martedì 30 agosto 2016

INSODDISFATTI DI SE STESSI



La maggior parte della gente, anche quando è intellettualmente ben dotata, è spesso emotivamente disastrata ed insoddisfatta perché manca di praticità e di esperienza: non sa come uscire dal suo stato di insoddisfazione. 

Tutti si dibattono tra problemi quotidiani, vanno soggetti a dispiaceri e frustrazioni e tutti commettono errori e fanno scelte sbagliate. Una persona espertissima in un campo, è spesso completamente imbranata in altri settori. Nessuno è completamente esperto della vita e perciò tutti prendono decisioni errate e spesso si trovano in difficoltà. 

Una persona per sentirsi contenta deve accettare di sentirsi scontenta, anche perché è impossibile essere bravi in tutto. E soprattutto non si può diventare subito eccellenti. E non si può essere sempre in piena forma. Un individuo diventa pratico e disinvolto proprio dopo aver accettato di essere imbranato e rigido. Soltanto quando accetta di essere quello che è comincia il suo cambiamento.

Le qualità opposte dovrebbero sempre convivere in noi in modo equilibrato, ma spesso succede che coltiviamo una caratteristica e tralasciamo quella opposta. Noi diventiamo esperti nelle cose che ripetiamo ogni giorno e diventiamo carenti nelle cose che trascuriamo. 

Purtroppo c’è quasi sempre un abisso tra la realtà e le nostre aspettative, tra ciò che realizziamo e ciò che vorremmo. Inoltre, spesso immaginiamo che gli altri siano più felici, più fortunati, più dotati di noi, e questo è il principale motivo che ci rende insoddisfatti, che ci fa stare male. Se non comprendiamo che la realtà è sempre diversa dalle apparenze, e lo è per tutti, non riusciremo mai ad accettarci completamente. 
E invece l’accettazione di sé è il perno di ogni miglioramento e di ogni realizzazione. 

La gente manca spesso di senso pratico della vita e vive di troppa immaginazione, di troppe aspettative, di troppi desideri e sogni irrealizzabili e quindi vive spesso fuori dalla realtà. Tutti noi abbiamo troppe identificazioni e ci ritroviamo un io ipertrofico, ossia esteso a tantissime cose materiali e a tante relazioni (soldi, casa, automobile, cane, gatto, moglie, amanti, ecc. ecc.). Quindi più sono le cose che possediamo e con le quali ci identifichiamo, più ci sentiamo minacciati, e abbiamo paura che ce le portino via. E non appena l’amigdala avverte una piccola minaccia, ci mette immediatamente in tensione e abbiamo paura di perdere le nostre cose e ci attacchiamo ad esse ancora di più.

Fino a quando ha troppi desideri e identificazioni nella propria testa, l’uomo sarà sempre insoddisfatto. Anche perché quando riesce ad ottenere, dopo tanti sacrifici, quello che bramava ardentemente, si accorge della sua vacuità e resta deluso. Non si sente più felice come aveva erroneamente sempre creduto. Purtroppo, la forza dei desideri supera di gran lunga la forza di volontà perché questa dipende dalla coscienza, mentre i desideri provengono dall’inconscio che è estremamente più potente. E infatti i desideri rappresentano il motore della vita, sono la forza trainante, e quindi senza desideri la vita sarebbe impossibile. Ed è questo il dilemma: senza desideri non si può vivere, ma la loro realizzazione non è mai facile e ciò ci fa soffrire.

E tuttavia l’insoddisfazione ci aiuta a vivere anche se non ci piace perché ci spinge a cercare la soddisfazione e quindi ci costringe a migliorare, ad agire, a non vivere nell’ignavia. L’insoddisfazione fa da contrappeso e richiamo alla soddisfazione, proprio come il cattivo tempo serve a controbilanciare il bel tempo. Analogamente, l’infelicità fa da equilibrio alla felicità, proprio come il buio della notte si alterna e si compensa con la luce del giorno.

Per rendere normale, ossia non eccessiva, l’insoddisfazione e i suoi effetti perniciosi come il vittimismo, il rimuginamento e la tristezza, c’è una sola cosa da fare: accettarla. Accettando l’insoddisfazione come una condizione di vita normale, essa cessa di infastidirci e di farci sentire male. 

Per sentirsi soddisfatti occorre affrontare l’insoddisfazione, ossia occorre accettare di sbagliare e di farsi male. Appare evidente che l’insoddisfazione infierisce soltanto su coloro che hanno difficoltà a passare all’azione essendo bloccati dai pensieri disfattisti, dalle credenze limitanti e dalle paure. Accetta la tua goffaggine iniziale ed obbligata, accetta le critiche, gli insuccessi e le umiliazioni, mettiti in gioco come fanno tutti i vincitori e le persone normali e vedrai che sparirà rapidamente la tua insoddisfazione, anzi spariranno tutte le tue paure e tutti i tuoi problemi. La peggiore sorte capita a chi rimugina troppo, a chi non passa all’azione perché la tensione non si scarica mai.

Accettati, approvati, amati sempre, anche quando le cose vanno male: questo è il segreto per sentirti soddisfatto e realizzare molto nella vita. La più grande lezione della vita è proprio questa: accettarsi sempre e comunque, e quindi amarsi e approvarsi anche quando ci sono i fallimenti, perché l’accettazione e l’amore di sé sono la migliore medicina per il proprio sviluppo personale e la propria realizzazione. Chi si accetta crede in se stesso, e credendo in se stessi si supera qualunque ostacolo.

