domenica 27 dicembre 2015

L'ABBANDONO SCOLASTICO



I giovani in età lavorativa (16-29 anni) con scarse competenze in lettura infatti, sono il 19,7%, mentre gli adulti (30-54 anni) con la stessa difficoltà toccano il 26,36%. Le percentuali sono contenute nell’ultimo rapporto Ocse su giovani e occupazione, basato su dati 2012-2013.

Se guardiamo alle competenze matematiche, l’Italia non è messa meglio. Il nostro Paese ha infatti la percentuale più elevata di adulti con scarse abilità in matematica, sono il 29,76%. Mentre i giovani italiani si piazzano al secondo posto per basse capacità con i numeri. Sono dietro solo agli Stati Uniti, con una percentale del 25,91%. La conclusione generale dell’Ocse non fa ben sperare: l’Italia è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

L’Italia è uno dei paesi europei con il tasso di abbandono scolastico più alto: quasi il 20% dei giovani italiani (il 5% in più rispetto alla media europea in base ai dati Eurostat) lascia la scuola senza conseguire un diploma di istruzione superiore. La riduzione dell’abbandono scolastico è uno dei cinque obiettivi chiave del piano decennale per la crescita dell’Unione Europea. Infatti, in una prospettiva di social investment, puntare sul capitale umano costituisce una strategia efficiente per prevenire i rischi di futuri svantaggi nel mercato del lavoro.

L’abbandono scolastico è problematico innanzitutto perché è causa della presenza sul mercato del lavoro di una fetta cospicua di individui con competenze insufficienti per far fronte alla crescente domanda di lavoro qualificato. In Italia il sistema di formazione lungo il corso della vita è poco sviluppato, perciò una volta usciti dal sistema scolastico sono poche le opportunità di riqualificazione. Inoltre, a differenza di altri paesi, come la Germania, in cui la diffusione della formazione professionale argina l’abbandono, in Italia la disponibilità di alternative professionalizzanti che portano a una qualifica secondaria è scarsa e fortemente differenziata a livello regionale. Non solo: il fenomeno dell’abbandono non colpisce in modo indiscriminato, ma penalizza i gruppi sociali più deboli. Secondo un tipico meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze, gli studenti provenienti da famiglie con minori risorse economiche, sociali e culturali sono più esposti al rischio di interrompere precocemente il percorso scolastico. In questo modo una scelta compiuta in giovane età potrebbe avere conseguenze negative anche nel lungo periodo.

E’ noto che in Italia le disuguaglianze nelle opportunità di vita legate all’origine familiare sono ampie, ma lo sono anche le differenze di genere nel mercato del lavoro: bassa partecipazione femminile e differenziali salariali e probabilità di avere contratti a tempo indeterminato a svantaggio delle donne. Tuttavia sia per quanto riguarda la performance scolastica che i livelli di istruzione finali, le ragazze superano ormai i loro compagni maschi, anche nel nostro paese. Non è quindi evidente come il genere influenzi le dinamiche dell’abbandono scolastico e come questo interagisca con risorse chiave sia a livello familiare che di contesto.

L’abbandono è l’esito finale di un processo di progressivo disimpegno e distacco dalla scuola. La letteratura internazionale individua vari fattori scatenanti di questo processo. Da un lato, vi sono i cosiddetti fattori push, che spingono gli studenti fuori dal sistema scolastico, come il basso rendimento e le difficoltà di integrazione con i compagni e con l’istituzione scuola. Dall’altro, i ragazzi possono abbandonare la scuola attratti dalla prospettiva di indipendenza. Uno dei principali fattori pull è certamente il lavoro.

In un nostro recente lavoro su dati ISFOL PLUS mostriamo che, considerando i giovani nati a cavallo degli anni ’80 e ’90, in Italia le ragazze hanno una minore propensione all’abbandono, anche a parità di altre caratteristiche (status migratorio, titolo di studio dei genitori, area geografica di residenza). Per via dei loro migliori risultati scolastici, le ragazze potrebbero essere meno esposte a fattori push. Allo stesso tempo, i fattori pull potrebbero essere rilevanti soprattutto per i maschi, che hanno più facilità a trovare un impiego. Entrambi i meccanismi sembrano essere in atto per le coorti osservate: infatti, anche tra gli studenti che hanno ottenuto una bassa valutazione all’uscita dalle medie inferiori, la propensione delle ragazze all’abbandono si conferma minore.



