domenica 26 marzo 2017

SELFIE E BOCCACCE



Sorridere? Assolutamente no. Meglio una linguaccia. Le foto sui red carpet e quelle delle vacanze si riempiono di boccacce. L’ultima moda, non solo tra le star, è farsi immortalare con una smorfia sul viso: nasi arricciati, sopracciglia aggrottate, bocca spalancata e occhi storti. Gli scatti negli album di famiglia e sui social network sono quasi da film horror. Ma questo poco importa. Secondo uno studio del Dipartimento di psicologia dell’Università di Portsmouth, nel Regno Unito, le espressioni non alterano i lineamenti. Quindi chi è bello di natura, lo sarà sempre.

Le donne, però, non sono le sole a «esibirsi». Anche gli uomini si divertono. E sui social network i «comuni mortali» seguono la tendenza. «Il web ha un effetto moltiplicatore. Quindi la foto di un’attrice che fa una boccaccia sul tappeto rosso rimbalza ovunque. Viene visualizzata un’infinità di volte e si diffonde . E per il fenomeno dell’emulazione si tende a volerne fare una uguale», dice Gianluca Calì, psicologo e psicoterapeuta.
Secondo una ricerca condotta da Nadja Reissland della Durham University, si comincia a giocare con le espressioni già nella pancia della mamma. I ricercatori hanno monitorato quindici feti (sette maschi e otto femmine) attraverso le ecografie 4D e hanno dimostrato che i bebé sono capaci di quei movimenti del volto che contraddistinguo rabbia, tristezza o gioia. Una sorta di allenamento per quello che li attende dopo la nascita. I bambini, infatti, comunicano le sensazioni che provano con la mimica facciale. Quindi - dicono gli esperti - una linguaccia non dovrebbe mai essere punita, ma piuttosto andrebbe compresa.



«Online ci sono regole che rispecchiano solo in parte quelle della società offline - dice Calì -. Siamo più disposti a trasgredire e a regredire con comportamenti infantili perché non abbiamo la consapevolezza dei controlli. In realtà non è affatto così. Sappiamo bene quanto siano sotto osservazione i siti. Comunque si tratta di una trasgressione innocente rispetto ad altre di cui il web si nutre. La boccaccia ci permette di infrangere le regole, ma in modo innocuo».

Per la stragrande maggioranza i protagonisti dei selfie hanno tutti le stesse caratteristiche: donne, adolescenti, con il telefonino messo di lato in modo da fare la foto di profilo o al massimo di tre quarti, con un occhio strizzato o con i capelli tutti da un lato. L’espressione è per lo più una smorfia, ma l’ampia gamma va dal bacetto allo stupore  fino al sorrisetto con labbra arricciate, che è il grande classico.
Il fatto di nascondersi dietro ai capelli lunghi, o di farsi la foto includendo solo metà faccia è proprio il sintomo che gli adolescenti si mostrano, sì, ma secondo le loro dosi.  "E’ l’opposto del narcisismo”, dice il professor Federico Tonioni, psichiatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile del primo ambulatorio in Italia per le dipendenze da Internet, presso il Policlinico Gemelli di Roma.




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martedì 14 marzo 2017

"MI PIACE"



Un "mi piace" a una cosa che abbiamo pubblicato su Facebook ci fa sentire felici ed esaltati. Alcuni studi hanno mostrato che quando pubblichiamo qualcosa sui social non solo avviene un rilascio di dopamina, ma un'area del cervello, chiamata nucleus accumbens, si attiva secondo le stesse modalità di quando pensiamo a cose piacevoli come il sesso, il cibo e i soldi. La nostra rete di interazioni sociali sintetiche, la nostra finta realizzazione personale e l'illusione di essere popolari scatenano questa reazione—una specie di dipendenza—lasciandoci poi con il bisogno di ottenere ulteriori pollici in su digitali.

La maggior parte di questi "mi piace" sono una farsa: vogliono addirittura dire "mi fa schifo".  Ci sono persone a cui di voi non frega poi tanto, ma che si sentono obbligate a convincervi del contrario.