Una persona non si accetta quando ha standard troppo elevati e ciò danneggia la sua auto immagine e il modo in cui si percepisce, abbassa l’autostima e lo fa sentire insoddisfatto e inadeguato. D’altra parte, proprio perché ha obiettivi molto elevati, per raggiungerli è costretto a sottoporsi a sforzi notevoli, e sottoponendosi a tali sacrifici probabilmente è anche sulla via della realizzazione. In fondo ogni essere umano è fatto così: c’è chi raggiunge prima l’auto affermazione e chi invece ci mette più tempo, e purtroppo c’è anche chi non fa in tempo a realizzarsi in questa vita.

Ma c’è anche chi riesce ad accontentarsi dei traguardi già raggiunti e sa apprezzare e amare le cose che ha: ed è sicuramente una persona felice e soddisfatta perché accetta la sua condizione. Ci si può sentire felici, soddisfatti e realizzati anche con poco, e si può essere infelici, insoddisfatti e irrealizzati anche se si ha molto: la differenza la fa proprio l’accettazione di sé.

I problemi, gli errori, i fallimenti, le recriminazioni, le malattie, tutti i malesseri persistono soltanto perché noi non li accettiamo e perché ci ribelliamo: è proprio la nostra resistenza all’accettazione della realtà la causa dei nostri mali e non i mali in sé. Anche i nostri difetti fisici ci angosciano così tanto, sopratutto durante l’adolescenza, soltanto perché ce ne vergogniamo e ce ne facciamo un problema, ma il problema persiste proprio perché non ci accettiamo rifiutando di essere come siamo.


Occorre precisare che chi si accetta non è un fannullone o una persona di poche pretese. In realtà è spensieratamente impegnato e attivo, ossia non è troppo attaccato ma neanche troppo distaccato nelle cose che fa; si arrabbia raramente e proprio quando è necessario perché ha abbastanza pazienza; non prova invidia, ma si sente stimolato a impegnarsi di più dai successi altrui; e non è né troppo orgoglioso, né troppo umile, ma abbastanza dell’una e dell’altra cosa.

La virtù non è mai data dall’eccellenza che è valida soltanto in campo sportivo, rischiando tuttavia di rompersi l’osso del collo; ed è valida nel campo artistico – professionale, rischiando però l’incompetenza in altri settori ed il fallimento in campo sentimentale – familiare: ma in campo morale ed etico la virtù è sempre data dal giusto mezzo, dall’equilibrio degli opposti.

Chi si accetta così com’è, con tutti i suoi difetti, rende sempre al massimo senza sforzarsi più di tanto perché è sempre presente nel qui e ora, è sempre attento a ciò che succede intorno a lui ed è completamente assorbito da ciò che sta facendo in ogni momento della giornata, e pertanto non è disturbato o ossessionato da pensieri angosciosi legati alle proprie aspettative e ai propri attaccamenti: è contento e si gode la vita.  

Alcune persone vivono così: senza mai davvero esser contenti né appagati, anche se magari hanno una vita ricca di avvenimenti e risultati. Per loro c’è sempre qualcosa che manca: non riescono proprio a essere felici. Alla radice di questo atteggiamento ci possono essere vari fattori: il perfezionismo, l’abitudine a considerare la felicità come qualcosa che “deve ancora arrivare”, la difficoltà a vivere le emozioni in modo diretto e lineare. Ma c’è un denominatore comune ed è un senso di superiorità implicito, non dichiarato, nascosto. La persona, nel suo definire inappagante la realtà presente, sembra avere in mente “ben altro” rispetto a quel che c’è adesso, e considera questo “ben altro” proporzionale al proprio “ovvio e scontato altissimo valore”.

Chi sta accanto a questi insoddisfatti cronici, all’inizio li giudica consapevoli di quello che vogliono, ma poi, poco a poco, inizia a provare un indefinito fastidio, fino a quando si chiede: «Ma chi si crede di essere, per ritenere i risultati degni della sua gioia solo quando solo stratosferici?». E in seguito si domanda: “Ma allora di me, che sono contento della mia semplice realtà quotidiana, penserà che sono un mediocre?». In effetti la risposta è: sì. L’insoddisfatto ha un atteggiamento snobistico, per il quale lui può sentirsi appagato solo da qualcosa di speciale, mentre gli altri, non essendo speciali, possono accontentarsi anche del “poco” che il quotidiano offre.

In realtà questo eterno insoddisfatto  non è per nulla sicuro del proprio valore. Non sa se “vale o no” e quell’eterna insoddisfazione è un modo per sfuggire a un incontro reale con la propria traballante autostima. Tagliare questo intrico di pensieri è il primo, fondamentale passo per chi vuole uscire dal senso di onnipotenza e iniziare a godere della vita come un comune mortale. Limitato, forse, ma felice.           

La frase che si cela dietro l’eterna insoddisfazione è: “Se gioisco di piccole cose vuol dire che mi bastano, e quindi che anche io potrei essere “piccolo” e limitato”. Il dubbio di non valere impedisce di gustarsi la vita.

L’insoddisfazione si trasforma in patologia quando il conflitto non viene risolto attraverso i tentativi messi in atto, consapevoli o meno, e questi, pur non funzionando, vengono reiterati nel tempo invece che interrotti e sostituiti.

Talvolta la problematica deriva dal non riuscire ad accettare l’effettiva impossibilità di soddisfare un bisogno che poteva essere pienamente soddisfatto solo in un dato tempo e luogo, in primis la carenza di cure parentali in tenera età, e dall’incapacità di affrontare il profondo dolore di questa evidenza. 

Quando l’insoddisfazione non viene riconosciuta spesso le sue manifestazioni patologiche assumono la forma di somatizzazioni che spesso possono essere confuse per altri tipi di disturbi. Le somatizzazioni possono andare da forme simili ad attacchi di panico, a paralisi parziali, attacchi epilettici, gastriti etc. in questi casi parliamo di isteria o sindrome da conversione. bisogna considerare che i sintomi fisici per lungo tempo sperimentati possono tradursi in patologie severe a carico dell’organismo. 

