giovedì 12 novembre 2015

ADDIO MONDO......



Sociologicamente il suicidio è stato trattato in modo molto approfondito da Émile Durkheim, il quale individua quattro tipi di suicidio collegati ai gradi di integrazione e regolamentazione sociale: egoistico, altruistico, anomico, fatalista.

Nella genesi del suicidio, gioca un ruolo importante la componente emulativa: è noto, già dall'Ottocento, il cosiddetto effetto Werther, l'incremento di suicidi seguito alla pubblicazione del romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe. Per questo motivo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha diramato delle linee guida per indirizzare il comportamento degli operatori dell'informazione e dei mezzi di comunicazione di massa, ai quali è affidata la richiesta di un comportamento responsabile.

Nell'antica Atene, a una persona che si toglieva la vita senza l'approvazione dello Stato, veniva negato l'onore di una sepoltura normale. Essa sarebbe stata sepolta da sola, alla periferia della città, senza una lapide o un segno distintivo. Nell'antica Grecia e nell'antica Roma, il suicidio era considerato un metodo accettabile per affrontare una sconfitta militare. A Roma, mentre il suicidio era stato inizialmente ammesso, fu poi considerato un crimine contro lo Stato per i suoi costi economici.

Un decreto penale emesso da Luigi XIV di Francia nel 1670 puniva gravemente chi si toglieva la vita: il corpo della persona morta veniva trascinato lungo le strade, a faccia in giù, per poi essere appeso o gettato nei rifiuti. Inoltre, tutte le proprietà di un suicida venivano confiscate. Storicamente la chiesa cristiana scomunicava chi tentava il suicidio e coloro che si erano tolti la vita venivano sepolti fuori dai cimiteri consacrati. Nel tardo XIX secolo, in Gran Bretagna, il tentato suicidio era considerato equivalente al tentato omicidio e poteva essere punito per impiccagione. Nell'Europa del XIX secolo, l'atto suicidario veniva visto come una dimostrazione di infermità mentale.

Nei suoi risvolti morali esso era legato in origine, presso le antiche religioni misteriche, anche alla prospettiva della reincarnazione, in vista di un'evoluzione spirituale come nel caso di Empedocle. Nell'Etica Nicomachea Aristotele definisce tuttavia il suicidio un atto di viltà; del resto, già il suo maestro Platone non ammetteva il suicidio se non per qualche necessità assolutamente ineluttabile, condannando i suicidi e considerandoli dei vigliacchi, meritevoli di sepolture senza un nome e in luoghi solitari. Cicerone ribadisce le idee di Pitagora secondo il quale l'uomo non appartiene che alle divinità.

Lo stoicismo è invece uno degli esempi più noti di filosofia che accetta il suicidio e, anzi, in determinate condizioni, lo descrive come un atto naturale. Avendo imparato che i mali sono tali solo in apparenza, infatti, lo stoico può accettare il suicidio come atto conclusivo del compito riservatogli dal destino, purché sia una scelta deliberata e non dettata da un impulso momentaneo: dev'essere cioè un atto razionalmente giustificato. Seneca ad esempio ammette la liceità della scelta suicida partendo dal presupposto che «non è un bene vivere, ma vivere bene». Per lui solo la virtù e la saggezza hanno valore, mentre la vita, sebbene preferibile alla morte, è un bene indifferente come la ricchezza, gli onori, e gli affetti.

Tra gli stoici che scelsero il suicidio vi furono, oltre allo stesso Seneca, il fondatore della scuola Zenone di Cizio; Catone Uticense, per evitare la cattura da parte di Cesare, e il suo genero Marco Giunio Bruto, uno dei cesaricidi, per evitare analogamente di cadere vivo nelle mani di Ottaviano.

Agli stoici si oppose Plotino, che nel III secolo d.C. scrisse un trattato riguardante il suicidio. Poiché la vita per il filosofo è un percorso evolutivo, che permette di elevarsi attraverso la legge che regola il ciclo delle reincarnazioni, è necessario seguire il suo corso naturale: «E se il rango che ciascuno avrà lassù corrisponde alla sua condizione al momento della morte, non bisogna suicidarsi finché c'è la possibilità di progredire». La vita stessa, in quanto espressione dell'anima che illumina una natura inferiore, è concepita infatti come portatrice di una «presenza divina», quale prodotto ultimo della processione da Dio: «Non ti toglierai la vita, affinché l'anima non se ne vada». Il suicidio provoca, secondo questa impostazione, un danno all'anima che viene cacciata a forza e in maniera innaturale: non esiste per Plotino il suicidio razionale, poiché la violenza al proprio corpo è sempre accompagnata da «angoscia, dolore o ira».

