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giovedì 5 gennaio 2017

SIRENE E CANI



L’ululato è una vocalizzazione che ricorda all’essere umano il lupo che ulula alla luna e che, in un certo senso, mantiene il legame tra il cane e questo suo antenato selvaggio.

Succede spesso che i cani emettano questo suono quando sentono le sirene di un’ambulanza o il fischiare di un treno, ma in realtà gli stimoli che possono suscitare questa reazione possono essere anche altri, come la suoneria di un cellulare o il suono delle campane o di alcuni strumenti musicali. Analizzato nel suo significato profondo, l’ululato è un richiamo, il richiamo di un animale solo che sta cercando altri simili. Molto probabilmente, quindi, l’ululato emesso dal cane al passaggio di un’ambulanza a sirene spiegate deve essere interpretato come una sorta di risposta ad un segnale sonoro che esso interpreta come il richiamo di un suo simile, tenendo presente che l’animale percepisce un suono in uno spettro di frequenze molto più ampio di quando non faccia un essere umano, e può quindi trovare similitudini in rumori che al nostro orecchio sembrano molto diversi. Un’altra spiegazione a questo comportamento è che il fischio della sirena possa essere fastidioso per il cane, che quindi esprime ululando questo suo malessere fisico. Si tratta comunque di un segnale di disagio ed un padrone attento deve sempre cercare di risolverlo, soprattutto rassicurando il cane, ricordando che questo suono può essere emesso anche se l’animale si trova in un ambiente troppo piccolo o non salutare.

A volte un cane che ulula lo fa “ a catena” rispetto ad un altro suono che ha sentito e che non gli è piaciuto, anzi, gli ha dato fastidio. Potrebbe essere la suoneria di un telefono, il campanello di casa o il citofono. Anche dall’esterno suoni “cattivi” possono aver raggiunto il nostro cane che ulula, come il rumore di treni o elicotteri, le tante sirene che si sentono, per chi abita in città, dalla strada, per non parlare degli allarmi di appartamento o automobile, che in estate sembrano particolarmente accaniti sul nostro sonno, umano e canino.

Non per forza ad un altro cane, magari anche ad un essere umano, ma il cane che ulula spesso sta rispondendo ad un verso che ha individuato come primo ululato. Le sirene possono essergli sembrate un ululato, ma anche altri suoni in apparenza più distanti e che per questione di frequenze, destano il cane che ulula, anche se ultrasuoni.

E’ spesso questo il caso dei cani che rispondono con l’ululato ad una sirena che ascoltano in lontananza. Alcune sirene difatti possono avere frequenze di emissione simili all’ululato, e cani particolarmente sensibili e desiderosi di contatto sociale possono rispondere con una simile vocalizzazione, così come appunto i lupi fanno per riunire e consolidare il branco di un grande territorio. A volte il rispondere a stimoli sonori diversi come appunto sirene, campane, suonerie di cellulari potrebbe però avere un significato da ricercarsi nell’apprendimento che i cuccioli hanno avuto nei primi mesi di vita da parte del genitore che, a tali stimoli usa abbaiare o replicare con l’ululato.

Un cane che ulula quando cantiamo o suoniamo non è un atto di protesta per la scelta della melodia o per le eventuali stonature. Si tratta di un atto sociale, per il cane che ulula. Il significato in questo caso è quello più evidente: il cane che ulula intende cantare con noi. Unire le voci, per lui, è occasione di aggregazione, e avrebbe molto da insegnarci il cane che ulula, se avesse anche la parola, spiegando quanto è semplice ma intriso di significato questo gesto .

Un animale che sta senza nessuno con cui interagire per molto tempo, a volte anche per poco ulula. Può essere il desiderio di compagnia o di una specifica persona, un amante o una amante, o anche di una cosa. E lì si sfiora anche il capriccio: dipende che cosa è questo qualcosa. A volte è anche bisogno di compagnia per sentirsi protetto, come il lupo che ulula perchè non sente vicino il capobranco, il cane che ulula non sente vicino il padrone.



Se il cane è spesso chiuso in un ambiente troppo stretto, con poca aria, poca luce, o in un posto troppo caldo o troppo freddo, è un cane che ulula per questo motivo.

Quando un cane che ulula è perché è troppo rinchiuso è bene che ripensiamo al suo ambiente guardando che sia innanzitutto salubre, ben areato e pulito. Se teniamo il cane in un appartamento, cerchiamo di portalo spesso fuori, in spazi aperti: ha la necessità, comprensibile, di sfogare la sua energia e ulula per dirlo.

Secondo un’antica credenza popolare, un cane che ulula è il segnale inequivocabile di morte, come se l’animale avesse poteri particolari, da preveggente. Quando poi lo fa in modo insolito e improvviso, secondo molto antichi, ma anche per qualche moderno credulone, il cane che ulula “chiama” la morte, avvisa che il pericolo è alle porte, saluta l’anima che se ne sta andando e che solo lui vede.

Un’altra leggenda sul cane che ulula, se lo fa per tre giorni, è che l’animale stia avvisando che in famiglia sta per arrivare un lutto. Il cane che ulula nella smorfia napoletana, è il 62.



