domenica 8 novembre 2015

L'UMILTA'



Una persona umile è essenzialmente una persona modesta e priva di superbia, che non si ritiene migliore o più importante degli altri.

Il termine "umiltà" è derivato dalla parola latina "humilis", che è tradotta non solo come umile ma anche alternativamente come "basso", o "dalla terra". Poiché il concetto di umiltà indirizza a un'intrinseca stima di se stessi, è enfatizzata nella branca della pratica religiosa e dell'etica dove il concetto è spesso definito più precisamente e ampiamente.

Nella religione e nella spiritualità, l’umiltà è generalmente considerata un valore positivo. Nelle religioni monoteistiche, l’umiltà può essere vista come la capacità di riconoscere ed indagare la Verità su di sé. È la virtù che porta alla consapevolezza della propria identità, dei propri limiti e della propria forza, che permette di entrare in una vera relazione con gli altri. I limiti vanno intesi come confini, oltre i quali c'è il prossimo e c'è Dio, mentre la forza va intesa come i diversi doni e carismi attraverso i quali mettersi al servizio del prossimo e del disegno di Dio. Essere umili significa inconsciamente amare il prossimo come esperienza di vita, sentimentale, lavorativa e sociale senza alcuna distinzione o disparità.

Al Mahatma Gandhi è attribuita la considerazione che la ricerca della verità, senza l’umiltà, è condannata a degenerare in una tremenda caricatura di se stessa.
Anche il taoismo considera l’umiltà come una grande virtù.

Essere umili non significa sentirsi un’infima forma di vita. Al contrario, divenire umili significa avere un realistico punto di vista su noi stessi e sul nostro posto nel mondo. Cresciamo con un livello di consapevolezza che si basa sull’accettazione di tutti i nostri aspetti. Non neghiamo le nostre buone qualità né esageriamo la natura dei nostri difetti; accettiamo onestamente chi siamo.
Nessuno di noi raggiungerà mai una condizione di perfetta umiltà ma potremo sforzarci di ammettere con sincerità i nostri errori, accettare i fallimenti e fare affidamento sul Potere Superiore come fonte di forza. Umiltà non significa dover procedere strisciando lungo il sentiero della vita; significa solamente ammettere che non possiamo recuperare da soli. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro.



Coraggio e umiltà sono due virtù vicine, compimento l'una dell'altra, seppure, secondo il senso comune, esse possano apparire quasi opposte. D'altronde, le virtù sono tutte legate tra loro, generatrici le une delle altre, in un processo di comprensione e di progressiva costruzione di significati, che si chiariscono, si definiscono reciprocamente.
Così il senso del coraggio come ricerca di sé, volontà di proporsi sulla scena del mondo con le proprie azioni, conduce al sentimento della propria parzialità, finitezza, possibilità di errore. Se ci si dà, se ci si espone al mondo con coraggio si assume il rischio di sbagliare e allora l'umiltà emerge non solo come consapevolezza di parzialità, ma anche come capacità di riconoscere e di ammettere questa possibilità. Coraggio e umiltà, così, appaiono specchiarsi in rimandi continui. Ogni conquista di soggettività, progressione nel percorso di individuazione, è, al tempo stesso, una rinuncia, anche se temporanea, che comporta l’accettazione dei propri limiti: l'umiltà, quindi, completa i significati e l'esercizio del coraggio.
Il pensiero materno salvaguarda la vita, è più attento al sostenere che all'acquisire e comporta la pratica dell'umiltà, come risposta al riconoscimento dei limiti e dell'imprevedibilità. In una società dominata dall'uomo queste capacità possono essere svilite, ma simili virtù richiedono una notevole dose di controllo e disciplina.

Ma se essere umili significa conoscere i propri limiti, significa anche saper riconoscere le proprie capacità: ambedue compongono la nozione di coraggio e umiltà uniti. Insieme, le due virtù, ci restituiscono a noi, alla conoscenza di noi stessi, ma ci restituiscono anche al mondo, nella volontà di comprendere e cambiare, di essere con gli altri.
Umiltà è, etimologicamente: humus, terreno. Essere vicini alla terra, con i piedi per terra, avvicinando così il termine ad un altro, humus, humour, umiltà, umorismo. Essere di casa nel mondo, essere più vicini alle cose, sono il tramite o la ricompensa, ma anche la capacità, composta tra umiltà e umorismo, di attuare uno scarto che consenta di esserci, ma di osservare, di sapersi decentrare -umilmente- rispetto a ciò che accade, senza negarsi alla realtà, trovandovi altre forme di dimora. Umiltà allora è la capacità che deriva da questa nuova dimora nell'esistenza, coscienza di parzialità, desiderio di dare parola alle persone e alle cose, di trarsi a lato e fare, per un po', silenzio.
L'umiltà diventa una virtù filosofica, poiché corrisponde a quella sfumatura dell'atteggiamento fenomenologico che è la fiducia nelle cose stesse e la silenziosa disponibilità a lasciarle parlare per prime, a lasciare che il fenomeno si enunci, prima di imporgli il nome e la teoria.
Nella relazione pedagogica, e in qualunque relazione, attraverso l'umiltà si possono trovare forme del conoscere e un sapere che non pretende di proporsi come sistema, ma diviene sapere dialogico, che si offre per rivolgersi a qualcuno, si fa discorso e scambio e così esso non indica più qualcosa, ma si rivolge a qualcuno. Diviene un procedere domandando, camminare ascoltando la voce dell'altro.






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