Spesso si giunge dallo psicologo dopo svariati controlli medici e tentativi di cura falliti. 

Può tradursi in depressione se si giunge alla rinuncia del raggiungimento delle proprie soddisfazioni e piaceri, assumendo la posizione della vittima. 

Altre vie di fuga disfunzionali dall’insoddisfazione sono l’abuso di sostanze. 

La terapia dovrà pertanto lavorare in questi casi sia a livello del sintomo, spesso veramente invalidante, che sul guidare ed educare la persona alla concessione dei piaceri per tanto tempo negati.





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LE ALLUCINAZIONI



Un'allucinazione è un fenomeno psichico in cui il soggetto percepisce come reale ciò che in realtà è solo immaginario (percezione senza oggetto).
Le allucinazioni si riscontrano tipicamente in presenza di alterazioni mentali causate da malattie neurologiche e psichiatriche (come demenze degenerative, schizofrenia e delirium tremens in caso di alcolismo cronico).
In altri casi, dipendono dall'assunzione di sostanze stupefacenti, come ad esempio: psilocibina (alcaloide contenuto nei funghi Basomiceti), mescalina (alcaloide del peyote, piccolo cactus messicano), acido lisergico e relativa dietilammide (LDS).
Le principali forme di allucinazioni vengono distinte in base all'organo di senso interessato. I sintomi ed i segni di accompagnamento concorrono a determinare l'origine di tali manifestazioni.
Le allucinazioni acustiche sono le più frequenti e si presentano come disturbi mentali a decorso cronico (in particolare, nella schizofrenia). Spesso, sono percepite come frasi o discorsi con contenuto minaccioso, imperativo o denigratorio.
Le allucinazioni visive consistono nella percezione di persone o immagini inesistenti; di solito, compaiono nelle malattie organiche acute del cervello, ma possono verificarsi anche nell'intossicazione da alcol o da farmaci, nella schizofrenia, nelle malattie con febbre (delirio febbrile) e nell'encefalopatia.
Le allucinazioni olfattive sono caratterizzate dalla percezione di odori inesistenti emanati dal corpo del soggetto stesso o di altra persona. Compaiono nelle lesioni del lobo temporale dell'encefalo e nella schizofrenia.
Le allucinazioni tattili sono percezioni di stimoli tattili inesistenti, descritti generalmente come insetti che strisciano sopra e sotto la cute; si presentano nella sindrome da sospensione di alcol e nell'abuso di cocaina.
Le allucinazioni cenestesiche sono sensazioni di alterazione della consistenza e della funzione dei visceri o di invasione da parte di corpi estranei o animali.
Le allucinazioni possono verificarsi, in circostanze particolari, anche nelle persone sane (es. privazione da sonno o situazioni di stress intenso).

Il termine deriva dal latino hallucinere o allucinere, che significa "vagare nella mente" ed ha nella sua radice la particella "LUX" (luce-illuminazione-percezione). Alternativamente si può far risalire al greco haluskein, che significa "scappare", "evitare", riferendosi all'interpretazione diffusa dell'allucinazione come fuga dalla realtà. In psicopatologia le allucinazioni vengono classificate fra i disturbi della percezione e sono distinte dalle allucinosi e dalle illusioni.



Al contrario dell'illusione che interpreta erroneamente uno stimolo realmente esistente, l'allucinazione riscontra uno stimolo esterno che non esiste assolutamente. Ad esempio una persona sente una voce, senza che vi sia uno stimolo sonoro.

Le allucinazioni vengono distinte da alcuni psicopatologi in allucinazioni vere e proprie e in allucinosi. Se un soggetto dice di vedere un leone e si comporta in modo congruo, cercando per esempio di fuggire è vera allucinazione, ma se questa allucinazione viene "criticata" (ovvero messa in discussione) dal soggetto e ritenuta impossibile, la persona è in stato di allucinosi. Altri studiosi parlano di allucinosi solo quando l'origine del fenomeno è da attribuirsi ad una malattia o ad una sostanza, solitamente l'alcool.

La descrizione dell'allucinazione come percezione dell'oggetto senza stimolo esterno è incompleta in quanto è evidente che la stimolazione sensoriale è interna, il cervello produce tale stimolo sensoriale, in particolari stati di alterazione sensoriale, riproponendo un meccanismo, quello onirico, che interferisce nello stato di veglia. Nel caso di un'allucinazione visiva, esso ripropone un'immagine sovrapposta allo sfondo reale esistente, e poiché questo meccanismo è inconsapevole, il soggetto non ha motivo di non credere che sia reale, parliamo quindi di un realismo sensoriale, forma primaria di conoscenza, la quale dà per scontato l'attendibilità della percezione sensoriale. L'allucinazione può adempiersi in risposta ad una condizione emotiva di desiderio o angoscia.

Alcuni studi riportano che la prevalenza dell'esperienza allucinatoria nella popolazione è del 10-27% in assenza di sostanze stupefacenti. Uno studio del 2000 su 13000 soggetti intervistati al telefono in Italia, Germania, Gran Bretagna riporta che il 39% degli intervistati ha sperimentato allucinazioni diurne. Per quanto la metodologia adottata sia passibile di critiche essendo difficilmente spiegabile come un soggetto possa riferire le proprie allucinazioni con attendibilità, tale studio evidenzia come le allucinazioni possano verificarsi in modo sporadico anche in soggetti sani.

