domenica 6 dicembre 2015

BUGCHASING



Il bugchasing è una pratica sessuale che sarebbe prevalentemente diffusa tra gli omosessuali che consiste nel cercare di contrarre il virus dell’immunodeficienza umana (HIV) da persone infette. Per favorire gli incontri esistono comunità online chiuse, che gravitano attorno a siti web, dove chi chi vuole diventare sieropositivo (il bug-chaser, appunto) può conoscere persone contagiate (i gift-giver, donatori) disposte ad avere rapporti sessuali senza preservativo per trasmettere il virus. Riuscire ad entrare in queste comunità non è semplice: oltre a dover dimostrare di essere attivi su un sito di incontri, l’ingresso “nel club” è regolato da una richiesta che può essere accettata o meno da chi gestisce le varie community.

Come si sa, l’HIV è un virus che colpisce il sistema immunitario che a lungo andare smette di funzionare. Senza un’adeguata terapia, una persona che contrae il virus dell’HIV può ammalarsi di AIDS: ovvero diventa soggetto a infezioni e malattie croniche, che indeboliscono l’organismo fino alla morte. Se diagnosticata in tempo, la condizione di sieropositività può essere tenuta sotto controllo con i farmaci, e la persona può continuare ad avere una vita normale a patto che presti estrema attenzione al rischio di contagiare gli altri. L’HIV si trasmette tramite sangue infetto e per via sessuale: non ci si contagia baciando o abbracciando una persona sieropositiva ma, malgrado istituzioni e associazioni facciano spesso campagne di informazione, la paura “del sieropositivo” continua ad essere piuttosto radicata nella società.
Ma perché una persona sana dovrebbe voler contrarre un virus tanto pericoloso? Per scoprirlo sono stati intervistati diversi uomini, alcuni apparentemente anche molto giovani, che cercavano o offrivano una possibilità di contagio da HIV attraverso rapporti sessuali non protetti. Le risposte sono piuttosto diverse tra loro: c’è chi dice di cercare il contagio «perché affascinato» da quella che viene vista come una trasgressione, ma le motivazioni sono spesso ancora più complesse. C’è chi, paradossalmente, vuole diventare sieropositivo per «smettere di avere paura del contagio» e poter avere rapporti sessuali più liberi e appaganti con persone a loro volta sieropositive, senza dover utilizzare il preservativo.

Si tratta di un comportamento che con tutta probabilità è figlio di una certa disinformazione sulle reali modalità di trasmissione del virus dell’HIV, e sull’impatto che l’essere sieropositivi ha sulla vita di una persona. «Il rovescio della medaglia è che devi fare una terapia e tre esami l’anno» – dice un ragazzo disposto a trasmettere il virus, presentando la cosa quasi come “un affare” con più benefici che costi in termini di salute. Una volta diventati sieropositivi e cominciata la terapia, l’avere rapporti sessuali con partner nelle stesse condizioni viene considerata una pratica priva di rischi. Ovviamente non è così, perché esistono numerose altre malattie a trasmissione sessuale contro le quali l’unica barriera è appunto l’uso del preservativo. Un altro giovane, tra quelli intervistati, sembra essere molto più preoccupato all’idea di contrarre la sifilide o l’epatite, ma non l’HIV. Facendo sesso non protetto con partner sieropositivi, e quindi esponendosi al rischio di contagio, dichiara di vivere la propria sessualità in modo più appagante. «Altrimenti ti devi mettere il preservativo ovunque, anche sulla lingua, e non si può» – dice.
Negli Stati Uniti la pratica del bugchasing è oggetto di un dibattito piuttosto acceso: in molti infatti sostengono che si tratti soltanto di una “leggenda metropolitana” costruita per dare un’immagine negativa degli omosessuali, con la presunta volontà di sottolineare “la natura deviata” delle persone gay. In ogni caso, cercare volontariamente il contagio da HIV rappresenta comunque un rischio enorme: non soltanto per se stessi, ma anche per il proprio partner, specie quando non è stato messo al corrente del possibile pericolo a cui si espone avendo rapporti sessuali non protetti.



Ma esistono purtroppo anche casi in cui si trasmette volontariamente l'HIV:

Lesioni gravissime, volontarie e permanenti: questi tre aggettivi riassumono la drammaticità di questa vicenda.

Il protagonista è Valentino T. un impiegato trentenne di Roma che dal 2006 sa di essere sieropositivo; nel corso di questi anni il ragazzo ha avuto diverse relazioni, e nonostante fosse consapevole che il virus dell’Hiv si trasmette per via sessuale non ha mai usato protezioni con le sue partner, tenendole oltretutto all’oscuro della sua malattia.

Ancora non è chiaro se il ragazzo abbia agito così per leggerezza o con la reale volontà di contagiare ma fatto sta che ben sei ragazze sono così state infettate dal virus. Una di loro otto mesi fa ha scoperto di essere sieropositiva ed avendo dei sospetti ha sporto denuncia. Così sono cominciate le indagini condotte dalla sezione di polizia giudiziaria del tribunale diretta da Anna Galdieri.

Valentino T. è stato subito interrogato dagli inquirenti, ha dapprima negato di essere a conoscenza della sua sieropositività ma dinanzi alle prove schiaccianti dei poliziotti ha dovuto confessare.

Infatti gli investigatori sono risaliti al test per l’ Hiv che il ragazzo ha fatto nell’anno 2006, e del cui risultato positivo era ben cosciente. Si sono messi sulle tracce di tutte le ex fidanzate ed amanti occasionali del giovane impiegato informandole della pericolosa eventualità che avessero contratto anche loro l’Hiv.

Purtroppo cinque ragazze, oltre alla donna che ha sporto denuncia, sono risultate positive e si pensa che le persone coinvolte dal contagio siano molte di più in quanto bisogna tener conto delle ragazze che ancora non sono state rintracciate e dei partner che le ragazze hanno successivamente avuto.

Per queste ragioni il pubblico ministero Francesco Scavo ha accusato Valentino T. di lesioni gravissime, volontarie e permanenti ed il giudice per le indagini preliminari Alessandro Arturi ha disposto l’incarcerazione del trentenne, avvenuta il 24 novembre scorso.



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