Ogni tanto vi compaiono nella home dei post tanto imbarazzanti che non potete fare a meno di mettere "mi piace." La persona che li pubblica dovrebbe ricevere un premio per il contributo che presta alla stupidità del mondo. Il caso classico è quello dell'idiota che pubblica le sue lamentele non richieste sulle persone di cui si circonda. Parla di un luogo dove non esiste il perdono, dove la "fiducia" e la "lealtà" sono valute instabili e i "veri amici" sono sempre meno ogni giorno che passa. Chi gli fa notare l'abisso di stupidità in cui nuota viene liquidato come "hater."

Vedere con i propri occhi che al mondo esistono persone del genere può farvi bene. Magari non a livello assoluto, ma su un piano più personale. Anche nei vostri momenti peggiori, quando sarete rossi di vergogna e avrete sospeso ogni giudizio morale su quello che vi circonda, sarete sempre meglio di lui. O di lei. Quindi sì, effettivamente state mettendo "mi piace" al fatto di essere una persona un tantino migliore.

Molto spesso, mettendo "mi piace" facciamo le veci dei nostri genitali. Insieme all'atto dei "preferiti" su Twitter, è il modo più facile e meno impegnativo per far capire a una persona che siamo interessati. Un tempo, per questo su Facebook c'era la funzione "poke," che esiste ancora oggi anche se la usa solo quel tuo amico che ogni volta che manda un poke ride per dieci minuti. Adesso il più blando "mi piace" può essere usato per mettere in moto una serie di eventi, la cui conclusione può tradursi o meno in azioni estremamente pratiche.

Se nella foto c'è anche un'altra persona che non è amica del soggetto, l'intenzione dietro al "mi piace" è molto esplicita. Chiunque abbia una relazione sa che almeno una volta al mese c'è una crisi dovuta al fatto che uno dei due pensa che ci sia qualcuno che vuole sottrargli l'amato. Ricordate: gli amici non permettono che il numero di "mi piace" alla foto profilo di un amico resti basso.

Se siete troppo discreti ed educati per una dichiarazione tanto esplicita, potete aggirare il problema e provare a lanciare i vostri segnali mettendo "mi piace" alle foto in cui la persona è taggata. Oppure potete mettere "mi piace" a una foto di qualcosa di divertente, o a una in cui le persone fotografate non sono vistosamente in posa. In questo modo il vostro intento diventa molto più ambiguo e misterioso. State dicendo una cosa tipo, Ciao, mi piace il fatto che tu ti stia divertendo. E forse, magari, vorrei anche fare sesso con te. Questo vale solo per le foto che vi appaiono in bacheca, ovviamente. Non vorreste mai che l'altra persona pensi che la state spiando, e che dedicate tutta la pausa pranzo a osservare le foto che ha pubblicato negli ultimi otto anni.

Per un approccio ancora più sottile e sofisticato, potete mettere "mi piace" a uno stato in cui la persona racconta uno dei suoi ultimi successi, o a una canzone che ha pubblicato. Così facendo, lancereste il segnale che a voi e a quella persona piace la stessa musica (e che forse ve la fareste) o che siete felici per come è andato il suo ultimo esame (e che forse ve la fareste). C'è un messaggio nascosto anche nel mettere "mi piace" a un video di gattini.

I contenuti di qualità sono e rimarranno la cosa più importante su Instagram (così come sugli altri social). Sono il primo requisito per fare davvero la differenza. Eppure, non possiamo fare a meno di chiederci se esistano altri piccoli accorgimenti che possano contribuire al successo del nostro profilo, portandoci ad aumentare follower e like.
Il primo segreto per ottenere più follower e like su Instagram è anche il più semplice e apparentemente banale.



Ricevere commenti, condivisioni e like quando scriviamo un post è per noi tutti motivo di piacere, di appagamento della nostra innata voglia di protagonismo e consenso sociale.

In rete è facile trovare centinaia di articoli su come aumentare la propria popolarità sui social. Ci sono anche agenzie di marketing che vendono pacchetti di like.