Le allucinazioni possono verificarsi in numerose condizioni mediche generali, in malattie psichiatriche e neurologiche, possono essere causate da sostanze stupefacenti o da farmaci. Si riconoscono anche fenomeni allucinatori non patologici, che si verificano in circostanze particolari fra cui la deprivazione da sonno o in occasione di stress intenso quale la morte del coniuge (allucinazioni da vedovanza). Sono noti due fenomeni non patologici, le allucinazioni ipnagogiche ed ipnopompiche, che sono causate dal sonno.

Nel corso del tempo sono state proposte numerose teorie sulla patogenesi delle allucinazioni, spesso basate sull'osservazione di quanto avviene nel corso di patologie neurologiche.

Una teoria biologica sostiene l'esistenza di un'"irritazione" di alcune zone del cervello poiché attivando degli elettrodi infissi in specifiche aree della corteccia cerebrale, si provocano allucinazioni. Questo meccanismo diretto sembra valido in alcuni casi, come per esempio le allucinazioni negli epilettici.

Le allucinazioni presenti in soggetti in stato confusionale (per esempio da astinenza acuta da alcol ovvero delirium tremens o da deliri febbrili) sono causate da un'alterazione diffusa dell'attività elettrica dell'intero encefalo.

L'Ipotesi Dopaminergica sull'etiopatogenesi della schizofrenia, di cui le allucinazioni sono un sintomo estremamente frequente, sostiene che un iperfunzionamento dopaminergico delle vie mesolimbiche spiegherebbe l'esistenza di allucinazioni e deliri.

Una teoria basata sull'osservazione di quanto avviene in condizioni di deprivazione sensoriale attribuisce le allucinazioni ad una difesa dell'organismo dalla carenza di stimoli: non potendo rimanere inattivo, il cervello genera false percezioni.

La teoria psicodinamica interpreta le allucinazioni come manifestazioni dell'inconscio, i cui contenuti vengono distorti.

Le allucinazioni possono essere distinte in semplici e complesse. Si definisce allucinazione semplice quella in cui è attivata una singola modalità sensoriale e la percezione non richiede un'elaborazione cognitiva per essere decodificata (ad es. fischi, lampi di luce o colore); complessa è invece l'allucinazione in cui sono attivate più modalità sensoriali (es. vedere un leone sentendo che ruggisce) o in cui la percezione viene elaborata in aree cerebrali diverse da quelle sensitive primarie (voci dialoganti sono percepite e decodificate nell'area cerebrale del linguaggio: l'area di Broca e l'area di Wernicke).

Le allucinazioni ipnagogiche e le illusioni ipnopompiche sono le allucinazioni che si verificano quando il soggetto è sul punto di addormentarsi o di risvegliarsi.

L'allucinazione negativa ha luogo quando un oggetto reale non viene percepito dal soggetto allucinato.



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sabato 27 agosto 2016

PERCHE' LA GAMBA ......




Continua a dire perchè..ad un certo punto si risponde perchè la gamba l'è tacada al pè, el pè l'è taca alla gmba e l'è l'asen chel dumanda",,cioè la gamba è attaccata al piede, il piede è attaccato alla gamba e è l'asino che domanda...
Oppure si può dire:
perchè la gamba l'è tacada al pè,
ul pè l'è taca' ala gamba
e sun mi che cumanda
=
perchè la gamba è attaccata al piede,
il piede è attaccato alla gamba
e sono io che comando

Perché la gamba è attaccata al piede”, implicando che la domanda posta non ha fondamento e l’unica risposta possibile è che le cose non possano essere diverse.




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venerdì 26 agosto 2016

IL VALORE DELLE MEDAGLIE



Salire sul podio delle Olimpiadi mettendosi al collo una medaglia è una di quelle cose che davvero nella vita non hanno prezzo. Le medaglie di Rio 2016 un valore economico lo hanno per davvero ed è diverso per ogni nazione, con differenze tra un paese e l'altro a volte del tutto inaspettate.

Stando ai dati riportati da Moneynation, nella classifica dei premi l’Italia si piazza al secondo posto: 150 mila euro è quanto gli azzurri riceveranno dal CONI per la medaglia d’oro, 75 mila per quella d’argento e 50 mila per il bronzo. 

I lettoni per le loro medaglie pagheranno dai 140 mila del metallo più pregiato ai 49,4 mila del bronzo, passando per i 70,5 mila dell'argento.

E le nazioni riconosciute universalmente come più ricche e ‘potenti’ sono anche quelle che, data la facilità nel conquistare medaglie, non hanno bisogno di spronare più di tanto i loro atleti. Ecco perché in Usa per un oro non sono disposti a sborsare più di 25 mila dollari, che diventano 15 mila per l’argento e 10 mila per il bronzo. Cifre simili - 17,9 mila l’oro, 13,4 mila l’argento e 8,9 mila il bronzo - a quelle elargite agli atleti canadesi. 

In Europa c’è chi si allinea con le politiche Nordamericane, come la Germania che paga 17,5 mila euro una medaglia d’oro, e chi invece cerca una via di mezzo, vedasi la Francia che parte da 58 mila euro (a scendere). C’è anche chi però decide di non elargire nessun compenso ai suoi atleti, rei di ricevere già parecchi benefici per la loro preparazione e la loro attività: tra queste ci sono Norvegia, Svezia e Gran Bretagna. 



Fossero state di oro massiccio (ma non lo sono), avrebbero potuto pesare fino a un kg e valere quasi 40mila dollari.

I brasiliani, però, hanno deciso di andare di economia. La Casa da Moeda (la Zecca) ha utilizzato per la produzione il 91,4% di argento e l’1,2% di oro – cioè 6 grammi. Il valore si riduce in modo più che sensibili: almeno 546 dollari. Non è un granché, ma meglio di niente. Del resto si gioca per partecipare e non per vincere.