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martedì 16 febbraio 2016

DIPENDENZA SMARTPHONE



La nascita e lo sviluppo del mercato della telefonia mobile ha avviato profonde trasformazioni sociali, attribuendo nuove funzioni psicologiche al telefonino rispetto a quelle assolte dal telefono tradizionale.
La tendenza di questo moderno e trasportabile strumento di comunicazione telefonica a diventare nel giro di poco tempo alla portata di tutti, indipendentemente dall’età o dallo status socio-economico, insieme allo sviluppo di crescenti ed innumerevoli caratteristiche tecniche, implicano delle riflessioni relative alle principali funzioni sociali e psicologiche che il telefonino attualmente assolve.

Inizialmente, infatti, il cellulare era uno strumento essenziale, alla portata di pochi, il cui possesso assolveva alla funzione di rendere costantemente rintracciabili in tempo reale un numero privilegiato di utenti “socialmente impegnati ed importanti”.

Ben presto il cellulare ha cominciato a rispondere e ad alimentare il bisogno comune di essere vicini, superando i confini dello spazio e del tempo, trasformando profondamente le possibilità delle relazioni quotidiane, favorendo la possibilità di aumentare le occasioni di intimità e, talvolta, anche quelle di violazione della libertà e degli spazi personali.

Così, di pari passo alla moltiplicazione delle funzioni tecniche di un telefonino si sono trasformate anche le sue funzioni sociali e psicologiche: il cellulare oggi è uno strumento che accompagna ogni momento della giornata e che aiuta ad organizzare ed a gestire ogni momento della vita, dal lavoro (con le agende, le sveglie, le rubriche, l’orologio) ai momenti di svago (con i giochi, le fotocamere, le videocamere).

Conseguentemente all’evoluzione del mondo della telefonia mobile oggi, oltre alla generica e tradizionale funzione di comunicazione, il telefonino rappresenta uno strumento che riveste almeno tre importanti funzioni psicologiche relative sia alla sfera individuale, che a quella relazionale.

Una delle principali funzioni psicologiche del cellulare è quella di regolare la distanza nella comunicazione e nelle relazioni. Attraverso il telefonino, infatti, ci si può avvicinare o allontanare dagli altri: ci si può proteggere dai rischi dell’impatto emotivo diretto, trovando una risposta alle proprie insicurezze relazionali, alla paura del rifiuto ed ai sentimenti di insicurezza; ma ci si può altresì mantenere vicini e presenti costantemente alle persone a cui si è legati affettivamente, gestendo l’ansia da separazione e la distanza, costruendo un “ponte telefonico” che attraversa infiniti spazi in pochissimo tempo.
Gli adolescenti sono più spesso esempio dell’utilizzo del telefonino come strumento di difesa per affrontare le insicurezze nella comunicazione, sia nella fase di iniziale di conoscenza che in quelle di trasformazione e gestione delle relazioni.
I genitori invece, sempre più spesso sostenitori del precoce possesso del telefonino da parte dei bambini e ragazzi, trovano nel telefonino una risposta al proprio bisogno di restare costantemente presenti nella vita dei propri figli, adoperando il cellulare come ciò che è stato definito un “guinzaglio tematico”.

Un rischio della estremizzazione della telefonino-mediazione delle relazioni è che il cellulare, piuttosto che diventare uno strumento di sostegno per affrontare le difficoltà di confronto con gli altri, diventi uno strumento per gestire abitualmente le relazioni. In tal modo è possibile che la “comunicazione telefonica” diventi un sostituto della “comunicazione reale” , che lo strumento tecnico prenda il sopravvento e finisca per sostituirsi alla realtà, creando e alimentando una equazione “comunicazione telefonica = comunicazione reale”.

Un altro rischio intimamente connesso al precedente è la possibilità che il contatto-distacco finisca per far idealizzare il referente delle comunicazioni telefoniche o via sms , sulla base di meccanismi di proiezione di desideri che possono innescarsi facilmente su comunicazioni fatte di brevi conversazioni o di pochi caratteri.
È altrettanto possibile che con l’abuso di comunicazione via cellulare si finisca per vivere relazioni esclusivamente legate alla sfera mentale-emotiva , che alimentano una frammentazione e un disconoscimento del corpo come irrinunciabile mezzo di contatto nelle relazioni interpersonali.

Infine, esiste il rischio che la facilità a prendere le distanze, quanto quella ad avvicinarsi, acceleri eccessivamente alcuni processi di distacco emotivo che prima avevano tempi più “umani” rispetto a quelli tecnologici offerti dal telefono mobile, nel corso dei quali gli irrinunciabili scambi faccia-a-faccia potevano portare a riflessioni importanti, oggi talvolta impossibili.



