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venerdì 19 febbraio 2016

ATEISMO



Nell'antichità il termine "ateo" era spesso usato con accezione negativa dai credenti in una religione per indicare persone di un credo diverso; a titolo d'esempio, il padre della Chiesa Clemente Alessandrino (II-III secolo) riferisce nei suoi Stromateis che i greci dell'epoca consideravano «atei» i primi cristiani.

Nel corso della storia la posizione atea è stata spesso denigrata e fatta oggetto di ostilità persecutoria da parte di istituzioni e culture teocratiche e non: per fare un esempio, lo stesso Voltaire, pur critico del cristianesimo, dell'islam e di altre religioni organizzate, combatteva l'ateismo in quanto a suo giudizio «amorale» e «socialmente pericoloso».

Le diverse aree del mondo condizionate dalla religione considerano gli atei come persone immorali o pericolose dunque temono l'ateismo potenzialmente eversivo. Nell'antica Grecia filosofi come Diagora di Milo, detto l'Ateo, e Protagora furono osteggiati, ma con essi l'ateismo non è espresso in modo compiuto. Nel dialogo Le Leggi, Platone propose di introdurre pene molto severe per gli atei: l'ateo «pratico» (cioè quello che vive come se non esistesse alcuna divinità) è passibile di condanna al carcere, mentre l'ateo «teorico» (che nega l'esistenza degli dèi sulla base di motivazioni teoriche) dev'essere, nel peggiore dei casi, condannato a morte. L'editto di Tessalonica del 380 impose il Cristianesimo come religione di Stato.

Non necessariamente «ateismo» è sinonimo di «irreligiosità», che può riferirsi – oltre che all'ateismo – all'agnosticismo, all'ignosticismo, al libero pensiero, all'antiteismo, all'umanesimo secolare e così via, tutti compresi nella categoria di Noncredenza quale espressione generica dell'irreligiosità.

Inoltre, può darsi il caso di atei dichiarati che credono in concetti come «forza vitale» o simili, i quali, pur non avendo caratteri teistici, conservano comunque elementi «spiritualistici» — posizione avvertita ma fortemente contestata da Michel Onfray, che la esclude dalla propria ateologia, e dagli atei «naturalisti», che rifiutano ogni approccio mistico o soprannaturale, relegandolo nell'ambito della superstizione o della religiosità popolare.

«Ateismo» non è necessariamente sinonimo di anticlericalismo, il quale si caratterizza piuttosto come movimento di opposizione all'ingerenza temporale del clero nella vita civile, e quindi può essere appannaggio anche di credenti. Esiste, inoltre, la posizione opposta a quella dei credenti anticlericali, la quale, pur essendo molto particolare, è invece da includere nell'ateismo: è quella dei cosiddetti «atei devoti», che sostengono i valori cristiani pur non credendo nell'esistenza di Dio.

Sebbene molti tra coloro che si dichiarano atei condividano un diffuso scetticismo di fondo verso il soprannaturale e lo spirituale, le convinzioni degli atei provengono da molteplici fonti culturali, filosofiche, sociali e storiche, sicché non esiste un «pensiero unico», né una linea comune di comportamento e di azione tra gli atei. Posto ciò, per una categorizzazione indicativa e orientativa dei tipi di ateismo è opportuno distinguere almeno tra «debole» e «forte», «pratico» e «teorico».
La distinzione tra «debole» e «forte» ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si ha del termine «ateo» in Occidente, dove si tende a identificare il teismo col solo Cristianesimo. In questo contesto, risulta forte l'affermazione «non esiste alcun dio», mentre è debole «non esiste il dio biblico»: questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, dei Neoplatonici o di Giordano Bruno, in quello del deismo dei secoli XVII e XVIII, in Shiva, in Vishnu o altri.
Per quanto riguarda la distinzione tra «pratico» e «teorico», va ricordato che la prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nelle Leggi, avendo preso in considerazione l'empietà nei confronti degli dèi olimpici, aveva indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, e uno con motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con le dovute cautele, dunque, è la distinzione «pratico – teorico» ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella «debole – forte» possa essere di qualche utilità discorsiva in senso generico.

Dal 1987 si è costituita in Italia l'UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), un'organizzazione filosofica non confessionale e apartitica che dichiara di lavorare per la tutela dei diritti civili degli atei e degli agnostici, a livello nazionale e locale. L'UAAR è impegnata in battaglie civili tra cui quella sulla possibilità di sbattezzarsi e la protesta contro la devoluzione alle confessioni religiose degli oneri di urbanizzazione concernenti gli edifici di culto. Inoltre, ha inoltrato all'Unione Europea la richiesta che in Italia si rimuovano i crocifissi dai luoghi pubblici.

Nella rivista ufficiale dell'UAAR, L'Ateo, sono stati variamente esposti i principî regolatori dell'ateismo moderno in campo sia teorico sia etico.



I primi pensatori a negare l'esistenza degli dei (ateismo forte) furono alcuni sofisti greci, come Diagora di Milo, Crizia, Teodoro, mentre si può parlare di ateismo teorico per gli atomisti Leucippo e Democrito, perché il teorizzare l'esistenza di atomi, che muovendo nel vuoto "creano" la realtà fisica, esclude non solo ogni "creazione" (questa la teologia greca non l'ha mai prevista), ma anche una formazione del cosmo a partire dal caos primitivo ad opera di una qualsiasi causa divina. Il cosmo è infatti creato e ordinato dal movimento intrinseco agli atomi stessi in quanto mobili, quali particelle elementari e cause di tutta la realtà cosmica.

Per quanto Epicuro non negasse esplicitamente l'esistenza degli dèi, li relegava negli intermondi, come simboli della beatitudine e dell'indifferenza e non come realtà ontologiche. Dal punto di vista teorico è fondamentale l'introduzione della parenklisis, la casuale deviazione del percorso in caduta degli atomi nel loro precipitare nel vuoto in base al loro peso.

Lucrezio, che a lui fa riferimento (e traduce parenklisis con clinamen), però va oltre, perché stigmatizza la credenza negli dèi come il peggiore dei mali.

Ma ancora prima di Epicuro, i Cirenaici, senza neanche prendere in considerazione l'esistenza degli dèi (e quindi non negandola ma considerandola priva di senso), avevano indicato nella ricerca del piacere l'unica forma di vita saggia, in netto contrasto con la teologia della virtù che il loro contemporaneo Platone sosteneva.

Un ruolo storico rilevante nella negazione dell'esistenza del divino ce l'ha Evemero, uno scrittore d'incerta nascita (Messina, Messene o Messana), che tra la fine del IV secolo a.C. e l'inizio del III, in un suo Scritto sacro (Cicerone, De natura deorum, I, 119) tradotto in latino da Ennio, avanzava la tesi che gli dèi non fossero altro che eroi o uomini illustri del lontano passato, che il mito e la devozione popolare avevano finito per far considerare dèi. La tesi per un verso è il primo esempio di dissacrazione del concetto di dio, ma nello stesso tempo è stato sfruttato dai teologi cristiani quale dimostrazione che gli dèi pagani erano falsi, contrapponendovi il vero dio della Bibbia.

Durante il Medioevo, nell'Europa cristiana, sono rare le professioni di ateismo; si trovano invece alcune posizioni chiaramente atee nel mondo islamico.

Benché non siano documentati casi significativi di ateismo in età medievale (anche se Dante e Boccaccio affermano che il poeta Guido Cavalcanti fosse ateo), questa visione del mondo sembra ricomparire in sottofondo, sebbene in forma molto attenuata ed ambigua, più naturalistica che atea, in alcuni filosofi rinascimentali come Pietro Pomponazzi (1462-1525) e Giulio Cesare Vanini, spesso ostracizzati e perseguitati e in alcuni casi (come Vanini) condannati a morte. Tuttavia, se si guarda bene a fondo, in nessuno di questi personaggi si scorge un vero ateismo, ma semmai un preludio del panteismo di Spinoza e del deismo di Toland.

Giulio Cesare Vanini (1585-1619) è colui che in maniera più esplicita enuncia una teoria panteistica basata sulla divinità intrinseca della natura e sull'appartenenza dell'uomo ad essa come sua parte. Egli riprende il pensiero di Pomponazzi e Cardano per formulare una concezione aristotelica dell'universo in cui la natura è in sé autosufficiente, senza che ci sia perciò bisogno di rivelazioni o sacre scritture ad avvalorarla. Secondo Vanini le religioni vanno viste come strumenti creati dalle classi dominanti volti a perseguire fini politici. Tali posizioni sono intollerabili per la Chiesa cattolica e nel 1619 Vanini viene accusato di blasfemia e ateismo dalle autorità di Tolosa e condannato alla morte sul rogo dopo aver subito il taglio della lingua, come avveniva usualmente per questo tipo di accuse.

Anche la letteratura libertina, che percorre tutto il Seicento, per quanto devastante per la religione costituita, mostra segni di ateismo estremamente deboli, perché prevalgono nettamente gli aspetti panteistici e deistici che la caratterizzano. Il celebre trattato De tribus impostoribus, scritto verso la metà del secolo, tanto esecrato dalle autorità ecclesiastiche, non è altro che la versione dotta di uno sbocco panteistico alla incredulità nella rivelazione, presente a livello popolare sin dal Cinquecento. I tre impostori (Mosè, Gesù Cristo e Maometto) hanno sfruttato l'ignoranza del popolo per poterlo manipolare a piacere e l'ignoto autore scrive: «Quelli a cui premeva che il popolo venisse represso e controllato attraverso simili fantasticherie, hanno coltivato tale seme religioso, facendone poi una legge e costringendo il popolo, con il terrore del futuro e della punizione divina, ad obbedire ciecamente.»

Di genere differente è il Cymbalum mundi (probabilmente risalente a fine Cinquecento), che è invece una sprezzante e blasfema ridicolizzazione della religione cristiana, ma senza alcuna proposta alternativa. Nel Cymbalum vi sono espressioni enfatiche di irreligiosità come "rinnego Dio" e bestemmie come "corpo d'un Dio", ma nell'insieme si tratta dello sfogo di una persona arrabbiata e aggressiva, ma incapace di colpire a fondo le basi del cristianesimo né di delineare un ateismo motivato. Altre numerose opere libertine percorrono tutto il Seicento minando la fede religiosa ma con scarso peso, limitandosi a proporre od auspicare un ateismo pratico povero di idee, ma specialmente fatto di rancore contro l'arroganza e il parassitismo dei preti.



L'ateismo in forme filosofiche definite ha una rilevante ripresa nell'Illuminismo, l'epoca nella quale esso trova una vera e propria rinascita dopo almeno milleseicento anni. Ciò avviene con Jean Meslier (1664-1729), con Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), con Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), con Denis Diderot (1713-1784) e infine con il barone Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789), il più importante teorico dell'ateismo materialistico.