Una ferma condanna del suicidio si ebbe in epoca cristiana da parte di filosofi come Agostino di Ippona e Tommaso d'Aquino.

In età illuminista si opposero al sucidio Immanuel Kant e, senza dubbio, John Stuart Mill. Proprio per Kant, il suicidio è da considerarsi immorale poiché non può diventare una legge universale.

Altri pensatori hanno considerato il suicidio come una questione legittima di scelta personale. I sostenitori di questa posizione sostengono che nessuno dovrebbe essere costretto a subire contro la propria volontà, in particolare da condizioni come una malattia incurabile, una malattia mentale e la vecchiaia, che non hanno alcuna possibilità di miglioramento. Essi rifiutano la convinzione che il suicidio sia sempre irrazionale, sostenendo invece che possa essere l'ultima risorsa valida per quelli che sperimentano un dolore prolungato. Per Epicuro, ad esempio, il suicidio è un'affermazione della libertà umana sulla legge della necessità che governa la natura. Epicuro scrive: "È una sventura vivere nella necessità, ma vivere nella necessità non è per niente necessario".

Secondo Schopenhauer l'obiettivo per liberarsi dal dolore dell'esistenza è superare la volontà di vivere, ma non attraverso il suicidio, il quale non è una soluzione ma una delle massime manifestazioni della volontà di vivere. Schopenhauer sostiene che proprio perché si ama troppo la vita e non la si vuole vivere in una condizione sgradevole ci si libera con il suicidio.

« Il suicida vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate. »
(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, par 69, 1818.)
Emil Cioran, in qualche modo ricollegandosi al pensiero di Martin Heidegger, intende il costante riferimento alla morte come indispensabile alla fondazione della morale soggettiva; caratteristica è quindi la sua posizione sul suicidio, senza il pensiero del quale, egli dice esplicitamente, non sarei riuscito a sopravvivere. Il suicidio è interpretato così non come gesto effettivo, ma come possibilità estrema che, in quanto mantenuta nella sua possibilità e non attuata, rende possibile ogni altra azione.

Una presa di posizione forte è quella di coloro che sostengono che le persone dovrebbero poter scegliere autonomamente di morire, indipendentemente dalla loro condizione. Nietzsche scrive: "Muori al momento giusto. Io lodo la mia morte che giunge perché la voglio io". I maggiori sostenitori di questa scuola di pensiero sono l'empirista scozzese David Hume e il bioeticista statunitense Jacob Appel.



Una delle ultime e più belle opere di van Gogh è il Campo di grano con corvi, del luglio 1890, realizzata poco tempo prima del suicidio e giudicata dalla critica il suo "testamento spirituale" e si presta a rappresentare, anche attraverso la descrizione di seguito il tema trattato. Cupa è l'atmosfera. L'artista infatti non vede futuro per la sua esistenza immediata, anche se la sua anima continua ad ardere di un fuoco divoratore.
Il campo di grano è così mosso che sembra una foresta in fiamme, in cui strade vuote, che portano verso l'ignoto, cercano di farsi largo e su cui volteggiano tristi presagi: i corvi neri appunto, che sembrano arrivare come avvoltoi su un cadavere.
La strada è senza via d'uscita perché i campi, che esprimono i valori rurali del passato, nulla possono contro i nuovi valori borghesi, rappresentati da un cielo che pare un oceano in tempesta, in cui il chiaro si mescola allo scuro confondendo ogni cosa.
In mezzo a questo cielo tenebroso macchie bianche indistinte, misticheggianti, sembrano voler indicare gli astri o nuvole minacciose, ma in realtà raffigurano la solitudine dell'artista, ripiegato su se stesso.
Il campo di grano è l'elegia di uno sconfitto.
La strada infatti non porta da nessuna parte ed è virtualmente percorsa da una persona, l'artista, che non sa dove andare, né cosa cercare.
Da notare che prima di realizzare il quadro, van Gogh era andato a far visita al fratello Theo che viveva a Parigi ed era rimasto scosso per le difficoltà professionali di lui e per la salute cagionevole del nipotino Vincent.
Qualche giorno dopo aver finito l'opera, van Gogh scriverà l'ultima lettera a Theo, in cui dirà espressamente che la sua morte avrebbe posto fine al travaglio della famiglia del fratello: le sue opere sarebbero aumentate di valore e Theo - insieme alla moglie e al figlioletto Vincent - avrebbero potuto condurre una vita migliore (purtroppo anche Theo si ucciderà sei mesi dopo, angosciato per la morte del fratello).
Insomma van Gogh - se guardassimo l'aspetto contingente della sua esistenza - si sarebbe ucciso prendendo questa nota familiare come occasione per realizzare l'ultima missione della sua vita: lui che non era riuscito, in vita, a realizzare alcunché di socialmente utile, pensava di farlo da morto. In realtà l'occasione è solo un pretesto, in quanto è tipico dei folli trovare delle motivazioni etiche al proprio agire disperato.