Oltre al peso e al valore, anche la forma non è sempre stata la stessa. A Parigi, nel 1900, furono rettangolari. A Stoccolma, nel 1912, ovali. Le più spesse – quasi un centimetro – vennero assegnate a Barcellona, nel 1992. Le più piccole erano a Londra, nel 1908 – ma erano, come si è detto, dorate: 72 grammi di oro puro. Se qualcuno le avesse in soffitta, sappia che valgono, oggi, circa 3mila euro l’una.

La tregua olimpica però non vale per l'agenzia delle Entrate. E i premi, considerati guadagni, vengono tassati nel 740 (o le varie versioni nazionali della dichiarazione dei redditi) al rientro a casa.





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giovedì 25 agosto 2016

CHI FA LA SPIA NON ....



“Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù. Quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che sia chiama diavoletto”. 

In Italia, complice la storica presenza mafiosa e la diffusa tendenza all’omertà, la persona che denuncia un illecito viene indicata con parole dal tono fortemente dispregiativo: canarino, chiacchierone, spione, infame… Per capire quanto pervasa sia la connotazione negativa della figura di chi denuncia, si può allargare il campo anche alle espressioni e non solo alle parole, segnalando per esempio la cantilena

“chi fa la spia non è figlio di Maria non è figlio di Gesù e quando muore va laggiù. Va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto!”

usata con altre varianti tra i bambini durante i loro giochi non permessi dagli adulti.
La suggestiva nenia, per quanto poco valida come prova scientifica, indica un rapporto profondo e inquietante tra educazione, fede e silenzio. E volendo andare un poco oltre le semplici suggestioni, ci si può soffermare sul problema della doppia morale cattolica e su come il sacramento della Confessione venga in alcuni casi percepito e vissuto, soprattutto in seno all’istituzione ecclesiastica: un “lavaggio di coscienza” sufficiente per vivere in pace con se stessi e la società.


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lunedì 22 agosto 2016

TORTO E RAGIONE



La ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che ogni parte abbia soltanto dell'uno e dell'altra.

Niente c'è di più brutto della ragione se essa non è dalla nostra parte. 

George S. Halifax evoca una sensazione che un po' tutti proviamo. Abbiamo forse tentato ogni sotterfugio, abbiamo approntato tutte le autodifese e le scusanti, ma alla fine siamo senza parole: la verità sta dall'altra parte rispetto al nostro pensiero e al nostro agire. Da un lato l'amarezza e la scontentezza, e d'altro lato un sottile desiderio di rivalsa oppure una pronta archiviazione della vicenda così che la verità non abbia troppo a infastidirci o a brillare a nostro danno. Questi casi di sconfitta riconosciuta a denti stretti o smitizzata e fin banalizzata sono meno frequenti, però, di un'altra situazione che è descritta limpidamente da Alessandro Manzoni. Nella maggior parte dei casi ragione e torto non sono mai l'una o l'altro in un solo ambito ma si spartiscono tutti i territori. Questo dovrebbe produrre maggiore umiltà, rispetto altrui o almeno realismo.

Il desiderio di avere sempre ragione può essere il punto di partenza di molti problemi e di solito denota una profonda insicurezza. In realtà, questo atteggiamento è più legato al potere che alla ragione, dato che questa ultima non appartiene a nessuno. Non esiste alcuna ragione assoluta, ma piuttosto diversi modi di ragionare. Questo significa che tutti hanno la loro parte di ragione.

Indipendentemente dalla cultura, è spesso molto difficile determinare cosa sia più ragionevole, perché ciò che ci sembra più giusto e adeguato in un determinato momento cessa di esserlo in seguito.

Coloro che vogliono avere ragione a tutti i costi spesso iniziano la conversazione con l'idea di fondo che la verità è qualcosa che si può possedere. Pertanto, questi hanno spesso una prospettiva delle cose che si basa nel “bianco e nero”, “giusto o sbagliato”, credono che la verità la si conosce o non la si conosce, non comprendono che a volte la verità si costruisce sulla base delle diverse ragioni.



Quello che stanno cercando queste persone non è di proporre delle ragioni migliori, ma piuttosto desiderano mettere a tacere altre idee che non si adattano alle loro. Queste persone vivono le discussioni come delle vere e proprie battaglie campali in cui l'obiettivo non è quello di raggiungere un accordo, ma quello di far prevalere le proprie opinioni, senza preoccuparsi se la discussione è costruttiva o meno.

Queste persone aderiscono alle verità assolute, non sono in grado di valutare le proprie argomentazioni ma le danno per scontate e si infastidiscono quando gli altri si mostrano scettici. Con questo atteggiamento non fanno altro che proteggersi dalle idee che possono minare la loro fede, si sentono al sicuro e nascondono la loro paura.

Importante è notare che le persone che vogliono sempre avere ragione sono essenzialmente molto intolleranti. Di solito non hanno una mentalità aperta, ma vivono piuttosto nelle loro convinzioni. Di conseguenza, queste persone effettivamente fanno più danni a se stesse che agli altri, perché si isolano rifiutandosi di valutare diverse prospettive e visioni del mondo che forse potrebbero renderle più felici.


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sabato 20 agosto 2016

OSPITI PERFETTI



Il ruolo di ospite non è semplice, perché richiede molte attenzioni nei confronti della famiglia.

Sempre di più gli italiani che confidano nella generosità di amici e parenti per non rinunciare al piacere di una vacanza. Lo certifica l’analisi condotta da Swg per Confesercenti, che stima come il 14% dei vacanzieri sarà ospite.

Partiamo dal presupposto di cercare di dare il minor disturbo possibile, senza far pesare la nostra presenza o peggio ancora i nostri spostamenti.

Concordiamo con anticipo data e ora d’arrivo, senza pretendere che ci vengano a prendere in stazione o aeroporto. Se siamo in auto, chiediamo se è possibile parcheggiare all’interno del cortile solo se non c’è modo di lasciare la macchina in altro luogo.