Determinante è la figura di Jean Meslier come precursore di un ateismo illuministico che avrà il suo periodo più florido tra il 1740 e il 1780. Curato alla guida della parrocchia di Etrèpigny, vicino a Mézières nelle Ardenne per circa 40 anni, dopo avere svolto con diligenza e insospettabile apparenza di fede il suo compito per tutto questo tempo, questo prete, alla sua morte avvenuta nel 1729, lascia due sorprendenti lettere e una grande opera di circa 3500 pagine a stampa, Il Testamento; in esso evidenzia delle contraddizioni interne fra passi dei Vangeli nelle traduzioni utilizzate dalle Chiese cristiane. Meslier, animato da un profondo senso etico, enuncia anche un progetto di comunismo, che egli traeva probabilmente dall'esperienza delle prime comunità cristiane, con un implicito invito alla rivolta contro il potere costituito.

Per lui lo stato sociale che si è determinato deriva dalla debolezza e dell'acquiescenza del popolo lavoratore, che produce e ha le briciole del suo lavoro. Le classi parassitarie nobiliari ed ecclesiastiche sono delle sanguisughe che vanno abbattute. Le ricchezze della terra vanno divise tra chi ne ha diritto e in parti uguali. Il diritto di proprietà va invece abolito e ci si deve ribellare agli abusi dei nobili e dei preti, mutando radicalmente i rapporti sociali delle società esistenti. Dice nel Testamento: "Unitevi per scuotere il giogo tirannico ... I più saggi di voi guidino e governino gli altri”

Anche il suo materialismo è una grande novità filosofica. Scrive ad esempio: "L'origine della credenza negli dèi sta nel fatto che alcuni uomini più acuti e sottili, e anche più scaltri e malvagi, si sono innalzati per ambizione al di sopra degli altri uomini, giocando con facilità sulla loro ignoranza e sulla loro ingenuità." Dio non c'è e la materia è l'unica realtà; essa è eterna e in perpetuo movimento e soltanto ciò che corporeo è reale. Per lui non ci possono esser dubbi, bisogna ammettere la sola esistenza della materia e la sua eternità e dinamicità perpetua. Dice riguardo all'"essere" della materia: "Non avrebbe mai potuto incominciare ad essere, perché ciò che non è non può darsi od avere l'essere."

Dopo Meslier la figura più importante di ateo è Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) che con L'uomo macchina (1748) scandalizza il mondo settecentesco con un ateismo su base biologica. Già in precedenza egli aveva sostenuto la materialità dell'anima in ‘'Storia dell'anima‘', ma in maniera ancora incerta. Egli trae da Locke i suoi fondamenti gnoseologici e partendo dal dualismo cartesiano ne fa un monismo della sola res extensa abolendo la res cogintans. Se Cartesio considerava "macchine" solo le bestie, La Mettrie fa dell'uomo una macchina e l'assimila ad esse scandalizzando molti.

La Mettrie sostiene che se l'ateismo fosse universalmente diffuso le religioni verrebbero distrutte, e aggiunge: "Non ci sarebbero più guerre teologiche né soldati di religione, che sono terribili! La natura, ora infettata da questo sacro veleno riprenderebbe i suoi diritti e la sua purezza". La Mettrie è anche sostenitore dell'edonismo, perché è attraverso il corpo che si conseguono la maggior parte dei piaceri. Contrariamente a Helvétius e d'Holbach, che sono atei deterministi, egli è indeterminista: "Il caso ha gettato noi nella natura, mentre tanti altri, per mille cause, non sono nati e sono rimasti nel nulla".

Ne "L'anti-Seneca" La Mettrie ribadisce il suo edonismo, che trae dai Cirenaici, da Epicuro e da Lucrezio. Attacca l'etica dell'austerità e del sacrificio degli Stoici asserendo: "Questi filosofi sono severi e tristi, noi invece saremo dolci e allegri. Essi dimenticano il corpo per essere tutt'anima, noi invece saremo tutto-corpo”. Il fine dell'uomo è conseguire la felicità e siccome il corpo è fondamentale per ottenerla non è necessario essere istruiti. Per quanto gli intellettuali abbiano i piaceri dello spirito che ne danno parecchia, attraverso lo studio, la lettura, la musica e le arti, anche le persone rozze possono averne la loro parte perché "Dormono, mangiano, bevono e vegetano trovando il piacere”.

Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) introduce un ateismo sensistico e materialistico che è implicito nelle sue tesi ma di cui ha fornito pochi elementi di tipo teorico, e comunque di seconda mano, presi da Condillac e da Locke. Egli può venire considerato un moralista sociologo per il quale la soggettività va sempre sacrificata a favore della collettività; in quanto solo la dimensione della socialità è "virtuosa". Di conseguenza egli vede l'educazione dei cittadini come il compito primo di uno stato virtuoso che abbia a cuore la loro felicità. Egli riduce comunque la nostra conoscenza del mondo ad una pura fissazione mentale delle esperienze dei sensi.

Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789) può venire considerato non solo il più importante filosofo ateo materialista del Settecento, ma anche colui che ha fornito il primo vero sistema ateistico di interpretazione della realtà. Per questo suo intento sistemico gli è stato rimproverato un dogmatismo che lo avrebbe portato a fare della metafisica atea. D'Holbach costruisce infatti la sua ontologia sul presupposto monistico e su quello necessitaristico dell'essere, com'era già stato, ad esempio, per gli Stoici. Per lui tutta la realtà in ogni minimo dettaglio è necessitata, ed anche ogni uomo nasce perché è necessario che ciò avvenga, così come necessitati sono i suoi comportamenti.

Con Il cristianesimo svelato pubblicato nel 1761 D'Holbach accusa di falsificazioni le sacre scritture e la teologia cristiana. Nel 1770 pubblica Il saggio sui pregiudizi dove colpisce a fondo l'ignoranza, le superstizioni della religione e i pregiudizi di ordine morale. La visione del mondo atea e materialistica è però espressa chiaramente solo in Il sistema della natura, anche del 1770, dove il suo sistema filosofico viene esposto con completezza. Segue nel 1776 La morale universale o Catechismo della natura, dove D'Holbah dà indirizzi di morale atea molto precisi.

Secondo D'Holbach l'universo è costituito unicamente di materia. essa esiste da sempre e nessuno può averla creata. La materia è "Una catena eterna di cause e di effetti ... In natura si verificano azioni e reazioni di tutti gli esseri che essa contiene gli uni sugli altri, risultandone una serie continua di cause, di effetti e di movimenti ... I movimenti degli enti sono sempre necessitati dal loro essere, dalle loro caratteristiche e delle cause che su essi agiscono". Il movimento è un meccanismo di azioni e reazioni che egli trae in parte dal meccanicismo di Cartesio, ma facendo del dualismo di questi un monismo assoluto dove solo la "res extensa" esiste.

La figura di Denis Diderot (1713-1784) è forse la più significativa di tutto l'illuminismo, sia per essere stato il principale progettista e fautore della grande Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri, e sia perché ha rappresentato l'aspetto più profondo e complesso della cultura illuministica. Una profondità e una complessità che però male si conciliano con la chiarezza. Se lo si confronta col suo grande amico e collaboratore D'Holbach, si vede come l'ateismo sia stato espresso in maniera quasi antitetica, tanto sicuro, dogmatico e pesante il barone franco-tedesco quanto incerto, complicato ed elegante il plebeo Diderot. Questo giustifica il giudizio degli storici che vedono solo nel primo - e non nel secondo - un vero teorico dell'ateismo.

Se però si prende in considerazione l'opera dei due nel suo insieme, ci si accorgerà che per quanto D'Holbach sia più chiaro, sistemico ed incisivo, Diderot è più proteiforme e incerto, ma anche più profondo. Nell'Interpretazione della natura però egli è chiaro nel dire: "Il fisico, la cui professione è di istruire e non di edificare, abbandonerà dunque il perché e si occuperà solo del come. ... Quante idee assurde, supposizioni false, nozioni chimeriche in quegli inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore! ... Anziché adorare l'Onnipotente negli esseri stessi della natura, si sono prosternati davanti ai fantasmi della loro immaginazione."

La stagione dell'ateismo settecentesco si può dire che si chiuda con la Rivoluzione, ispirata, nella sua componente democratica, dalle idee di Rousseau, deista e anti-ateo. Anche la ventata razionalistica che aveva alimentato la cultura tra il 1730 e il 1790 sembra diluirsi e l'opportunismo politico di blandire il cattolicesimo risorgente in Francia fa di Napoleone lo sponsor di Chateaubriand, che con Il genio del cristianesimo, uscito nel 1802, segna la fine di un'intera stagione culturale.

L'ottocento si apre con l'apparente sconfitta delle idee illuministiche, il messaggio laico e razionalista dell'illuminismo ha prodotto i suoi frutti, dando all'Europa e all'Occidente un primato culturale che dura ancora oggi. L'uomo dell'Ottocento, anche se lo sfondo socio-politico non sembra molto cambiato, è come fosse antropologicamente un essere diverso, perché si è veramente entrati nella "modernità”. Questo anche grazie ai filosofi atei, che hanno dato un forte contributo, rompendo il fronte di una religiosità che sulle due sponde del cristianesimo e del deismo sembrava dominare.

L'Ottocento non ha più veri teorici dell'ateismo; Marx ne è un deciso assertore, ma non un suo teorico, mentre è Feuerbach a caratterizzarsi come un teorico dell'ateismo attraverso la sua ricerca antropologica sull'origine dell'idea di Dio. Nell'opposizione tra romanticismo filo-religioso e positivismo anti-religioso a questo va il merito di aver raccolto l'eredità dell'ateismo del secolo precedente e di avergli dato una dimensione scientifica più profonda. L'anticlericalismo alimenta come un fiume sotterraneo la cultura dell'Ottocento e i semi proto-comunisti di Meslier (anche se ignorato da Marx) e quelli libertari di La Mettrie e Diderot incominciano a dare i loro migliori frutti.



L'eredità di Meslier tra gli stessi religiosi già a fine Settecento è straordinaria. Sono migliaia i preti che non si riconoscono più nella fede cristiana. E se, come dice Michel Vovelle, in Francia dopo il 1793 avevano rinunciato al sacerdozio 20.000 preti (il 66% del totale), ma per viltà o convenienza, quelli che lo fanno nell'Ottocento sono pochi, ma lo fanno per convinzione, e il peso della loro testimonianza è enorme. Così l'incredulità religiosa si diffonde e si avvia a toccare la sua punta massima dal 1820 in poi con vistose aree culturali atee soprattutto tra gli uomini di scienza.

