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giovedì 25 agosto 2016

CHI FA LA SPIA NON ....



“Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù. Quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che sia chiama diavoletto”. 

In Italia, complice la storica presenza mafiosa e la diffusa tendenza all’omertà, la persona che denuncia un illecito viene indicata con parole dal tono fortemente dispregiativo: canarino, chiacchierone, spione, infame… Per capire quanto pervasa sia la connotazione negativa della figura di chi denuncia, si può allargare il campo anche alle espressioni e non solo alle parole, segnalando per esempio la cantilena

“chi fa la spia non è figlio di Maria non è figlio di Gesù e quando muore va laggiù. Va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto!”

usata con altre varianti tra i bambini durante i loro giochi non permessi dagli adulti.
La suggestiva nenia, per quanto poco valida come prova scientifica, indica un rapporto profondo e inquietante tra educazione, fede e silenzio. E volendo andare un poco oltre le semplici suggestioni, ci si può soffermare sul problema della doppia morale cattolica e su come il sacramento della Confessione venga in alcuni casi percepito e vissuto, soprattutto in seno all’istituzione ecclesiastica: un “lavaggio di coscienza” sufficiente per vivere in pace con se stessi e la società.


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lunedì 2 maggio 2016

L'OMERTA'



L'omertà è il silenzio su un delitto o sulle sue circostanze in modo da ostacolare la ricerca e la punizione del colpevole; sia per interessi pratici o di consorteria, oppure causata da paure e timori.

La teoria più accreditata sulla sua origine la identifica come variante dialettale del Meridione, in particolare napoletana, della parola umiltà (dal latino humilitas).

In Italia il termine si riferirebbe soprattutto alla consuetudine vigente nella malavita meridionale (cosa nostra e camorra), detta anche legge del silenzio, per cui si doveva mantenere il silenzio sul nome dell'autore di un delitto affinché questi non fosse colpito dalle leggi dello stato, ma soltanto dalla vendetta dell'offeso. Per questo motivo gli stessi sistemi mafiosi vengono spesso chiamati società dell'umiltà.

L’Omertà è una difesa potentissima, la trasgressione della quale mette, sia realmente (a volte) che fantasmaticamente, la vita del trasgressore in pericolo. In Giappone l’utilità della difesa è zoomorfizzata graficamente dalla raffigurazione della saggezza delle tre scimmiette, che non parlano, non sentono e non vedono.

In Italia la più nota delle possibili etimologie della parola omertà venne fornita negli anni Ottanta dell’Ottocento dal grande etnologo palermitano Giuseppe Pitré, e a sua volta si modellava su quella indicata già alla metà del decennio precedente dal magistrato Giuseppe Di Menza.
Il termine deriverebbe dalla radice omu (uomo), da cui l’astratto omineita-mortà rifletterebbe una concezione esasperata, tutta popolaresca e mediterranea, della virilità, per la quale ognuno è costretto a vendicare le offese da sé, senza mai far ricorso, pena il disonore, alla forza pubblica. In questo senso per Pitré omertà era il concetto chiave che stava linearmente a chiarire quello di mafia, di per sé ambiguo o oscuro, “quasi impossibile da definire” se non magari in negativo: la mafia, egli scrisse, “non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti, il mafioso non è ladro, né malandrino; la mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della propria forza individuale, donde le insofferenze della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui”.
Siamo alle origini di una costruzione intellettuale tendente a tutelare l’immagine della Sicilia offesa dalle (presunte) calunnie e incomprensioni dei continentali. Di quest’immagine negli anni a venire si sarebbero appropriati in particolare gli avvocati dei mafiosi, desiderosi di dimostrare che i loro assistiti si scontravano per loro privati odi “di famiglia”, (come i giapponesi del medioevo), che essi erano affetti da “ipertrofia dell’io”, che l’omertà rappresentava un semplice riflesso di tale ipertrofia, tipica dell’homo sicilianus.”
Se ciò che dice il Pitré è vero siamo di fronte a una diagnosi vera e propria che descrive uno dei caratteri specifici della paranoia, appunto l’ipertrofia dell’io, che sfocia nella megalomania. Quindi il comportamento omertoso è l’espressione di una difesa proiettiva. Viceversa già al tempo di Pitré era diffusa l’idea della mafia come organizzazione settaria, dall’etnologo – e da tanti altri – rifiutata sdegnosamente come invenzione dei questurini continentali. Significativamente negava, Pitré, la derivazione della parola omertà da umiltà attraverso la conversione della i in r, tipica del dialetto siciliano, etimologia indicata da molti, ad esempio da Giuseppe Alongi, criminologo e funzionario di polizia, non continentale ma siciliano (1886).
Umiltà era infatti termine usato nel primo Ottocento nelle organizzazioni delinquenziali (camorristiche) e in quelle massoniche e carbonare. Nelle organizzazioni massoniche ottocentesche, anche fuori della Sicilia, il delatore si diceva infame. In una delle prime testimonianze sul tema (1864), dovuta dal barone Nicolò Turrisi Colonna, senatore, eminente leader politico del tempo, ed egli stesso sospetto quale grande protettore di mafiosi, non troviamo ancora la parola mafia ma troviamo le parole setta, infamia, umiltà: “umiltà importa rispetto e devozione alle sette ed obbligo (di astenersi) da qualunque atto che può nuocere direttamente o indirettamente agli affiliati.
Chi è vissuto qualche tempo nelle campagne di Palermo, conosce come spesso si formino delle grandi riunioni della setta per discutere della condotta d’un tale affiliato.  L’assemblea, intesi tutti i componenti, decide”. Il termine umiltà-omertà ci porta dunque dentro l’organizzazione mafiosa.

