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lunedì 22 febbraio 2016

SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE.......



Poter sillabare anche solo qualche postilla in merito a questa sesta opera di misericordia spirituale significa, innanzitutto, perlustrare il significato del perdono biblico, premessa ed esito del poter sopportare pazientemente le persone moleste. Balza agli occhi il fatto di quanto questa cosiddetta opera di misericordia spirituale si riveli in tutta la sua sorprendente attualità. E ciò a causa di quel fenomeno per cui nella società della tecnica in cui ci troviamo completamente, per quanto forse inconsapevolmente, inabissati, può succedere che ogni persona appaia a noi «molesta». A sapere che la sua presenza risulti a noi inopportuna, fastidiosa, addirittura insopportabile, sembrando, quasi di starci, appunto, addosso come una mole, «molestandoci». Mai come oggi, avvolti nello scenario tardo moderno, per la precisione iniziato l’11 Settembre 2001, desideriamo, da una parte, ammirare il volto del fratello e della sorella che sono l’altro per me. Ma mai come oggi, d’altro canto, proprio la presenza dell’altro ci inquieta, ci molesta quasi, anche se l’altro non proferisce nulla, anche se, forse, in treno è seduto silenziosamente e garbatamente di fianco o – peggio – di fronte a me, situazione alquanto molesta che raggiunge il suo apice quando ci si dovesse trovare in ascensore non solo con uno sconosciuto, ma anche con una persona con la quale, magari, confliggiamo nell’antifrasi della relazione. Perché, appunto, può succedere che non sia l’altro ad essere un molesto per me, bensì l’ospitate inquietante dentro di me che me lo fa sentire tale.

Non è possibile, né conveniente tentare oggi un’adeguata interpretazione della sesta opera di misericordia spirituale, che ci invita e ci sprona, anzi, a sopportare pazientemente le persone moleste senza essere almeno previamente consapevoli di questo scenario esterno e interno a noi.

I peccatori, specialmente se sono persone moleste, bisogna perdonarli certo, ma anche sopportarli. Una precisazione sembra necessaria parlando di sopportazione dei molesti. Mentre nella lingua parlata il verbo sopportare ha assunto una colorazione negativa e piuttosto passiva (un “restare sotto” un peso che non si può evitare), nella sua etimologia greca porta con sé un significato attivo e positivo: è uno stare eretto di fronte a qualcuno o qualcosa con fermezza, un portare sopra di sé, tenendo fermo, resistendo con il coraggio della pazienza all’urto. E pazienza è la capacità anche di patire. E l’attitudine cioè di un forte di fronte al nemico, alle avversità, al dolore.

Normalmente, il termine "molestia" viene impiegato per indicare un "atto che reca danno o disturbo"; molto spesso però, quando si parla di molestia il pensiero corre subito alle sue manifestazioni più spiacevoli.

Ciò accade perché, in determinate situazioni, la molestia può facilmente scatenare una vera e propria aggressione, inizialmente verbale e quindi psicologica, per arrivare eventualmente a quella fisica; in tutti i casi si tratta di comportamenti che sono in netto contrasto con le comuni norme di convivenza civile e che possono anche avere esiti drammatici.



Solitamente, una situazione di molestia può degenerare in aggressione e in violenza quando raggiunge elevati livelli di ripetitività e di intensità; in simili casi, i principali fattori che favoriscono tale evoluzione sono:
le condizioni di svantaggio, di isolamento e, spesso, di impotenza in cui si trova la persona maltrattata;
la sensazione di potere che la persona malintenzionata ricava imponendo ripetutamente la propria volontà sulla persona che è fisicamente o psicologicamente più debole;
la convinzione della persona malintenzionata di poter agire indisturbata e di rimanere impunita.

Tali fattori sono comuni a situazioni molto diverse tra loro, come ad esempio:
Il mobbing, inteso come "vessazioni sul posto di lavoro", che è una forma di molestia che protraendosi nel tempo e aumentando di intensità può arrivare a costituire violenza psicologica.
Il bersaglio è tipicamente una persona che considera ingiuste le disposizioni o le osservazioni impartite dai superiori e non intende accettarle per questione di principio. Di conseguenza, i superiori formano una coalizione tra di loro e con altri lavoratori per complicare la vita aziendale alla persona "ribelle", magari arrivando anche ai sabotaggi e alle intimidazioni, al fine di portarla all'esasperazione e spingerla a dare le dimissioni.

Secondo il Codice Penale non è specificatamente un reato, ma le azioni che lo costituiscono sono riconducibili ad altri tipi di reato, come ad esempio le lesioni personali (art. 582), connesse al peggioramento delle condizioni di salute della persona maltrattata.