Numerose e notevoli sono le preoccupazioni della chiesa per l'allontanamento dalla fede. Il vescovo di Orleans nel 1860 rileva che nella sua diocesi di 360.000 abitanti non più di 25.000 hanno osservato il precetto pasquale. Nella classe intellettuale l'abbandono del Cristianesimo porta nella maggior parte dei casi ad abbracciare il deismo o ad assumere un atteggiamento agnostico, ma dopo la metà del secolo molti deisti passano decisamente all'ateismo. È abbastanza plausibile l'opinione secondo la quale l'Ottocento sarebbe stato il secolo che ha visto la massima diffusione dell'ateismo. Mentre il Novecento, specialmente nella seconda metà, avrebbe rivelato un ritorno alle religioni, per quanto, abbastanza spesso, in direzioni non-cristiane o in religioni new age, oppure verso religioni sincretiche o "fai-da-te".

Gli sviluppi della fisica e della matematica conducono anche ad aprire un dibattito su indeterminismo e determinismo. Un ferreo assertore di questo secondo è Laplace, colui che ne fissa i termini nel celebre passo del Saggio sulle probabilità. Si tratta del canone di un "determinismo assoluto", espresso con le seguenti parole: "Lo stato attuale dell'universo è l'effetto di quello anteriore e la causa di quello futuro. Un'Intelligenza che conoscesse tutte le forze della natura e la situazione degli esseri che la compongono, ed analizzasse profondamente tali dati, potrebbe esprimere in un'unica formula i movimenti dei grandi astri come quelli dei più piccoli atomi. Tutto gli sarebbe chiaro e il passato come il futuro presenti ai suoi occhi". Vi sono tuttavia atei radicali che criticano Laplace per aver introdotto tale forma di intelligenza senza una ragione plausibile, perché essa, essendo ovviamente una figura ideale e non reale, ricorderebbe troppo da vicino l'onniscienza divina, rischiando di far rientrare dalla finestra una divinità buttata fuori dalla porta, o quantomeno evocandone un attributo.

Nell'Ottocento la popolarità dell'ateismo aumentò moltissimo, in conseguenza anche alle scoperte scientifiche della biologia (la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin), dell'antropologia e dell'idea della possibilità di dominare la natura derivante dalla rivoluzione industriale. L'ateismo fu portato avanti dai filosofi della sinistra hegeliana come Ludwig Feuerbach e divenne un aspetto fondante del materialismo dialettico di Karl Marx e Friedrich Engels, così come del positivismo (Auguste Comte, Félix Le Dantec).
In particolare Marx indagò il fenomeno religioso all'interno della società contemporanea, in cui predomina il modo di produzione capitalistico, individuandone una delle ragioni nei rapporti di produzione generanti alienazione e feticismo (inteso quest'ultimo come inversione tra soggetto e oggetto che fa apparire i rapporti sociali come rapporti tra cose e viceversa). Tale alienazione impedirebbe ai soggetti di essere consapevoli della realtà ontologica nascosta dietro i fenomeni economici e sociali, nello stesso modo in cui l'ignoranza delle leggi della natura impediva in passato di dare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali. Da ciò la fuga nella religione e nella superstizione, superabile solo con l'organizzazione della società sulla base delle decisioni consapevoli e scientificamente fondate degli uomini associati, e non dei meccanismi impersonali e spontanei del mercato.

Ludwig Feuerbach con le sue analisi del fenomeno religioso non ha solo chiarito molti aspetti oscuri del sentimento del sacro, ma ha contribuito a formare la coscienza della sua ambiguità e falsità, portando all'ateismo ulteriori ragioni di plausibilità e fondatezza. Nella proposizione 2 di L'essenza della religione viene detto chiaramente che la fantasticata dipendenza dell'uomo da Dio (teorizzata da Friedrich Schleiermacher) è come il falso lato di una medaglia, mentre dalla parte vera c'è la reale dipendenza di esso dalla natura, cioè dalla materia. Dio è perciò un ambiguo essere para-natura che nasce attraverso il processo psichico spiegato nella proposizione 9: «La credenza che nella natura si esprima un ente diverso dalla natura stessa, che la natura sia penetrata e dominata da un ente diverso da lei, questa credenza è fondamentalmente identica con quella per cui spiriti, demoni, diavoli, si manifestano, almeno in certe situazioni, per mezzo dell'uomo, e lo possiedono, è di fatto la credenza che la natura sia posseduta da un ente estraneo, da una sorta di spirito. E si può ben dire che, in questa prospettiva, la natura sia davvero posseduta da uno spirito, ma questo spirito è lo spirito dell'uomo, la sua fantasia, il suo animo, che si introduce involontariamente nella natura, e fa di essa un simbolo e uno specchio della sua essenza.».

Ma per Feuerbach Dio è anche il frutto di un'astrazione che crea Dio nullificando la natura per mezzo di giochi logici. Occorre allora opporvi un'astrazione razionale e realistica per poter accedere al vero. Alla fine della proposizione 25 si legge: «Ma se nella prospettiva del pensare astratto la natura dilegua in nulla, nella prospettiva di una concezione realistica del mondo a dileguarsi in nulla è invece questo spirito creatore. In questa prospettiva tutte le deduzioni del mondo da Dio, della natura dallo spirito, della fisica dalla metafisica, del reale dall'astratto, si mostrano per quello che sono: giochi logici.».

Max Stirner, pseudonimo di Johann Kaspar Schmidt, contemporaneo di Marx, nel 1845 pubblica L'unico e la sua proprietà, opera che verrà idolatrata e odiata, in cui con un ateismo senza mezzi termini critica Feuerbach, Bauer e i comunisti, fa tabula rasa di tutta la filosofia precedente e dei fantasmi dell'irrazionale, propugnando un estremo individualismo e adottando, anzi, proprio il termine egoismo. Stirner fu, di volta in volta, definito profeta dagli anarchici, dai fascisti, dai libertari. Lo stesso Friedrich Nietzsche fu folgorato da Stirner, tanto che temette di essere accusato di plagio. Va ricordato anche l'ateismo di Arthur Schopenhauer, da alcuni definito l'ateismo della disperazione'. Su una posizione simile si trova Giacomo Leopardi.

Un importante contributo all'ateismo del Novecento viene dal biologo francese Felix Le Dantec, che riprende l'ateismo deterministico di D'Holbach in chiave biologistica ed evoluzionistica (lamarckiana) pubblicando nel 1907 il saggio L'Athéisme nel quale espone le tesi del suo ateismo scientifico monistico e deterministico. Il materialismo di Le Dantec affonda le sue radici nello iatro-meccanicismo del '700. Tutta la parte prima de L'atheisme è dedicata alla confutazione della credenza in Dio, considerata mera superstizione. La negazione del libero arbitrio e il necessitarismo assoluto su base biologica è accompagnata da considerazioni avanzate per il XIX secolo, ma oggi del tutto superate.

Ancora nell'Ottocento la maggior parte delle nazioni occidentali aveva il Cristianesimo come religione di Stato e gli atei potevano essere accusati di blasfemia. In Gran Bretagna il libero pensatore Charles Bradlaugh fu ripetutamente eletto in Parlamento, ma fino alla sua quarta elezione non poté prendere posto in aula perché rifiutava di prestare giuramento sulla Bibbia. Nel Novecento in Occidente queste leggi sono state cancellate o abbandonate di fatto.

Tuttavia, ancora oggi, negli Stati Uniti d'America le Costituzioni di alcuni stati, in contrasto con quella federale che all'articolo 6 comma 3 proibisce espressamente l'adozione di parametri religiosi come titolo a servire nei pubblici uffici, tuttora prevedono condizioni discriminatorie per chi si dichiara non credente. Anche in Irlanda esistono limitazioni per i non religiosi. Durante il periodo della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica e la maggior parte dei regimi che si definivano comunisti portarono avanti l'ateismo di stato e l'opposizione alle religioni organizzate. La stessa pratica privata, in alcuni paesi e periodi, incontrò opposizioni e ostracismi severi, malgrado la libertà di culto privato fosse ufficialmente consentita.

In età contemporanea l'ateismo si è diffuso enormemente ed è spesso associato al razionalismo, all'empirismo, al sensismo e al riduzionismo. L'incrocio e la sovrapposizione di questi termini ha creato non poche ambiguità e una corretta analisi filosofica deve sempre tenerli ben distinti.

Il XX secolo non vede importanti teorizzazioni dell'ateismo, ma piuttosto prese di posizione atee da parte di uomini di cultura, basate soprattutto su presupposti di carattere etico. Fanno eccezione due intellettuali francesi che fanno dell'ateismo il sottofondo del loro pensiero filosofico e letterario: Albert Camus e Jean Paul Sartre. Essi sono i più noti esponenti di una corrente di pensiero nota come esistenzialismo ateo. Del primo qualche esegeta, come Jacqueline Lévi-Valensi, vorrebbe mettere in dubbio l'appartenenza all'esistenzialismo sulla base dei suoi contrasti con Sartre e per il fatto che la sua è più un problematica dello "stare nel mondo" che dell'"essere uomo" in rapporto al mondo. Questa lettura del pensiero di Camus non è corretta.

In primo luogo va tenuto conto che i contrasti di Camus con Sartre sono stati tutti di natura politico-sociologica e non filosofica, e in secondo che l'atteggiamento esistenzialistico consiste sempre in una problematica dell'esistere che riguarda il proprio stare nel mondo non meno che il proprio essere. Il tema dell'assurdo è il fondamento dell'esistenzialismo camusiano: «Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo famigliare, ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l'uomo e la sua vita, fra l'attore e la scena, è propriamente il senso dell'assurdo.».

Se il senso dell'assurdo fonda l'esistenzialismo di Camus, per Sartre l'uomo è condannato ad essere libero e nello stesso a fallire la sua istanza di libertà. In quanto libero in un mondo di cose dominate dalla necessità egli è un Dio, ma si fallisce in quanto tale poiché resta sempre un Dio fallito. Scrive Sartre: «La libertà umana precede l'essenza dell'uomo e la rende possibile, l'essenza dell'essere umano è in sospeso nella sua libertà. È dunque impossibile distinguere ciò che chiamiamo libertà dall'essere della "realtà umana"».(L'essere e il nulla, introduzione, 5, Il Saggiatore, 2002, p. 60)

Sartre parte dalla libertà dell'uomo e arriva al suo sentirsi Dio: «Ogni realtà umana è contemporaneamente progetto diretto di compiere una metamorfosi del suo per-sé in in-sé-per-sé e progetto di appropriarsi il mondo come totalità di essere-in-sé, sotto la specie di una qualità fondamentale. Ogni realtà umana è una passione, in quanto progetta di perdersi per fondere l'essere e per costituire contemporaneamente l'in-sé che sfugge alla contingenza essendo il proprio fondamento, l'"Ens causa sui", che le religioni chiamano Dio.»(cit., p. 682).

