lunedì 21 dicembre 2015

I SENTIMENTI DEL NATALE



Il Natale è magia, è favola ed è anche un pò introspezione; in questo mondo così frenetico, sempre di corsa, fermarsi un attimo a pensare, a riflettere su noi stessi, su chi ci circonda, sull'”altro”.

Il Natale sopravvive tra i poveri perché tra i ricchi non ha senso. Lo sente ancora la gente che vive in periferia e quella che vive nei paesi di montagna, lontana dai media, dal mondo convulso della pubblicità. Non lo sentono quelli delle boutique, degli spettacoli cinematografici, delle sfilate di moda e di tutti questi tipi d’attività: per loro il Natale non c’è perché non hanno lo spirito del Natale che è di gioia e di confronto con il mondo. La tradizione dice che Cristo è nato in una stalla, ma oggi, nel mondo occidentale, siamo molto lontani da questo spirito d’assoluta povertà.

La metà del ventesimo secolo è stata segnata dal riciclaggio di San Nicola, l’ometto vestito con i colori della Coca Cola. Di spirituale non c'è nulla all’orizzonte. Solo preoccupazione per i consumi, e solite storie sul fatto delle spese in confronto all’anno scorso in acquisto di derrate alimentari di lusso.

Il Natale non ha perso il suo significato tradizionale di ricostituzione dell’unità familiare, dei rapporti solidali fra le persone, e non va disprezzata né sottovalutata questa dimensione, che non è più profondamente religiosa, ma conserva una densità umana utile a riannodare, sia pure transitoriamente, i rapporti.

Nei confronti dello spirito del Natale è continuamente in agguato una sorta d’attacco sviluppato sulla base di un equivoco: l’attacco è organizzato dal consumismo, da tutta la retorica e l’enfasi di stelline, luci al neon, regali, pastorellerie, zampogne, neve e quant’altro. Si è convinti che il Natale, sostanzialmente, sia una festa per i bambini: una festa per la nostra infanzia, del ricordo per noi adulti di un passato simile un po’ a delle foglie morte su una palude, che però sempre riguardiamo con una certa tenerezza.

La lettura dei testi che sono alla base del Natale, i 120 versetti dei primi due capitoli di Matteo e di Luca, sono altamente qualificati dal punto di vista teologico, hanno una forte carica spirituale ed esistenziale. Al punto tale che la figura del Bambino che entra in scena, è una figura tutt’altro che zuccherosa, delicata, sentimentale o misticheggiante. Appena nato, il bambino diventa un profugo costretto a fuggire in Egitto per evitare l’alito caldo della polizia d’Erode. L’arroganza e la prevaricazione del potere entrano subito in scena. Questi testi dovrebbero scuotere le coscienze, inquietare la nostra superficialità e banalità; perciò credo che il compito della religione cristiana dovrebbe essere quello di riportare la festa del Natale, senza disprezzare il sentimento, ai testi fondanti, e quindi alla vera matrice.



Guardando il panorama del mondo, la globalizzazione, tanto celebrata e osteggiata al tempo stesso, lascia dietro di se infinite vergogne, infinite infamie. Non ci aspettano giorni radiosi e bisognerà ancora faticare per cambiare il mondo. Mai come in questi ultimi tempi sento che l’umanità ascolta con intensità la parola che ci riporta alle domande fondamentali, quelle che chiamerei le verità ultime, cioè il bene e il male, la vita e la morte, la giustizia e la violenza, la guerra e la pace, l’amore e l’odio. Questa umanità così distratta, superficiale, banale, becera in qualche caso, violenta o quasi criminale, che sembra abbia solo il desiderio di seminare terrore, ha sempre dentro di se una speranza. L’uomo, pur ridotto a materiale di consumo e ai modi di vita imposti da quel mezzo egemone della comunicazione che è la televisione, è pur sempre colui che supera infinitamente se stesso, che tende per sua natura verso la grandezza.

Il rimpianto per l'infanzia perduta, l'ansia per gli incontri indesiderati, l'obbligo di mostrarsi felici: non sempre il Natale è davvero la festa dei buoni sentimenti. Un'indagine rivela che il disagio di Natale non è legato all'eccesso di cibo o allo stress da regali, ma ha a che fare soprattutto con aspettative tradite e promesse mancate.

La festa più attesa dell’anno non suscita solo buoni sentimenti. Il disagio è palpabile, si percepisce per le strade affollate, nelle corsie del supermercato dove si scontrano carrelli colmi di cibo, nelle tavolate familiari dove una patina di buona educazione non basta a mantenere sereni gli animi. E soprattutto si coglie il giorno dopo, quando ci risvegliamo con gli avanzi da finire e le carte regalo da buttare via. Dicendoci che, anche per quest’anno, Natale è passato. Lasciandosi dietro una sensazione di rimpianto per ciò che non si è avuto.

Perché Natale, o ancora meglio il periodo natalizio, che oggi si «spalma» per esigenze commerciali su diverse settimane, è soprattutto un periodo di attesa. Ma attesa di che cosa?

"La festa del bambino Gesù dovrebbe essere il modo per celebrare il bambino che c’è in ognuno di noi", osserva Renato Rizzi, medico e psicologo. Ma intorno alla festa si agitano altre emozioni: l’ansia per gli incontri indesiderati, il rimpianto per chi non c’è, il dovere di mostrarsi felici e anche quello di fare un bilancio dei mesi trascorsi e disegnare un catalogo di buoni propositi. E su tutto, inevitabile, lo stress.




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