L’omertà è molto diffusa nei casi di reati gravi, soprattutto se commessi dalla criminalità organizzata, come mafia, Sacra Corona Unita, camorra, ‘ndrangheta e, in passato, Anonima Sequestri. L’utilizzo del termine omertà nell’ambito giornalistico porta a volte alla colpevolizzazione di intere cittadinanze che di fatto risultano mortificate sia dalle azioni criminali, sia dall’accusa di complicità.
L’omertà può essere praticata anche da una comunità, più o meno estesa, governata da una autorità non riconosciuta. In questo caso i tentativi di autonomia ed indipendenza a carattere criminoso, come per esempio il terrorismo, possono essere coperti dall’intera comunità.


Nella subcultura mafiosa un “uomo di rispetto” è l’uomo omertoso, colui che ha fatto strada nel crimine, che ha il potere di farsi obbedire da un gran numero di altre persone, suoi affiliati. Questo concetto è stato trasferito in carcere, per cui si capisce benissimo che il rispetto è falso, perché scaturisce dalla paura e non dalla stima per qualcuno. Nel gruppo criminale il rispetto è ritenuto di fondamentale importanza, ma potrebbe anche essere giusto se rimanesse nell’ambito del gruppo in questione, visto dal loro punto di vista.  È senz’altro vero, d’altra parte, che una concezione così deterministica del rispetto ha consentito negli anni di “governare” una comunità altrimenti priva di regole, in cui la prevaricazione dell’uomo sull’uomo utilizzando la forza fisica avrebbe costituito la prassi. A tale riguardo (considerato che nelle carceri italiane la promiscuità sessuale è considerata un atto deplorevole e combattuta con tutti i mezzi), basta ricordare che è stato così alterato il concetto di “rispetto” a tal punto che fare la doccia nudi o girare in mutande in cella non è consentito. Anche se il termine ha perso il suo originale significato, è ancora molto importante quando si tratta di rispettare l’anzianità, non soltanto quando si riferisce a persone che hanno trascorso molti anni in carcere, ma anche quando l’anzianità è biologica.
Molte volte ci si trova nella condizione di “rispettare il cane per il padrone” (altra espressione linguistico-gergale tipicamente carceraria, diffusa anche nella società civile), ossia dare rispetto a persone che non lo meritano per il loro carattere prepotente o per il loro modo di agire irrispettosamente soltanto perché sono “amici” di qualcuno influente all’interno o all’esterno. È una situazione in cui si è nell’impossibilità di agire come si vorrebbe verso certe persone “protette”, ed allora queste si permettono di insultare o umiliare i più deboli, con la conseguenza di generare animosità e odio. È accaduto spesso che coloro i quali non avevano ancora “scaldato il letto”, cioè individui da poco in carcere, abbiano voluto dimostrare da subito la loro potenza nei confronti di altri già “vecchi di galera”, manifestando palesemente la loro presunta superiorità. Da norma consolidata, si dovrebbe avere rispetto di quelle persone già “anziane”, ma tale regola è stata spesso disattesa e quando il “padrone” veniva trasferito in altro carcere, il “cane” veniva severamente “bastonato” e indotto a un comportamento più consono.

