domenica 22 novembre 2015

ISISFOBIA



Milano non è Parigi, ma i suoi nervi sono abbastanza a fior di pelle. Una tensione che al momento sfoga al massimo in scritte a pennarello (compresa una, offensiva nei confronti dei musulmani, spuntata su due cassette della posta in via Moscova). Ma è nell’aria. Così, sabato sera dopo le 21, quando su un vagone del metrò rosso tre ragazzotti nordafricani sui vent’anni si sono messi a bulleggiare parlando ad alta voce, e gli altri passeggeri, dal loro discorso in arabo, hanno distinto chiaramente e più volte la parola «Isis», a bordo si è prodotto un certo allarme. Al punto che un uomo della sicurezza dell’Atm, quando sono scesi alla fermata Duomo, li ha seguiti e ripresi, spiegando loro che comportandosi così stavano spaventando la gente.

I tre hanno reagito con arroganza, minacciandolo. Uno ha anche mimato un gesto passandosi il pollice sul collo, a significare «ti taglio la gola»: così ha riferito il vigilante alla polizia, che prudentemente ha pensato di avvertire appena il gruppo si è allontanato. Poco dopo, nei pressi della Loggia dei Mercanti, una volante ha intercettato uno dei tre: sui vent’anni e faccia nota alla polizia, per piccoli precedenti accumulati anche da minorenne. Il profilo del bullo, non dell’islamista radicalizzato. È in Italia da molti anni, vive nell’hinterland e frequenta un fast food in zona Colonne di San Lorenzo. I poliziotti l’hanno comunque portato in questura per fare tutti gli accertamenti; dopo l’identificazione è stato denunciato a piede libero per minacce aggravate e procurato allarme.

Per circa mezz'ora le udienze e il resto delle attività sono state sospese poi magistrati, impiegati e personale degli uffici è stato fatto rientrare. Lunghe code si sono formate all'esterno con le guardie giurate che hanno controllato una a una con il metal detector le persone in attesa di raggiungere aule e uffici giudiziari. Secondo gli inquirenti potrebbe essersi trattato di un gesto compiuto da un mitomane.

A far scattare il panico ad Agrigento sono stati invece quattro borsoni abbandonati in piazza Stazione e sulla ringhiera che si affaccia su via Acrone. Il metal detector avvicinato ai borsoni dà segnale d'allarme e per questo motivo è stato richiesto l'intervento degli artificieri di Palermo. In via precauzionale, la polizia municipale e i carabinieri hanno transennato l'area, deviando il traffico su vie limitrofe.



Titoli dei giornali: Allarme in Italia: San Pietro, Duomo di Milano e Teatro alla Scala i prossimi obiettivi dell'Isis; A Sait Denis sparati 5mila colpi, uccisa la mente degli attentati di Parigi; Professore ebreo accoltellato a Marsiglia: c'entra l'Isis; Aereo caduto nel Sinai: l'Isis aveva nascosto una bomba in una lattina; Isis annuncia: uccisi due ostaggi; Studentesse musulmane a Varese saltano il minuto di silenzio per Parigi, il Preside "Non dirigo un centro per il reclutamento di cellule per lo stato islamico".
Potremmo andare avanti, ma ci fermiamo, con il consiglio di riflettere bene su quello che si prende per vero dall'informazione. L'onda anomala dell'Isis, se davvero tutto quello che si legge è ad opera dello Stato Islamico, sta sortendo perfettamente il suo effetto: disseminare una paura fottuta, insieme all'odio per chiunque porti fede islamica, estremizzare la xenofobia europea, gettare benzina sul fuoco di un'Europa - e un Occidente - già in fiamme. Dovremmo  riflettere. Quanti umani conta l'unione europea? Quanti invece lo Stato Islamico? Davvero è ancora possibile che tutto questo non si riesca a fermare? Perché le fonti che dichiaravano gli attacchi alle basi su Raqqa pienamente riusciti sono stati smentiti dallo stesso Stato Islamico che ha dichiarato che la Francia ha bombardato solo luoghi deserti? Che guerra si sta combattendo? Quella di una informazione fallimentare, da tutte le parti, senza dubbio. E che mette al centro del fallimento di politiche di espansione e non solo il comune cittadino.

L’impressione è che alle capacità organizzative e alla determinazione dell’aspirante Califfo Al-Baghdadi corrisponda una ricettività emozionale da parte dell’Occidente, una sensibilità estremamente elevata e tuttavia approssimativa, al limite della psicosi. Un atteggiamento che per orientarsi nella comprensione di un fenomeno – per quanto esso sia oggettivamente serio e preoccupante – tende a enfatizzarne i lineamenti. Insomma, ormai tutto è IS, tutto è Stato Islamico.

Ci conferma questo clima di alienazione il doppio standard con il quale vengono diffusi i video macabri delle esecuzioni, o quelli anche solo disturbanti della distruzione di opere d’arte, e a pochi giorni di distanza la notizia in tono minore che alcuni di quei video sono molto probabilmente dei falsi, e le opere d’arte solo delle copie.