Lo stalking, ovvero "insistere con una persona seguendola o telefonandole continuamente", che è anch'esso una forma di molestia che può facilmente evolvere in violenza psicologica.
Può essere innescata da situazioni molto diverse tra loro, come ad esempio nei casi di forte delusione sentimentale, o di usura, oppure di regolamento di questioni in genere. Lo scopo è quello di portare la persona bersaglio all'esasperazione affinché ceda alla volontà della persona malintenzionata.

Secondo il Codice Penale rientra nel reato di "atti persecutori" (art. 612-bis).

Il bullismo, caratterizzato inizialmente da "intimidazioni e minacce", che è un'ulteriore forma di molestia che può facilmente evolvere in violenza, sia psicologica sia fisica.
In genere, il passaggio alle vie di fatto è favorito specialmente dall'immaturità dei soggetti interessati che, individualmente o in gruppo, mettono in atto comportamenti di una certa gravità senza tener conto delle possibili conseguenze, sia per loro stessi sia per la loro vittima. Per quest'ultima, lo stress a livello psicologico può essere tale da spingerla a compiere atti di estrema gravità, compromettendo irreversibilmente la propria incolumità personale.

Secondo il Codice Penale non è specificatamente un reato, ma le azioni che lo costituiscono sono riconducibili ad altri reati: percosse o lesioni (art. 581 e 582), minacce (art. 612), ingiuria o diffamazione (art. 594 e 595), furto (art. 624), danneggiamento di cose (art. 635), molestia o disturbo (art. 660), stupro (art. 609), interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis).

I maltrattamenti nell'ambiente domestico, che comprendono sia le umiliazioni, le sopraffazioni e gli abusi di vario tipo, sia la trascuratezza nei confronti di coloro che dovrebbero invece ricevere protezione ed affetto. Anche in questo scenario la molestia è inizialmente di tipo verbale per poi evolvere in forme assai più gravi di intimidazione e di sopraffazione.
Una caratteristica particolare di queste situazioni è un certo isolamento sociale dell'intero nucleo familiare: sia per la persona maltrattante, che solitamente non ha competenze sociali adeguate e che invece si adopera per nascondere al mondo esterno i modi con cui sfoga la propria rabbia in famiglia, sia per le persone che subiscono i suoi sfoghi, a causa del forte disagio che provano. Inoltre, la tendenza di queste ultime ad adattarsi ai soprusi pensando, erroneamente, che non vi sia alcun rimedio contribuisce a peggiorare ulteriormente una situazione già estremamente grave.

In quest'ambito possono rientrare numerosi tipi di reato disciplinati dal Codice Penale, tra i quali vi sono: violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570), abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (art. 571), maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli (art. 572), istigazione o aiuto al suicidio (art. 580), percosse (art. 581), lesioni personali (art. 582), pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (art. 583-bis), ingiuria (art. 594), diffamazione (art. 595), sequestro di persona (art. 605), violenza sessuale (art. 609-bis), violenza sessuale di gruppo (art. 609 octies), violenza privata (art. 610), minaccia (art. 612), atti persecutori (art. 612-bis), violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616), cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche (art. 617), molestia o disturbo alle persone (art. 660).

Tutte le situazioni sopra descritte mostrano chiaramente un filo conduttore comune: l'intenzione di nuocere ad altri, che è indicativa di certe caratteristiche personali e che può manifestarsi in differenti modalità e con vari gradi di pericolosità, fino alle forme più estreme di violenza.

Il concetto di violenza è assai ampio e comprende le più svariate forme di abuso psicologico, fisico, sessuale e i relativi comportamenti coercitivi messi in atto per dominare una o più persone; generalmente è definibile come "costringere fisicamente o moralmente una o più persone ad agire contro la propria volontà".

Per chi subisce violenza, essa può comportare gravi conseguenze non solo a livello fisico ma anche a livello psicologico; ad esempio, può causare ansia, depressione, irritabilità, irregolarità del battito cardiaco, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, sintomi somatici, ipervigilanza, sensi di colpa e vergogna, abbassamento del livello di autostima, e in certi casi anche specifici sintomi causati dall'evento traumatico che possono ulteriormente aggravarsi se la situazione violenta si protrae nel tempo.

Per chi mette in atto comportamenti violenti, le conseguenze peseranno principalmente sul piano penale e di conseguenza anche a livello sociale; va precisato che la persona malintenzionata potrebbe anche rimanere impunita, ma solo fino a quando la persona maltrattata deciderà di rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto, ed è caldamente raccomandabile che tale decisione venga presa al più presto possibile, eventualmente anche dopo che certi fatti si sono verificati, per evitare che si ripetano nuovamente.

