerbach con le sue analisi del fenomeno religioso non ha solo chiarito molti aspetti oscuri del sentimento del sacro, ma ha contribuito a formare la coscienza della sua ambiguità e falsità, portando all'ateismo ulteriori ragioni di plausibilità e fondatezza. Nella proposizione 2 di L'essenza della religione viene detto chiaramente che la fantasticata dipendenza dell'uomo da Dio (teorizzata da Friedrich Schleiermacher) è come il falso lato di una medaglia, mentre dalla parte vera c'è la reale dipendenza di esso dalla natura, cioè dalla materia. Dio è perciò un ambiguo essere para-natura che nasce attraverso il processo psichico spiegato nella proposizione 9: «La credenza che nella natura si esprima un ente diverso dalla natura stessa, che la natura sia penetrata e dominata da un ente diverso da lei, questa credenza è fondamentalmente identica con quella per cui spiriti, demoni, diavoli, si manifestano, almeno in certe situazioni, per mezzo dell'uomo, e lo possiedono, è di fatto la credenza che la natura sia posseduta da un ente estraneo, da una sorta di spirito. E si può ben dire che, in questa prospettiva, la natura sia davvero posseduta da uno spirito, ma questo spirito è lo spirito dell'uomo, la sua fantasia, il suo animo, che si introduce involontariamente nella natura, e fa di essa un simbolo e uno specchio della sua essenza.».

Ma per Feuerbach Dio è anche il frutto di un'astrazione che crea Dio nullificando la natura per mezzo di giochi logici. Occorre allora opporvi un'astrazione razionale e realistica per poter accedere al vero. Alla fine della proposizione 25 si legge: «Ma se nella prospettiva del pensare astratto la natura dilegua in nulla, nella prospettiva di una concezione realistica del mondo a dileguarsi in nulla è invece questo spirito creatore. In questa prospettiva tutte le deduzioni del mondo da Dio, della natura dallo spirito, della fisica dalla metafisica, del reale dall'astratto, si mostrano per quello che sono: giochi logici.».

Max Stirner, pseudonimo di Johann Kaspar Schmidt, contemporaneo di Marx, nel 1845 pubblica L'unico e la sua proprietà, opera che verrà idolatrata e odiata, in cui con un ateismo senza mezzi termini critica Feuerbach, Bauer e i comunisti, fa tabula rasa di tutta la filosofia precedente e dei fantasmi dell'irrazionale, propugnando un estremo individualismo e adottando, anzi, proprio il termine egoismo. Stirner fu, di volta in volta, definito profeta dagli anarchici, dai fascisti, dai libertari. Lo stesso Friedrich Nietzsche fu folgorato da Stirner, tanto che temette di essere accusato di plagio. Va ricordato anche l'ateismo di Arthur Schopenhauer, da alcuni definito l'ateismo della disperazione'. Su una posizione simile si trova Giacomo Leopardi.

Un importante contributo all'ateismo del Novecento viene dal biologo francese Felix Le Dantec, che riprende l'ateismo deterministico di D'Holbach in chiave biologistica ed evoluzionistica (lamarckiana) pubblicando nel 1907 il saggio L'Athéisme nel quale espone le tesi del suo ateismo scientifico monistico e deterministico. Il materialismo di Le Dantec affonda le sue radici nello iatro-meccanicismo del '700. Tutta la parte prima de L'atheisme è dedicata alla confutazione della credenza in Dio, considerata mera superstizione. La negazione del libero arbitrio e il necessitarismo assoluto su base biologica è accompagnata da considerazioni avanzate per il XIX secolo, ma oggi del tutto superate.

Ancora nell'Ottocento la maggior parte delle nazioni occidentali aveva il Cristianesimo come religione di Stato e gli atei potevano essere accusati di blasfemia. In Gran Bretagna il libero pensatore Charles Bradlaugh fu ripetutamente eletto in Parlamento, ma fino alla sua quarta elezione non poté prendere posto in aula perché rifiutava di prestare giuramento sulla Bibbia. Nel Novecento in Occidente queste leggi sono state cancellate o abbandonate di fatto.

