sabato 9 luglio 2016

LE CACCOLE DEL NASO



Il muco prodotto dalla mucosa nasale, che è composto di proteine glicosilate e di sali disciolti in acqua e che negli individui sani ha lo scopo di liberare tale via respiratoria dagli agenti estranei, viene trasportato verso le narici dalle ciglia. A causa dell'aerazione del condotto, nonché in riferimento all'umidità dell'ambiente, il muco perde gran parte dell'acqua di cui è costituito e di conseguenza si formano le note crosticine friabili e/o filamentose.

La transizione da muco a caccola ha un confine incerto. Simile è il discorso per le caccole degli occhi e delle orecchie: vi è sempre un muco che poi rapprende lasciando infine la caccola. A volte si possono conglomerare con polveri di vario tipo presenti nell'aria respirata; è infatti questa la funzione precipua del muco: liberare dagli inquinanti le cavità nasali.

La caccola è il muco nasale, più o meno disidratato, che fuoriesce dalle narici. Secreto dalle ghiandole mucipare, presenti nelle cavità del naso, il muco è composto principalmente da mucina (una proteina) e acqua, ma può contenere enzimi antisettici (come il lisozima, che danneggia le cellule batteriche), anticorpi e lipidi.
La funzione principale del muco, oltre a tenere umida la cavità nasale, è proteggerla dalla polvere e dai batteri che potrebbero entrarvi. Essendo molto viscoso intrappola infatti gli agenti esterni evitando che vengano inalati. Normalmente il muco finisce in gola e nello stomaco, ma se si secca nel naso...

Chi più chi meno, tutti quanti da piccoli (e molti ancora da adulti) abbiamo passato del tempo a fare le “pulizie” interne del naso.
A questo gesto istintivo, spesso, si aggiungeva l’abitudine di assaggiare quanto estratto con sì tanta dovizia: in pratica ci si mangiava le caccole. E, chi ha figli, sa quanto questo comportamento sia diffuso.

Ma, proprio perché diffusa – e a quanto pare istintiva – questa pratica ha un suo perché: secondo gli scienziati canadesi dell’Università di Saskatchewan è un modo per rafforzare il sistema immunitario che il nostro organismo sfrutta per garantirsi una maggiore salute.
Il biochimico professor Scott Napper e colleghi, hanno infatti ipotizzato che questa “compulsione”, tipica di molti bambini, è un modo con cui la Natura spinge gli esseri umani ad adottare un certo comportamento, perché va in qualche modo a nostro naturale vantaggio.



La mucosa nasale, spiegano gli scienziati, intrappola germi, batteri e anche virus impedendo a essi di arrivare ai polmoni. Diviene così possibile che se mangiamo quanto prodotto dalla mucosa, l’esposizione a questi germi potrebbe effettivamente aiutare a creare l’immunità.
Questa pratica «potrebbe insegnare al vostro sistema immunitario a cosa è più probabile si possa essere esposti, per cui questo potrebbe servire quasi come una vaccinazione naturale, se vogliamo», ha spiegato il prof. Napper all’emittente CTV Saskatoon.

Cibarsi delle proprie produzioni nasali potrebbe dunque essere meglio che non soffiarle via nei fazzoletti. E’ possibile, ha infatti sottolineato Napper, che soffiando il naso nei fazzoletti potremmo defraudare i nostri corpi della possibilità di sviluppare anticorpi preziosi.
Sebbene l’idea condivisa da Napper e colleghi sia ancora molto preliminare, ha comunque ottenuto molta attenzione da parte degli scienziati.

Gli scienziati dicono che il 96,5% delle persone si mette le dita nel naso, in media 4 volte al giorno (alcune statistiche affermano che sia il 98% della popolazione mondiale). Si tratta di una pratica di normale igiene che diventa patologica quando la sua frequenza aumenta ossessivamente. Il 7,6% della popolazione supera infatti i 20 interventi di "pulizia manuale": questa malattia ha un nome, rinotillexomania. Si tratta di una patologia compulsiva e autolesionistica risolvibile con l’aiuto di un bravo psicoterapeuta.

Ma perché ci mettiamo le dita nel naso? Una ricerca realizzata dall’Istituto nazionale di igiene mentale e neuroscienze di Bangalore, in India, ha chiarito che la maggior parte di noi lo fa per pulirlo ed eliminare il prurito. Per un 12% del campione, però, è solo puro piacere: è un antistress, un po’ come grattarsi altre parti del corpo. In più, è un atto liberatorio, perché sfida un tabù sociale.


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