Generalmente, coloro che adottano comportamenti molesti, aggressivi o violenti sono persone che presentano varie forme e vari livelli di disagio psicologico: scarsa coscienza sociale, forte demoralizzazione, facile irritabilità, eccessiva impulsività, e quindi scarso autocontrollo; inoltre, hanno bassi livelli di autostima, temono di essere rifiutate o abbandonate dagli altri, e mettono in atto i comportamenti molesti, aggressivi o violenti quando si sentono minacciate o svalutate.

Contrariamente a quanto è più facile pensare, questi malintenzionati non sono esclusivamente persone di sesso maschile ma anche di sesso femminile; inoltre, non si tratta solo di persone adulte ma anche di adolescenti o preadolescenti; nei casi più gravi si tratta di persone che presentano anche un Disturbo di Personalità.

Considerando un continuum che va dalla molestia alla violenza, in genere certi illeciti vengono commessi da individui che hanno una personalità tendenzialmente sprezzante delle regole, estroversa, impulsiva e instabile, e che eventualmente fanno uso di sostanze stupefacenti.

Quindi, si tratta di persone che vogliono apparire forti ma che in realtà presentano molti punti di debolezza nel loro carattere, e in certi casi hanno bisogno di cure per evitare che nuociano ulteriormente a se stesse e agli altri.



Al di là delle considerazioni e di eventuali iniziative di carattere giudiziario, va precisato che dal punto di vista psicologico gli interventi appropriati per i profili sopra descritti sono di vari tipi e la loro parziale o totale efficacia dipende dal livello di gravità del caso specifico.

Infatti, mentre le singole forme di disagio possono venire ridimensionate e magari risolte tramite apposito intervento, è difficile poter dire altrettanto per i Disturbi di Personalità e per i Disturbi del Comportamento Sessuale.

La difficoltà è dovuta al fatto che, tra le persone portatrici di tali disturbi, molte considerano questi ultimi in qualche modo accettabili, ovvero desiderano stare meglio ma non desiderano cambiare totalmente il proprio modo di essere; per tale ragione la terapia può risultare lunga, impegnativa e di limitata efficacia.

Altre di queste persone invece desidererebbero essere aiutate a cambiare, ma si astengono dal richiedere l'aiuto necessario per evitare le critiche altrui e, in casi particolari, la comunicazione all'Autorità Giudiziaria; di conseguenza, in questi casi che sono i più difficili e anche i più pericolosi per l'incolumità propria e altrui5, la terapia non può neanche venire iniziata.

Quando si parla di violenza, spesso tendiamo immediatamente a pensare a percosse e ad aggressioni fisiche. La violenza, in realtà, può avere molte altre forme e può essere agita a diversi livelli: possiamo infatti fare riferimento a violenza economica, culturale, psicologica, ecc.
Tutti questi tipi di violenza sono tra loro collegati, ma non necessariamente coesistono.
In particolare, non esiste violenza fisica che non sia stata preceduta da forme di violenza psicologica. Quest’ultima spesso viene sottovalutata, in quanto difficilmente identificabile, talvolta per le vittime stesse, che non la riconoscono come “violenza”. È invece fondamentale riconoscerne la portata, non solo in quanto precursore di altri tipi di violenza tra cui quella fisica, ma anche perché di per sé causa di sofferenza e disagio in chi la subisce.
Con il termine “violenza psicologica” ci riferiamo ad una serie di atteggiamenti e discorsi volti direttamente a denigrare l’altra persona e il suo modo di essere. Rientrano in questa definizione tutte quelle parole e quei gesti che hanno lo scopo di rendere l’altro insicuro, così da poterlo controllare e sottomettere.

La violenza psicologica si articola intorno a particolari comportamenti e/o atteggiamenti che si ripetono e si rafforzano nel tempo; una serie di microviolenze che generalmente seguono il seguente schema: tutto inizia con il controllo sistematico dell’altro, si passa poi alla gelosia e alle molestie assillanti, fino ad arrivare alle umiliazioni ed al disprezzo.

Il controllo può tradursi in un comportamento eccessivamente geloso, quasi patologico, caratterizzato da sospetti continui ed infondati. Il partner diventa un oggetto da possedere in maniera esclusiva, non viene riconosciuto in quanto persona “altra da sé”.
Spesso, nell’ambito della violenza domestica, il controllo sulla donna è mantenuto grazie anche al suo progressivo isolamento: le viene impedito di lavorare (o di accedere alle finanze personali/comuni) e di avere una vita sociale, di vedere gli amici, di mantenere rapporti con quest’ultimi e con la famiglia, allo scopo di renderla completamente dipendente dal compagno, così che non sfugga al suo controllo.
L’isolamento è al contempo causa e conseguenza dei maltrattamenti; in queste situazioni le donne dicono spesso di sentirsi prigioniere.