Un’altra importante moderna funzione psicologica del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per gestire la solitudine e l’isolamento , assumendo quasi il ruolo di “antidepressivo o ansiolitico multimediale”, nei confronti del quale diviene ben presto facile diventare dipendenti. In questo senso il telefonino diventa il simbolo della “presenza dell’altro”, che è un’entità sempre a portata di mano. Da ciò nasce conseguentemente un estremo investimento affettivo del telefonino che può trasformarlo in una specie di oggetto-feticcio ed il suo possesso può essere ribaltato verso la dimensione dell’“essere posseduti”, in cui spegnere il cellulare diventa quasi come diventare trasparenti e incapaci di entrare in altro modo in relazione. In tal modo, gli altri e la realtà, mantenuti costantemente presenti, non sono conseguentemente mai vissuti come assenti; ciò genera una mancanza della possibilità di sperimentare la dimensione del lutto e la sua possibile elaborazione , una esperienza centrale per la differenziazione tra “mondo interno” e “mondo esterno” che, soprattutto fra i giovani, può rendere confusi e persino “fusi”, con possibili conseguenze negative sulla capacità di mentalizzazione e di interiorizzare l’altro attraverso la rappresentazione fantastica della realtà. Si rischia altresì di trovare con difficoltà una separazione tra “pubblico” e “privato”, tra “intimo” e “condiviso” , una distinzione che è invece un aspetto fondamentale per la costruzione della propria identità attraverso la possibilità di stabilire dei confini che sono la base delle capacità di entrare in contatto.
Una terza funzione ormai crescente del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per vivere e dominare la realtà , con le sue innumerevoli possibilità tecniche in grado di regalare l’idea di poter essere presente e capace di “fermare il tempo”, con una o più immagini, un’illusione di potere che può essere spinta fino alla sensazione estrema di onnipotenza.

I rischi dell’abuso di queste funzioni sono maggiori nei ragazzi, in quanto l’età evolutiva è il momento dell’apprendimento delle modalità di contatto sociale reale e delle capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni.
La comunicazione attraverso il telefonino, infatti, potrebbe finire per divenire l’unica capacità di mettersi in relazione e contemporaneamente la sua perpetua possibilità di contatto non stimola né la capacità di controllare il rinvio della soddisfazione dei bisogni che si concretizza nell’attesa, né la conseguente creatività che si sviluppa nell’attesa.
In tal modo, il pensiero lascia sempre più spazio all’azione, al prezzo dell’incapacità crescente di reggere la lontananza e il distacco, perdendo di vista che essi non sono esclusivamente pesi da alleviare, ma anche spazi che è possibile colmare coltivando quelle importanti dimensioni psicologiche rappresentate dalla fantasia e dalle immagini interiori.
Inoltre, l’abuso della possibilità di superare le barriere spazio-temporali sembra rendere sempre di più approssimativi, ossia incapaci di prendere decisioni e impegni precisi, in virtù della possibilità di rinviare le scelte e gli appuntamenti a momenti successivi di contatto.

Le importanti possibilità di risposta a bisogni psicologici da parte del telefonino sottolineano come l’uso del cellulare si può muovere lungo il continuum “elemento risorsa – fattore di rischio”, in modo simile a molti altri strumenti multimediali.

Il sistema dei messaggini telefonici ha trovato ben presto grande diffusione in relazione alle possibilità di conciliare un mezzo di comunicazione economico, scritto (e quindi conservabile) e indiretto quanto una lettera. Prima, infatti, chi non riusciva ad esprimere qualcosa verbalmente, poteva farlo attraverso una cartolina o con una lettera.
Oggi ciò è possibile attraverso una e-mail o, più velocemente e più alla portata di tutti, attraverso un sms.
Ben presto la necessità di esprimere tanto attraverso uno short message ha portato allo sviluppo di un linguaggio sintetico, fatto di abbreviazioni e codici che è indubbiamente più diffuso tra i giovani e che rappresenta il vero rischio della dipendenza da sms, soprattutto in età evolutiva. Il linguaggio sintetico infatti rischia di prendere il sopravvento tra le funzioni cognitive ed emotive in via di sviluppo, predisponendo alla strutturazione di una forma di pensiero eccessivamente sintetico.

Nomofobia, è un termine, introdotto recentemente per indicare la condizione di forte ansia e di paura sconsiderata di rimanere senza connessione, senza telefoni cellulari e più in generale, la preoccupazione costante di non potere accedere, da un momento all’altro, alla rete e dunque, di non essere più in contatto con gli altri e col mondo.

Dietro questa “paura moderna”, si nasconde, talvolta, la paura di rimanere soli o ancora, si può presentare un’eccessiva forma di “attaccamento” alle nuove tecnologie, che spesso può sfociare in un vera e propria forma di dipendenza dalle nuove tecnologie.

Il primo rischio concerne lo sviluppo di un “attaccamento” morboso nei confronti del cellulare, alcune persone non riescono a separarsi dal proprio telefonino neanche per pochi minuti poiché tale condizione li proietta in uno stato di ansia, irrequietezza ed insicurezza. Questo tipo di persone, a rischio dipendenza o già dipendenti, sfidano norme e buon senso pur di non separarsi dal proprio cellulare neanche in luoghi dove l’uso ne è proibito o sconsigliato (ospedali, aerei, ristoranti, cinema, teatri ecc.); tipicamente le persone a rischio possiedono più apparecchi o li cambiano in continuazione, passano un eccessiva quantità di tempo al telefono o ne utilizzano i servizi (specie sms) in modo spropositato.