Ringraziamo per l’ospitalità appena arrivati, senza però ripetere la stessa tiritera per tutto il soggiorno. Dopo aver sistemato il bagaglio in camera ed esserci rinfrescati consegnamo un piccolo dono ai padroni di casa. Non dimentichiamoci dei bambini, per i quali dovremo portare un regalo adatto all’età e, se li conosciamo, agli interessi.

Teniamo la stanza in ordine, evitando di lasciare nostri oggetti personali in bagno o nel resto della casa.

Adattiamoci ai ritmi e agli orari della famiglia, rincasando in tempo per aiutare a preparare la tavola e ritirandoci nella nostra stanza quando i membri della famiglia vanno a dormire.

Se non stiamo bene, cerchiamo di non darlo a vedere, se si tratta di un malessere passeggero, per evitare che i padroni di casa si preoccupino.

Non abusiamo della gentilezza di chi ci ospita, limitando il nostro soggiorno a pochi giorni, anche se i padroni di casa dovessero insistere per farci fermare di più.

Alla partenza ringraziamo tutti e dopo qualche giorno mandiamo un biglietto di ringraziamento per l’ospitalità ricevuta.

Anche quando siamo ospiti, il nostro atteggiamento varierà a seconda del grado di confidenza con i padroni di casa, ma comportarsi in modo educato e rispettoso è comunque sempre doveroso.

Quanto alla divisione delle spese durante il soggiorno, tutto dipende dal tipo di visita e dalla relazione fra le parti. In linea di massima, quando si è fra amici, l’ospitante dovrebbe farsi carico di quanto riguarda la vita domestica, ma l’ospite dovrebbe sempre offrire un contributo. Fra le cose da non portare con sè, c’è senz’altro il proprio cane.



Nel catalogo delle buone norme figura anche l’invito a evitare conversazioni su cui le persone potrebbero avere opinioni che non desiderano cambiare, come la religione, la politica. Un capitolo a parte, infine, va alla tecnologia: smartphone, internet e tablet, infatti, possono minare il piacere di stare insieme. Esclusi i casi di chi deve essere reperibile per lavoro, i cellulari si accendono quando si rientra dalla spiaggia, nell’ora di “internet time”».
Idee extra:
se siete ospiti di una casa con bambini, portate loro un regalino intelligente, come un libro o un puzzle,
analogamente, se ci sono dei bambini, non sostituitevi ai genitori nell’educazione. In altre parole: mordetevi la lingua, se necessario,
siate indipendenti: noleggiate un’auto se vi serve per spostarvi, per non chiedere a chi vi ospita di portarvi in giro,
non dimenticate di informare per tempo la padrona di casa di eventuali allergie alimentari,
quando siete quasi arrivati, chiamate chi vi ospita e chiedete se per caso ha dimenticato di comprare qualcosa e offritevi di farlo,
prendetevi la responsabilità di una faccenda di casa, come riempire la lavastoviglie, comprare il latte o spazzare l’immancabile sabbia,
non consumate mai l’ultima cosa rimasta. Anche se vi è stato detto che potete servirvi liberamente in cucina, fate attenzione a non appropriarvi dell’ultimo frutto, bibita, vasetto di yogurt…
occhio all’orologio: non tenete sveglio chi vi ospita per raccontare tutto quello che è successo da che vi siete visti l’ultima volta ed evitate di dormire fino a tardi al mattino per non obbligare la famiglia a muoversi in punta di piedi per non svegliarvi.

Anche chi bada meno ai convenevoli sa che ci sono delle regole da seguire quando si è ospiti in casa altrui. Non vi presentate a mani vuote, cercate di non trattenervi troppo a lungo e non ficcate il naso nella roba di chi vi ospita.

A volte, però, la vita ci porta in luoghi lontani e in abitazioni dove il concetto di “buone maniere” potrebbe confondervi. È bene confermare le norme già menzionate ma, a seconda di dove siete, ci sono altre regole da seguire se volete essere invitati di nuovo.



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SEGHE MENTALI



Le seghe mentali sono i pensieri che non hanno attinenza con la realtà.
La realtà è il nostro corpo e l’ambiente fisico che ci circonda.
La sega mentale è un pensiero “a salve”, una pre-occupazione, un’occupazione mentale interiore che prevede l’atto del pensare ripetutamente ed in maniera a volte molto articolata, su una questione che ci riguarda e che vorremmo in qualche modo risolvere, padroneggiare, terminare.

La sega mentale è un pensiero senza azione, che nasce vive cresce e si riproduce autoreferenzialmente senza dar luogo al benchè minimo piano di azione concreto.

Le seghe mentali fanno male al corpo perchè attivano il sistema nervoso in seguito alla valenza preoccupante e di pericolo di cui sono cariche, ed attivandolo costantemente senza che ci sia la possibilità di agire nella realtà si rischia di instaurare il processo di attivazione costante che provoca tutti i sintomi dello stress:
“Hans Selye definì come “Sindrome Generale di Adattamento”quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor, quali stimoli fisici, mentali, sociali o ambientali.



La sega mentale non è altro che una tensione neuronale causata da un aumento dei neurotrasmettitori adrenergici, quelli che causano lo stato di stress. Affinché sia possibile raggiungere uno stato di distensione mentale, questi neurotrasmettitori vengono sostituiti da quelli noradrenergici. Capita che quando siamo incavolati con qualcuno, l’unica cosa che vorremo realmente fare e scaricargli una bidonata di sberle, (la nostra tensione sale, si libera adrenalina) ma non potendo passare all’azione allora il nostro organismo si pone in uno stato difensivo ovvero scarica la tensione attraverso un azione pensata (la noradrenalina sostituisce l’adrenalina e permette di rilassarci). Ovviamente la tensione verrà lievemente limitata. Quindi il pensiero che non dà luogo all’azione non è altro che una sega mentale. Non tutte però fanno parte delle tenebre, infatti esistono anche seghe mentali positive.