Una strategia alla base della violenza psicologica è costituita dalle critiche avvilenti volte a minare l’autostima della persona, a mostrarle che è priva di valore; per esempio la persona può essere denigrata per quello che fa, può essere accusata di pazzia, criticata rispetto al suo aspetto fisico o alle sue capacità intellettuali. Umiliare, svilire, ridicolizzare, costituiscono atti peculiari della violenza psicologica. Talvolta, quando le critiche e le umiliazioni sono a contenuto sessuale, queste generano un senso di vergogna che diventa un ulteriore ostacolo al cercare un aiuto esterno.

La violenza psicologica può includere anche minacce o atti intimidatori quali lo sbattere le porte, lanciare o rompere gli oggetti, maltrattare animali domestici, ecc. Queste non vanno considerate forme di violenza repressa, bensì azioni di violenza indiretta. Tali comportamenti vogliono intimorire l’altro, minacciarlo della propria forza e capacità di fare del male (agli altri e a se stessi). La minaccia di suicidio costituisce una violenza di estrema gravità perché porta il partner a sentirsi responsabile delle azioni dell’altro e a dover restare immobile per il timore delle conseguenze di qualsiasi sua scelta.
Se alcuni di questi comportamenti, presi singolarmente, possono rientrare nel quadro di un acceso litigio di coppia, è il carattere ripetitivo e il protrarsi nel tempo di queste situazioni a configurarli come una forma di violenza psicologica. La violenza, inoltre, si differenzia dalla conflittualità per l’asimmetria dello schema relazionale.
La sistematica denigrazione ed i continui insulti alla persona, maschio o femmina che sia, minano la sua autostima, e più in generale al suo senso di identità. Sentendosi continuamente disprezzata, essa stessa comincerà a disprezzarsi ed a sentirsi non degna di essere amata e rispettata. La ripetitività e il carattere umiliante di tali situazioni possono provocare un vero e proprio processo distruttivo, a livello psicologico, per la persona che subisce, che addirittura può condurre al suicidio.
Tuttavia, mentre gli effetti della violenza fisica sono immediatamente visibili e facilmente diagnosticabili, è molto più difficile valutare quelli provocati da una violenza di tipo psicologico.
Esiste inoltre una certa difficoltà ad individuare le violenze psicologiche stesse, dal momento che i loro confini non sono così definiti: una medesima azione può assumere significati diversi a seconda del contesto in cui si inserisce ed a seconda della persona che la valuta.
La violenza psicologica spesso viene negata sia dall’aggressore che dai testimoni; non ci sono dati oggettivi che provano la realtà di ciò che la vittima subisce e questo fa sì che essa stessa dubiti di ciò che prova.
Tutto questo rende necessario iniziative di sensibilizzazione e formazione rispetto a questo tema così importante e sottovalutato, sia in un’ottica di intervento, che preventiva, allo scopo di ridurre il rischio di diventare vittime (o carnefici) all’interno di questi pericolosi meccanismi psicologici.
Infine è importante sottolineare che la problematica della violenza, in tutte le sue forme, non può essere confinata ad una dimensione individuale o di coppia, ma necessita di essere rinviata ad un sistema più ampio, quello delle relazioni sociali; l’obiettivo deve essere quello di un cambiamento a livello sociale e culturale, che favorisca un’evoluzione delle relazioni di genere, fondate sul riconoscimento della persona e sul rispetto dell’alterità.



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mercoledì 3 febbraio 2016

CHATTIAMO E .........?



Una volta se non si poteva stare vicini e si desiderava aggiungere un pizzico di trasgressione alla relazione bastava alzare la cornetta e lasciare che il sesso corresse sul filo, ma in tempi di iPhone il caro vecchio telefono è ormai superato! Oggi possiamo concederci qualcosa di più delle semplici frasi hot mormorate alla cornetta, basta sapere come usare queste risorse in maniera corretta.
Il sexting, divenuto una vera e propria moda fra i giovani, consiste principalmente nello scambio di messaggi sessualmente espliciti e di foto e video a sfondo sessuale, spesso realizzate con il telefono cellulare, o nella pubblicazione tramite via telematica, come chat, social network e internet in generale, oppure nell’invio di semplici MMS. Tali immagini, anche se inviate a una stretta cerchia di persone, spesso si diffondono in modo incontrollabile e possono creare seri problemi alla persona ritratta nei supporti foto e video.