Sul piano più strettamente psicologico, la persona dipendente da cellulare  si caratterizza per alcune peculiarità come preferire la comunicazione telefonica all’interazione dal “vivo”, uso compulsivo del mezzo, tendenza ad utilizzare il cellulare come strumento consolatorio (una specie di ansiolitico che permette di rassicurarsi dinnanzi ad eventi percepiti come minacciosi), scarsa tolleranza per le separazioni, scarsa capacità di sopportare la solitudine e l’incertezza, bisogno di controllare gli altri significativi attraverso frequenti chiamate, scarsa spontaneità, tendenza a preferire le relazioni virtuali alle relazioni concrete. In conclusione si può ipotizzare che l’uso eccessivo del cellulare e di altri strumenti di comunicazione tecnologica possono avere l’effetto di “disabituarci” a tollerare le separazioni, la solitudine e l’incertezza che la vita normalmente comporta e questa disabituazione produce il ricorso, in una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta, al cellulare per lenire questi stati di sofferenza.




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mercoledì 10 febbraio 2016

USCIRE DALL'ALCOLISMO



Un milione e mezzo di italiani che, secondo un’indagine dell’Eurispes abusa ogni giorno dell’alcol. In realtà, il numero s’innalza di molto se si considerano anche quanti si ubriacano «solo» più volte nello stesso mese: in tal caso si arriverebbe agli oltre tre milioni e mezzo di persone. Gente qualunque, con una famiglia, un lavoro spesso stressante e che si rifugia nella bottiglia per trovare la forza di superare i problemi di ogni giorno.
Fino a qualche decennio fa l’alcolista era soprattutto maschio e anziano. Oggi è esploso l’alcolismo giovanile e anche tra le donne è in aumento. Le donne cominciano a bere nel silenzio delle loro case, soprattutto per combattere la solitudine. I giovani, invece, iniziano a bere in compagnia, spesso già negli anni dell’adolescenza. Così hanno l’illusione che l’alcol li aiuti a superare la timidezza, li faccia diventare euforici e si convincono che possa semplificare loro la vita.
L’aumento dell’alcolismo giovanile è contraddetto da altri dati diffusi dall’Osservatorio permanente sui giovani, un organismo supportato anche dall’Assobirra, l’associazione nazionale dei produttori di birra, secondo i quali vi sarebbe una diminuzione dell’abuso di bevande alcoliche tra i giovani. Di altro avviso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che in un dossier diffuso a Stoccolma lo scorso febbraio denuncia che l’alcol è la principale causa di morte tra i ragazzi (maschi) europei. Sono infatti 55mila i giovani tra i 15 e i 29 anni che ogni anno muoiono per incidenti automobilistici, avvelenamento, suicidi o omicidi, legati all’abuso di sostanze alcoliche.

L’alcolismo lascia segni irreparabili nell’organismo e nella psiche. Però, nel 70 o 80 per cento dei casi, dall’alcolismo, non associato ad altre dipendenze, si può uscire: importante è chiedere aiuto non appena ci si rende conto del problema.
Gli esperti, i medici e gli operatori che lavorano con gli alcolisti concordano nell’affermare che il modo più efficace per uscirne è la terapia di gruppo e, se il gruppo da solo all’inizio non basta, il ricovero in una comunità.
La guarigione non è mai veloce. L’alcol non è solo un problema di assunzione, ma di stile di vita. Devono arrivare a comprendere che il concetto di salute non riguarda solo il fisico, ma anche il sistema di relazioni, la psiche, lo spirito. E che il benessere globale della persona è una conquista che si fa giorno per giorno. In ogni istante noi facciamo delle scelte che possono dare salute o mancanza di salute e i cui effetti si vedranno anche a distanza di tempo.

L’alcol è un problema sociale che va affrontato come tale, in sintonia con la famiglia e i servizi pubblici del territorio. All’origine del bere c’è un disagio: se non lo si cancella, la persona prima o poi ricomincerà a ubriacarsi. Per questo è importante modificare l’ambiente in cui l’alcolista vive: maggiore è il numero di persone attorno a lui che stanno bene, maggiore sarà il suo livello di benessere, minore il bisogno di bere.

Gli alcolisti tendono a nascondere a se stessi e agli altri il loro problema, almeno per il primo periodo. Ci sono però dei segnali dai quali i familiari possono intuire l’esistenza di un problema legato all’abuso di alcol.

I parenti e gli amici  sono sempre le prime persone che si accorgono che il loro familiare o amico ha sviluppato una dipendenza da alcol. E sono i primi che cercano di convincerlo a cambiare quel rapporto con l’alcol diventato ormai problematico. Ma la persona con dipendenza da alcol difficilmente all’inizio riesce a vedere il suo problema con la stessa chiarezza con cui lo vedono i familiari.

Per descrivere questa situazione si parla spesso dell’ elefante invisibile ovvero di un grosso problema il cui diretto interessato, in questo caso la persona che ha problemi con l’alcol, non riesce assolutamente a vedere ma che piano piano diventa visibile ai familiari e agli amici e diventa visibile in tutta la sua grandezza.

Ecco perché il ruolo del familiare o amico diventa fondamentale nel percorso di cura di una persona con problemi legati al consumo di alcol perché è proprio il familiare/amico che identifica in primis il problema e che aiuta la persona con problemi legati al consumo di alcol a “vedere l’elefante” e ad iniziare un trattamento.



L’Osservatorio Digitale Media For Health (Analisi web delle fonti e dei forum che trattano problemi di abuso di alcol, realizzato per Lundbeck, 2012) ha mostrato come il percorso del familiare/amico di una persona con alcoldipendenza è un percorso fatto di tappe molto sofferte che possono essere rappresentate dalla figura sottostante.