Postosi come un autosufficiente Dio, come un per-sé assoluto, libero dalla necessità cui soggiace quel in-sé che è la natura, la materia. L'esito è il fallimento e del mondo e dell'uomo in esso: «È come se il mondo, l'uomo e l'uomo-nel-mondo non giungessero che a realizzare un Dio mancato. È dunque come se l'in-sé ed il per-sé si presentassero in stato di "disintegrazione" in rapporto ad una sintesi ideale. Non che l'integrazione abbia mai avuto luogo, ma invece precisamente perché essa è sempre indicata e sempre impossibile.» (cit., p. 691)

Il secolo XXI nasce sotto l'insegna di un riflusso religioso e spiritualistico forse più apparente che reale. È però evidente l'accentuazione dei fondamentalismi religiosi che si confrontano nel mondo contemporaneo, rivendicando un protagonismo sociale che intende opporsi a quella che viene ritenuta una generale deriva materialistica ed atea nel mondo occidentale.

Ciò a cui si assiste è però anche una certa fioritura di saggi storici critici rispetto alla dottrina cristiana nelle sue pretese di veridicità. Tra questi basti citare il Gesù ebreo di Riccardo Calimani (Mondadori 1998), la Storia criminale del Cristianesimo di Karlheinz Deschner (Ariele, 2000-2004) e la Invenzione del Cristianesimo di Leo Zen (Clinamen 2003), che emergono per completezza e profondità. Dalle analisi e dalla documentazione prodotta si evince una forte presenza di elementi mistificanti che hanno modellato nei secoli i testi sacri e i documenti della dottrina. Perciò un atteggiamento abbastanza generale di incredulità e agnosticismo, che però rivela anche la presenza, sia pure in sottotono, di istanze atee sempre più motivate.

Nel 2005 il filosofo francese Michel Onfray ha pubblicato un Trattato di ateologia che reca significativamente il sottotitolo "Fisica della metafisica". Onfray infatti precisa le fondamenta della scienza definita ateologia da Georges Bataille, basandole su una critica scientifica delle religioni, a partire dall'esame dei testi sacri delle tre grandi religioni monoteistiche. Inoltre egli mutua da Friedrich Nietzsche la convinzione che l'invenzione di Dio è in opposizione alla vita, che l'invenzione dell'aldilà serve a svalutare l'unico mondo reale, che l'invenzione dell'anima immortale ha lo scopo di spregiare il corpo, la sua cura e i suoi piaceri. Pertanto "il vero peccato mortale" sarebbe "l'offerta di un oltremondo" per farci perdere "l'uso e il beneficio del solo mondo esistente".

L'opera di Onfray ha contribuito notevolmente a smuovere le acque di una letteratura atea abbastanza stagnante. A parte L'atheisme di Felix Le Dantec del 1906 in tutto il Novecento gli unici saggi sull'ateismo degni di rilievo sono ad opera di cattolici. Tre emergono: Jacques Maritain (Il significato dell'ateismo contemporaneo, 1949), Augusto del Noce (Il problema dell'ateismo, 1964) e Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, 1964). Nell'assenza quasi secolare di una voce atea significativa Onfray rompe il ghiaccio col suo Trattato di ateologia (Grasset & Fasquelle, 2005). Esso ha avuto un ottimo rilievo mediatico, anche perché Onfray si spende personalmente a favore dell'ateismo in sedi deputate e nei mezzi di informazione.

Nella parte prima del trattato egli così definisce la sua proposta: «L'ateologia si propone tre obiettivi: anzitutto decostruire i tre monoteismi e mostrare come, nonostante l'odio che da secoli anima i protagonisti delle tre religioni, nonostante l'apparente irriducibilità in superficie della legge mosaica, dei detti di Gesù e della parola del Profeta Maometto, nonostante i tempi genealogici diversi di queste tre variazioni realizzate in un arco di più di dieci secoli con un solo e identico tema, il fondo resta lo stesso. Variazioni di grado, non di natura». (Fazi Editore, 2005, pag.65) Il secondo obiettivo: «Occuparsi in particolare di una delle tre religioni per vedere come si costituisce, prende piede e si radica su principi che implicano sempre falsificazione, isteria collettiva, menzogna, finzione, e miti ai quali si danno i pieni poteri.» (cit., p. 65). Terzo obiettivo: «una decostruzione del cristianesimo. In effetti, la costruzione di Gesù avviene in un'officina identificabile con un periodo storico di uno o due secoli: la cristallizzazione dell'isteria di un'epoca avviene in una figura che catalizza il meraviglioso, raccoglie in un personaggio concettuale chiamato Gesù le aspirazioni millenaristiche.»(cit., pag.66).



Si può distinguere tra un ateismo pratico, comportamento per cui si agisce come se Dio non ci fosse, e un ateismo teoretico, negazione consapevole dell'esistenza di Dio. Riguardo alla seconda forma di ateismo, va precisato che esistono in questo senso un ateismo negativo, che ha alla base della sua negazione l'indifferenza per il problema di Dio, dichiarato non rilevante, e un ateismo positivo, che si presenta come ribellione contro Dio, in vista dell'affermazione di altri principi. La forma più semplice di ateismo negativo è lo scetticismo. Sia lo scetticismo antico sia l'empirismo illuministico moderno tendono a svuotare di significato la disputa intorno a Dio o per l'impossibilità di provarne l'esistenza o per la contraddittorietà del concetto stesso di Dio. Una seconda forma di ateismo negativo è quella rappresentata dagli epicurei, i quali ammettono l'esistenza degli dei, ma negano che essi si interessino del mondo. Una terza e più radicale forma di tale ateismo è quella propria della filosofia analitica contemporanea, che vede Dio come un nome senza significato e definisce i problemi sollevati da tale nome come non problemi, la cui unica soluzione possibile è il rifiutarne la formulazione stessa. L'ateismo positivo ha avuto più numerose forme di espressione. Una prima è costituita dal materialismo, nelle sue varie manifestazioni, che sostituisce Dio come principio dell'universo con un principio materiale. Una seconda è data dall'umanismo nelle sue varie forme: si tratta di negare Dio per salvare l'uomo. La forma più celebre di tale ateismo è quella espressa da Feuerbach che vede in Dio l'immagine capovolta dell'uomo; la negazione di Dio si presenta quindi come la possibilità unica di restituire l'uomo all'uomo.

Sempre in questa prospettiva si collocano altre forme di ateismo come l'ateismo politico (Marx) che vede la negazione di Dio come una conseguenza di un rapporto non più alienato tra l'uomo e la società. Anche l'ateismo di Nietzsche, teso a negare Dio come immagine di un vecchio mondo di valori per sostituire a esso un'umanità nuova (il superuomo), si pone in questa direzione. Sartre infine intende l'ateismo come un dovere morale: affermare l'esistenza prima di ogni essenza significa credere all'esistenza e alla libertà dell'uomo prima e contro ogni concetto di Dio. La negazione di Dio è l'affermazione dell'assoluta libertà dell'uomo che progetta se stesso come Dio. Nonostante le apparenze la forma più radicale di ateismo è l'ateismo negativo, poiché, mentre l'ateismo positivo, come lo stesso L. Feuerbach ammette, non è un vero ateismo, in quanto nega l'esistenza di Dio, ma ne ammette gli attributi (amore, onnipotenza, ecc.) semplicemente riferendoli all'uomo anziché a Dio, l'ateismo negativo invece dichiara a priori l'improponibilità di qualsiasi questione riguardante Dio. Non può perciò essere considerato, come invece fu spesso fatto per l'ateismo positivo, conseguenza di una falsa immagine di Dio. Il dialogo quindi con ogni forma religiosa di pensiero si presenta più difficile. Una terza forma di ateismo fu di fatto considerato nella storia della filosofia il panteismo (sia nel Medioevo: Davide di Dinant, Amalrico di Bène; sia nell'età moderna: Spinoza, Fichte). Esso viene infatti a negare gli attributi tradizionali di Dio (quali in primo luogo la personalità) e a identificare Dio e natura, perdendo l'infinita distanza tra l'uomo e Dio. Anche la posizione kantiana, per quanto non neghi Dio, ammettendolo anzi come un postulato necessario della vita morale, conduce di fatto a ridurre Dio a una mera esigenza morale dell'uomo e a svuotarne di significato l'esistenza autonoma. Esiste infine una quarta forma di ateismo, nata in ambito religioso. Le sue lontane origini possono essere ricercate in Schleiermacher, il quale riduceva la religione a esperienza religiosa e dichiarava la nozione di Dio inessenziale a quest'esperienza definita vagamente come sentimento di dipendenza. La moderna teologia della secolarizzazione e in particolare la teologia della morte di Dio (Van Buren, Hamilton, Altizer, ecc.), insistendo sull'aspetto profano del mondo e sull'assenza di Dio da esso o sull'umanità di Cristo, anziché sulla sua divinità, possono essere definite un ateismo cristiano. Tale ateismo in definitiva, nato dall'esigenza di ritradurre il nome di Dio in un linguaggio significativo per l'uomo d'oggi, culmina nel rifiuto della trascendenza e nello smarrimento quindi di ciò che più essenzialmente è costitutivo del rapporto uomo-Dio. Nel saggio Morte e trasfigurazione nella religione della modernità (1998) G. Vattimo approfondisce il tema della crisi delle ragioni filosofiche dell'ateismo accanto a quello del ritorno della religione. Il filosofo francese M. Onfray ravviva il dibattito pubblicando il Traité d’athéologie (2005; Trattato di ateologia), nel quale critica le basi etiche e filosofiche della teologia e ricostruisce una visione del mondo e una morale basate unicamente su presupposti razionali. Per Onfray l'invenzione di Dio è in antitesi alla vita, quella dell'aldilà svilisce l'unico mondo esistente, quella di un'anima immortale disprezza il corpo e i piaceri che da esso derivano. Dalla metà degli anni Novanta C. Tamagnone ha indirizzato le linee della sua ricerca sul pensiero ateo del quale è storico e teorico. Nelle sue opere, tra cui Ateismo filosofico nel mondo antico (2005), sviluppa un ateismo filosofico deciso, positivamente assertivo, secondo cui non esiste alcun dio o divinità: la loro esistenza è impossibile dal punto di vista logico. D. Dennett in Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon (2006; Rompere l'incantesimo. La religione come fenomeno naturale) sostiene che la religione e la fede possono essere sottoposte a indagine scientifica in quanto fenomeni naturali e non soprannaturali.

I teologi cattolici considerano sempre colpevole l'ateismo pratico, mentre nel caso dell'ateismo teoretico fanno una distinzione: l'ateismo negativo, consistendo in un'ignoranza assoluta di Dio, è incolpevole, mentre l'ateismo positivo, che è negazione esplicita dell'esistenza di Dio, è colpevole, perché la fede in Dio si perde solo per colpa. Oggi nella teologia cattolica si fanno sentire però delle voci più sfumate. Per esempio il teologo L. Billot ha sottolineato la necessità di considerare l'individuo in rapporto al suo ambiente sociale, da cui è condizionato. Inoltre si parla di ateismo nominale (conoscenza non autentica di Dio); di atei che credono di esser tali, ma in realtà accettano in modo inespresso la trascendenza, non raggiungendo un'espressione adeguata di essa; infine di ateismo completo, che si chiude esplicitamente e coscientemente alla trascendenza.