Negli USA, paese in cui il fenomeno ha avuto origine, il sexting è una pratica molto diffusa: secondo un sondaggio, infatti, lo pratica il 20% dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni. Secondo una ricerca inglese, hanno avuto a che fare con il fenomeno, nel Paese, più di un terzo dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni.

Il fenomeno del sexting ha iniziato a diffondersi anche in Italia: dall’Indagine nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza condotta da Telefono Azzurro ed Eurispes su un campione di 1.496 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni, emerge che circa un ragazzo su dieci (10,2%) ha ricevuto messaggi o video a sfondo sessuale con il cellulare, mentre il 6,7% ne ha inviati ad amici, fidanzati, adulti, o altre persone, anche sconosciute. Dall’indagine nazionale emerge inoltre che il fenomeno del sexting interessa sia maschi che femmine, seppur con qualche differenza: sono prevalentemente i maschi a inviare sms o mms a sfondo sessuale (contro il 3,6% delle femmine), e a riceverli (15,5% contro il 7,1% delle femmine). Al crescere dell’età, prevedibilmente, aumenta l’interesse dei giovani per il sesso e questo si riflette anche nella pratica del sexting: l’8,1% del ragazzi di 16-18 anni ha inviato un sms o mms a sfondo sessuale, contro il 5,6% dei ragazzi di 12-15 anni. Analoghe considerazioni valgono per la ricezione di sms o mms a sfondo sessuale: il 7,3% dei ragazzi di 12-15 ne ha ricevuto almeno uno, contro il 14,9% dei ragazzi di 16-18 anni. In diversi casi, l’invio e la pubblicazione on line di tali materiali è legata ad atti di bullismo e mira a ferire il protagonista delle immagini stesse. I ragazzi, inoltre, non sembrano essere consapevoli di scambiare materiale pedopornografico, che può arrivare nelle mani sbagliate, anche in questo caso con gravi conseguenze emotive per i protagonisti delle immagini e dei video, favorendo fenomeni come l’adescamento on line.

Il sexting, in alcuni casi, è accompagnato dalla microprostituzione. Alle volte, infatti, le foto e i video osé servono come presentazione ai clienti che possono disporre, oltre alle immagini, anche prestazioni sessuali vere e proprie. L’ambiente in cui si svolgono tali incontri è nella stragrande maggioranza dei casi la scuola.

Il fenomeno del sexting giunge spesso alla ribalta mediatica per casi di cronaca eclatanti. Celebre è il caso di Vanessa Hudgens, di cui è circolata una foto che la ritrae completamente nuda. Anche Chiara Fantoni, Miss Modena 2008, fu scartata nelle selezioni di Miss Italia poiché apparsa in foto in pose sconvenienti.
Nel 2009, un giudice della Pennsylvania ha respinto l’accusa di pedopornografia per tre ragazze che avevano compiuto sexting. Nell’opinione pubblica è aperto un dibattito su questo fenomeno.

Il ‘sexting’ è una pratica più diffusa di quanto si possa pensare anche tra gli adulti, e non è detto che sia negativa.



È quanto emerge da una ricerca presentata alla 123/ma convention annuale dell’American Psychological Association, secondo cui negli Stati Uniti otto persone su 10 inviano e ricevono messaggi osé.

L’indagine ha preso in esame 870 uomini e donne tra i 18 e gli 82 anni per “capire che ruolo gioca il sexting nelle attuali relazioni romantiche e sessuali, viste le possibili implicazioni sia positive che negative per la salute sessuale”, ha spiegato Emily Stasko della Drexel University. L’88% degli intervistati ha ammesso di aver ricevuto messaggi espliciti nell’ultimo anno, l’82% di averli inviati. Al 75% è capitato all’interno di una relazione stabile, mentre al 43% in un rapporto occasionale.

I ricercatori hanno scoperto che più alti livelli di sexting sono collegati a un maggior livello di soddisfazione sia sessuale, sia del rapporto di coppia. Chi è più incline a mandare questi messaggi, li considera come una pratica divertente e spensierata.

Il sexting, ha osservato Stasko, ha ricevuto un’attenzione crescente come attività pericolosa, associata a numerosi altri comportamenti sessuali a rischio come il sesso non protetto, e a conseguenze negative per la salute quali le malattie trasmesse sessualmente. Tuttavia questo punto di vista, ha evidenziato l’autrice della ricerca, non riesce a dar conto degli effetti potenzialmente positivi di una comunicazione sessuale aperta con il partner.

II cybersesso è una forma di sessualità vissuta attraverso internet: utilizza chat, webcam, siti pornografici, messaggi di posta elettronica. Anche il sesso telefonico attraverso le hot line, o tramite l'uso di messaggi SMS e MMS, è una forma di sesso virtuale.

