venerdì 1 luglio 2016

IL CELLULARE A SCUOLA



I vantaggi del telefonino sono naturalmente quelli di poter telefonare o mandare messaggi ad una persona vicina o lontana favorendo la comunicazione; navigare sulla rete per cercare informazioni o approfondire conoscenze (questo però può comportare costi aggiuntivi); scaricare applicazioni (o app) che servono per svariati tipi di attività/interessi, come ad esempio app di ricette di cucina oppure per lo shopping online di capi d'abbigliamento e cose varie o anche più semplicemente applicazioni del meteo, dizionari o per scaricare e leggere email anche lontano dal PC (fondamentale strumento di lavoro per alcuni professionisti).
Grazie a queste app, il cellulare è come se fosse un computer in miniatura, con stesse funzionalità, ma più maneggevole e sempre a portata di mano.
Oltre alle app "utili" ci sono anche app di videogame, molto amate dai bambini, a volte anche fin troppo.
Secondo un'indagine del Movimento Difesa del Cittadino che ha sottoposto un questionario a 2.693 studenti tra gli 8 e i 15 anni, molti bambini ricevono il loro primo cellulare personale tra i 9 e i 10 anni (circa metà degli studenti).
I bambini, purtroppo, non hanno la cognizione del tempo che passano a giocare o a chattare col telefonino e spesso ne diventano "schiavi".
Il telefonino è altrettanto utilizzato dai ragazzi della fascia d’età dai 13 ai 25 anni, soprattutto per essere sempre attivi e presenti sui social network (i più utilizzati facebook e instagram) e per essere sempre in contatto con i propri amici per organizzare uscite, feste o semplicemente per parlare di qualsiasi argomento. Purtroppo però il cellulare, per un ragazzo di questa età, è oggetto di grande distrazione, perché è sufficiente che arrivi un messaggio, una notifica di un social, una chiamata, che il soggetto distolga l'attenzione dal compito che sta facendo e si concentri sul messaggio appena arrivato; questo comporta spesso un peggioramento dei voti scolastici.
Gli adulti usano più spesso il loro telefonino per il lavoro, ma, nella maggior parte dei casi, non sapendone sfruttare tutte le sue funzionalità. Molto spesso i giovani si trovano ad insegnare ai loro genitori, e più recentemente anche ai nonni, ad usare il proprio cellulare.
Le nuove generazioni si dimostrano quindi essere tecnologicamente più avanzate e facilitate nell’uso dei nuovi ritrovati tecnologici, è però evidente che sia necessario che i benefici e i limiti siano ben valutati e bilanciati per non correre il rischio di diventarne schiavi ma piuttosto degli intelligenti fruitori.
In conclusione il cellulare è sì un oggetto molto utile e comodo, ma va usato con parsimonia e cum grano salis.

Il divieto di portare e di usare i telefonini a scuola era previsto da una direttiva del ministero dell’Istruzione del 2007 ma presto.

Il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, sapendo bene che non tutti saranno d’accordo sulla novità in arrivo, annuncia che fra un po' sarà possibile. Sottolineando che si tratta di una scelta mirata, che porterà notevoli vantaggi sia da un punto di vista didattico che nella lotta al cyber-bullismo e nell’inclusione dei giovani con disabilità. In realtà, sottolinea Faraone, «la scelta fa parte di un disegno molto più ampio, il governo sta investendo in modo consistente per arrivare ad una digitalizzazione sempre più diffusa nelle scuole. Suona quasi una contraddizione vietare l’uso di qualsiasi dispositivo in classe, durante le lezioni».

Il Piano Nazionale prevede un investimento di oltre un miliardo di euro per portare la fibra e la banda ultra-larga fino all’ingresso di ogni scuola, il cablaggio degli spazi interni, le risorse per pagare il canone di connettività, un responsabile per il digitale per ogni istituto, formazione in servizio per tutto il personale, una strategia nazionale per l’apprendimento pratico e laboratori. Inoltre dal prossimo anno quasi 8 scuole su 10 avranno una connessione Wifi grazie ai finanziamenti europei Pin di cui hanno fatto richiesta.

Di fronte alla mole di investimenti del governo, il divieto di uso dei cellulari durante le attività didattiche previsto dalla direttiva del Miur del 2007 rappresenta non solo un controsenso ma anche una limitazione secondo Faraone.«Basta con il luddismo. «Stiamo costruendo la scuola del futuro che non potrà non avere anche smartphone e tablet in classe», spiega.



Saranno proprio i telefonini dei ragazzi i protagonisti di questa rivoluzione che dovrebbe gradualmente sostituire i libri e altri materiali didattici tradizionali. «Immagino un uso virtuoso di smartphone e tablet da parte degli studenti nella lettura dei testi in classe o per svolgere i compiti a casa. E per i prof significa arricchire moltissimo le possibilità della didattica oggi limitate. Vorrei un uso orizzontale dei dispositivi, spalmato su tutte le materie con la collaborazione dei docenti».