Le differenze di genere non sono però uniformi sul territorio nazionale. La minore propensione all’abbandono da parte delle ragazze è più accentuata al Sud e nelle Isole rispetto alle altre aree del paese. Addirittura, nel Nord Est le differenze di genere non sono statisticamente significative. Le differenze regionali potrebbero essere legate alle diverse opportunità che il mercato del lavoro offre a maschi e femmine: il maggiore attaccamento mostrato dalle ragazze nel Meridione potrebbe derivare da una loro debolezza sul mercato del lavoro che si traduce in una minore attrattività dei fattori pull. Quindi, il minor tasso di abbandono delle ragazze si può spiegare, da un lato, con l’assenza di potenziali incentivi economici legati alla partecipazione attiva al mercato del lavoro e, dall’altro, con il tentativo di controbilanciare il proprio svantaggio relativo sul mercato del lavoro acquisendo un titolo di studio superiore. Questa spiegazione pare plausibile dato che le differenze fra aree territoriali sono ancora più evidenti sugli quando si considerano gli studenti con bassa performance scolastica precedente: rispetto a questi ultimi, infatti, i maschi sono significativamente più esposti al rischio di abbandono solo al Sud e nelle Isole.

Anche la disponibilità di risorse familiari potrebbe avere un diverso effetto di genere sull’interruzione del percorso scolastico. In effetti, per chi ha genitori con la laurea le differenze di genere nella propensione all’abbandono si annullano, mentre le differenze di genere persistono quando ci si concentra su chi ha genitori con titolo di studio secondario inferiore o superiore. Tale risultato è coerente con precedenti ricerche sulla transizione dalla scuola media alla scuola superiore, che mostrano che provenire da una famiglia svantaggiata orienta verso percorsi meno prestigiosi soprattutto i maschi rispetto alle femmine. Al contrario, i genitori laureati potrebbero avere alte aspettative scolastiche sia nei confronti dei figli che delle figlie e i genitori altamente istruiti hanno le risorse economiche e culturali per contrastare eventuali difficoltà che, per scarso rendimento o per problemi relazionali, la prole dovesse incontrare a scuola. E se è vero che i maschi con più probabilità si trovano in questa condizione, loro più delle femmine beneficeranno di sostegno aggiuntivo (ad esempio lezioni private di recupero), chiarendo così perché i figli maschi di genitori più istruiti non sono relativamente più esposti al rischio di abbandono.

In conclusione, in Italia, l’abbandono scolastico si innesta su dinamiche di stratificazione sociale che incidono già fortemente sulle opportunità di vita. Inoltre, anche se in molti casi l’abbandono risponde a una necessità o un desiderio di indipendenza economica, coloro che si affacciano sul mercato del lavoro senza un diploma o una qualifica professionale si trovano generalmente in condizioni più sfavorevoli rispetto a coloro che hanno portato a termine gli studi superiori. Chi abbandona è più esposto al rischio di disoccupazione e a quello di inattività e, quando occupato, ha più probabilità di lavorare senza un regolare contratto. Questo svantaggio persiste anche a parità di background familiare, di genere, di area di residenza e di anni trascorsi dal momento dell’abbandono.

Soltanto osservando le complesse interazioni tra le risorse a disposizione di studenti e studentesse è possibile andare oltre la semplice conclusione che le differenze di genere nell’abbandono scolastico costituiscano un vantaggio effettivo per le ragazze. Infatti, questo apparente vantaggio può nascondere una maggiore vulnerabilità delle donne lungo il corso di vita. Sarebbe illusorio pensare di combattere i problemi connessi all’abbandono scolastico senza affrontare i nodi irrisolti nel nostro paese, primi fra tutti le differenze di genere sul mercato del lavoro e le disparità territoriali.