Umanista, laico, agnostico, ateo..
Non si tratta certo di sinonimi, anche se spesso vengono usati in alternativa gli uni agli altri per significare uno stesso concetto, ritenendo gli uni più in grado degli altri di definire una stessa condizione: quella del non credente. In gioco quindi c’è il tipo di atteggiamento da assumere nei confronti della questione religiosa e nei confronti di chi professa una religione in modo totalizzante, da testimoniare con ogni comportamento. Insomma, in contrapposizione al credente.
C’è poi però una specie di gradualità nel modo di prendere le distanze dalla religione, che invece è quanto ne indica in genere, più di ogni altro aspetto, la diversità irriducibile.

L'umanista nel suo significato più generico – che è poi normalmente anche il più diffuso – sta a significare una centralità dell’uomo, che, in quanto tale, si può porre in contrapposizione con l’uomo visto in una dimensione religiosa che lo proietterebbe al di là della sua condizione. E’ quindi in questo senso che l’umanista può diventare sinonimo di non credente. Ma fino a che punto? Già l’umanesimo inteso come movimento culturale collocabile storicamente non intende certo sostenere che esaltare la centralità dell’uomo comporti di per sè un rigetto della dimensione religiosa… anzi, ritiene così di viverla più autenticamente (cfr. il De hominis dignitate, di Pico della Mirandola, indicato spesso come il vero ‘manifesto’ dell’umanesimo). Ma anche al di là di ciò – che per altro è determinante – l’eventuale ‘non credere’ dell’umanista è una scelta da porre insieme a tante altre di non minore rilievo. In definitiva l’umanista non credente non è coinvolto più di tanto per quanto riguarda le ripercussioni esistenziali che il non credere comporta. Questo almeno per chi si ritiene prima di tutto umanista.

Il laico-credente sta ad indicare una separazione tra la sfera religiosa e la sfera civile e politica che gli permetterebbe di essere nello stesso tempo fedele al suo credo e ossequiente alla legislazione della società civile. La contraddizione in termini concettuali credo sia evidente, quanto meno di fronte alle situazioni, tutt’altro che infrequenti, in cui le leggi dello stato confliggono con i principi della fede. Sul piano pratico operativo, va da sé, il credente può comportarsi in modo veramente laico, ma a quale prezzo per la sua coscienza? E quindi fino a che punto?
Per il non credente l’essere laico, comporta invece l’ovvia separazione tra sfera religiosa o ideologica e sfera politica in quanto non è altro che una conseguenza logica del suo rifiuto di norme ispirate a principi religiosi o ideologici… Ma la laicità come tale, pur essendone un elemento costitutivo, non definisce il non credente, ancora una volta, per le sue implicazioni esistenziali. Certamente fa tutt’uno col non credente, ma sottolineandone solo un aspetto.

Esistono  due modi di intendere e vivere l’agnosticismo. C’è l’agnostico inteso come colui che – riducendo all’osso il discorso – non è in grado di sapere se dio esiste o meno… ma non lo esclude come possibilità. Non sceglie, ma si pone come disponibile ad una eventuale scelta. Dubita, ma ritiene possibile uscire dal dubbio. Personalmente ritengo questo atteggiamento – ovviamente legittimo – molto più vicino al fideismo che all’ateismo, nel senso che mentre per l’ateo (di cui dirò dopo) dio, per quanto ‘cercato’, non si rivelerà mai, per l’agnostico di questo tipo dio lo si può cercare… ed è sempre disponibile a coglierne gli eventuali segni. Che può ‘incontrare’ sia dentro che fuori di sé… perché in fondo è questo che desidera. Altrimenti non lo cercherebbe, magari inconsciamente.
C’è poi un altro tipo di agnosticismo, in questo caso sinonimo di ateismo… o, volendo, distinguendosene per aspetti non strutturali. L’agnostico di questo tipo è colui che, non solo non sa se dio esiste o meno, ma ritiene anche impossibile saperlo. Per cui non lo attende, e si comporta di fatto, a tutti gli effetti, come se dio non esistesse. Come per l’ateo.
Al termine ateo però, questo tipo di agnostico, preferisce senz’altro, appunto, il termine agnostico, in quanto ritiene che ‘a-teo’ sia fuorviante, riduttivo, in grado di connotare solo una negazione di dio come se ciò fosse dimostrabile, sostenibile con prove., basando il proprio non credere fondamentalmente su questo, impegnandosi soprattutto a questo livelli, identificando la propria natura di non credente soprattutto testimoniando questa convinzione. Per l’agnostico del secondo tipo invece, coerentemente col fatto che di dio non si conoscerà mai nulla, la questione passa in secondo piano, e comunque non è ciò che caratterizza il suo non credere.
Perché allora – pur riconoscendo la fondatezza di questa posizione – preferisco comunque il termine ‘ateo’? Per due ragioni, una di natura storico-sociologica, l’altra più concettuale.
Storicamente – e ancora oggi per la maggior parte dell’opinione pubblica – il non credente viene definito ateo, e, per la maggior parte dei credenti, ateo sta ancora a significare la forma più spregevole della mancanza di fede, mentre c’è più tolleranza per l’agnostico, il laico, l’umanista. Ora, nella situazione attuale, la testimonianza atea, il definirsi atei, significa ancora pur sempre rivendicare con orgoglio una identità che, per quanti nel passato (e ancora oggi) si definivano atei, comportava emarginazione sociale e persecuzione. Insomma, ateo, per la maggior parte delle persone (quelle con le quali si convive quotidianamente), è il termine che più di ogni altro definisce il non credente. E con questo ci si deve confrontare.
Sul piano concettuale del termine ateo fa riferimento proprio ad una possibile interpretazione del suo significato letterale: a-teo. Da intendere non solo e non tanto come ‘negazione di dio’, ma negazione di tutto ciò che la nozione di dio comporta, quale che sia il modo di rappresentarselo: quello delle religioni in senso proprio, ma anche di tutto quanto viene vissuto religiosamente. Cioè dogmaticamente, alienando la propria umanità in qualche valore assoluto cui prestare fede al di là di ogni razionalità. Cosa meglio del termine ‘dio’ – e quindi del rifiuto di dio significato da a-teo – riassume in sé, storicamente e concettualmente, questa visione del mondo e conseguenti comportamenti?
E oltre tutto, in questo senso ateo diventa anche sinonimo, nel modo più pregnante, di ‘libero pensatore’.



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giovedì 12 novembre 2015

ADDIO MONDO......



Sociologicamente il suicidio è stato trattato in modo molto approfondito da Émile Durkheim, il quale individua quattro tipi di suicidio collegati ai gradi di integrazione e regolamentazione sociale: egoistico, altruistico, anomico, fatalista.

Nella genesi del suicidio, gioca un ruolo importante la componente emulativa: è noto, già dall'Ottocento, il cosiddetto effetto Werther, l'incremento di suicidi seguito alla pubblicazione del romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe. Per questo motivo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha diramato delle linee guida per indirizzare il comportamento degli operatori dell'informazione e dei mezzi di comunicazione di massa, ai quali è affidata la richiesta di un comportamento responsabile.

Nell'antica Atene, a una persona che si toglieva la vita senza l'approvazione dello Stato, veniva negato l'onore di una sepoltura normale. Essa sarebbe stata sepolta da sola, alla periferia della città, senza una lapide o un segno distintivo. Nell'antica Grecia e nell'antica Roma, il suicidio era considerato un metodo accettabile per affrontare una sconfitta militare. A Roma, mentre il suicidio era stato inizialmente ammesso, fu poi considerato un crimine contro lo Stato per i suoi costi economici.

Un decreto penale emesso da Luigi XIV di Francia nel 1670 puniva gravemente chi si toglieva la vita: il corpo della persona morta veniva trascinato lungo le strade, a faccia in giù, per poi essere appeso o gettato nei rifiuti. Inoltre, tutte le proprietà di un suicida venivano confiscate. Storicamente la chiesa cristiana scomunicava chi tentava il suicidio e coloro che si erano tolti la vita venivano sepolti fuori dai cimiteri consacrati. Nel tardo XIX secolo, in Gran Bretagna, il tentato suicidio era considerato equivalente al tentato omicidio e poteva essere punito per impiccagione. Nell'Europa del XIX secolo, l'atto suicidario veniva visto come una dimostrazione di infermità mentale.

Nei suoi risvolti morali esso era legato in origine, presso le antiche religioni misteriche, anche alla prospettiva della reincarnazione, in vista di un'evoluzione spirituale come nel caso di Empedocle. Nell'Etica Nicomachea Aristotele definisce tuttavia il suicidio un atto di viltà; del resto, già il suo maestro Platone non ammetteva il suicidio se non per qualche necessità assolutamente ineluttabile, condannando i suicidi e considerandoli dei vigliacchi, meritevoli di sepolture senza un nome e in luoghi solitari. Cicerone ribadisce le idee di Pitagora secondo il quale l'uomo non appartiene che alle divinità.

Lo stoicismo è invece uno degli esempi più noti di filosofia che accetta il suicidio e, anzi, in determinate condizioni, lo descrive come un atto naturale. Avendo imparato che i mali sono tali solo in apparenza, infatti, lo stoico può accettare il suicidio come atto conclusivo del compito riservatogli dal destino, purché sia una scelta deliberata e non dettata da un impulso momentaneo: dev'essere cioè un atto razionalmente giustificato. Seneca ad esempio ammette la liceità della scelta suicida partendo dal presupposto che «non è un bene vivere, ma vivere bene». Per lui solo la virtù e la saggezza hanno valore, mentre la vita, sebbene preferibile alla morte, è un bene indifferente come la ricchezza, gli onori, e gli affetti.

Tra gli stoici che scelsero il suicidio vi furono, oltre allo stesso Seneca, il fondatore della scuola Zenone di Cizio; Catone Uticense, per evitare la cattura da parte di Cesare, e il suo genero Marco Giunio Bruto, uno dei cesaricidi, per evitare analogamente di cadere vivo nelle mani di Ottaviano.

Agli stoici si oppose Plotino, che nel III secolo d.C. scrisse un trattato riguardante il suicidio. Poiché la vita per il filosofo è un percorso evolutivo, che permette di elevarsi attraverso la legge che regola il ciclo delle reincarnazioni, è necessario seguire il suo corso naturale: «E se il rango che ciascuno avrà lassù corrisponde alla sua condizione al momento della morte, non bisogna suicidarsi finché c'è la possibilità di progredire». La vita stessa, in quanto espressione dell'anima che illumina una natura inferiore, è concepita infatti come portatrice di una «presenza divina», quale prodotto ultimo della processione da Dio: «Non ti toglierai la vita, affinché l'anima non se ne vada». Il suicidio provoca, secondo questa impostazione, un danno all'anima che viene cacciata a forza e in maniera innaturale: non esiste per Plotino il suicidio razionale, poiché la violenza al proprio corpo è sempre accompagnata da «angoscia, dolore o ira».