Senza scomodare la sociologia e la psicologia di massa, è ovvio che a questo punto le armate del Califfato sono ormai penetrate nel quotidiano di molti cittadini nonostante il Califfato non disponga, ad esempio, di vere e proprie armate, ma semmai di milizie o singole cellule spesso composte da uno o due elementi. Infatti, uno dei segreti – che poi segreto non è – della rapida diffusione territoriale dell’ISIS è stata la sua capacità di assorbire e annettere realtà e sigle minori già presenti nei vari scenari di guerra.

La strategia di Abu Bakr al-Baghdadi è stata molto lucida: ha iniziato prendendo il controllo dell’organizzazione nella quale militava (una formazione che l’antiterrorismo statunitense era riuscito a decapitare uccidendo il fondatore e i due successivi leader nel 2010) costruendo poi con metodi draconiani la sua leadership, soprattutto incorporando nei nuovi ranghi i membri dell’ex partito baath iracheno che avevano servito sotto Saddam. Ha quindi annesso al nucleo originario piccole cellule jihadiste che già operavano in alcuni teatri: è il caso della Libia, dove a Derna esisteva una formazione che ha adottato la bandiera nera dell’ISIS e da quella testa di ponte tenta ora di estendere la sua minaccia sul territorio che, come si diceva, per convenzione continuiamo a chiamare Libia. Oggi la linea di confine si è spostata più a ovest, ed è a Sirte.

Sotto la guida di Al-Baghdadi l’ISIS ha lanciato, per dirla con linguaggio economico, una OPA sulla jihad globale: il che non significa che i suoi battaglioni conquistino terreno in una guerra convenzionale e simmetrica, quanto piuttosto che suoi agenti e leader locali riescono ad acquisire, come franchising, gruppi armati già attivi e li convertano, o tentino di farlo, sotto le proprie bandiere. Il caso più emblematico è quello siriano, dove l’ISIS di Al-Baghdadi annuncia come la principale fazione ribelle, Al-Nusra, sia da considerarsi in futuro una parte integrante di ISIS e non viceversa. Allo stato attuale, Al-Nusra si ritiene invece una forza indipendente e legata solo alla casa madre Al-Qaeda. Tuttavia, la capitale dell’autoproclamato Califfato è proprio in Siria, ad Al-Raqqa.



Insomma la peculiare ideologia del Califfato, che la stragrande maggioranza del mondo musulmano in primis considera ormai materia per i libri di storia, torna prepotentemente d’attualità dove trova terreno fertile: e cioè nella galassia di piccole sigle che vengono accorpate da una mano più forte sotto un’unica bandiera, e in un Occidente che orfano di Bin Laden e della sua estetica (le grotte, l’Afghanistan, i videomessaggi sobri) enfatizza l’identikit del nuovo Califfo del terrore – ma sarebbe meglio dire emiro – e con esso una nuova estetica (il deserto, la predicazione in moschea, i video in stile hollywoodiano).

Ora l’ISIS potrebbe essere riuscito ad estendere la sua minaccia anche in Tunisia, dove come abbiamo visto è già attivo un gruppo salafita ben organizzato ma dove parimenti lo Stato tunisino è una realtà apprezzabile. Si tratta infatti dell’unico Paese che abbia realmente compiuto un percorso di Primavera araba, dalla cacciata del dittatore alla nuova costituzione.

Ma vedremo anche se in futuro toccherà alla triplice sigla – IS, ISIS, ISIL – il medesimo destino che è capitato alle sigle ad esempio siriane, che al principio della guerra civile erano costantemente evocate e sembravano destinate ad avere voce e ruolo nel futuro del Paese, oppure se si affermerà sempre più come il marchio globale della futura jihad.

Al-Baghdadi è considerato l’erede, per così dire “evoluto”, di Abu Musab al-Zarqawi, il capo jihadista giordano (originario della città di Zarqa) che fondò l’ISIS nel 2004 per poi venir ucciso dagli americani nel 2006. Chiediamoci: l’eventuale soluzione dei conflitti in Siria e in Libia finirebbero per ridimensionare lo Stato Islamico al solo teatro iracheno? Da questa domanda emerge come l’Occidente in particolare, e se vogliamo la comunità internazionale, abbiano una responsabilità nell’ascesa del Califfato immaginario: per avergli permesso di giocare la partita in Siria e Libia; per la palese incapacità, o mancata volontà, di risolvere i problemi dopo averli creati (vedi Libia soprattutto); e infine nel non volersi dare regole deontologiche nel campo dell’informazione, lasciando così l’opinione pubblica in balia della propaganda dell’ISIS che mischia sapientemente verità e finzione.

Il Califfato, in altre parole, è sì sedicente e autoproclamato, ma approfitta dell’imbarazzante vuoto statuale causato dalle lente e contradditorie transizioni di Iraq, Siria e Libia e del palese fallimento delle Primavere arabe o del loro fragile equilibrio, come la Tunisia dimostra.

In conclusione: il Califfato sarà anche posticcio ma la comunità internazionale, su questo dossier, è stata sinora totalmente fallimentare.





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