Maschio. Età media 19 anni. Del sud. Questo è l’identikit dello studente che in Italia abbandona la scuola. Succede soprattutto alle superiori di secondo grado. E soprattutto nel centro-sud (ma non solo). Ma tanti i casi di abbandoni anche alle scuole medie. Il numero di laureati doveva raggiungere almeno il 40 per cento e invece il nostro Paese ha abbassato l’asticella al 26.
La ricerca «Lost», realizzata dalla Fondazione Giovanni Agnelli, WeWorld Intervita, Associazione Bruno Trentin in collaborazione con Csvnet che ha «misurato» il costo per la collettività di tanti abbandoni scolastici ed è andata a vedere cosa (e se) le scuole fanno per combatterli. Non solo. Lo studio sottolinea l’importante ruolo del Terzo settore. Associazioni, onlus, gruppi parrocchiali, volontari o meno: fondamentale è il loro impegno per recuperare ragazzi e ragazze quasi ex studenti. I risultati sono significativi. Lo studio, condotto dallo scorso febbraio a maggio in 248 scuole e 229 enti nelle città di Roma, Napoli, Milano e Palermo (le grandi metropoli sono quelle con i giovani più a rischio), evidenzia che perdere ogni anno decine di migliaia di studenti costi, in termini di mancato lavoro negli anni, dai 21 ai 106 miliardi di euro (a seconda della crescita del Pil), e che il Terzo settore da solo ne investe 60 per aiutare i ragazzi contro i 55 del ministero dell’Istruzione destinati a progetti nelle scuole.

«Sono numeri preoccupanti», dice il professore Daniele Checchi, curatore della ricerca. E sottolinea come dallo studio sia emersa «la poca correlazione tra gli interventi della scuola e quelli del Terzo settore e come il no profit produca ogni anno interventi per un valore di 80 milioni di euro». Purtroppo, non c’è coordinamento tra le due realtà, sostiene Checchi: «Le linee di intervento del Miur ad esempio sono seguite soprattutto nel Sud Italia, mentre il no profit svolge un ruolo suppletivo soprattutto al Nord». Al Sud, la dispersione scolastica si combatte principalmente spingendo sulle attività extrascolastiche, i centri di aggregazione sociale. Al Nord si traduce con attività di doposcuola, cioè aiuto nei compiti e offerta di spazi per lo studio. Ma, dice Marco Chiesara, presidente di WeWorld Intervita, «oggi più che mai abbiamo l’esigenza che scuole e Terzo settore lavorino insieme in modo complementare per essere sempre più efficaci: chiediamo che le scuole si aprano maggiormente al nostro intervento e, al contempo, che Miur ed enti pubblici favoriscano il processo di collaborazione tra scuole e terzo settore, sostenendo la nascita di reti durevoli nel tempo e capaci di mostrare risultati concreti».
E anche l’Anief lancia l’allarme con il segretario Marcello Pacifico che evidenzia: «L’Italia non può permettersi di perdere per strada 2 milioni e 900mila giovani delle superiori, come è accaduto negli ultimi 15 anni, ragazzi tra i 16 e i 19 anni quasi sempre destinati ad allargare il numero dei «Neet», i giovani che non studiano né lavorano e che nei territori più difficili diventano non di rado potenziali nuove leve al servizio della criminalità organizzata». Meglio allora, rilancia Pacifico, alzare «di due anni la scuola dell’obbligo, come aveva provato a fare 15 anni fa l’allora ministro Luigi Berlinguer». La stessa proposta la rilancia Gianna Fracassi, della Cgil: «È il primo passo per combattere l’abbandono scolastico».
La ricerca «Lost» sottolinea quindi l’urgenza di un intervento. Come spiega Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli: «È importante cominciare già nella scuola media: è soprattutto in questo ciclo scolastico che si vince la battaglia contro l’abbandono, limitandolo o scongiurandolo nei primi anni delle superiori». Fondamentale per Gavosto il ruolo del Terzo settore, «ma può diventare decisivo a condizione che si rafforzi la sua capacità di coordinarsi e fare massa critica con gli interventi promossi dal settore pubblico e dalle scuole stesse». Ora purtroppo, «questo coordinamento non c’è, a scapito delle azioni messe in campo».





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