Una ferma condanna del suicidio si ebbe in epoca cristiana da parte di filosofi come Agostino di Ippona e Tommaso d'Aquino.

In età illuminista si opposero al sucidio Immanuel Kant e, senza dubbio, John Stuart Mill. Proprio per Kant, il suicidio è da considerarsi immorale poiché non può diventare una legge universale.

Altri pensatori hanno considerato il suicidio come una questione legittima di scelta personale. I sostenitori di questa posizione sostengono che nessuno dovrebbe essere costretto a subire contro la propria volontà, in particolare da condizioni come una malattia incurabile, una malattia mentale e la vecchiaia, che non hanno alcuna possibilità di miglioramento. Essi rifiutano la convinzione che il suicidio sia sempre irrazionale, sostenendo invece che possa essere l'ultima risorsa valida per quelli che sperimentano un dolore prolungato. Per Epicuro, ad esempio, il suicidio è un'affermazione della libertà umana sulla legge della necessità che governa la natura. Epicuro scrive: "È una sventura vivere nella necessità, ma vivere nella necessità non è per niente necessario".

Secondo Schopenhauer l'obiettivo per liberarsi dal dolore dell'esistenza è superare la volontà di vivere, ma non attraverso il suicidio, il quale non è una soluzione ma una delle massime manifestazioni della volontà di vivere. Schopenhauer sostiene che proprio perché si ama troppo la vita e non la si vuole vivere in una condizione sgradevole ci si libera con il suicidio.

« Il suicida vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate. »
(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, par 69, 1818.)
Emil Cioran, in qualche modo ricollegandosi al pensiero di Martin Heidegger, intende il costante riferimento alla morte come indispensabile alla fondazione della morale soggettiva; caratteristica è quindi la sua posizione sul suicidio, senza il pensiero del quale, egli dice esplicitamente, non sarei riuscito a sopravvivere. Il suicidio è interpretato così non come gesto effettivo, ma come possibilità estrema che, in quanto mantenuta nella sua possibilità e non attuata, rende possibile ogni altra azione.

Una presa di posizione forte è quella di coloro che sostengono che le persone dovrebbero poter scegliere autonomamente di morire, indipendentemente dalla loro condizione. Nietzsche scrive: "Muori al momento giusto. Io lodo la mia morte che giunge perché la voglio io". I maggiori sostenitori di questa scuola di pensiero sono l'empirista scozzese David Hume e il bioeticista statunitense Jacob Appel.



Una delle ultime e più belle opere di van Gogh è il Campo di grano con corvi, del luglio 1890, realizzata poco tempo prima del suicidio e giudicata dalla critica il suo "testamento spirituale" e si presta a rappresentare, anche attraverso la descrizione di seguito il tema trattato. Cupa è l'atmosfera. L'artista infatti non vede futuro per la sua esistenza immediata, anche se la sua anima continua ad ardere di un fuoco divoratore.
Il campo di grano è così mosso che sembra una foresta in fiamme, in cui strade vuote, che portano verso l'ignoto, cercano di farsi largo e su cui volteggiano tristi presagi: i corvi neri appunto, che sembrano arrivare come avvoltoi su un cadavere.
La strada è senza via d'uscita perché i campi, che esprimono i valori rurali del passato, nulla possono contro i nuovi valori borghesi, rappresentati da un cielo che pare un oceano in tempesta, in cui il chiaro si mescola allo scuro confondendo ogni cosa.
In mezzo a questo cielo tenebroso macchie bianche indistinte, misticheggianti, sembrano voler indicare gli astri o nuvole minacciose, ma in realtà raffigurano la solitudine dell'artista, ripiegato su se stesso.
Il campo di grano è l'elegia di uno sconfitto.
La strada infatti non porta da nessuna parte ed è virtualmente percorsa da una persona, l'artista, che non sa dove andare, né cosa cercare.
Da notare che prima di realizzare il quadro, van Gogh era andato a far visita al fratello Theo che viveva a Parigi ed era rimasto scosso per le difficoltà professionali di lui e per la salute cagionevole del nipotino Vincent.
Qualche giorno dopo aver finito l'opera, van Gogh scriverà l'ultima lettera a Theo, in cui dirà espressamente che la sua morte avrebbe posto fine al travaglio della famiglia del fratello: le sue opere sarebbero aumentate di valore e Theo - insieme alla moglie e al figlioletto Vincent - avrebbero potuto condurre una vita migliore (purtroppo anche Theo si ucciderà sei mesi dopo, angosciato per la morte del fratello).
Insomma van Gogh - se guardassimo l'aspetto contingente della sua esistenza - si sarebbe ucciso prendendo questa nota familiare come occasione per realizzare l'ultima missione della sua vita: lui che non era riuscito, in vita, a realizzare alcunché di socialmente utile, pensava di farlo da morto. In realtà l'occasione è solo un pretesto, in quanto è tipico dei folli trovare delle motivazioni etiche al proprio agire disperato.



La notizia di un suicidio lascia sempre un senso di smarrimento in chi la riceve. E la domanda spontanea che ci si pone è Perche?

Innanzitutto va detto che solo in pochi casi la persona che si suicida lo decide in maniera repentina ed improvvisa. Ciò avviene solo in persone che hanno un grave disturbo psichiatrico (ad esempio depressione) o si trovano ad affrontare situazioni di vita che ritengono estreme ed insopportabili (ad esempio un’improvvisa carcerazione). Il più delle volte il suicidio è la conclusione di un vissuto interiore personale, doloroso e dilaniante, in cui frequenti sono i dubbi sul porre in essere o meno il suicidio..

In un primo momento la persona che soffre comincia a prendere in considerazione l'idea di suicidarsi, non in maniera veramente intenzionale, ma come una possibile soluzione ai propri problemi ed al proprio dolore. Il suicidio viene visto come un’ultima via di fuga da percorrere nel caso che gli eventi e la propria situazione precipitasse. Ciò da la possibilità d’iniziare ad immaginare la propria morte in maniera positiva. Non si ha più paura di essa, ma la si vede come un’”amica” che ci darà conforto e sollievo. A volte si prendono anche ad esempio suicidi celebri, che hanno rivestito un alone romantico nell’immaginario collettivo. Non da ultimo ci s’immagina come le persone a noi più care e vicine vivranno la nostra morte.

Successivamente, quella che è un’idea di suicidio incomincia a prendere le sembianze di una vera e propria intenzione di porre termine alla propria esistenza. Si valutano pro e contro della scelta finale ci si trova a combattere contro sentimenti opposti , fra la voglia di vivere e quella di morire, fra disperazione e speranza. Ciò viene particolarmente vissuto dalla persona che soffre di depressione.

Infine, viene presa la decisione di suicidarsi. Spesso, però, anche se si è decisi e determinati, succede che all’ultimo momento l’istinto di sopravvivenza prevale e si ritorna indietro sulla propria decisione.

Taluni ad in certo punto della loro vita non riescono più a trovare un senso alla propria esistenza, non provano più desiderio od emozione per niente. Hanno una vita normale o addirittura soddisfacente, ma è solo apparenza, dietro c’è una profonda insoddisfazione. Queste persone non credono più in niente e in nessuno: si sentono ciniche, disincantate, senza più sogni, soprattutto non provano più amore. Non c’è una grave depressione dietro questo ma uno stato di latente malessere, che nasconde uno stato depressivo diffuso e non conclamato. Ma, mentre nella depressione classica rimane un anelito di protesta e di ribellione verso la propria situazione, in questo caso l' aridità della propria esistenza viene accettata come l'emblema della condizione umana. La persona in questo stato non soffre più, perchè non si lascia più coinvolgere in niente, non si sente più delusa, perché non spera più niente.

Il suicidio come "reazione": in questo caso la persona che pensa di suicidarsi, reagisce ad una situazione che ritiene disperata. Ha subito un trauma, ha perso una persona cara, ha avuto una delusione professionale o personale. A volte i motivi del suicidio possono sembrare banali soprattutto quando posti in essere da un giovane che si può suicidare per una bocciatura a scuola, per una delusione sentimentale o altro. Quello che è importante non è tanto l'evento in sé, ma il significato che questo assume per la persona che sta male. Perciò, può succedere che quello che agli occhi del mondo può apparire come un piccolo insuccesso, abbia un effetto devastante sull' autostima in costruzione del giovane. Un fallimento scolastico diventa allora la prova che si è dei falliti, una delusione d'amore diventa la prova che si ha un carattere poco amabile e che nessuno potrà mai amarci. Si può essere depressi, anche senza che ci sia stato un evento esterno scatenante. Alla base di molte depressioni c'è la mancanza d'amore : chi prende in considerazione il suicidio, sente che a nessuno importa se lui vive o muore. La persona depressa fa un bilancio totalmente negativo della sua esistenza che non offre nessun prospettiva di miglioramento : il futuro sarà orribile come il presente o anche peggio. Il suicidio appare, allora, come l'unico mezzo per porre fine alle proprie sofferenze che vengono vissute come intollerabili. Alcune volte, il suicidio può avere un fine "altruistico": chi si toglie la vita, è sinceramente convinto di essere un fallito e di aver deluso le aspettative degli altri. E' persuaso di essere un peso per i propri cari ed è convinto che gli altri starebbero meglio senza di lui o di lei.



Spesso le persone che pensano al suicidio non si sentono amate e considerate. Il suicidio diventa l'unico modo per essere finalmente visti e apprezzati dalle persone che li circondano. L'aspirante suicida è convinto che solo con un gesto estremo come quello di togliersi la vita, potrà far sì che gli altri si accorgano finalmente di lui. Il suicidio diventa un modo per vendicarsi dell'indifferenza o della cattiveria di amici e parenti:costoro saranno costretti a vivere tutta la loro vita, portandosi dietro il peso insostenibile della colpa e del rimorso. Spesso, con la propria morte, il suicida vuole colpire la persona che più l'ha fatto soffrire in vita. Ma dietro alla rabbia, c'è sempre una richiesta d'amore: l' aspirante suicida spera di ottenere con la sua morte quell' affetto e quella considerazione che non è riuscito ad ottenere da vivo.

Quando si perde una persona (sia come morte che come distacco) che si è amato tanto, la mancanza ed il dolore può essere così forte da decidere di porre fine alla propria esistenza. Ciò è particolarmente vero se si era anche dipendente affettivamente dall’altro.

Il suicida non desidera realmente morire: vuole solo porre fine ad un dolore insopportabile. Ma quando si è disperati, non si vedono le cose in un modo obiettivo: si pensa che perché il passato è stato brutto e il presente è duro, il futuro sarà altrettanto solitario e privo di amore. Ma nella vita tutto può cambiare, non bisogna mai perdere la speranza. Chi pensa al suicidio vede nella morte la soluzione ai propri problemi, ma il suicidio non è la risposta.