In realtà rimuovere il divieto di usare i cellulari in classe può avere anche altri aspetti positivi, avverte Faraone. «Per tutti i giovani con disabilità sarebbe il modo più immediato per eliminare alcune barriere e migliorare le loro capacità di apprendimento. Me ne sono reso conto io stesso con mia figlia Sara, autistica. I soggetti autistici non amano il telefono, per la loro particolare sensibilità uditiva: da quando mia figlia ha imparato a usare whatsapp mi è molto più facile comunicare con lei. Lo stesso accadrebbe in classe se potesse avere un telefonino a disposizione. E accadrebbe a tutti quelli che hanno difficoltà di apprendimento». E poi c’è la lotta alle numerose forme di aggressione e prepotenze che avvengono attraverso i social e le chat: «Per proteggere ragazze e ragazzi dal cyber-bullismo abbiamo due possibilità: si può avere un atteggiamento luddista e vietare in modo assoluto l’uso dei cellulari nelle scuole, oppure autorizzarli ma con professori in grado di insegnarne un uso consapevole».

Via libera ai telefonini, insomma, assicura il sottosegretario all’Istruzione ma con due limiti: «L’uso deve essere regolamentato, non vogliamo creare il Far West. E ai docenti deve essere lasciata la massima autonomia nelle loro scelte didattiche, vogliamo solo che gli insegnanti che vorrebbero utilizzarlo possano essere liberi al contrario di quello che accade oggi».

Bandire il cellulare dalle aule ha un effetto che un centro di ricerca inglese ha misurato: vale quanto una settimana in più di lezione. Lo sostengono Louis-Philippe Beland and Richard Murphy, in un lavoro pubblicato dal «centro per le performance economiche» della London School of Economics, di cui dà conto il Guardian. Lo studio conclude che «nelle scuole in cui il telefonino è bandito, i voti sono più alti». Un fenomeno ancora più marcato per gli studenti più poveri o con voti più bassi.
Una settimana in più
I ricercatori hanno esaminato le performance di 91 scuole superiori di quattro città inglesi, confrontando i registri degli esami e le politiche sui cellulari tra il 2001 e il 2013. In generale i voti nelle classi in cui smartphone e gadget digitali erano banditi, i punteggi dei test miglioravano del 6,41% in media: un valore equivalente a «un aumento della probabilità di passare gli esami finali del 2%», scrivono gli autori. «È lo stesso effetto - spiega uno di loro, Richard Murphy - che si avrebbe con un’ora in più a settimana, o aggiungendo una settimana in più all’anno scolastico».

Per gli studenti con voti più bassi, scrivono gli autori, l’aumento dei punteggi e della probabilità di successo agli esami è doppio rispetto alla media, ed è ancora maggiore per gli studenti con bisogni educativi speciali e per quelli più poveri, mentre tende ad annullarsi per i più bravi.

Tecnologie che «fanno tante cose diverse», sostengono i ricercatori, hanno un effetto negativo sulla produttività degli studenti. Il multitasking distrae. Non avere lo schermo costantemente sott’occhio, la possibilità di giocherellare sotto il banco, o anche solo la vibrazione del messaggio in arrivo, consent e di concentrarsi di più, con benefici immediati sui risultati.

La ricerca non arriva a sostenere che i cellulari siano dannosi. E non nega che, se correttamente utilizzati, possano essere un efficace aiuto per lo studio. Ma in Paesi come la Gran Bretagna, dove oltre il 90 per cento degli adolescenti possiede uno smartphone, il dibattito si è fatto acceso e sono sempre più numerosi i dirigenti scolastici che obbligano i ragazzi a consegnare il telefonino, a inizio giornata o durante le verifiche. In Italia? La regola c’è: l’uso del cellulare a scuola è vietato. Lo ha disposto il ministro dell’Istruzione con una direttiva (15 marzo 2007), che impegna tutte le scuole a regolamentarne l’uso, con esplicito divieto durante le lezioni. Ma norme e regole possono essere di difficile applicazione. Anche i prof, d’altronde, spesso «dimenticano» di spegnere il cellulare in classe: il divieto (e da ben prima, scritto in una circolare del ‘98), vale anche per loro.

Ma adesso che, nonostante i divieti, l’uso improprio del telefonino nelle aule è diventato consuetudine, come fare marcia indietro? «Difficile, fa ormai parte della vita emotiva e affettiva dei ragazzi - dice Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, che con gli studenti ha un canale di ascolto privilegiato -. Ha sostituito il vecchio bigliettino che usavamo noi adulti per comunicare in classe». È importate, dice, «scendere a patti con i ragazzi, stabilire le finestre in cui possono usarlo e i momenti in cui assolutamente no. Se non stanno alle regole va bene tutto: la nota sul registro, il sequestro». E poi non nascondiamoci dietro a un dito: siamo noi genitori che abbiamo aderito al fatto che i ragazzi portino il cellulare in classe, fin dalle elementari, per poter parlare con loro quando vogliamo. Ma quando sono a scuola, la responsabilità passa ad altri e se voglio parlare con mio figlio mi rivolgo a chi in quel momento lo ha nel suo controllo». «C’è stata confusione - continua lo psicologo - tra l’uso del mondo Internet per essere maggiormente informati e l’attaccarsi al web per “staccarsi dalle lezioni”.
Lasciamo fare, magari per una forma reverenziale nei confronti dei giovani che sanno usare le tecnologie meglio di noi. E loro crescono senza neppure essere consapevoli che è maleducazione». La conseguenza, certo, è che distraibilità e mancata partecipazione sono sempre in agguato. «I ricercatori hanno fatto il conto in una settimana di scuola “persa”? Hanno stimato al ribasso - dice - il tempo buttato è sicuramente molto di più».





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