Ci sono poi utenti che sfruttano questo circolo con intelligenza per curare la loro immagine a fini professionali, fino a costruirci un lavoro vero e proprio. Sono i cosiddetti influencer, persone considerate esperte su alcuni ambiti di loro competenza e che godono dell’ammirazione, della stima e della fiducia di migliaia di altri utenti. In realtà quella dell’influencer non è una novità. Già nel secolo scorso i sociologi, che studiavano gli effetti della comunicazione di massa sugli individui, avevano individuato nell’opinion leader colui che riusciva a condizionare gli altri. Oggi l’opinione degli influencer conta così tanto da influenzare il pensiero e finanche i comportamenti, nonché gli acquisti, di tanti altri utenti che li seguono.

Alla luce di quanto detto non deve stupire, quindi, un’altra dinamica sociale tipica dei giovani, come l’irresistibile voglia ad uniformarsi. Dall’osservazione fatta i ricercatori si sono accorti che i ragazzi sono più propensi a dire “mi piace” se molti coetanei lo hanno già fatto. Anche in questo caso non si tratta di nulla di nuovo per gli scienziati sociali. È questo un fenomeno conosciuto già da molto tempo prima dell’avvento dei social network. Senza ricorrere alle teorie sulla psicologia delle folle, elaborate nella prima metà del ‘900, (secondo cui tante persone riunite in un ambiente circoscritto tendono ad adottare comportamenti simili) basterà ricordare quando da ragazzi seguivamo le mode del momento solo perché lo facevano anche i nostri coetanei. «Nello studio i ragazzi rispondevano alle scelte espresse da un gruppo di estranei virtuali e la volontà di conformarsi si è manifestata sia a livello cerebrale che nella scelta pratica di ciò che piace o meno», riflette Mirella Dapretto, docente di psichiatria e scienze comportamentali all’Ucla e autrice dello studio. «Possiamo aspettarci – aggiunge – che questo effetto sia amplificato nella vita reale, quando i teenager si relazionano a persone importanti per loro». Ecco riproporsi la famosa questione sulla valenza educativa dei mezzi di comunicazione. Parafrasando il titolo del celebre saggio sulla televisione di Karl R. Popper potremmo chiederci: Cattivi maestri social? Tutto, ovviamente, dipende da come si utilizzano. «Se gli “amici” social mostrano comportamenti virtuosi – spiega l’altra autrice Patricia Greenfield, direttrice del Children’s Digital Media Center dell’Ucla – anche la condotta dei figli verrà influenzata in questa direzione. È dunque importante che i genitori sappiano con chi interagiscono i loro ragazzi e il tipo di contenuti che questi coetanei stanno condividendo o apprezzando».

Alcuni “mi piace”, puntualizzano i ricercatori, nascondono delle insidie molto pericolose, che comportano nei ragazzi l’allentamento dei “freni mentali”. Nello studio i teenager sono stati messi di fronte a foto neutrali e a foto rischiose (persone con sigarette, alcol o abiti provocanti). Un dato comportamentale confermato anche a livello dell’attività cerebrale, con una minore attivazione delle aree associate al controllo cognitivo e all’inibizione della risposta.



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venerdì 10 marzo 2017

LA PAZIENZA



La pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico.
Giacomo Leopardi

La pazienza è la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro. La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni. È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa.

Giobbe, principale personaggio dell’omonimo libro della Bibbia, è la personificazione del giusto che soffre mentre i malvagi prosperano, e che tutto sopporta inchinandosi al volere di Dio.

Ricco e potente, Giobbe fu messo alla prova da Dio che gli tolse progressivamente i beni, i figli e la salute. Di fronte a tutto ciò, il suo commento fu: “Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore”. Per questo motivo la Bibbia ne ha fatto simbolo ed esempio di giustizia e di pazienza.



La pazienza nella sua accezione migliore è senz’altro una virtù ma al polo opposto potrebbe coincidere con la rassegnazione. 

Nel caso di un conflitto che ci fa soffrire, c’è una bella differenza tra l’adattamento  e la ‘governance’ della inevitabile tensione.  Quindi attendere, sopportare senza lasciarsi sopraffare dalla depressione (come conseguenza della inevitabile frustrazione) ma concentrarsi per trovare una possibile soluzione, la pazienza.

Quando invece decidiamo di essere impazienti agiamo con frettolosità e l’imprevisto è un fastidio da cui scrollarsi e il tempo a disposizione viene sprecato.   