Si tende a fare una distinzione tra la ChatSex Addiction e CyberPorn Addiction. Infatti la ChatSex Addiction (dipendenza da chat erotiche) è relazionale, nel senso che le fantasie erotiche vengono scambiate simultaneamente con un’altra persona. Manca però il contatto reale ed emotivo tra i soggetti coinvolti e vi è un bisogno continuo di connettersi ad internet per scopi sessuali.

La CyberPorn Addiction invece si consuma da soli: la fantasia sessuale in questo caso si appiattisce di fronte alle immagini stereotipate della pornografia. La persona è dominata da un bisogno continuo di ottenere piacere sessuale attraverso la visione di filmati pornografici, a cui talvolta segue un’attività compulsiva di tipo masturbatorio.

Le Dipendenze dal sesso virtuale (CyberSex Addiction) si sviluppano prevalentemente, ma non solo, in soggetti con tratti di tipo ossessivo-compulsivo, ansiosi, insicuri, che non riescono a gestire le relazioni della vita reale e si rifugiano nel mondo virtuale.

La CyberSex – CyberPorn Addiction è caratterizzata dai seguenti sintomi:
Navigazione prolungata alla ricerca di materiale pornografico o contatti sessuali;
Aspettative di gratificazione sessuale legate alle connessioni successive;
Masturbazione compulsiva prolungata di fronte alle immagini erotiche;
Eiaculazione finale (uomini) / orgasmo (donne) vissuto come scarica liberatoria. Spesso è l’unica possibilità per interrompere la connessione;
Senso di vergogna e senso di colpa;
Calo del desiderio sessuale verso il partner, calo del desiderio per il sesso reale;
Disfunzione erettile
La componente emotivo-affettiva della sessualità si riduce, o viene eliminata;
Ansia, nervosismo, agitazione, sbalzi d’umore quando non si riesce ad accedere ad internet per scopi sessuali;
Tentativi fallimentari di controllare, limitare e sospendere l’utilizzo della pornografica  o del sesso virtuale;
Continuare con il consumo di materiale pornografico e sesso virtuale, nonostante le serie conseguenze a livello familiare, sociale, lavorativo ed economico.
Spesso si tendono a sottovalutare le dipendenze virtuali, che invece creano effetti disastrosi sul sistema psichico e nella vita sociale della persona dipendente. Attraverso un percorso di tipo psicoterapeutico cognitivo-comportamentale è possibile scardinare i meccanismi compulsivi che stanno alla base dei comportamenti di dipendenza, per riappropriarsi della propria vita sociale e relazionale e liberarsi dalla dipendenza.



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venerdì 18 dicembre 2015

L'ODIO



Si moltiplicano le storie e i racconti legati alla strage di Parigi. Come quella di un sopravvissuto dopo aver parlato per un'ora con un attentatore.

Il sopravvissuto che ha parlato per un'ora con l'attentatore - "All'inizio - dice ai microfoni di una radio - ci hanno fatto la predica. Ci hanno spiegato che erano lì per le bombe sganciate in Siria e per dimostrare a noi occidentali gli effetti degli aerei laggiù". Sébastien è sopravvissuto al massacro del Bataclan, prima nascondendosi, poi una volta trovato dai terroristi, parlando con loro per un'ora, con un kalashnikov puntato verso di lui. "Potevano uccidermi subito. Ma quando hanno cominciato a parlarmi, ho capito che forse ero destinato a vivere". "Ci hanno chiesto se capivamo le loro ragioni, vi lascio immaginare il silenzio che è calato in quel momento" tra gli ostaggi, prosegue Sébastien, aggiungendo che i terroristi chiedevano loro di fare da intermediari con la polizia dalla finestra. "Ci chiedevano di urlare agli agenti di non avvicinarsi, altrimenti si facevano esplodere". E' l'unica richiesta che gli assalitori hanno avanzato: "Abbiamo pensato che forse volevano salvarsi la vita, ma ci sembrava improbabile dopo la carneficina che avevano fatto in sala. E poi volevano dei giornalisti". "In ogni momento una parola sbagliata può provocare la tua morte", ricorda ancora Sébastien che oggi si ritiene "nato una seconda volta".

L'odio è un sentimento umano che si esprime in una forte avversione o una profonda antipatia. Lo distingue da questi ultimi la volontà di distruggere l'oggetto odiato, e la percezione della sostanziale "giustizia" di questa distruzione: chi odia sente che è giusto, al di là di leggi e imperativi morali, distruggere ciò che odia. Si parla di "oggetto" odiato anche nel caso di odio verso persone, perché queste non vengono considerate propri simili, esseri umani come chi odia, ma appunto oggetti invece che soggetti.