La notizia di un suicidio lascia sempre un senso di smarrimento in chi la riceve. E la domanda spontanea che ci si pone è Perche?

Innanzitutto va detto che solo in pochi casi la persona che si suicida lo decide in maniera repentina ed improvvisa. Ciò avviene solo in persone che hanno un grave disturbo psichiatrico (ad esempio depressione) o si trovano ad affrontare situazioni di vita che ritengono estreme ed insopportabili (ad esempio un’improvvisa carcerazione). Il più delle volte il suicidio è la conclusione di un vissuto interiore personale, doloroso e dilaniante, in cui frequenti sono i dubbi sul porre in essere o meno il suicidio..

In un primo momento la persona che soffre comincia a prendere in considerazione l'idea di suicidarsi, non in maniera veramente intenzionale, ma come una possibile soluzione ai propri problemi ed al proprio dolore. Il suicidio viene visto come un’ultima via di fuga da percorrere nel caso che gli eventi e la propria situazione precipitasse. Ciò da la possibilità d’iniziare ad immaginare la propria morte in maniera positiva. Non si ha più paura di essa, ma la si vede come un’”amica” che ci darà conforto e sollievo. A volte si prendono anche ad esempio suicidi celebri, che hanno rivestito un alone romantico nell’immaginario collettivo. Non da ultimo ci s’immagina come le persone a noi più care e vicine vivranno la nostra morte.

Successivamente, quella che è un’idea di suicidio incomincia a prendere le sembianze di una vera e propria intenzione di porre termine alla propria esistenza. Si valutano pro e contro della scelta finale ci si trova a combattere contro sentimenti opposti , fra la voglia di vivere e quella di morire, fra disperazione e speranza. Ciò viene particolarmente vissuto dalla persona che soffre di depressione.

Infine, viene presa la decisione di suicidarsi. Spesso, però, anche se si è decisi e determinati, succede che all’ultimo momento l’istinto di sopravvivenza prevale e si ritorna indietro sulla propria decisione.

Taluni ad in certo punto della loro vita non riescono più a trovare un senso alla propria esistenza, non provano più desiderio od emozione per niente. Hanno una vita normale o addirittura soddisfacente, ma è solo apparenza, dietro c’è una profonda insoddisfazione. Queste persone non credono più in niente e in nessuno: si sentono ciniche, disincantate, senza più sogni, soprattutto non provano più amore. Non c’è una grave depressione dietro questo ma uno stato di latente malessere, che nasconde uno stato depressivo diffuso e non conclamato. Ma, mentre nella depressione classica rimane un anelito di protesta e di ribellione verso la propria situazione, in questo caso l' aridità della propria esistenza viene accettata come l'emblema della condizione umana. La persona in questo stato non soffre più, perchè non si lascia più coinvolgere in niente, non si sente più delusa, perché non spera più niente.

Il suicidio come "reazione": in questo caso la persona che pensa di suicidarsi, reagisce ad una situazione che ritiene disperata. Ha subito un trauma, ha perso una persona cara, ha avuto una delusione professionale o personale. A volte i motivi del suicidio possono sembrare banali soprattutto quando posti in essere da un giovane che si può suicidare per una bocciatura a scuola, per una delusione sentimentale o altro. Quello che è importante non è tanto l'evento in sé, ma il significato che questo assume per la persona che sta male. Perciò, può succedere che quello che agli occhi del mondo può apparire come un piccolo insuccesso, abbia un effetto devastante sull' autostima in costruzione del giovane. Un fallimento scolastico diventa allora la prova che si è dei falliti, una delusione d'amore diventa la prova che si ha un carattere poco amabile e che nessuno potrà mai amarci. Si può essere depressi, anche senza che ci sia stato un evento esterno scatenante. Alla base di molte depressioni c'è la mancanza d'amore : chi prende in considerazione il suicidio, sente che a nessuno importa se lui vive o muore. La persona depressa fa un bilancio totalmente negativo della sua esistenza che non offre nessun prospettiva di miglioramento : il futuro sarà orribile come il presente o anche peggio. Il suicidio appare, allora, come l'unico mezzo per porre fine alle proprie sofferenze che vengono vissute come intollerabili. Alcune volte, il suicidio può avere un fine "altruistico": chi si toglie la vita, è sinceramente convinto di essere un fallito e di aver deluso le aspettative degli altri. E' persuaso di essere un peso per i propri cari ed è convinto che gli altri starebbero meglio senza di lui o di lei.