Tuttavia, ancora oggi, negli Stati Uniti d'America le Costituzioni di alcuni stati, in contrasto con quella federale che all'articolo 6 comma 3 proibisce espressamente l'adozione di parametri religiosi come titolo a servire nei pubblici uffici, tuttora prevedono condizioni discriminatorie per chi si dichiara non credente. Anche in Irlanda esistono limitazioni per i non religiosi. Durante il periodo della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica e la maggior parte dei regimi che si definivano comunisti portarono avanti l'ateismo di stato e l'opposizione alle religioni organizzate. La stessa pratica privata, in alcuni paesi e periodi, incontrò opposizioni e ostracismi severi, malgrado la libertà di culto privato fosse ufficialmente consentita.

In età contemporanea l'ateismo si è diffuso enormemente ed è spesso associato al razionalismo, all'empirismo, al sensismo e al riduzionismo. L'incrocio e la sovrapposizione di questi termini ha creato non poche ambiguità e una corretta analisi filosofica deve sempre tenerli ben distinti.

Il XX secolo non vede importanti teorizzazioni dell'ateismo, ma piuttosto prese di posizione atee da parte di uomini di cultura, basate soprattutto su presupposti di carattere etico. Fanno eccezione due intellettuali francesi che fanno dell'ateismo il sottofondo del loro pensiero filosofico e letterario: Albert Camus e Jean Paul Sartre. Essi sono i più noti esponenti di una corrente di pensiero nota come esistenzialismo ateo. Del primo qualche esegeta, come Jacqueline Lévi-Valensi, vorrebbe mettere in dubbio l'appartenenza all'esistenzialismo sulla base dei suoi contrasti con Sartre e per il fatto che la sua è più un problematica dello "stare nel mondo" che dell'"essere uomo" in rapporto al mondo. Questa lettura del pensiero di Camus non è corretta.

In primo luogo va tenuto conto che i contrasti di Camus con Sartre sono stati tutti di natura politico-sociologica e non filosofica, e in secondo che l'atteggiamento esistenzialistico consiste sempre in una problematica dell'esistere che riguarda il proprio stare nel mondo non meno che il proprio essere. Il tema dell'assurdo è il fondamento dell'esistenzialismo camusiano: «Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo famigliare, ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l'uomo e la sua vita, fra l'attore e la scena, è propriamente il senso dell'assurdo.».

Se il senso dell'assurdo fonda l'esistenzialismo di Camus, per Sartre l'uomo è condannato ad essere libero e nello stesso a fallire la sua istanza di libertà. In quanto libero in un mondo di cose dominate dalla necessità egli è un Dio, ma si fallisce in quanto tale poiché resta sempre un Dio fallito. Scrive Sartre: «La libertà umana precede l'essenza dell'uomo e la rende possibile, l'essenza dell'essere umano è in sospeso nella sua libertà. È dunque impossibile distinguere ciò che chiamiamo libertà dall'essere della "realtà umana"».(L'essere e il nulla, introduzione, 5, Il Saggiatore, 2002, p. 60)

Sartre parte dalla libertà dell'uomo e arriva al suo sentirsi Dio: «Ogni realtà umana è contemporaneamente progetto diretto di compiere una metamorfosi del suo per-sé in in-sé-per-sé e progetto di appropriarsi il mondo come totalità di essere-in-sé, sotto la specie di una qualità fondamentale. Ogni realtà umana è una passione, in quanto progetta di perdersi per fondere l'essere e per costituire contemporaneamente l'in-sé che sfugge alla contingenza essendo il proprio fondamento, l'"Ens causa sui", che le religioni chiamano Dio.»(cit., p. 682).

Postosi come un autosufficiente Dio, come un per-sé assoluto, libero dalla necessità cui soggiace quel in-sé che è la natura, la materia. L'esito è il fallimento e del mondo e dell'uomo in esso: «È come se il mondo, l'uomo e l'uomo-nel-mondo non giungessero che a realizzare un Dio mancato. È dunque come se l'in-sé ed il per-sé si presentassero in stato di "disintegrazione" in rapporto ad una sintesi ideale. Non che l'integrazione abbia mai avuto luogo, ma invece precisamente perché essa è sempre indicata e sempre impossibile.» (cit., p. 691)

Il secolo XXI nasce sotto l'insegna di un riflusso religioso e spiritualistico forse più apparente che reale. È però evidente l'accentuazione dei fondamentalismi religiosi che si confrontano nel mondo contemporaneo, rivendicando un protagonismo sociale che intende opporsi a quella che viene ritenuta una generale deriva materialistica ed atea nel mondo occidentale.