Tra circa lo 0,5% e l'1,4% delle persone muore per suicidio. A livello globale, a partire dal 2008/2009, il suicidio è la decima causa di morte, con circa da 800.000 a un milione di persone che muoiono ogni anno, fornendo un tasso di mortalità dell'11,6 per 100.000 persone per anno. I tassi di suicidio sono aumentati del 60% dal 1960 al 2012, con aumenti visti soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Per ogni suicidio vi sono tra i 10 e i 40 tentativi.

I tassi di suicidio variano significativamente tra i paesi e nel tempo. La percentuale dei decessi nel 2008 era: Africa 0,5%, Sud-Est asiatico 1,9%, Americhe 1,2% ed Europa 1,4%. I tassi per 100.000 individui erano: Australia 8.6, Canada 11.1, Cina 12,7, India 23,2, Regno Unito 7,6, Stati Uniti 11.4. Il suicidio è stata classificata come la 10° causa di morte negli Stati Uniti nel 2009 con circa 36.000 casi e con circa 650.000 persone che sono state accettate nei dipartimenti di emergenza seguito di un tentativo. Lituania, Giappone e Ungheria hanno i tassi più elevati. I paesi con il maggior numero assoluto di suicidi sono la Cina e l'India che rappresentano oltre la metà del totale. In Cina il suicidio è la quinta causa di morte.

Nel mondo occidentale, i maschi muoiono da tre a quattro volte più spesso per suicidio di quanto non facciano le femmine, anche se le femmine lo tentano quattro volte più spesso. Ciò è stato attribuito al fatto che i maschi utilizzino mezzi più letali per togliersi la vita. Questa differenza è ancora più marcata negli individui di età superiore ai 65 anni, con i maschi che si tolgono la vita dieci volte di più rispetto alle femmine. La Cina ha uno dei più alti tassi di suicidio femminile nel mondo ed è l'unico paese in cui la percentuale è più alta rispetto a quella degli uomini (rapporto di 0,9). I tassi di suicidio nella zona del Mediterraneo orientale sono quasi equivalenti tra maschi e femmine. Per le donne il più alto tasso di suicidi si trova in Corea del Sud con 22 casi per 100.000, con alti tassi del sud-est asiatico e nel pacifico occidentale in generale.

In molti paesi il tasso di suicidio è più alto nella mezza età o negli anziani. Il numero assoluto di suicidi è però più grande tra quelli tra i 15 e i 29 anni, a causa del numero più elevato di persone in questa fascia di età. Negli Stati Uniti è più frequente negli uomini caucasici di età superiore a 80 anni, anche se i più giovani lo tentano più frequentemente. Il suicidio è la seconda più comune causa di morte tra gli adolescenti e nei giovani maschi viene solo dopo la morte accidentale. Per i giovani maschi del mondo sviluppato è la causa di quasi il 30% della mortalità. I tassi riscontrabili nei paesi in via di sviluppo sono simili, ma vi è una minore percentuale di decessi complessivi per via dell'alto numero di morti per altri tipi di traumi. Nel Sud-Est asiatico, a differenza di altre aree del mondo, i decessi per suicidio si verificano più frequentemente nelle giovani donne rispetto alle anziane.

In Italia la regione con il numero più basso di suicidi è la Campania con 2,6 suicidi per 100.000 abitanti, e la più alta il Friuli-Venezia Giulia (9,8 per 100.000 abitanti), nel 2007, seguita da Valle d'Aosta (9 su 100.000), Sardegna (8,9 su 100.000) e Trentino-Alto Adige (8,7 su 100.000) rispetto a una media nazionale di 5,6.

Contrariamente alle notizie diffuse dagli organi di informazione, la crisi economica iniziata nel 2008 non ha prodotto un netto e chiaro incremento nel tasso di suicidi dovuti a cause economiche: questi eventi, secondo dati ISTAT, sono stati in numero di 150 nel 2008, passando a 198 nel 2009 (con un aumento del 24,8%), e scendendo a 187 nel 2010 (con un calo del 6%). Il rapporto tra crisi economica e ricorso al suicidio è smentito, inoltre, dal fatto che paesi europei come la Germania e la Finlandia, in cui la crisi è meno sentita, registrano tassi tra i più alti di suicidio, mentre la Grecia, in assoluto il paese colpito in maniera più grave dalla crisi, esibisce i tassi di suicidio più bassi d'Europa.

Peraltro, dato il ruolo importante della componente emulativa nel determinare decisioni di suicidio (ad esempio, è noto dall'Ottocento il cosiddetto effetto Werther), l'insistere, da parte dei mezzi di comunicazione di massa, su notizie di suicidi dovuti, in apparenza, a cause economiche, può avere l'effetto di incentivare la scelta di persone che si trovino in situazioni analoghe di difficoltà.



I fattori che influenzano il rischio di suicidio comprendono disturbi psichiatrici, abuso di droga, stati psicologici alterati, situazioni culturali, familiari e sociali e la genetica. Malattie mentali e abuso di sostanze spesso coesistono. Altri fattori di rischio includono l'aver già tentato un suicidio, la pronta disponibilità di un mezzo per commettere l'atto, una storia familiare di suicidio o la presenza di lesioni cerebrali traumatiche. Ad esempio, i tassi di suicidio sono stati trovati a essere maggiori nelle famiglie con armi da fuoco rispetto a quelle prive. I fattori socio-economici, come la disoccupazione, la povertà, essere senza fissa dimora e la discriminazione possono scatenare pensieri suicidi. Circa tra il 15 e il 40% delle persone che si tolgono la vita lasciano un biglietto d'addio. La genetica sembra rappresentare tra il 38 % e il 55% dei comportamenti suicidari. I veterani di guerra hanno un elevato rischio di suicidio dovuto in parte a più alti tassi di malattie mentali e problemi di salute fisici legati all'esperienza subita.

Disturbi mentali sono spesso presenti al momento del suicidio con stime che vanno dal 27% a oltre il 90%. Tra coloro che sono stati ammessi a un'unità psichiatrica, il rischio di suicidio è di circa l'8,6%. La metà di tutte le persone che muoiono per suicidio può soffrire di disturbo depressivo maggiore, o uno degli altri disturbi dell'umore, come ad esempio il disturbo bipolare che aumenta il rischio di suicidio di 20 volte. Altre condizioni aggravanti comprendono la schizofrenia (14%), disturbi di personalità (14%) e il disturbo post traumatico da stress. Circa il 5% delle persone affette da schizofrenia muoiono di suicidio. I disturbi alimentari sono un'altra condizione di rischio elevato.

Una storia di precedenti tentativi di suicidio è il più grande fattore predittivo di un ulteriore tentativo. Circa il 20% dei suicidi ha avuto un precedente tentativo e, fra coloro che hanno tentato il suicidio, l'1% lo realizza entro un anno e più del 5% entro 10 anni. Mentre gli atti di autolesionismo non sono visti come tentativi di suicidio, la presenza di un comportamento autolesionistico è correlato a un aumento del rischio di suicidio.

In circa l'80% dei suicidi completati l'individuo ha visto un medico entro l'anno prima della sua morte, tra cui il 45% entro il mese precedente. Circa il 25-40% di coloro che hanno completato il suicidio hanno avuto contatti con i servizi di salute mentale entro l'anno precedente.

L'abuso di sostanze è il secondo fattore di rischio più comune per il suicidio dopo la depressione maggiore e disturbo bipolare. Sia l'abuso cronico di sostanze, così come intossicazione acuta sono associate. In combinazione con il dolore personale, come il lutto, il rischio è ulteriormente aumentato. Inoltre l'abuso di sostanze è associato a disturbi di salute mentale.

La maggior parte delle persone sono sotto l'effetto di droghe sedativo-ipnotiche (ad esempio alcol o benzodiazepine) quando commettono suicidio. Una situazione di alcolismo è presente in tra il 15% e il 61% dei casi. I paesi che hanno tassi più elevati di consumo di alcol e una maggiore densità di bar in genere hanno anche alti tassi di suicidio. Circa tra il 2,2% e il 3,4% di coloro che sono stati trattati per l'alcolismo a un certo punto muoiono nella loro vita per suicidio. Gli alcolisti che tentano il suicidio sono di solito di sesso maschile, anziani e hanno già tentato il suicidio in passato. Tra il 3% e il 35% dei decessi tra coloro che usano eroina sono dovuti al suicidio (un valore circa 14 volte superiore rispetto a quelli che non ne fanno uso).

L'abuso di cocaina e metanfetamine ha un'alta correlazione con il suicidio. In coloro che usano la cocaina il rischio è maggiore durante la fase di abbandono. Coloro che hanno utilizzato droghe inalanti sono a rischio significativo, con circa il 20% che tenta il suicidio a un certo punto. Il fumo di sigarette è associato con il rischio di suicidio. Vi sono poche prove sul perché esiste questa associazione, tuttavia è stato ipotizzato che coloro che sono predisposti a fumare sono inoltre predisposti al suicidio. Tuttavia la cannabis non sembra aumentare il rischio in modo indipendente.

Il problema del gioco d'azzardo è associato ad aumento dell'ideazione suicidaria e dei tentativi, rispetto alla popolazione generale. Tra il 12% e il 24% dei giocatori d'azzardo patologico tentano il suicidio. Tra i coniugi dei giocatori d'azzardo il tasso di suicidi è di tre volte superiore a quella della popolazione generale. Altri fattori che aumentano il rischio dei giocatori con problemi comprendono la malattia mentale, l'alcolismo e la tossicodipendenza.

Esiste un'associazione tra suicidio e problemi di salute fisica tra cui: il dolore cronico, danno cerebrale traumatico, cancro, pazienti sottoposti a emodialisi, affetti da HIV, da lupus eritematoso sistemico e altre condizioni mediche debilitanti. La diagnosi di cancro raddoppia approssimativamente il conseguente rischio di suicidio. La prevalenza di una maggiore tendenza al suicidio persisteva anche dopo la cura per la malattia depressiva e per l'abuso di alcol. Nelle persone con più di una condizione medica il rischio era particolarmente elevato. In Giappone i problemi di salute sono elencati come la giustificazione primaria per il suicidio.

I disturbi del sonno come l'insonnia e l'apnea del sonno sono fattori di rischio per la depressione e il suicidio. In alcuni casi i disturbi del sonno possono essere un fattore di rischio indipendente di depressione. Un certo numero di altre condizioni mediche possono presentare sintomi simili ai disturbi dell'umore, tra cui: ipotiroidismo, malattia di Alzheimer, tumori cerebrali, lupus eritematoso sistemico e gli effetti negativi di un numero di farmaci (come i beta-bloccanti e gli steroidi).