Spesso le persone che pensano al suicidio non si sentono amate e considerate. Il suicidio diventa l'unico modo per essere finalmente visti e apprezzati dalle persone che li circondano. L'aspirante suicida è convinto che solo con un gesto estremo come quello di togliersi la vita, potrà far sì che gli altri si accorgano finalmente di lui. Il suicidio diventa un modo per vendicarsi dell'indifferenza o della cattiveria di amici e parenti:costoro saranno costretti a vivere tutta la loro vita, portandosi dietro il peso insostenibile della colpa e del rimorso. Spesso, con la propria morte, il suicida vuole colpire la persona che più l'ha fatto soffrire in vita. Ma dietro alla rabbia, c'è sempre una richiesta d'amore: l' aspirante suicida spera di ottenere con la sua morte quell' affetto e quella considerazione che non è riuscito ad ottenere da vivo.

Quando si perde una persona (sia come morte che come distacco) che si è amato tanto, la mancanza ed il dolore può essere così forte da decidere di porre fine alla propria esistenza. Ciò è particolarmente vero se si era anche dipendente affettivamente dall’altro.

Il suicida non desidera realmente morire: vuole solo porre fine ad un dolore insopportabile. Ma quando si è disperati, non si vedono le cose in un modo obiettivo: si pensa che perché il passato è stato brutto e il presente è duro, il futuro sarà altrettanto solitario e privo di amore. Ma nella vita tutto può cambiare, non bisogna mai perdere la speranza. Chi pensa al suicidio vede nella morte la soluzione ai propri problemi, ma il suicidio non è la risposta.



Tra circa lo 0,5% e l'1,4% delle persone muore per suicidio. A livello globale, a partire dal 2008/2009, il suicidio è la decima causa di morte, con circa da 800.000 a un milione di persone che muoiono ogni anno, fornendo un tasso di mortalità dell'11,6 per 100.000 persone per anno. I tassi di suicidio sono aumentati del 60% dal 1960 al 2012, con aumenti visti soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Per ogni suicidio vi sono tra i 10 e i 40 tentativi.

I tassi di suicidio variano significativamente tra i paesi e nel tempo. La percentuale dei decessi nel 2008 era: Africa 0,5%, Sud-Est asiatico 1,9%, Americhe 1,2% ed Europa 1,4%. I tassi per 100.000 individui erano: Australia 8.6, Canada 11.1, Cina 12,7, India 23,2, Regno Unito 7,6, Stati Uniti 11.4. Il suicidio è stata classificata come la 10° causa di morte negli Stati Uniti nel 2009 con circa 36.000 casi e con circa 650.000 persone che sono state accettate nei dipartimenti di emergenza seguito di un tentativo. Lituania, Giappone e Ungheria hanno i tassi più elevati. I paesi con il maggior numero assoluto di suicidi sono la Cina e l'India che rappresentano oltre la metà del totale. In Cina il suicidio è la quinta causa di morte.

Nel mondo occidentale, i maschi muoiono da tre a quattro volte più spesso per suicidio di quanto non facciano le femmine, anche se le femmine lo tentano quattro volte più spesso. Ciò è stato attribuito al fatto che i maschi utilizzino mezzi più letali per togliersi la vita. Questa differenza è ancora più marcata negli individui di età superiore ai 65 anni, con i maschi che si tolgono la vita dieci volte di più rispetto alle femmine. La Cina ha uno dei più alti tassi di suicidio femminile nel mondo ed è l'unico paese in cui la percentuale è più alta rispetto a quella degli uomini (rapporto di 0,9). I tassi di suicidio nella zona del Mediterraneo orientale sono quasi equivalenti tra maschi e femmine. Per le donne il più alto tasso di suicidi si trova in Corea del Sud con 22 casi per 100.000, con alti tassi del sud-est asiatico e nel pacifico occidentale in generale.

In molti paesi il tasso di suicidio è più alto nella mezza età o negli anziani. Il numero assoluto di suicidi è però più grande tra quelli tra i 15 e i 29 anni, a causa del numero più elevato di persone in questa fascia di età. Negli Stati Uniti è più frequente negli uomini caucasici di età superiore a 80 anni, anche se i più giovani lo tentano più frequentemente. Il suicidio è la seconda più comune causa di morte tra gli adolescenti e nei giovani maschi viene solo dopo la morte accidentale. Per i giovani maschi del mondo sviluppato è la causa di quasi il 30% della mortalità. I tassi riscontrabili nei paesi in via di sviluppo sono simili, ma vi è una minore percentuale di decessi complessivi per via dell'alto numero di morti per altri tipi di traumi. Nel Sud-Est asiatico, a differenza di altre aree del mondo, i decessi per suicidio si verificano più frequentemente nelle giovani donne rispetto alle anziane.