In misura ulteriore rispetto all'innata capacità di provare sentimenti negativi nei confronti di un'altra persona, il termine odio viene usato in senso figurato per riferirsi alla forma più estrema di rifiuto verso cose o persone. A differenza dell'amore, l'odio non è necessariamente preceduto dalla volontà d'espressione: può, infatti, essere causato per costrizione, proprio malgrado.

Viene inoltre considerato comunemente in contrapposizione all'amore; di fatto i due sentimenti possono essere accostati per l'intensità e l'impeto. Dal punto di vista emozionale l'odio è tuttavia il sentimento opposto all'insensibilità nei rapporti umani, più propriamente detta indifferenza.

Esistono diverse forme di odio, alcune tra le più controverse e dibattute sono:

Misoginia (odio verso il genere femminile), misandria (odio verso il genere maschile), omofobia (odio verso gli omosessuali), misantropia (odio verso la razza umana);
Odio nei confronti di una nazione, ideologia, fede religiosa e razzismo verso etnie.

Erich Fromm nel suo libro Die Antwort der Liebe distingue due tipologie di odio, l'odio reattivo e l'odio determinato dal carattere. Egli crede che l'umanità sia pronta all'odio anziché all'amore; da qui il fatto che l'uomo riesce più ad odiare che ad amare.

L'odio reattivo è, secondo Erich Fromm, sempre il risultato di una profonda ferita o di una situazione dolorosa e immutabile di fronte alla quale ci si sente impotenti.

L'odio determinato dal carattere pur avendo le stesse caratteristiche dell'odio reattivo, riconfigura la struttura caratteriale di colui che odia. L'odio è in questo caso una peculiarità del carattere, a differenza dell'odio reattivo in cui l'odio è espressione del mero sentimento in sé stessi. La differenza principale rispetto all'odio reattivo risiede nella predisposizione di una persona ad odiare, ad essere ostile. Nel caso dell'odio reattivo, è la situazione a generare il sentimento di odio, mentre nell'odio determinato dal carattere l'ostilità della persona viene risvegliata attraverso una situazione. La persona in questo caso mostrerebbe un particolare tipo di soddisfacimento nell'odio, particolarità che non è presente invece nell'odio reattivo.

Che il sentimento di odio sia una cosa a priori negativa non è una cosa così scontata come all'apparenza potrebbe sembrare. Nelle dinamiche della formazione dell'"unità" ideologica di un paese è spesso fondamentale. Da sempre una civiltà, società, o gruppo di qualsiasi genere e natura, ha trovato nel nemico comune il "cemento" delle proprie relazioni. Basti guardare come quasi tutte le civiltà abbiano un nemico storico, come le popolazioni arabe di cui si sente spesso parlare. Secondo Umberto Eco, sarebbe questa una delle cause della bassa unità dell'Italia: l'assenza di una civiltà nemica comune storica.



Anche se forse questo ragionamento dimostra semplicemente che la formazione di una qualsiasi sovrastruttura (stati, nazioni, federazioni) sia da ritenersi dannosa per la conservazione della specie umana, essendo la sua formazione riconducibile a sentimenti negativi quali odio, razzismo, brama di potere.

L’odio immotivato, fanatico, è estremamente pericoloso. Si dovrebbe arrivare a scuotere tutte le coscienze  per contrastarlo efficacemente.

L’odio sordo, irrazionale, inspiegabile, immotivato, viscerale, va proprio contro questo “bene supremo”.

Non si odia soltanto, ma si vuole eliminare fisicamente il proprio nemico, uccidere lui e non solo l’dea di cui è portatore.

L’odio endemico può arrivare ad annientare l’Umanità.

Ecco cosa dice, in proposito, Vittorino Andreoli, uno psichiatra di fama mondiale. Bisognerebbe sottolineare che, quando si odia, non è possibile dire: “Odio al 50% o al 20%: se si odia, si odia”. E riporta che  Primo Levi diceva: “La ragione deve controllare l’odio”. Io (Andreoli) penso che la razionalità sia  sicuramente uno strumento di controllo, ma non di eliminazione dell’odio, perché i sentimenti sono spesso diversi dal ragionamento: sono forti ed esclusivi.

Si odia per motivi di ordine religioso, razziale, etnico, comportamentale  (misoginia, omofobia). Ma si avversa anche chi non è fisicamente “normale” (non certo per sua volontà): handicappati, invalidi, ecc.
Al di là della sostanza, oggetto di questo esaltato sentimento di repulsione è colui che non fa parte di una maggioranza in senso lato. E’ questa, e solo questa, che ha senza ombra di dubbio “ragione”, che è perfettamente e sempre nel giusto, che è “normale”.