Ciò a cui si assiste è però anche una certa fioritura di saggi storici critici rispetto alla dottrina cristiana nelle sue pretese di veridicità. Tra questi basti citare il Gesù ebreo di Riccardo Calimani (Mondadori 1998), la Storia criminale del Cristianesimo di Karlheinz Deschner (Ariele, 2000-2004) e la Invenzione del Cristianesimo di Leo Zen (Clinamen 2003), che emergono per completezza e profondità. Dalle analisi e dalla documentazione prodotta si evince una forte presenza di elementi mistificanti che hanno modellato nei secoli i testi sacri e i documenti della dottrina. Perciò un atteggiamento abbastanza generale di incredulità e agnosticismo, che però rivela anche la presenza, sia pure in sottotono, di istanze atee sempre più motivate.

Nel 2005 il filosofo francese Michel Onfray ha pubblicato un Trattato di ateologia che reca significativamente il sottotitolo "Fisica della metafisica". Onfray infatti precisa le fondamenta della scienza definita ateologia da Georges Bataille, basandole su una critica scientifica delle religioni, a partire dall'esame dei testi sacri delle tre grandi religioni monoteistiche. Inoltre egli mutua da Friedrich Nietzsche la convinzione che l'invenzione di Dio è in opposizione alla vita, che l'invenzione dell'aldilà serve a svalutare l'unico mondo reale, che l'invenzione dell'anima immortale ha lo scopo di spregiare il corpo, la sua cura e i suoi piaceri. Pertanto "il vero peccato mortale" sarebbe "l'offerta di un oltremondo" per farci perdere "l'uso e il beneficio del solo mondo esistente".

L'opera di Onfray ha contribuito notevolmente a smuovere le acque di una letteratura atea abbastanza stagnante. A parte L'atheisme di Felix Le Dantec del 1906 in tutto il Novecento gli unici saggi sull'ateismo degni di rilievo sono ad opera di cattolici. Tre emergono: Jacques Maritain (Il significato dell'ateismo contemporaneo, 1949), Augusto del Noce (Il problema dell'ateismo, 1964) e Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, 1964). Nell'assenza quasi secolare di una voce atea significativa Onfray rompe il ghiaccio col suo Trattato di ateologia (Grasset & Fasquelle, 2005). Esso ha avuto un ottimo rilievo mediatico, anche perché Onfray si spende personalmente a favore dell'ateismo in sedi deputate e nei mezzi di informazione.

Nella parte prima del trattato egli così definisce la sua proposta: «L'ateologia si propone tre obiettivi: anzitutto decostruire i tre monoteismi e mostrare come, nonostante l'odio che da secoli anima i protagonisti delle tre religioni, nonostante l'apparente irriducibilità in superficie della legge mosaica, dei detti di Gesù e della parola del Profeta Maometto, nonostante i tempi genealogici diversi di queste tre variazioni realizzate in un arco di più di dieci secoli con un solo e identico tema, il fondo resta lo stesso. Variazioni di grado, non di natura». (Fazi Editore, 2005, pag.65) Il secondo obiettivo: «Occuparsi in particolare di una delle tre religioni per vedere come si costituisce, prende piede e si radica su principi che implicano sempre falsificazione, isteria collettiva, menzogna, finzione, e miti ai quali si danno i pieni poteri.» (cit., p. 65). Terzo obiettivo: «una decostruzione del cristianesimo. In effetti, la costruzione di Gesù avviene in un'officina identificabile con un periodo storico di uno o due secoli: la cristallizzazione dell'isteria di un'epoca avviene in una figura che catalizza il meraviglioso, raccoglie in un personaggio concettuale chiamato Gesù le aspirazioni millenaristiche.»(cit., pag.66).