In Italia la regione con il numero più basso di suicidi è la Campania con 2,6 suicidi per 100.000 abitanti, e la più alta il Friuli-Venezia Giulia (9,8 per 100.000 abitanti), nel 2007, seguita da Valle d'Aosta (9 su 100.000), Sardegna (8,9 su 100.000) e Trentino-Alto Adige (8,7 su 100.000) rispetto a una media nazionale di 5,6.

Contrariamente alle notizie diffuse dagli organi di informazione, la crisi economica iniziata nel 2008 non ha prodotto un netto e chiaro incremento nel tasso di suicidi dovuti a cause economiche: questi eventi, secondo dati ISTAT, sono stati in numero di 150 nel 2008, passando a 198 nel 2009 (con un aumento del 24,8%), e scendendo a 187 nel 2010 (con un calo del 6%). Il rapporto tra crisi economica e ricorso al suicidio è smentito, inoltre, dal fatto che paesi europei come la Germania e la Finlandia, in cui la crisi è meno sentita, registrano tassi tra i più alti di suicidio, mentre la Grecia, in assoluto il paese colpito in maniera più grave dalla crisi, esibisce i tassi di suicidio più bassi d'Europa.

Peraltro, dato il ruolo importante della componente emulativa nel determinare decisioni di suicidio (ad esempio, è noto dall'Ottocento il cosiddetto effetto Werther), l'insistere, da parte dei mezzi di comunicazione di massa, su notizie di suicidi dovuti, in apparenza, a cause economiche, può avere l'effetto di incentivare la scelta di persone che si trovino in situazioni analoghe di difficoltà.



I fattori che influenzano il rischio di suicidio comprendono disturbi psichiatrici, abuso di droga, stati psicologici alterati, situazioni culturali, familiari e sociali e la genetica. Malattie mentali e abuso di sostanze spesso coesistono. Altri fattori di rischio includono l'aver già tentato un suicidio, la pronta disponibilità di un mezzo per commettere l'atto, una storia familiare di suicidio o la presenza di lesioni cerebrali traumatiche. Ad esempio, i tassi di suicidio sono stati trovati a essere maggiori nelle famiglie con armi da fuoco rispetto a quelle prive. I fattori socio-economici, come la disoccupazione, la povertà, essere senza fissa dimora e la discriminazione possono scatenare pensieri suicidi. Circa tra il 15 e il 40% delle persone che si tolgono la vita lasciano un biglietto d'addio. La genetica sembra rappresentare tra il 38 % e il 55% dei comportamenti suicidari. I veterani di guerra hanno un elevato rischio di suicidio dovuto in parte a più alti tassi di malattie mentali e problemi di salute fisici legati all'esperienza subita.

Disturbi mentali sono spesso presenti al momento del suicidio con stime che vanno dal 27% a oltre il 90%. Tra coloro che sono stati ammessi a un'unità psichiatrica, il rischio di suicidio è di circa l'8,6%. La metà di tutte le persone che muoiono per suicidio può soffrire di disturbo depressivo maggiore, o uno degli altri disturbi dell'umore, come ad esempio il disturbo bipolare che aumenta il rischio di suicidio di 20 volte. Altre condizioni aggravanti comprendono la schizofrenia (14%), disturbi di personalità (14%) e il disturbo post traumatico da stress. Circa il 5% delle persone affette da schizofrenia muoiono di suicidio. I disturbi alimentari sono un'altra condizione di rischio elevato.

Una storia di precedenti tentativi di suicidio è il più grande fattore predittivo di un ulteriore tentativo. Circa il 20% dei suicidi ha avuto un precedente tentativo e, fra coloro che hanno tentato il suicidio, l'1% lo realizza entro un anno e più del 5% entro 10 anni. Mentre gli atti di autolesionismo non sono visti come tentativi di suicidio, la presenza di un comportamento autolesionistico è correlato a un aumento del rischio di suicidio.

In circa l'80% dei suicidi completati l'individuo ha visto un medico entro l'anno prima della sua morte, tra cui il 45% entro il mese precedente. Circa il 25-40% di coloro che hanno completato il suicidio hanno avuto contatti con i servizi di salute mentale entro l'anno precedente.

L'abuso di sostanze è il secondo fattore di rischio più comune per il suicidio dopo la depressione maggiore e disturbo bipolare. Sia l'abuso cronico di sostanze, così come intossicazione acuta sono associate. In combinazione con il dolore personale, come il lutto, il rischio è ulteriormente aumentato. Inoltre l'abuso di sostanze è associato a disturbi di salute mentale.