Il familiare, sembra accorgersi o rilevare una situazione anomala nella relazione dopo molti anni o comunque non intercetta immediatamente il problema del proprio caro con l’alcol. Spesso perché il comportamento deviante viene messo in essere non continuamente ma in maniera altalenante, concentrando il bere magari nei fine settimana.  Inizialmente il familiare considera le tanto agognate bevute tra amici come delle simpatiche ed inevitabili bisbocce, sottovalutandone il significato e la portata, poi con il tempo riesce ad inquadrare correttamente la situazione valutandola da un’altra prospettiva.

La mancata intercettazione del problema  dipende soprattutto dalla non consapevolezza della misura accettabile del bere, perché molto spesso il familiare ha  tollerato per tanto tempo che il proprio caro bevesse una bottiglia di vino intera  dopo una giornata stressante di lavoro, o si concedesse di alzare il gomito con gli amici, ritenendo normale “quell’aver diritto ad un po’ di rilassamento” dopo una giornata stressante e faticosa.

Il problema, viene percepito dal familiare quando avverte la privazione affettiva-relazionale a cui lo confina il partner alcolizzato, quando cioè si accorge di trascorrere, seppur sotto lo stesso tetto, molto tempo non in compagnia ma in solitudine e si  sente privato di gioia, partecipazione ed interesse alla vita familiare, supporto e calore umano nella vita affettiva.

Ma sono soprattutto l’aggressività e la violenza a indurre il familiare a una più veloce riflessione sulla sua condizione, soprattutto laddove le scene di violenza verbale, psicologica e fisica abbiamo come spettatori i figli. Le madri, preoccupate che i figli crescendo imitino le gesta dei padri, decidono di andarsene o di far allontanare il padre.

La capacità di rendersi conto di essere stati privati di relazione affettiva e di stare male a causa del comportamento messo in essere dal proprio caro, varia da persona a persona e dipende dagli strumenti culturali a disposizione del familiare,  dall’informazione a cui ha accesso, dalla capacità di leggere con lucidità anche eventi spia – come il ritiro della patente, il fermo, saper riconoscere un  maltrattamento verbale, psicologico,  materiale – e di saperli giudicare correttamente, non come singoli eventi a sé stanti, ma come incipit probabili di involuzione della relazione.  Molti familiari raccontano di aver sopportato ingiurie e maltrattamenti per anni, sperando in un miracoloso ed improvviso rinsavimento dell’alcolista che “prima o poi” avrebbe smesso di bere per salvare la relazione di coppia, la famiglia, arrivando quasi a giustificare il comportamento molesto dell’alcolista, senza considerare che così facendo, hanno volontariamente abdicato alla propria dignità.

Una volta divenuto consapevole dell’esistenza del problema, il familiare prova a risolverlo da solo, adottando comportamenti, strategie e utilizzando parole che appartengono al suo bagaglio culturale e di conoscenze. Molto spesso questi suoi strumenti non sono efficaci e rischiano di rivelarsi non costruttivi.

Quando le sue strategie si rivelano inutili o inefficaci, molto spesso cade in depressione perché sente di non essere così importante per l’altro da determinare un cambiamento nello stile di vita. Il familiare si sente poco considerato, avverte di non esercitare nessuna influenza, rimane inascoltato, non utile nella vita della persona amata. Ma l’aspetto più grave di questo stato emotivo è rappresentato dal fatto che il familiare, esaurite le sue risorse interne, non pensi di ricorrere alle risorse esterne e di chiedere aiuto perché crede che nessuno possa fare altro per aiutare il proprio caro, avendo il familiare esperito qualsiasi tentativo di convincimento e soprattutto perché conosce la persona da tanto tempo e quindi crede di  capirla meglio di chiunque altro.

Spesso capita poi che il familiare sia reticente a chiedere aiuto perché prova vergogna ed imbarazzo per la propria condizione e quella della sua famiglia. Uscendo allo scoperto pensa di comprometterne la reputazione.

Molto spesso, l’alcolista è una persona che fa abuso anche di droghe e la comorbidità di due dipendenze disorienta maggiormente il caregiver e rende ancora  più difficile il suo tentativo di soccorso.

Quando il familiare realizza di non poter far fronte a queste difficoltà da solo, e in lui è ancora molto forte il desiderio di salvare la relazione seppur deteriorata,  compie il primo passo cercando di spingere e stimolare il proprio caro a recarsi o a rivolgersi a centri specifici di alcologia o recupero di alcolisti.

La maggior parte dei familiari afferma che l’alcolista non ammette di avere un problema con l’alcol e pensa di poter convivere con il suo problema. Sembra non volerlo riconoscere e avverte vergogna ed imbarazzo, sentimenti misti a rabbia e frustrazione. Questo accade quando il familiare prova a introdurre l’argomento, a farlo riflettere sul suo comportamento, sulla piega impressa dall’alcol alla sua vita e quando tenta di convincerlo a recarsi  in un centro.

Di fronte ai rifiuti espressi dal proprio caro di recarsi in un centro alcologia, è il familiare che ci si reca per stabilire un contatto, avere prime informazioni, essere formato su quale comportamento adottare, prendere conoscenza con il mondo della dipendenza e le sue problematicità.