Si può distinguere tra un ateismo pratico, comportamento per cui si agisce come se Dio non ci fosse, e un ateismo teoretico, negazione consapevole dell'esistenza di Dio. Riguardo alla seconda forma di ateismo, va precisato che esistono in questo senso un ateismo negativo, che ha alla base della sua negazione l'indifferenza per il problema di Dio, dichiarato non rilevante, e un ateismo positivo, che si presenta come ribellione contro Dio, in vista dell'affermazione di altri principi. La forma più semplice di ateismo negativo è lo scetticismo. Sia lo scetticismo antico sia l'empirismo illuministico moderno tendono a svuotare di significato la disputa intorno a Dio o per l'impossibilità di provarne l'esistenza o per la contraddittorietà del concetto stesso di Dio. Una seconda forma di ateismo negativo è quella rappresentata dagli epicurei, i quali ammettono l'esistenza degli dei, ma negano che essi si interessino del mondo. Una terza e più radicale forma di tale ateismo è quella propria della filosofia analitica contemporanea, che vede Dio come un nome senza significato e definisce i problemi sollevati da tale nome come non problemi, la cui unica soluzione possibile è il rifiutarne la formulazione stessa. L'ateismo positivo ha avuto più numerose forme di espressione. Una prima è costituita dal materialismo, nelle sue varie manifestazioni, che sostituisce Dio come principio dell'universo con un principio materiale. Una seconda è data dall'umanismo nelle sue varie forme: si tratta di negare Dio per salvare l'uomo. La forma più celebre di tale ateismo è quella espressa da Feuerbach che vede in Dio l'immagine capovolta dell'uomo; la negazione di Dio si presenta quindi come la possibilità unica di restituire l'uomo all'uomo.

Sempre in questa prospettiva si collocano altre forme di ateismo come l'ateismo politico (Marx) che vede la negazione di Dio come una conseguenza di un rapporto non più alienato tra l'uomo e la società. Anche l'ateismo di Nietzsche, teso a negare Dio come immagine di un vecchio mondo di valori per sostituire a esso un'umanità nuova (il superuomo), si pone in questa direzione. Sartre infine intende l'ateismo come un dovere morale: affermare l'esistenza prima di ogni essenza significa credere all'esistenza e alla libertà dell'uomo prima e contro ogni concetto di Dio. La negazione di Dio è l'affermazione dell'assoluta libertà dell'uomo che progetta se stesso come Dio. Nonostante le apparenze la forma più radicale di ateismo è l'ateismo negativo, poiché, mentre l'ateismo positivo, come lo stesso L. Feuerbach ammette, non è un vero ateismo, in quanto nega l'esistenza di Dio, ma ne ammette gli attributi (amore, onnipotenza, ecc.) semplicemente riferendoli all'uomo anziché a Dio, l'ateismo negativo invece dichiara a priori l'improponibilità di qualsiasi questione riguardante Dio. Non può perciò essere considerato, come invece fu spesso fatto per l'ateismo positivo, conseguenza di una falsa immagine di Dio. Il dialogo quindi con ogni forma religiosa di pensiero si presenta più difficile. Una terza forma di ateismo fu di fatto considerato nella storia della filosofia il panteismo (sia nel Medioevo: Davide di Dinant, Amalrico di Bène; sia nell'età moderna: Spinoza, Fichte). Esso viene infatti a negare gli attributi tradizionali di Dio (quali in primo luogo la personalità) e a identificare Dio e natura, perdendo l'infinita distanza tra l'uomo e Dio. Anche la posizione kantiana, per quanto non neghi Dio, ammettendolo anzi come un postulato necessario della vita morale, conduce di fatto a ridurre Dio a una mera esigenza morale dell'uomo e a svuotarne di significato l'esistenza autonoma. Esiste infine una quarta forma di ateismo, nata in ambito religioso. Le sue lontane origini possono essere ricercate in Schleiermacher, il quale riduceva la religione a esperienza religiosa e dichiarava la nozione di Dio inessenziale a quest'esperienza definita vagamente come sentimento di dipendenza. La moderna teologia della secolarizzazione e in particolare la teologia della morte di Dio (Van Buren, Hamilton, Altizer, ecc.), insistendo sull'aspetto profano del mondo e sull'assenza di Dio da esso o sull'umanità di Cristo, anziché sulla sua divinità, possono essere definite un ateismo cristiano. Tale ateismo in definitiva, nato dall'esigenza di ritradurre il nome di Dio in un linguaggio significativo per l'uomo d'oggi, culmina nel rifiuto della trascendenza e nello smarrimento quindi di ciò che più essenzialmente è costitutivo del rapporto uomo-Dio. Nel saggio Morte e trasfigurazione nella religione della modernità (1998) G. Vattimo approfondisce il tema della crisi delle ragioni filosofiche dell'ateismo accanto a quello del ritorno della religione. Il filosofo francese M. Onfray ravviva il dibattito pubblicando il Traité d’athéologie (2005; Trattato di ateologia), nel quale critica le basi etiche e filosofiche della teologia e ricostruisce una visione del mondo e una morale basate unicamente su presupposti razionali. Per Onfray l'invenzione di Dio è in antitesi alla vita, quella dell'aldilà svilisce l'unico mondo esistente, quella di un'anima immortale disprezza il corpo e i piaceri che da esso derivano. Dalla metà degli anni Novanta C. Tamagnone ha indirizzato le linee della sua ricerca sul pensiero ateo del quale è storico e teorico. Nelle sue opere, tra cui Ateismo filosofico nel mondo antico (2005), sviluppa un ateismo filosofico deciso, positivamente assertivo, secondo cui non esiste alcun dio o divinità: la loro esistenza è impossibile dal punto di vista logico. D. Dennett in Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon (2006; Rompere l'incantesimo. La religione come fenomeno naturale) sostiene che la religione e la fede possono essere sottoposte a indagine scientifica in quanto fenomeni naturali e non soprannaturali.