La maggior parte delle persone sono sotto l'effetto di droghe sedativo-ipnotiche (ad esempio alcol o benzodiazepine) quando commettono suicidio. Una situazione di alcolismo è presente in tra il 15% e il 61% dei casi. I paesi che hanno tassi più elevati di consumo di alcol e una maggiore densità di bar in genere hanno anche alti tassi di suicidio. Circa tra il 2,2% e il 3,4% di coloro che sono stati trattati per l'alcolismo a un certo punto muoiono nella loro vita per suicidio. Gli alcolisti che tentano il suicidio sono di solito di sesso maschile, anziani e hanno già tentato il suicidio in passato. Tra il 3% e il 35% dei decessi tra coloro che usano eroina sono dovuti al suicidio (un valore circa 14 volte superiore rispetto a quelli che non ne fanno uso).

L'abuso di cocaina e metanfetamine ha un'alta correlazione con il suicidio. In coloro che usano la cocaina il rischio è maggiore durante la fase di abbandono. Coloro che hanno utilizzato droghe inalanti sono a rischio significativo, con circa il 20% che tenta il suicidio a un certo punto. Il fumo di sigarette è associato con il rischio di suicidio. Vi sono poche prove sul perché esiste questa associazione, tuttavia è stato ipotizzato che coloro che sono predisposti a fumare sono inoltre predisposti al suicidio. Tuttavia la cannabis non sembra aumentare il rischio in modo indipendente.

Il problema del gioco d'azzardo è associato ad aumento dell'ideazione suicidaria e dei tentativi, rispetto alla popolazione generale. Tra il 12% e il 24% dei giocatori d'azzardo patologico tentano il suicidio. Tra i coniugi dei giocatori d'azzardo il tasso di suicidi è di tre volte superiore a quella della popolazione generale. Altri fattori che aumentano il rischio dei giocatori con problemi comprendono la malattia mentale, l'alcolismo e la tossicodipendenza.

Esiste un'associazione tra suicidio e problemi di salute fisica tra cui: il dolore cronico, danno cerebrale traumatico, cancro, pazienti sottoposti a emodialisi, affetti da HIV, da lupus eritematoso sistemico e altre condizioni mediche debilitanti. La diagnosi di cancro raddoppia approssimativamente il conseguente rischio di suicidio. La prevalenza di una maggiore tendenza al suicidio persisteva anche dopo la cura per la malattia depressiva e per l'abuso di alcol. Nelle persone con più di una condizione medica il rischio era particolarmente elevato. In Giappone i problemi di salute sono elencati come la giustificazione primaria per il suicidio.

I disturbi del sonno come l'insonnia e l'apnea del sonno sono fattori di rischio per la depressione e il suicidio. In alcuni casi i disturbi del sonno possono essere un fattore di rischio indipendente di depressione. Un certo numero di altre condizioni mediche possono presentare sintomi simili ai disturbi dell'umore, tra cui: ipotiroidismo, malattia di Alzheimer, tumori cerebrali, lupus eritematoso sistemico e gli effetti negativi di un numero di farmaci (come i beta-bloccanti e gli steroidi).



Un certo numero di stati psicologici aumentano il rischio di suicidio, tra cui disperazione, perdita di piacere nella vita, depressione e una progressiva impotenza. Una scarsa capacità di risolvere problemi, la perdita della capacità e lo scarso controllo degli impulsi possono anch'essi svolgere un ruolo. Negli anziani la percezione di essere un peso per gli altri è importante.

Episodi come la perdita recente di un familiare o di un amico, la perdita di un posto di lavoro o di l'isolamento sociale (come vivere da solo) aumentano notevolmente il rischio. Essere religiosi può ridurre il proprio rischio di suicidio, un fattore che è stato attribuito alle posizioni negative che molte religioni intraprendono contro il suicidio; tra i credenti, i musulmani sembrano essere quelli con un tasso più basso.

Alcuni possono togliersi la vita per sfuggire al bullismo o ai pregiudizi. Una storia di abuso sessuale infantile e un periodo trascorso in affidamento, possono essere anch'essi fattori di rischio: si ritiene che l'abuso sessuale possa contribuire a circa il 20% del rischio complessivo.

L'aumento della povertà relativa rispetto alla media della società in cui si vive aumenta il rischio di suicidio. Oltre 200.000 contadini in India si sono tolti la vita dal 1997, in parte a causa di problemi di debito. In Cina il suicidio è tre volte più probabile nelle regioni rurali rispetto a quelle urbane in parte a causa delle difficoltà finanziarie in queste zone del paese.

I mezzi di comunicazione, compreso internet, possono giocare un ruolo importante nei casi di suicidio. Il modo in cui il suicidio viene presentato può avere un effetto negativo, glorificandolo e romanticizzandolo con un grande impatto emotivo e mediatico.