L'omertà è una solidale intesa che vincola i membri della malavita alla protezione vicendevole, tacendo o mascherando ogni indizio o prova utile per l’individuazione dei colpevoli. Spesso  si è omertosi per paura, solidarietà, difesa di interessi personali, ecc. Nella cultura meridionale è un valore fondamentale perché implica la sottomissione alle regole delle varie organizzazioni mafiose. Come il rispetto, l’omertà è un elemento essenziale, senza il quale non avrebbero senso molte delle regole.
Oltre ai due valori principali esistono, come nella società libera, anche altri valori soggettivi, che dipendono soprattutto dalla cultura di provenienza di ogni singolo detenuto: solidarietà, amicizia, libertà, uguaglianza, dignità della persona, famiglia, giustizia e altri. Più che in passato, quando era meno differenziata al suo interno, anche la comunità carceraria è caratterizzata dal pluralismo dei valori. Tali valori possono essere in conflitto tra di loro e l’individuo si trova sovente in situazioni di dilemma etico. Ad esempio, succede che il valori della solidarietà verso i più deboli e della libertà entrino in conflitto con quello dell’omertà. Sono infinite le situazioni in cui i detenuti sono costretti a scegliere tra valori ai quali danno comunque molta importanza.



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mercoledì 24 febbraio 2016

TABU' ITALIANI



La parola “tabù” in uso nel vocabolario italiano viene dal polinesiano “tapu” o “kapu”, ed è entrata nel lessico occidentale dopo l’arrivo del Capitano Cook a Kealakekua Bay nelle isole Hawaii il 17 Gennaio 1779.

Il concetto tradizionale, il ‘tapu’ nelle isole del Pacifico, dalle Tonga alle Fiji, da Samoa alla Nuova Zelanda si riferisce a qualcosa di sacro o santo attorno al quale ci sono restrizioni, proibizioni o divieti, che sono introiettati nei comportamenti sociali.

Così luoghi o cose ‘tapu’ non vanno avvicinate, toccate o consumate. Come il corpo di un capo, di un re o di un principe che non può essere toccato, oppure un certo cibo, che non può essere consumato, oppure certi comportamenti, che sono vietati dalle regole sociali che gestiscono una comunità.

In altri casi ancora il ‘tapu’ è qualcosa di cui non si può nemmeno parlare. Come se la parola violasse una forza particolare di cui è portatore l’argomento tapu.

Nella cultura italiana, “L’Innominato”  manzoniano è un personaggio che trae il suo potere dalla paura stessa che comporta il solo fatto di doverne parlare. E nella società italiana, è il periodo storico relativo al fascismo che sembra essere un ‘tapu’, qualcosa di cui si parla molto difficilmente, di cui è meglio non trattare, come se non fosse mai esistito.

Ma la difficoltà della comunicazione, la reticenza a parlare dei problemi, il silenzio sulle situazioni difficili è un altro tratto ‘tipico’ della cultura italiana. Come se la parola, con la sua luce, mettesse troppo in chiaro situazioni che vanno mantenute nell’ombra e nel silenzio.

Ma il linguaggio, il parlare, portando a galla situazioni e problematiche che traggono la loro forza proprio dal silenzio che le avvolge, libera dalla paura dell’Innominato, dell’ignoto. Nominare consente di circoscrivere, di limitare simbolicamente un fenomeno con un nome, portandolo nella dimensione delle relazioni, del conosciuto. Nominare consente la condivisione,  lo scambio, la costruzione di una visione che può essere anche critica, di ciò che si possiede.

Parlare, come dimostra lo sviluppo della psicologia, è terapeutico. Libera.



L'idea del testamento è un tabù: 8 italiani su 10 non ci hanno mai pensato e il 60% dei connazionali esclude la possibilità di farlo.

Ma anche per pensare al lascito solidale come ad un atto di amore alla portata di tutti, non solo di chi possiede grandi patrimoni, che può cambiare la vita delle persone che hanno più bisogno in Italia e nel mondo.

Stando ai numeri, gli italiani della fine della propria vita non vogliono proprio sentir parlare. L'80% non ha mai preso in considerazione l'idea di mettere nero su bianco le 'ultime volontà', mentre il 21% "non ha mai valutato l'idea, ma potrebbe pensarci", secondo l'indagine realizzata per la campagna Testamento Solidale da Gfk Eurisko e basata su un campione di quasi 1500 persone rappresentativo della popolazione italiana over 55. Soltanto l'8% del campione (circa 1,5 milioni di italiani) ha fatto testamento, mentre il 5% e' intenzionato a farlo e il 6% ci ha pensato ma e' ancora incerto se farlo oppure no.