Non si deve dimenticare mai che è stata proprio la maggioranza dei Tedeschi che mandò al potere (e continuò a sostenere)  Hitler. Ed esempi analoghi si sprecano.

L’odio che uccide va costruito, ricercando (spesso addirittura inventandoselo di sana pianta) un nemico da combattere, annientare e, prima ancora, da “disprezzare”. E’ proprio lo spregio per il diverso, a mio avviso, tanto il collante fra coloro che odiano, quanto la motivazione più forte per perpetuare nel tempo e nello spazio lo stesso.

Questo sentimento così negativo e pericoloso, dopo essere stato artatamente costruito, ha bisogno di crescere e ”mantenersi” duraturo.

L’antisemitismo (che, dopo due millenni di calunnie, disprezzo, istigazioni all’omicidio da parte della Chiesa Cattolica, ha portato all’orrore senza fondo della Shoà, nonché il razzismo nei confronti delle persone di colore (che è sfociato nella vergogna umana dello  schiavismo).



Il “testimone”, dalla Chiesa (che ha riconosciuto- Nostra Aetate. Concilio Vaticano II – il suo ruolo nefasto nei confronti degli Ebrei: l’accusa di “deicidio”) è passato all’integralismo islamico (una vera “staffetta” con traguardo l’odio). Esso è, principalmente incarnato da Hamas, che si è inventato l’odio verso il sionismo, per mascherare il suo viscerale antisemitismo. Non è, infatti, affatto vero che Hamas avversi Israele: esso è contro gli ebrei di tutto il mondo. Basti leggere il suo statuto.

L’istigazione all’odio contro gli ebrei è documentato e risaputo da tutti (meno che da coloro i quali non vogliono né vedere né sentire. Da quelli che sono in grado di negare addirittura sia la prima, sia la seconda guerra mondiale). Cosa insegna Hamas ai bambini, fino dalle classi elementari? La cultura? Sì, quella dell’odio verso gli ebrei. Si è potuto vedere nell'ottobre 2009 addirittura filmati di bambini che, nella Striscia di Gaza,  lanciavano pietre contro gigantografie raffiguranti il loro presidente Abu Mazen. Perché? Per il semplice motivo che lo stesso aveva indetto nuove elezioni (avversate da Hamas) nel gennaio 2010.

Il mantenimento “vivo” dell’odio, quindi, si consegue (è proprio questo l’obiettivo cui si mira) fomentandolo, gettando discredito, calunniando, facendo leva sull’ignoranza, l’invidia, e quant’altro. Manipolando le coscienze, per auto-convincersi, per mantenere sempre in vita un odio maniacale.

Ci vuole ben poco per seminare odio.

Ancor prima di giungere addirittura alla sua “cultura”, ci sono vari comportamenti “anormali” che possono trasformarsi in germi dell’odio. Sono proprio quelli che devono fungere da vero campanello d’allarme, senza dover aspettare che si trasformino in manifestazioni violente contro chiunque. Essi si annidano all’interno di quelle che, a prima vista, potrebbero apparire come innocue manifestazioni.

Poco peso si usa dare agli stupri di donne, al cosiddetto “bullismo” giovanile nella scuola e fuori di essa, alla violenza contro gli handicappati, i disabili, gli omosessuali, e anche i bambini, gli esseri più indifesi e, nella vera accezione  della parola, innocenti. Quale vergogna peggiore della pedofilia?

Si tende, tuttavia, sempre più spesso a “motivare” queste azioni, vigliacche ancora prima  che nefande, a parlare di ragazzate, semplici bravate di chi non si rende conto.. , di chi agisce per noia (far del male per noia? E’ così che si sta evolvendo il mondo?).

Il bruciare le bandiere di uno Stato, il campanilismo esacerbato che può degenerare in scontri dentro e fuori gli stadi (talvolta anche con uccisioni), non sono affatto sintomi da sottovalutare. E che dire di quel fenomeno dilagante cui è stato dato il nome di “bullismo”? Ragazzate? Anche i delinquenti più feroci sono stati, un tempo, dei ragazzi.

Quale, in tutto ciò, il ruolo del gruppo, meglio ancora del “branco”? Rilevante! E’ con esso che si perde la personalità vigliacca del singolo, per assumere quella del branco. Forte con i deboli (le donne, i disabili, i bambini..), vile con i forti (si comporterebbero analogamente trovandosi di fronte ad un Tyson)?

Si rischia di perdere la propria personalità all’interno di un gruppo, per assumere quella di quest’ultimo.

Il campanilismo esaltato può degenerare in odio verso una città limitrofa, una regione, uno Stato.





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