Le seghe mentali positive non sono altro che dei pensieri che ci fanno stare bene, per esempio sognare una realtà che ci fa stare bene.
Le seghe mentali negative sono invece quelle che ci fanno stare male. Pensieri che non possiamo sfogare attraverso un azione, causandoci nient’altro che stress.
A causa di queste seghe mentali, la visione della realtà è purtroppo alterata. Difatti non la osserviamo in modo oggettivo in quanto è segnata dai trip mentali, che ci facciamo continuamente, su passato e futuro.



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mercoledì 10 agosto 2016

INTIMO FEMMINILE PREFERITO DAGLI UOMINI



Secondo un sondaggio il perizoma vince con il  30% di indice di gradimento, e più è piccolo e più è eccitante. Seguono: calze velate e autoreggenti (15%), reggicalze senza slip (15%), il reggicalze con lo slip (15%), qualsiasi cosa purché facile da togliere (5%), assolutamente niente (10%) e il Catsuit al 10%. Per chi non  ne ha mai sentito parlare, il Catsuit o Bodystocking è una tuta in rete o nylon che fascia il corpo femminile rendendolo molto sensuale:  è stato indicato prevalentemente dai più giovani. Un tempo si acquistava solo nei sexy shop ma da alcuni anni è disponibile anche online presso molti siti specializzati in intimo sexy.

Anche il colore ha un ruolo importante nel gioco della seduzione e gli uomini  esprimono così il loro gusto. Il 50% degli intervistati sceglie il nero, simbolo indiscusso di seduzione, seguito dal bianco e dal rosso (prevalentemente per Natale, San Valentino o per qualche ricorrenza particolare).

Pure il tessuto ha un gran potere, abbinato anche ad un colore. L’intrigante pizzo nero, viene scelto dal 40% degli uomini. Il morbido cotone, bianco, dal 20% , la trasgressiva pelle o similpelle dal 10%, la comoda microfibra dal 10% e l’alternativa rete dal 5%. Il restante 20% ha scelto la raffinata e sensuale seta pura, come tessuto ideale per ricercare un piacere che va oltre quello visivo e si intensifica già attraverso il primo contatto.

Un reggiseno a balconcino , con le coppe ridotte al minimo esalteranno il vostro decolletè in modo sensuale risvegliando gli istinti più primordiali del vostro partner.



All’ultimo posto troviamo gli slip eccessivamente a vita alta, noti anche come “mutandoni della nonna”, considerati un po’ troppo coprenti e poco sensuali. A seguire troviamo i completini decorati con animaletti o personaggi dei cartoni animati: una volta superata una certa età, dovrebbero essere accantonati o indossati quando non si ha in programma di passare la notte con un uomo. I maschietti sembrano non apprezzare particolarmente neanche l’intimo tigrato, maculato, zebrato, a meno che non sia qualcosa di classe e particolarmente sexy. No anche a mutandine eccessivamente ridotte: il filo interdentale, a differenza di quanto si è soliti pensare, non è particolarmente apprezzato dagli uomini, meglio una via di mezzo. Il classico perizoma si conferma infatti uno dei capi più amati, a patto che chi lo indossa se lo possa permettere. Anche la culotte, specialmente se in pizzo o di seta, è considerato un indumento molto intrigante. Immancabile il reggiseno push-up: il suo effetto è capace di mandare in visibilio chiunque. Ci sono però due indumenti che occupano il primo posto nei sogni maschili: il corsetto e la giarrettiera.


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martedì 9 agosto 2016

SLIP O BOXER?


Slip o boxer? la scelta non è poi così banale, perché se è vero che è importante curare il proprio aspetto e scegliere l’abbigliamento giusto, bisogna anche ricordarsi di non trascurare l’intimo che può essere un ottimo strumento di seduzione che si rivela solo nei momenti più intimi. 
Tanti uomini preferiscono lo slip perché è molto più comodo e pratico. Gli sportivi, ad esempio, utilizzano soprattutto questo tipo di intimo perché meno fastidioso e permette più libertà di movimento. Gli slip, però, sono piccoli e sgambati lasciando così poco spazio all’immaginazione. 

I boxer prendono il nome dai pantaloncini dei pugili perchè simili nella forma. Anch’essi sono molto utilizzati dagli uomini perchè considerati più sensuali rispetto agli slip. Se non avete un fisico perfetto vi staranno meglio perchè tendono a nascondere di più. Sono molto di moda sicuramente, visto che tra i più giovani si usa addirittura mostrarli quasi per intero. Ottimi i modelli dalle linee aderenti, in tessuto elasticizzato.
Il bordo superiore, in genere, è di colore differente e se è firmato tanto meglio. Assolutamente da evitare i boxer bianchi, meglio prenderli neri o di colori scuri come blu o grigio. Per i più estrosi esistono anche in colori appariscenti come rosso, verde brillante o blu elettrico e, se non ne avete abbastanza, anche quelli con scritte simpatiche, stampe fantasiose e persino con peluche e addobbi applicati. 

Una recente ricerca svela che il 55% del popolo della rete -la fetta maschile- predilige gli slip, soprattutto perché ammette di trovarli più comodi e decisamente pratici. Eppure lo stesso sondaggio rivela che ben l’80% delle donne impazzisce per i boxer, preferibilmente il modello parigamba e di colore nero. In effetti, da sempre le donne non fanno mistero di trovare più sexy l’uomo in boxer rispetto a quello che indossa slip, soprattutto se ridotti e molto aderenti. Il tessuto stretch va bene, ma solo per i boxer. 