Questo contagio di suicidio è noto come effetto Werther, dal nome del protagonista de I dolori del giovane Werther, di Goethe, che appunto finisce con l'uccidersi. Questo rischio è maggiore negli adolescenti che possono idealizzare la morte. Sembra che mentre le notizie dei media abbiano un effetto significativo, quello dei mezzi di intrattenimento sia equivoco. L'opposto dell'effetto Werther è l'effetto Papageno la cui presenza di efficaci meccanismi di adattamento, può avere un effetto protettivo. Il termine si basa su un personaggio presente nell'opera di Mozart Il flauto magico, che temendo la perdita di una persona cara stava per togliersi la vita, ma l'aiuto degli amici riuscì a salvarlo.

Suicidio razionale è il motivato abbandono della propria vita, anche se alcuni ritengono che il suicidio non è mai logico. L'atto di perdere la vita per il bene degli altri è noto come suicidio altruistico. Un esempio di questo è quando un anziano termina la propria vita per lasciare una maggiore quantità di cibo per i più giovani della comunità. In alcune culture eschimesi questo è visto come un atto di rispetto, di coraggio e di saggezza.

Un attacco suicida è un atto politico in cui un attaccante perpetra la violenza contro gli altri sapendo che ciò provocherà la propria morte. Alcuni attentatori suicidi sono motivati dal desiderio di essere considerati dei martiri. Le missioni kamikaze sono state effettuate come un dovere per una causa superiore o come un obbligo morale. L'omicidio-suicidio è un atto in cui a un omicidio segue il suicidio del colpevole entro una settimana dall'atto. Tra il gennaio e il dicembre 2003, in Italia, i casi di suicidio a opera dell'autore del delitto erano stati 42, di cui 38 commessi da uomini e quattro da donne. Solo in uno dei casi l'omicidio-suicidio era concordato da entrambe le parti. I suicidi di massa sono spesso eseguiti sotto la pressione sociale in cui i membri rinunciano alla propria autonomia per seguire un leader. Un suicidio di massa può avvenire con un minimo di due persone, spesso definito come un patto suicida.

Come attenuante alle situazioni in cui continuare a vivere sarebbe intollerabile, alcune persone usano il suicidio come una via di fuga. Alcuni detenuti nei campi di concentramento nazisti sono noti per essersi uccisi deliberatamente toccando le recinzioni elettrificate.

Il metodo principale utilizzato per suicidarsi, varia da paese a paese. I più frequenti nelle diverse regioni sono l'impiccagione, l'avvelenamento da pesticidi e l'utilizzo di armi da fuoco. Queste differenze sono da ritenersi parzialmente dovute alle disponibilità dei diversi metodi. Uno studio effettuato su 56 paesi, ha rilevato che l'impiccagione è stato il sistema più comune, messo in pratica dal 53% dei suicidi di maschi e dal 39% dei suicidi di femmine.

Il 30% dei suicidi a livello mondiale avviene mediante l'assunzione di pesticidi. Tuttavia l'utilizzo di questo metodo varia geograficamente notevolmente, da un 4% in Europa a oltre il 50% nella regione del Pacifico. È comune anche in America Latina per via del suo facile accesso all'interno delle popolazioni agricole. In molti paesi, l'overdose di droga rappresenta circa il 60% dei suicidi tra le donne e del 30% tra gli uomini. Molti sono pianificati e si verificano durante un periodo acuto di ambivalenza.

Il tasso di mortalità varia a seconda del metodo utilizzato. Per le armi da fuoco vi è una mortalità dell'80-90%, l'annegamento tra il 65 e l'80%, l'impiccagione tra il 60% e l'85%, l'inalazione degli scarichi dell'auto tra il 40% e il 60%, il gettarsi da altezze variabili tra il 35% e il 60%, l'assunzione di pesticidi e l'overdose di farmaci hanno un tasso che varia dall'1,5% al 4%. I metodi più comuni di suicidio differiscono dai metodi spesso differiscono da quelli con più probabilità di successo: ad esempio, nei paesi più sviluppati l'85 dei tentativi avviene tramite overdose di droga, che è uno dei metodi meno effettivi.

Negli Stati Uniti, il 57% dei suicidi comportano l'uso di armi da fuoco, un metodo leggermente più comune negli uomini rispetto alle donne. Il secondo più frequente è l'impiccagione nei maschi e l'avvelenamento nelle femmine. Messi insieme, questi metodi comprendevano circa il 40% di tutti i suicidi compiuti negli Stati Uniti. In Svizzera, dove quasi tutti possiedono un'arma da fuoco, il maggior numero di suicidi avviene per impiccagione. Gettarsi dall'alto è comune sia a Hong Kong sia a Singapore con percentuali rispettivamente del 50% e dell'80%. In Cina l'assunzione di pesticidi è il metodo più comune. In Giappone, il tradizionale seppuku (o harakiri) si verifica ancora tuttavia l'impiccagione rimane il metodo più frequente.