Lo studio conferma una propensione bassa al testamento da parte degli italiani, vicina a quella già registrata nel 2012 dall'Agenzia delle Entrate (15,78%) e di gran lunga inferiore a quella di altri paesi, ad esempio quelli anglosassoni: in Gran Bretagna la propensione si attesta intorno all'80%, negli Usa al 50%.

Alla base del 'rapporto difficile' col testamento c'è l'ansia legata all'idea della fine della vita ma anche il timore di causare problemi familiari. Per quanto riguarda i lasciti solidali, oltre 7.200.000 persone over 55, il 45% del campione, dichiara di non averne mai sentito parlare, mentre il 55% sa di che si tratta. Il 9% degli intervistati ha una propensione positiva, ma solo il 2% degli italiani ha già fatto il lascito o sicuramente lo farà (circa 400 mila persone).

Lo studio mette in luce che tra gli italiani cresce la voglia di sapere di più sui lasciti solidali, ma evidenzia anche che le informazioni attualmente disponibili sono imprecise e limitate. Ad esempio, tanti pensano al lascito come una 'roba da ricchi', oppure credono che obblighi all' intera donazione del proprio patrimonio.

Una doppia falsa convinzione, dal momento che si può cedere anche solo una minima parte dei propri averi, ad esempio una piccola somma di denaro, un gioiello o addirittura un arredo. Inoltre, solo pochi ricordano che il testamento olografo (scritto di proprio pugno) è valido, revocabile e modificabile in qualsiasi momento. Ma anche, più banalmente, molti non sanno a chi rivolgersi oppure temono che una richiesta di informazioni possa vincolarli ad un impegno.



Nonostante oggi la sessualità venga mercificata parecchio e la società sia piuttosto disinibita, l'argomento tabù per eccellenza rimane proprio il sesso; non solo con parenti, colleghi e conoscenti, ma anche con gli amici e in tutte le situazioni. Si tratta di un aspetto che appartiene alla sfera più intima e privata di ciascuno e la maggior parte prova imbarazzo a confessare i propri desideri, debolezze e abitudini. Nonostante i media ci bombardino di immagini e di situazioni intime, parlare apertamente della sessualità è ancora difficile, soprattutto se si tratta della propria. Bisogna ricordare però che, anche se la maggior parte delle persone non ama parlare di questo, il sesso è una costante di molte conversazioni: le allusioni e i richiami impliciti a questo aspetto sono frequenti quando si parla, soprattutto se si è in gruppo.

Nonostante la crisi e la situazione economica mondiale, si fatica a parlare di soldi con amici e parenti; solo poche persone riescono a dire apertamente quanto guadagnano, quanto spendono, quanto depositano e quanto hanno pagato le varie cose che sono state acquistate. In alcuni casi questa reticenza è giustificata da una sorta di volontà di eleganza, perché c'è chi crede sia poco raffinato discutere di cose materiali. Altri, invece, evitano l'argomento per timore di suscitare invidie, gelosie, o al contrario compassione.

Da argomenti di grandi dibattiti, satira e confronto, la politica è diventata un tema da evitare il più possibile; sembra prevalere un senso di scoraggiamento e impotenza. Le parole appaiono superflue e inutili anche alla luce del fatto che la maggior parte delle persone sembra essere pervasa dalla stessa sensazione di sconforto. Occorre considerare, poi, che in pochi hanno voglia di guastare un momento piacevole di incontro con un tema che può suscitare malumori e tensioni. Anche il timore di un confronto acceso con chi non la pensa come noi sembra contribuire a rendere la politica un argomento tabù.

Sebbene gli italiani siano famosi nel mondo per la loro esuberanza, molti in realtà sono timidi, modesti e poco autoreferenziali. Non ammettono apertamente le proprie qualità perché preferiscono essere umili e rispettare gli altri. Se da un lato c'è chi ama pavoneggiarsi e vantarsi, tante persone in realtà preferiscono non sprecarsi in auto elogi e lasciano che siano gli altri, eventualmente, a esaltarne le capacità.




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venerdì 16 ottobre 2015

IL Valore del SILENZIO



Qui tacet, consentire videtur è una locuzione latina che significa Chi tace, sembra acconsentire.

Con silenzio si intende la relativa o assoluta mancanza di suono o rumore; un ambiente che produca suono inferiore ai 20 decibel viene solitamente considerato silenzioso.