E anche le donne trovano decisamente più sensuali le linee aderenti, che lasciano poco spazio all’immaginazione ma non rivelano tutto. Gli slip tendono ad essere associati alle forme femminili, anche per questo le donne affermano di trovare più intriganti i boxer. 

A sorpresa sono i giovanissimi ad utilizzare con maggior frequenza gli slip, soprattutto per le attività sportive perché considerati più pratici e di comoda vestibilità rispetto ai rivali boxer.Tuttavia il parigamba, negli ultimi dieci anni, ha cambiato la comune percezione dei boxer, li ha svecchiati ed elevati a lingerie sexy, che può essere divertente o seducente a seconda delle occasioni.



L’uomo da slip aderisce al galateo e alle sue restrizioni, l’uomo da boxer ti tocca mentre ti parla.

L’uomo da boxer ha qualcosa da nascondere, quello da slip troppo poco da mostrare.

L’uomo da slip rispetta la trafila cena+cinema+letto, l’uomo da boxer te lo fracca dentro in un parcheggio.

Il pregio dell’uomo da slip è l’eleganza, quello dell’uomo da boxer è non possedere mutande bianche.

L’uomo da slip quando lo tira fuori sembra stia aprendo la gabbia dell’anaconda, quello dell’uomo da boxer pare un orbettino.

L’uomo da boxer si fida di te, l’uomo da slip legge i tuoi messaggi di nascosto.

L’uomo da slip sa vestirsi, l’uomo da boxer gira conciato come un naufrago.

L’uomo da boxer ti approccia chiedendoti se sei fidanzata, quello da slip finge di ascoltare i tuoi problemi lavorativi.

L’uomo da slip è nervoso perché ha il pisello costretto nelle mutande, l’uomo da boxer ha la calma di una zattera in mezzo al mare.

L’uomo da slip dopo aver fatto sesso si rimette le mutande, l’uomo da boxer già è tanto se le aveva quando avete iniziato.

L’uomo da boxer è se stesso, l’uomo da slip si depila.

L’uomo da slip quando si gratta le palle si sente al sicuro, l’uomo da boxer un esploratore nella steppa.

L’uomo da boxer in spiaggia si copre con i bermuda, l’uomo da slip di ridicolo.





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GONNA O PANTALONI?



La gonna rende più sexy  una donna, da un tocco di femminilità in più e da quel guizzo che svolta la serata.

Gonne e pantaloni evocano, ognuno a suo modo, una conquista. Sono gli anni Sessanta quando la mini si impone non solo come must del guardaroba femminile ma anche come uno dei simboli della rivoluzione in atto. Ha più di 50 anni e continua ad esercitare il suo fascino attraverso le generazioni.
I pantaloni hanno fatto davvero tanta strada: all’inizio del Novecento era inammissibile “vestirsi da uomo” (in Francia, addirittura, lo vietava un’ordinanza della Prefettura di Parigi). Con gli anni Venti e la comparsa sulla scena di Coco Chanel, la moda inizia a soffiare verso un’altra direzione che sa sì di eleganza ma anche di comodità: “Ero a Deauville e non amavo stare in spiaggia con il costume da bagno, così mi sono comprata un paio di pantaloni da marinaio bianchi, ho aggiunto un turbante e qualche collana e, devo ammettere, sembravo proprio la moglie di un maharaja”, raccontò mademoiselle Coco. Ma soltanto tra i ’30 e i ’40, soprattutto con l’arrivo della guerra, le donne indossano i pantaloni, nelle fabbriche e nella vita di tutti i giorni.

Questo, però, non vuol dire che la gonna evoca femminismo e femminilità e il pantalone mascolinità e trasandatezza. Anzi. In realtà uomini e donne si dividono sull’argomento dal momento che non si tratta semplicemente di un look, ma di un vero stile di vita.
Spesso, chi porta i pantaloni, porta sempre e solo pantaloni. Una cosa è certa: in certe circostanze il fattore comodità è indiscutibile. Chi vive in una grande città e viaggia tutti i giorni sui mezzi pubblici farebbe fatica a dimenarsi tra la gente con una gonna corta. Stessa storia per chi se ne va in giro in scooter: la gonna non è proprio il massimo della vita. Ma non solo praticità.



Anche il pantalone ha il suo lato femminile. Il lato B è sicuramente messo in primo piano più da un pantalone che da una gonna. Per contro, le gambe vengono nascoste. La gonna, da questo punto di vista, osa di più e, oltre alla femminilità, può giocarsi la carta della sensualità.
Ma con le gonne bisogna fare attenzione nel comporre gli outfit: la regola è scoprire sotto ma coprire sopra. Al contrario, chi indossa pantaloni, può sbizzarrirsi con scollature e micro top. A prescindere dallo stile, ciò che si indossa rivela tanto della personalità. Le donne in pantaloni, infatti, comunicano forza e indipendenza, a volte anche testardaggine nel voler risolvere tutto da sé. Le donne in gonna trasmettono senso di protezione ma non certamente debolezza, un pizzico di sfacciataggine condito da un lato decisamente romantico.

I capi femminili che gli uomini detestano di più: i pantaloni stile harem, ampi e con cavallo basso, furoreggiano almeno dall'anno scorso. Agli uomini non piacciono perchè nasconderebbero le forme. Quante volte il leggins sotto una gonna o un megapull o t-shirt vi ha salvato la vita? Un capo versatilissimo e spesso risolutivo. Ma secondo loro non dovremmo azzardarci ad indossarlo, a meno di non avere un fisico da modella.
La salopette: un capo ironico e soprattutto comodo. Ma troppo maschile
Stesso discorso per gli smocking e i completi dal taglio maschile.




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