Il familiare, dotato di nuovi strumenti, cerca di convincere l’alcolista ad andare in un centro apposito per il recupero.



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giovedì 24 dicembre 2015

DEPRESSIONE DI NATALE



La mamma isterica che scalpita da giorni in cucina tra tacchino arrosto e lasagne. L'odiata cena natalizia coi colleghi che incombe minacciosa. E quell'interminabile lista di regali che, già sapete, finirete a comprare la mattina della vigilia. Voi il 25 dicembre lo cancellereste dal calendario.
Stizzosi misantropi, come vi tacciano di essere in famiglia? No, vittime di quella che gli specialisti chiamano depressione di Natale. Un disturbo dell'umore che fa capolino a dicembre, quando si comincia a venire assorbiti dai preparativi per le feste, e che diventa insidioso tra Natale e Capodanno.

Succede a tanti, senza preferenze di sesso e di età, anche a chi di natura ha un carattere allegro e poco incline a farsi prendere da malumori. «Per il cosiddetto Christmas effect gli psicoterapeuti assistono a un aumento di circa il 20% delle richieste di aiuto», spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di psichiatria dell'Azienda ospedaliera Fatebenefratelli-Oftalmico di Milano. Dai sintomi non si scappa: mal di testa, mancanza di appetito, sensi di colpa (perché non vi ritenete all'altezza di preparare un pranzo regale o di fare il regalo giusto), diminuzione della capacità di divertirsi, difficoltà di godere dell'affetto di chi si ha vicino, stanchezza perenne ma difficoltà a riposare.

Spesso è colpa del carico di obblighi, doveri e impegni cui si è tenuti: essere sempre presenti e sorridenti comporta un notevole stress.
Anche il cambiamento della routine, tra corse nei negozi in pausa pranzo e cene senza fine, può essere determinante, così come il pensiero che si sta spendendo troppo rispetto ai calcoli fatti a inizio del mese. E in questi tempi di crisi...

Altro problema è quando ci si rende conto che il calendario sta per segnare la fine dell'anno: si affacciano rimorsi e rimpianti per le aspettative non realizzate, in campo affettivo come in quello lavorativo.

E poi c' è la bestia nera: il parentame. «È normale avvertire una certa insofferenza quando si è costretti a passare ore a tavola con un nugolo di persone che per il resto dell'anno magari dimenticate di conoscere, è poco piacevole se questo stato d'animo vi rende insopportabili agli occhi di tutti e rischiate di passare per il bambino capriccioso bisognoso di attenzioni», spiega Mencacci.

Se si facesse una piccola statistica degli argomenti che i pazienti portano in psicoterapia le settimane che precedono le feste di natale risalterebbe in modo significativo la prevalenza di una miscellanea di emozioni che spaziano dalla depressione all’ansia. Sentimenti di malinconia, sensazione di abbandono e di solitudine, ansia, panico, disagio sociale, senso di inadeguatezza sono i principali vissuti che talune persone possono provare in previsione di e durante questo periodo. Chi vive stati d’animo depressivi e ansiosi non sempre ne riconosce il motivo e, spesso, non se ne capacita poiché, come vuole la logica, ci si aspetterebbe un adeguamento automatico all’atmosfera spensierata circostante. Non riconoscendone la motivazione, si fatica anche ad ammettere a sé stessi che possa esserci una correlazione tra il proprio disagio e la festività.

E’ così strano provare sentimenti negativi di fronte ad un evento gioioso, perché succede?

Nella cultura occidentale, il natale assume il significato della festa della famiglia poiché, secondo tradizione, ci si riunisce insieme ai propri congiunti ritrovando e fortificando il senso di unione ed affetto. Per le persone che si trovano ad affrontare una situazione particolarmente difficile come coloro che hanno subito una perdita dei legami familiari, per gli emarginati, per chi vive una separazione matrimoniale e chi una lontananza fisica o affettiva, oppure ancora per coloro che si trovano nella situazione di famiglia allargata in cui, talvolta, viene a mancare il senso di intimità e di raccoglimento, il vissuto di solitudine può rendere maggiormente evidente una condizione di disagio psichico.



Se di base è già presente una lieve depressione dovuta ad una particolare situazione che si sta vivendo, questa potrebbe diventare più acuta proprio nel momento in cui ci si trova a contatto con il natale, ricorrenza che ci viene trasmessa come la festa in cui devono obbligatoriamente trionfare la famiglia, gli affetti e l’unione.

Ciò ci fa rendere conto di quanto noi tendiamo a subire i significati proposti dalla cultura in cui siamo inseriti senza poterci permettere una nostra personale elaborazione.
Non è obbligatorio esibire o manifestare felicità e "spirito natalizio" se non ci sentiamo psicologicamente in linea con il contesto: evitare di dover fingere risulta un elemento stressante in meno e ci consente di prenderci più momenti in cui mettere noi stessi al centro, non le aspettative di felicità degli altri. In questi momenti è possibile dedicarci a quel che più ci fa rilassare o che maggiormente ci dà piacere, anche se non si tratta di "attività natalizie".

Se ci si sente tristi, depressi, preoccupati, è bene parlarne con qualcuno. Non ci stiamo riferendo specificatamente ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta: parlare con una persona cara o più amici, permette di sentirci innanzitutto meno soli e poi è più facile che dal confronto con altri emergano nuove prospettive e/o soluzioni.