L’impazienza legata al conflitto non aiuta a risolverlo (anzi lo peggiora) e, inevitabilmente sfocia  ma nella rabbia.



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giovedì 2 marzo 2017

SOTTO IL VELO



Nonostante il numero crescente di donne velate, il mondo arabo mantiene la passione per la biancheria intima licenziosa.
 
Dal Marocco agli Emirati, passando da Tripoli e Il Cairo, pare che le donne musulmane facciano a gara a riempire i propri guardaroba di biancheria sexy. Non a caso il Medio Oriente detiene il primato mondiale di spesa media pro capite per l’abbigliamento intimo. Una passione femminile che cresce senza sosta, malgrado l’ostruzionismo delle autorità saudite (che proibiscono alle donne di lavorare nei negozi di intimo) e la feroce campagna “moralizzatrice” del gruppo estremistico Hamas, che ha vietato nella Striscia di Gaza ogni genere di pubblicità di biancheria intima (banditi pure i manichini delle vetrine).
Le donne arabe, costrette a coprirsi in luoghi pubblici con veli e abiti castigati, comprano senza freni e inibizioni completi osé dalle trasparenze allusive, per poi sfoggiarli ai mariti nel segreto delle proprie case. «Il business della lingeria è alimentato dalle forze più conservatrici e maschiliste della società islamica», osserva il sociologo Ammar Abdulhamid della Brookings Institution di Washington, che azzarda una teoria: «Nel mondo arabo l’emancipazione femminile è inversamente proporzionale all’erotismo della biancheria intima».



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PIGIAMA SI PIGIAMA NO



«Un gentiluomo può farsi vedere in pigiama soltanto dalla moglie e dal maggiordomo» — meglio di Winston Churchill: quando le bombe naziste piovevano su Londra, dormiva nel bunker sotto Westminster non in pigiama ma con una comoda tuta militare appositamente realizzata dal suo camiciaio di Jermyn Street (Turnbull & Asser). Era per lui impensabile che il primo ministro di Sua Maestà, in caso di evacuazione del bunker nella notte, venisse visto in pigiama dal suo staff e dalle guardie militari.

Il padre della tendenza di passeggiare in pigiama — come sempre quando si parla di stile informale — è un americano, Hugh Hefner, fondatore di Playboy , che da adolescente aveva l’aspirazione di vivere circondato da belle ragazze senza prendersi neppure il disturbo di scendere dal letto e così è stato, sei decenni in pigiama di seta e vestaglia circondato dalle sue Playmate. Immagine da viveur che non poteva influenzare la moda: ci sono voluti molti anni per questa lunga marcia, da quando Hefner archiviò giacca camicia e pantaloni (per non parlare della cravatta: si parla dei sogni di un adolescente che non voleva diventare grande), ma il pigiama ce l’ha fatta: è sdoganato. Ora in versione modaiola, di lusso, con tessuti pregiati e stampe esclusive.

Pigiama non come trasgressione o segnale di sbraco imperante ma come diritto, simbolo di indipendenza. Artisti contemporanei come Julian Schnabel, rapper come Wiz Khalifa e cantanti come Rihanna, attrici come Jessica Alba, modelle come Cara Delevingne (peraltro abituata a fare tardi la sera, è logico che possa confondere gli orari) lo portano di giorno, al punto che il pigiama è diventato a sorpresa il capo del concluso 2016. Marina Abramovic aveva organizzato al Heaven Gala benefico di Santa Monica una performance in pigiama (con sfilata di Costume National allora diretto da Ennio Capasa) davanti alle star di Hollywood; Dolce & Gabbana hanno preso il pigiama e l’hanno trasformato in prezioso capo di alta moda, con una capsule collection «Pigiama Party» e un evento ad hoc a Hollywood, e un marchio di elegante nicchia come F.R.S. di Francesca Ruffini (le iniziali della stilista, ma è un acronimo che sta anche per «For Restless Sleepers», per dormienti inquieti) ha fatto del pigiama il suo capo fondamentale. Forse perché di questi tempi difficili ci rassicura: è il capo che indossiamo a letto, al sicuro, sotto le coperte.