Un certo numero di stati psicologici aumentano il rischio di suicidio, tra cui disperazione, perdita di piacere nella vita, depressione e una progressiva impotenza. Una scarsa capacità di risolvere problemi, la perdita della capacità e lo scarso controllo degli impulsi possono anch'essi svolgere un ruolo. Negli anziani la percezione di essere un peso per gli altri è importante.

Episodi come la perdita recente di un familiare o di un amico, la perdita di un posto di lavoro o di l'isolamento sociale (come vivere da solo) aumentano notevolmente il rischio. Essere religiosi può ridurre il proprio rischio di suicidio, un fattore che è stato attribuito alle posizioni negative che molte religioni intraprendono contro il suicidio; tra i credenti, i musulmani sembrano essere quelli con un tasso più basso.

Alcuni possono togliersi la vita per sfuggire al bullismo o ai pregiudizi. Una storia di abuso sessuale infantile e un periodo trascorso in affidamento, possono essere anch'essi fattori di rischio: si ritiene che l'abuso sessuale possa contribuire a circa il 20% del rischio complessivo.

L'aumento della povertà relativa rispetto alla media della società in cui si vive aumenta il rischio di suicidio. Oltre 200.000 contadini in India si sono tolti la vita dal 1997, in parte a causa di problemi di debito. In Cina il suicidio è tre volte più probabile nelle regioni rurali rispetto a quelle urbane in parte a causa delle difficoltà finanziarie in queste zone del paese.

I mezzi di comunicazione, compreso internet, possono giocare un ruolo importante nei casi di suicidio. Il modo in cui il suicidio viene presentato può avere un effetto negativo, glorificandolo e romanticizzandolo con un grande impatto emotivo e mediatico.

Questo contagio di suicidio è noto come effetto Werther, dal nome del protagonista de I dolori del giovane Werther, di Goethe, che appunto finisce con l'uccidersi. Questo rischio è maggiore negli adolescenti che possono idealizzare la morte. Sembra che mentre le notizie dei media abbiano un effetto significativo, quello dei mezzi di intrattenimento sia equivoco. L'opposto dell'effetto Werther è l'effetto Papageno la cui presenza di efficaci meccanismi di adattamento, può avere un effetto protettivo. Il termine si basa su un personaggio presente nell'opera di Mozart Il flauto magico, che temendo la perdita di una persona cara stava per togliersi la vita, ma l'aiuto degli amici riuscì a salvarlo.

Suicidio razionale è il motivato abbandono della propria vita, anche se alcuni ritengono che il suicidio non è mai logico. L'atto di perdere la vita per il bene degli altri è noto come suicidio altruistico. Un esempio di questo è quando un anziano termina la propria vita per lasciare una maggiore quantità di cibo per i più giovani della comunità. In alcune culture eschimesi questo è visto come un atto di rispetto, di coraggio e di saggezza.

Un attacco suicida è un atto politico in cui un attaccante perpetra la violenza contro gli altri sapendo che ciò provocherà la propria morte. Alcuni attentatori suicidi sono motivati dal desiderio di essere considerati dei martiri. Le missioni kamikaze sono state effettuate come un dovere per una causa superiore o come un obbligo morale. L'omicidio-suicidio è un atto in cui a un omicidio segue il suicidio del colpevole entro una settimana dall'atto. Tra il gennaio e il dicembre 2003, in Italia, i casi di suicidio a opera dell'autore del delitto erano stati 42, di cui 38 commessi da uomini e quattro da donne. Solo in uno dei casi l'omicidio-suicidio era concordato da entrambe le parti. I suicidi di massa sono spesso eseguiti sotto la pressione sociale in cui i membri rinunciano alla propria autonomia per seguire un leader. Un suicidio di massa può avvenire con un minimo di due persone, spesso definito come un patto suicida.

Come attenuante alle situazioni in cui continuare a vivere sarebbe intollerabile, alcune persone usano il suicidio come una via di fuga. Alcuni detenuti nei campi di concentramento nazisti sono noti per essersi uccisi deliberatamente toccando le recinzioni elettrificate.

Il metodo principale utilizzato per suicidarsi, varia da paese a paese. I più frequenti nelle diverse regioni sono l'impiccagione, l'avvelenamento da pesticidi e l'utilizzo di armi da fuoco. Queste differenze sono da ritenersi parzialmente dovute alle disponibilità dei diversi metodi. Uno studio effettuato su 56 paesi, ha rilevato che l'impiccagione è stato il sistema più comune, messo in pratica dal 53% dei suicidi di maschi e dal 39% dei suicidi di femmine.

Il 30% dei suicidi a livello mondiale avviene mediante l'assunzione di pesticidi. Tuttavia l'utilizzo di questo metodo varia geograficamente notevolmente, da un 4% in Europa a oltre il 50% nella regione del Pacifico. È comune anche in America Latina per via del suo facile accesso all'interno delle popolazioni agricole. In molti paesi, l'overdose di droga rappresenta circa il 60% dei suicidi tra le donne e del 30% tra gli uomini. Molti sono pianificati e si verificano durante un periodo acuto di ambivalenza.

Il tasso di mortalità varia a seconda del metodo utilizzato. Per le armi da fuoco vi è una mortalità dell'80-90%, l'annegamento tra il 65 e l'80%, l'impiccagione tra il 60% e l'85%, l'inalazione degli scarichi dell'auto tra il 40% e il 60%, il gettarsi da altezze variabili tra il 35% e il 60%, l'assunzione di pesticidi e l'overdose di farmaci hanno un tasso che varia dall'1,5% al 4%. I metodi più comuni di suicidio differiscono dai metodi spesso differiscono da quelli con più probabilità di successo: ad esempio, nei paesi più sviluppati l'85 dei tentativi avviene tramite overdose di droga, che è uno dei metodi meno effettivi.

Negli Stati Uniti, il 57% dei suicidi comportano l'uso di armi da fuoco, un metodo leggermente più comune negli uomini rispetto alle donne. Il secondo più frequente è l'impiccagione nei maschi e l'avvelenamento nelle femmine. Messi insieme, questi metodi comprendevano circa il 40% di tutti i suicidi compiuti negli Stati Uniti. In Svizzera, dove quasi tutti possiedono un'arma da fuoco, il maggior numero di suicidi avviene per impiccagione. Gettarsi dall'alto è comune sia a Hong Kong sia a Singapore con percentuali rispettivamente del 50% e dell'80%. In Cina l'assunzione di pesticidi è il metodo più comune. In Giappone, il tradizionale seppuku (o harakiri) si verifica ancora tuttavia l'impiccagione rimane il metodo più frequente.

Nella maggior parte dei paesi occidentali, il suicidio non è più considerato un reato, tuttavia lo era in molti paesi europei dal Medioevo fino almeno al XIX secolo. Molti paesi islamici lo considerano un reato.

In Australia il suicidio non è un reato, tuttavia è un crimine consigliarlo, incitarlo o aiutare un altro nel tentativo di attuarlo. La legge canadese consente esplicitamente a chiunque di utilizzare "la forza che possa ragionevolmente essere necessaria" per evitare che un individuo si suicidi. Il Territorio del Nord dell'Australia aveva brevemente legalizzato il suicidio assistito tra il 1996 e il 1997.

Nessun paese europeo attualmente considera il suicidio o il tentato suicidio un crimine. L'Inghilterra e il Galles lo hanno depenalizzato tramite il Suicide Act del 1961 e la Repubblica d'Irlanda nel 1993.

In India, il suicidio è illegale e i famigliari sopravvissuti possono dover affrontare difficoltà di ordine giuridico. In Germania, l'eutanasia attiva è illegale e chiunque dei presenti durante la pratica può essere perseguito per il mancato aiuto. La Svizzera ha recentemente preso provvedimenti per legalizzare il suicidio assistito per i malati mentali cronici. L'alta corte di Losanna, con una sentenza del 2006, ha concesso a un individuo anonimo con una lunga storia di problemi psichiatrici il diritto di porre fine alla sua vita.

Negli Stati Uniti, il suicidio non è illegale, ma può essere associato a sanzioni per coloro che lo tentano. Il suicidio assistito è legale negli Stati di Oregon e di Washington.

Nella maggior parte delle confessioni cristiane, il suicidio è considerato un peccato. Ciò si basa in particolare su autorevoli scritti di pensatori Medioevali, come Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino. Tuttavia il suicidio non era considerato un peccato sotto il codice Corpus iuris civilis dell'imperatore bizantino Giustiniano. Nella dottrina cattolica, la tesi si basa sul comandamento "non uccidere" applicabile ai sensi della Nuova Alleanza da Gesù in Matteo 19:18), così come l'idea che la vita sia un dono dato da Dio, la quale non deve essere disprezzata e che il suicidio è contro l'"ordine naturale" e interferisce con il piano di Dio per l'umanità.

Tuttavia, si ritiene che la malattia mentale o il timore grave della sofferenza diminuisca la responsabilità di chi lo attua. Una controdeduzione è che il quinto comandamento è più esattamente tradotto come "non uccidere", non necessariamente applicato a sé e che Dio ha dato il libero arbitrio per l'uomo. Prendere la propria vita non violerebbe la legge di Dio e che un certo numero di suicidi, da parte dei seguaci di Dio, sono registrati nella Bibbia con nessuna terribile condanna.

L'Ebraismo si concentra sull'importanza di valorizzare questa vita, e come tale, il suicidio equivale a negare la bontà di Dio nel mondo. Nonostante questo, in circostanze estreme, quando vi è altra scelta che uccidersi o essere uccisi o costretti a tradire la propria religione, gli ebrei si sono tolti la vita o individualmente o in suicidi di massa (ad esempio assedio di Masada) e come un severo monito vi è anche una preghiera della liturgia ebraica per "quando il coltello è alla gola", per coloro che muoiono "per santificare il Nome di Dio" (Martirio). Questi atti hanno ricevuto risposte contrastanti dalle autorità ebraiche, considerati da alcuni come esempi di martirio eroico, mentre altre affermano che era sbagliato togliersi la vita in previsione di un martirio.

Il suicidio non è consentito nell'Islam. Nell'Induismo, il suicidio è generalmente malvisto e viene considerato ugualmente peccaminoso come uccidere un altro individuo. Scritture indù affermano che chi si suicida entrerà a far parte del mondo degli spiriti, vagando in terra fino a quando sarebbe altrimenti morto, se non avesse commesso l'atto. Tuttavia, l'induismo accetta il diritto di un uomo di porre fine alla propria vita attraverso la non violenta pratica del digiuno fino alla morte, pratica chiamata Prayopavesa. Tuttavia tale pratica è strettamente limitata alle persone che non hanno alcun desiderio o ambizione e nessuna responsabilità ai rimanenti in questa vita. Il giainismo ha una pratica simile di nome Santhara. La pratica del Sati o di auto-immolazione della vedova, era prevalente nella società indù durante il Medioevo.





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