In senso figurato, può indicare l'astensione dalla parola o dal dialogo.

Viene considerato una forma di rispetto collettivo l'osservare alcuni minuti di silenzio e raccoglimento durante la commemorazione di persone defunte. Questa pratica, presente in tutti gli aspetti della vita sociale, assume un particolare valore e importanza in campo militare. In senso lato si può intendere anche come l'insieme di gesti e comportamenti sociali attuati in alcune circostanze.

In alcuni Stati, il diritto al silenzio è una forma di protezione legale di cui godono le persone sottoposte a interrogatori polizieschi o a processi giudiziari. Inoltre per silenzio si intende l'inerzia della Pubblica amministrazione. Esiste anche il silenzio elettorale che vieta di fare campagna elettorale dal giorno precedente le votazioni, concepito per dar modo agli elettori di riflettere meglio sulla scelta da effettuare.

La pratica del silenzio (inteso non solo come astensione dalla parola, ma anche come tentativo per ridurre la quantità di pensieri, placare l'attività frenetica della mente e trovare così il silenzio interiore) viene considerato una forma di disciplina spirituale presso alcune forme di religione e spiritualità. Questo avviene particolarmente in quelle orientali: ad esempio, nel contesto induista, il silenzio è una delle forme di sadhana.



Nelle regole religiose cristiane, in particolare di clausura, il silenzio è uno dei vincoli obbligatori della vita comunitaria.

Che il silenzio non sia solo la negazione o l'interruzione della comunicazione, ma un mezzo di espressione di pensieri ed emozioni è convinzione che risale ai primi retori. Da Cicerone a Quintiliano, a Seneca si sostiene che un bravo oratore non solo deve saper parlare (persuasivamente), ma anche tacere (efficacemente). Il silenzio è messaggio. La scelta di non dire è un atto linguistico.

Il silenzio, come assenza di suono, è anche considerato una componente della musica. Essendo naturalmente privo di tono, timbro e intensità, l'unica caratteristica che condivide con il suono, in un contesto musicale, è la durata. Tale implicazione ha trovato esplicito rilievo a partire dal XX secolo.

In senso giuridico l'espressione è silenzio-assenso che vale solo in via eccezionale, perché di solito si applica il silenzio rifiuto. Una forma particolare di esso è il silenzio amministrativo.

C’è un linguaggio che unisce e uno che divide; ci sono parole che danno valore e comunicano forza e amore e ci se ne sono altre che separano ed escludono.

Il silenzio come negazione del dialogo è isolamento, è muro, è rifiuto.

Ma c’è un’altra chiave di lettura del silenzio, una lettura positiva.

Il silenzio non è solo mancanza di comunicazione, ma anche assenza di rumore, di inquinamento non soltanto acustico ma anche emotivo, perché a volte le parole sono vuote, e servono come mero anestetico per coprire ben altri vuoti: allora, quando la parola non ha più senso, bisogna lasciare spazio al silenzio, e far parlare lui.

Il silenzio permette una sorta di disintossicazione della mente, permette di raggiungere noi stessi, di stabilire un dialogo interiore, e non solo col nostro Io. Se preghiamo, magari solitari in una Chiesa, in ginocchio davanti all’altare, il nostro dialogo interiore è rivolto a Dio. Se siamo vicini a una persona che sta male, laddove le parole non potrebbero aiutare, il silenzio mette a tacere l’invasività di parole inutili e fuori luogo e lascia spazio a una presenza solida, mai inopportuna. Se stiamo accanto a una persona con cui ci sentiamo in sintonia, il silenzio lascia libero il fluire di emozioni che non hanno bisogno di parole per essere trasmesse.

Sollevare le orecchie dall’onere dell’ascolto significa dare spazio agli altri sensi, guardare, osservare, respirare, sentire con la pelle e con l’animo.

Il silenzio lascia alle parole, dette e sentite, il tempo e il modo per trovare un loro spazio dentro di noi, per trovare un nesso sfuggito, un significato che va oltre quello dato quando pronunciate e quando udite: perché le parole hanno un potere che il silenzio smussa, compensa, completa.

Ma qual è il potere delle parole? Il potere delle parole è vasto, e forse non ha limiti. Le parole creano ma possono anche distruggere, o modellare, modificare, indirizzare, sfiorare, colpire, accarezzare o ferire.

Ci sono parole false e parole vere, e ognuna di queste può essere ispirata al bene e al male.

Ci sono parole che risolvono una vita, e parole che arrivano a reciderla.






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