I teologi cattolici considerano sempre colpevole l'ateismo pratico, mentre nel caso dell'ateismo teoretico fanno una distinzione: l'ateismo negativo, consistendo in un'ignoranza assoluta di Dio, è incolpevole, mentre l'ateismo positivo, che è negazione esplicita dell'esistenza di Dio, è colpevole, perché la fede in Dio si perde solo per colpa. Oggi nella teologia cattolica si fanno sentire però delle voci più sfumate. Per esempio il teologo L. Billot ha sottolineato la necessità di considerare l'individuo in rapporto al suo ambiente sociale, da cui è condizionato. Inoltre si parla di ateismo nominale (conoscenza non autentica di Dio); di atei che credono di esser tali, ma in realtà accettano in modo inespresso la trascendenza, non raggiungendo un'espressione adeguata di essa; infine di ateismo completo, che si chiude esplicitamente e coscientemente alla trascendenza.

Umanista, laico, agnostico, ateo..
Non si tratta certo di sinonimi, anche se spesso vengono usati in alternativa gli uni agli altri per significare uno stesso concetto, ritenendo gli uni più in grado degli altri di definire una stessa condizione: quella del non credente. In gioco quindi c’è il tipo di atteggiamento da assumere nei confronti della questione religiosa e nei confronti di chi professa una religione in modo totalizzante, da testimoniare con ogni comportamento. Insomma, in contrapposizione al credente.
C’è poi però una specie di gradualità nel modo di prendere le distanze dalla religione, che invece è quanto ne indica in genere, più di ogni altro aspetto, la diversità irriducibile.

L'umanista nel suo significato più generico – che è poi normalmente anche il più diffuso – sta a significare una centralità dell’uomo, che, in quanto tale, si può porre in contrapposizione con l’uomo visto in una dimensione religiosa che lo proietterebbe al di là della sua condizione. E’ quindi in questo senso che l’umanista può diventare sinonimo di non credente. Ma fino a che punto? Già l’umanesimo inteso come movimento culturale collocabile storicamente non intende certo sostenere che esaltare la centralità dell’uomo comporti di per sè un rigetto della dimensione religiosa… anzi, ritiene così di viverla più autenticamente (cfr. il De hominis dignitate, di Pico della Mirandola, indicato spesso come il vero ‘manifesto’ dell’umanesimo). Ma anche al di là di ciò – che per altro è determinante – l’eventuale ‘non credere’ dell’umanista è una scelta da porre insieme a tante altre di non minore rilievo. In definitiva l’umanista non credente non è coinvolto più di tanto per quanto riguarda le ripercussioni esistenziali che il non credere comporta. Questo almeno per chi si ritiene prima di tutto umanista.