Evitare l'inattività e "il vuoto": come spesso accade nelle vacanze estive, il problema delle feste natalizie è che più facilmente si rimane scoperti, senza qualcosa da fare o, per chi è in una situazione di solitudine, senza nessuno con cui passare il tempo. Diventa importante cercare di impegnarsi il tempo pensando già a che cosa poter fare durante i giorni in cui si sarà più da soli.

Evitare di sconvolgere troppo ritmi e abitudini: i cambi di orari e di alimentazione, molto comuni nelle feste, possono non aiutare la stabilità dell'umore e/o appesantire con mal di testa la fatica emotiva.

Rendere la crisi un'opportunità: vivere dei giorni molto tristi fa andare in crisi, ma la crisi può rappresentare anche l'occasione di una svolta, può essere un'opportunità. Forse si può riflettere su quali siano le cause del proprio dolore, come fare per affrontarlo e, se proprio se ne sente la necessità, è possibile ricorrere all'aiuto di uno psicologo o di uno psicoterapeuta per affrontarne le cause e poter vivere meglio non solo il prossimo Natale, ma la vita da qui in avanti.






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martedì 6 ottobre 2015

LA SOLITUDINE



« "la solitudine è qualcosa di più che un'esperienza diffusa. Sotto certi aspetti è un'esperienza necessaria, ineluttabilmente connessa alla condizione umana. È la nostra stessa individualità a imporci la solitudine; non è possibile sfuggirle se non a costo di perdere la nostra identità" »
È universalmente riconosciuta come la principale causa di depressione favorita da un'urbanizzazione mal gestita; non a caso le abitazioni di maggior valore sono allocate dentro o in prossimità ad aree di aggregazione sociale per il riconoscimento offerto alla dignità degli individui.

Maria Miceli (Sentirsi soli, 2003).

La solitudine è una condizione e un sentimento umano nella quale l'individuo si isola per scelta propria (se di indole solitaria), per vicende personali e accidentali di vita, o perché isolato o ostracizzato dagli altri esseri umani, generando un rapporto (non sempre) privilegiato con sé stesso. Animale sociale per definizione, l'uomo anche in condizione di solitudine è coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri. Quindi, più che alla socialità la solitudine si oppone alla socievolezza. Talvolta è il prodotto della timidezza e/o dell'apatia, talaltra di una scelta consapevole.

Un fatto è certo: la solitudine ci fa paura. L’epoca in cui viviamo, del resto, associa automaticamente la solitudine all’isolamento; non sorprende pertanto che stare soli abbia assunto un’accezione negativa, è diventato sinonimo di sconfitta e di incertezza. Ma nel profondo tutti sappiamo perfettamente che anche il partner, i figli, il lavoro, le cose che possediamo non sono stabili, ma che tutto è in divenire. Ad esempio, se confondi l’amore con l’attaccamento, quando qualcosa incomincia a non funzionare, vai in ansia e ti impaurisci perché temi di rimanere solo. Per molti stare soli rappresenta quindi soltanto una chiusura nei confronti del mondo: “Non desidero più nulla, non ho più progetti, mi rintano in un luogo che sia al riparo da tutto e da tutti”.

La maggior parte di noi fatica a cogliere la bellezza e la straordinaria forza della solitudine. “Essere solo” non significa che ci manca qualcosa, al contrario significa essere completo. Se hai la consapevolezza della pienezza che è in te, percepisci nel profondo uno stato di calma e di tranquillità che ti fa vivere bene. Una persona consapevole della propria solitudine sente il bisogno di creare dei veri legami con amici o con un partner, solo che non cerca in essi un appoggio, un rifugio o una consolazione. Solitudine non vuol dire “stare da solo con i propri pensieri”, perché sono proprio questi che devono essere eliminati per vivere nello stato contemplativo di cui ha bisogno il nostro cervello: stare soli vuol dire farsi abbracciare dal silenzio, lasciarsi andare, fino ad approdare a quel vuoto che i Saggi chiamano “sostanza suprema dell’Essere”. Le strade per vivere bene la solitudine sono molte, e ognuno deve trovare la propria. È possibile ad esempio trovarla perdendosi in un’attività che si ama, nello sport o nel contatto con la natura: i pensieri sfumano, la mente diventa tutt’uno con le cose e tutto fluisce in modo perfetto.



Ognuno di noi ha bisogno di un luogo in cui potersi riposare, sottrarsi dai continui stimoli dell’ambiente e prendersi cura di sé. Stando soli con noi stessi, nel buio, siamo vicini a quella che Jung definisce “l’Ombra”, ovvero l’aspetto più nascosto e segreto del nostro essere. Più creiamo un rapporto positivo con questa profondità, più avvertiamo una sensazione di pienezza e di benessere psicologico che derivano dalla percezione che non siamo soli perché sostenuti dai contenuti del nostro mondo interiore.

Certamente l’Ombra può avere anche un aspetto meno positivo e minaccioso, quando ci si trova da soli ad affrontare le proprie paure, i propri fantasmi e le proprie frustrazioni, ma è essenziale per crescere e mettere in campo le nostre capacità nascoste.