Nella maggior parte dei paesi occidentali, il suicidio non è più considerato un reato, tuttavia lo era in molti paesi europei dal Medioevo fino almeno al XIX secolo. Molti paesi islamici lo considerano un reato.

In Australia il suicidio non è un reato, tuttavia è un crimine consigliarlo, incitarlo o aiutare un altro nel tentativo di attuarlo. La legge canadese consente esplicitamente a chiunque di utilizzare "la forza che possa ragionevolmente essere necessaria" per evitare che un individuo si suicidi. Il Territorio del Nord dell'Australia aveva brevemente legalizzato il suicidio assistito tra il 1996 e il 1997.

Nessun paese europeo attualmente considera il suicidio o il tentato suicidio un crimine. L'Inghilterra e il Galles lo hanno depenalizzato tramite il Suicide Act del 1961 e la Repubblica d'Irlanda nel 1993.

In India, il suicidio è illegale e i famigliari sopravvissuti possono dover affrontare difficoltà di ordine giuridico. In Germania, l'eutanasia attiva è illegale e chiunque dei presenti durante la pratica può essere perseguito per il mancato aiuto. La Svizzera ha recentemente preso provvedimenti per legalizzare il suicidio assistito per i malati mentali cronici. L'alta corte di Losanna, con una sentenza del 2006, ha concesso a un individuo anonimo con una lunga storia di problemi psichiatrici il diritto di porre fine alla sua vita.

Negli Stati Uniti, il suicidio non è illegale, ma può essere associato a sanzioni per coloro che lo tentano. Il suicidio assistito è legale negli Stati di Oregon e di Washington.

Nella maggior parte delle confessioni cristiane, il suicidio è considerato un peccato. Ciò si basa in particolare su autorevoli scritti di pensatori Medioevali, come Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino. Tuttavia il suicidio non era considerato un peccato sotto il codice Corpus iuris civilis dell'imperatore bizantino Giustiniano. Nella dottrina cattolica, la tesi si basa sul comandamento "non uccidere" applicabile ai sensi della Nuova Alleanza da Gesù in Matteo 19:18), così come l'idea che la vita sia un dono dato da Dio, la quale non deve essere disprezzata e che il suicidio è contro l'"ordine naturale" e interferisce con il piano di Dio per l'umanità.

Tuttavia, si ritiene che la malattia mentale o il timore grave della sofferenza diminuisca la responsabilità di chi lo attua. Una controdeduzione è che il quinto comandamento è più esattamente tradotto come "non uccidere", non necessariamente applicato a sé e che Dio ha dato il libero arbitrio per l'uomo. Prendere la propria vita non violerebbe la legge di Dio e che un certo numero di suicidi, da parte dei seguaci di Dio, sono registrati nella Bibbia con nessuna terribile condanna.

L'Ebraismo si concentra sull'importanza di valorizzare questa vita, e come tale, il suicidio equivale a negare la bontà di Dio nel mondo. Nonostante questo, in circostanze estreme, quando vi è altra scelta che uccidersi o essere uccisi o costretti a tradire la propria religione, gli ebrei si sono tolti la vita o individualmente o in suicidi di massa (ad esempio assedio di Masada) e come un severo monito vi è anche una preghiera della liturgia ebraica per "quando il coltello è alla gola", per coloro che muoiono "per santificare il Nome di Dio" (Martirio). Questi atti hanno ricevuto risposte contrastanti dalle autorità ebraiche, considerati da alcuni come esempi di martirio eroico, mentre altre affermano che era sbagliato togliersi la vita in previsione di un martirio.

Il suicidio non è consentito nell'Islam. Nell'Induismo, il suicidio è generalmente malvisto e viene considerato ugualmente peccaminoso come uccidere un altro individuo. Scritture indù affermano che chi si suicida entrerà a far parte del mondo degli spiriti, vagando in terra fino a quando sarebbe altrimenti morto, se non avesse commesso l'atto. Tuttavia, l'induismo accetta il diritto di un uomo di porre fine alla propria vita attraverso la non violenta pratica del digiuno fino alla morte, pratica chiamata Prayopavesa. Tuttavia tale pratica è strettamente limitata alle persone che non hanno alcun desiderio o ambizione e nessuna responsabilità ai rimanenti in questa vita. Il giainismo ha una pratica simile di nome Santhara. La pratica del Sati o di auto-immolazione della vedova, era prevalente nella società indù durante il Medioevo.





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