Il laico-credente sta ad indicare una separazione tra la sfera religiosa e la sfera civile e politica che gli permetterebbe di essere nello stesso tempo fedele al suo credo e ossequiente alla legislazione della società civile. La contraddizione in termini concettuali credo sia evidente, quanto meno di fronte alle situazioni, tutt’altro che infrequenti, in cui le leggi dello stato confliggono con i principi della fede. Sul piano pratico operativo, va da sé, il credente può comportarsi in modo veramente laico, ma a quale prezzo per la sua coscienza? E quindi fino a che punto?
Per il non credente l’essere laico, comporta invece l’ovvia separazione tra sfera religiosa o ideologica e sfera politica in quanto non è altro che una conseguenza logica del suo rifiuto di norme ispirate a principi religiosi o ideologici… Ma la laicità come tale, pur essendone un elemento costitutivo, non definisce il non credente, ancora una volta, per le sue implicazioni esistenziali. Certamente fa tutt’uno col non credente, ma sottolineandone solo un aspetto.

Esistono  due modi di intendere e vivere l’agnosticismo. C’è l’agnostico inteso come colui che – riducendo all’osso il discorso – non è in grado di sapere se dio esiste o meno… ma non lo esclude come possibilità. Non sceglie, ma si pone come disponibile ad una eventuale scelta. Dubita, ma ritiene possibile uscire dal dubbio. Personalmente ritengo questo atteggiamento – ovviamente legittimo – molto più vicino al fideismo che all’ateismo, nel senso che mentre per l’ateo (di cui dirò dopo) dio, per quanto ‘cercato’, non si rivelerà mai, per l’agnostico di questo tipo dio lo si può cercare… ed è sempre disponibile a coglierne gli eventuali segni. Che può ‘incontrare’ sia dentro che fuori di sé… perché in fondo è questo che desidera. Altrimenti non lo cercherebbe, magari inconsciamente.
C’è poi un altro tipo di agnosticismo, in questo caso sinonimo di ateismo… o, volendo, distinguendosene per aspetti non strutturali. L’agnostico di questo tipo è colui che, non solo non sa se dio esiste o meno, ma ritiene anche impossibile saperlo. Per cui non lo attende, e si comporta di fatto, a tutti gli effetti, come se dio non esistesse. Come per l’ateo.
Al termine ateo però, questo tipo di agnostico, preferisce senz’altro, appunto, il termine agnostico, in quanto ritiene che ‘a-teo’ sia fuorviante, riduttivo, in grado di connotare solo una negazione di dio come se ciò fosse dimostrabile, sostenibile con prove., basando il proprio non credere fondamentalmente su questo, impegnandosi soprattutto a questo livelli, identificando la propria natura di non credente soprattutto testimoniando questa convinzione. Per l’agnostico del secondo tipo invece, coerentemente col fatto che di dio non si conoscerà mai nulla, la questione passa in secondo piano, e comunque non è ciò che caratterizza il suo non credere.
Perché allora – pur riconoscendo la fondatezza di questa posizione – preferisco comunque il termine ‘ateo’? Per due ragioni, una di natura storico-sociologica, l’altra più concettuale.
Storicamente – e ancora oggi per la maggior parte dell’opinione pubblica – il non credente viene definito ateo, e, per la maggior parte dei credenti, ateo sta ancora a significare la forma più spregevole della mancanza di fede, mentre c’è più tolleranza per l’agnostico, il laico, l’umanista. Ora, nella situazione attuale, la testimonianza atea, il definirsi atei, significa ancora pur sempre rivendicare con orgoglio una identità che, per quanti nel passato (e ancora oggi) si definivano atei, comportava emarginazione sociale e persecuzione. Insomma, ateo, per la maggior parte delle persone (quelle con le quali si convive quotidianamente), è il termine che più di ogni altro definisce il non credente. E con questo ci si deve confrontare.
Sul piano concettuale del termine ateo fa riferimento proprio ad una possibile interpretazione del suo significato letterale: a-teo. Da intendere non solo e non tanto come ‘negazione di dio’, ma negazione di tutto ciò che la nozione di dio comporta, quale che sia il modo di rappresentarselo: quello delle religioni in senso proprio, ma anche di tutto quanto viene vissuto religiosamente. Cioè dogmaticamente, alienando la propria umanità in qualche valore assoluto cui prestare fede al di là di ogni razionalità. Cosa meglio del termine ‘dio’ – e quindi del rifiuto di dio significato da a-teo – riassume in sé, storicamente e concettualmente, questa visione del mondo e conseguenti comportamenti?
E oltre tutto, in questo senso ateo diventa anche sinonimo, nel modo più pregnante, di ‘libero pensatore’.



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