Dormire nudi fa bene, rende più felici, migliora la qualità del sonno e fa sentire più rilassati.

Secondo l’American Academy of Sleep Medicine, la temperatura corporea scende in modo naturale mentre si dorme profondamente. Questo fenomeno è dovuto al Ritmo Circadiano, un ciclo di circa 24 ore, che regola molti fenomeni, come le fasi di dormiveglia, il ritmo cardiaco, le secrezioni ormonali, la pressione sanguigna o la risposta immunitaria. Indossare il pigiama può disturbare questo naturale abbassamento di temperatura e, di conseguenza, disturbare il sonno e provocare insonnia.

Il nostro corpo durante la notte si raffredda, facendo crescere il livello dei nostri ormoni e, contemporaneamente, abbassando quello del colesterolo. Il sonno perfetto si compone di due cicli: il primo in cui il nostro organismo fa abbassare i livelli di cortisolo e il secondo in cui il corpo lavora per innalzare di nuovo questi livelli in vista del giorno dopo, per farci alzare con energie sufficienti. Se il sonno è interrotto (per esempio dal pigiama scomodo), il corpo produrrà più cortisolo del solito e questo eccesso fa si che l’appetito aumenti.

Uno studio scientifico, ha scoperto che dormire in temperature più fredde è strettamente collegato a migliorare il nostro metabolismo: abbassa i livelli di zucchero nel sangue e previene il diabete di tipo 2. Gli scienziati hanno scoperto che, quando i partecipanti dormivano nudi abbassando così la loro temperatura, il loro grasso malsano ha cominciato a diminuire nel giro di poche settimane, e la loro salute è rapidamente migliorata, soprattutto negli aspetti metabolici.

Dal momento che la vagina ha temperature interne simili a quelle tropicali, è anche il luogo adatto per la proliferazione di batteri e infezioni. Dormire nudi aiuta a rendere più asciutte le parti intime e a preservarle da questi rischi.

Gli uomini possono fare in modo che i testicoli riposino a una temperatura inferiore, aumentando la fertilità e migliorando la qualità dello sperma.

Dormire senza pigiama e vederci nudi appena svegli ci rende più felici e fa crescere la fiducia in noi stessi. Essere più sicuri di noi serve a sentirci anche più belli e perfettamente a proprio agio col nostro corpo.
 
Abbandonare il pigiama aiuta a sentirci freschi durante la notte, ci fa sudare meno e ci fa risparmiare quei 20 o 30 minuti che avremmo dedicato alla doccia il mattino seguente.

Le ore di sonno profondo sono tra le 10 di sera e le 2 di notte quando i livelli di cortisolo sono al minimo, poi dopo le 2 del mattino, le ghiandole che producono il cortisolo iniziano a lavorare più attivamente per preparare il corpo per il giorno successivo. Per questo ci si sente così eccitati al risveglio.

Questo perché gli ormoni della crescita come il cortisolo, vengono rilasciati durante la notte. Se si ha un rilascio graduale perchè il sonno è costante, non si otterrà l'effetto pericoloso di svegliarsi con un grande appetito (causato proprio dalla produzione massiva di cortisolo durante una notte agitata) che viene generalmente tappato mangiando alimenti che si concentrano proprio sulla pancia. 

Facile pensare che essendo già nudi è un attimo fare sesso. Ma vi sono anche motivi scientifici alla base di questa idea. Non solo il contatto pelle-a-pelle stimola la voglia e aumenta l'intimità, ma rilascia anche ossitocina nel cervello. Questo ormone riduce i livelli di stress, che a sua volta ti fa permette di essere più propenso anche al rapporto sessuale. Insomma dormire nudi è un processo che induce diversi meccanismi positivi. 

Più tempo si spende nudi, più contatto avete con la vostra pelle, e via di seguito più fiducia nel vostro corpo. Tanto da sentirti decisamente più attraenti anche verso gli altri. Secondo uno studio svolto dalla University of Central Florida, gli studenti pro-nudità "erano significativamente più positivi nell'accettare altri gruppi religiosi e i membri della comunità LGBT" rispetto agli studenti anti-nudità.



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