Per molti una relazione amorosa è l’antidoto più potente alla solitudine. Poi accade qualcosa: un tradimento, un abbandono, una malattia… E nel dolore compare quella sensazione di essere davvero soli. Attenzione: l’altro non deve essere la stampella cui appoggiarci perché ciò significa tradire il significato profondo della vita di coppia, che è un’occasione irripetibile di esprimere se stessi! La cosa migliore da fare è sapersi ritagliare uno spazio tutto per noi, in cui continuare a vivere momenti d’autonomia. Chi non lo fa è destinato a soffrire. Solitudine, calma, silenzio: ecco gli ingredienti necessari per ritrovare la propria interiorità che spesso, nel rapporto di coppia, viene sacrificata.

Seneca affermava che “La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”, Pier Paolo Pasolini diceva “bisogna essere molto forti per amare la solitudine” e  Francesca Michielin canta “ Sei sola, sola, sola. Ti senti sola, sola sola.”. Tuttavia c’è differenza fra l’essere soli e il sentirsi soli. Come è diverso percepire la solitudine ed essere depressi. Se nella prima possiamo parlare di condizione umana in cui ci si isola o si è isolati dagli altri, la seconda invece costituisce una vera e propria psicopatologia da trattare con molta cura e con l’aiuto di professionisti quali psicologi e psichiatri.

Molte persone non hanno affetti con i quali condividere la vita, altri non si riconoscono nei valori degli altri e si isolano volontariamente. Bisogna però comprendere che la solitudine è nociva all’uomo nel momento in cui diventa eccessiva.
Fin da quando si è bambini ci viene insegnato a stare un po’ da soli ed è proprio lo stato della noia e dell’inattività che porta alla creatività ed alla fantasia nei piccoli.

Per quanto riguarda gli adulti invece è importante prendere in considerazione che stare da soli ogni tanto è piacevole, fa ragionare e ci porta a una maggiore riflessione e introspezione. La solitudine però è deleteria sia quando viene eccessivamente ricercata, sia quando diventa un’arma di difesa contro un mondo che fa paura.
Chi si sente solo ha idea di non interessare a nessuno, di non essere voluto, di non voler disturbare, ha paura a chiamare o anche solo mandare un messaggio. Sono persone che non chiedono aiuto e fanno fatica ad ammettere di avere un problema, la maggior parte delle volte affermano che la solitudine è una loro scelta e stanno bene, la verità è che mentono a se stessi. Un conto è prendersi del tempo per se stessi, un conto è essere sempre soli.




sabato 19 settembre 2015

AUTUNNO



Autunno. Già lo sentimmo venire

nel vento d'agosto,

nelle piogge di settembre

torrenziali e piangenti,

e un brivido percorse la terra

che ora, nuda e triste,

accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,

in quest'autunno che incede

con lentezza indicibile,

il miglior tempo della nostra vita

e lungamente ci dice addio.

L'autunno è una stagione che nel suo significato connotativo simboleggia il periodo della maturità che precede la vecchiaia. Cardarelli attraverso le belle immagini della poesia trasmette, oltre questo significato, quelli dello scorrere del tempo, del distacco da un tempo più lieto e del presentimento della morte (temi presenti ossessivamente nell'opera del poeta).

Leggendo questa bellissima poesia di Vincenzo Cardarelli colpisce particolarmente come il poeta sia riuscito a trasmettere le sue emozioni, la sua malinconia e la sua piena consapevolezza del tempo che scorre veloce ed inesorabile. Egli traduce in note musicali le sensazioni suscitate nel suo animo dal trapasso dall'estate all'autunno. Non sono presenti rime, si tratta di una lirica breve composta da versi liberi, sottolineata dall'uso accorto delle pause segnate dall'interpunzione ma anche dal respiro proprio alla lettura (ultime due righe), ai quali si contrappone una poesia più elaborata, maggiormente “orchestrata”, e ricca di paragoni e riferimenti alla vita del poeta.

È chiaro che Cardarelli, con questa poesia, abbia voluto esprimere i cambiamenti della natura con l'allontanarsi dell'estate, ma soprattutto ci presenta, non senza una certa tristezza, i cambiamenti del suo corpo e della sua anima. L'autunno è una stagione che simboleggia il periodo della maturità che precede la vecchiaia. Cardarelli attraverso le belle immagini della poesia trasmette, oltre questo significato, quelli dello scorrere del tempo, del distacco da un tempo più lieto e del presentimento della morte. Non si può certo dire che a serenità sia presente nei pensieri del poeta, anzi, si avverte anche una certa ansia nei primi versi della poesia, egli probabilmente già da tempo rimugina su questi pensieri, e ora che l'Autunno della sua vita è giunto, si trova ad affrontarlo solo e desolato, come la nuda terra. Penso che sia proprio la solitudine sia il tema ossessivo di tutta la poesia.




Tra i versi, non esiste nemmeno un ombra di speranza o consolazione, il poeta già da tempo teme l'avvicinarsi dell'inverno, nel travagliato periodo estivo ha osservato i primi cambiamenti del tempo ma probabilmente li ha ignorati. Non ci sono segni di ricordi ai bei tempi passati, o ad una lieta gioventù, anzi, la sensazione che si prova leggendo le ultime righe è quasi di rimorso da parte del poeta. Egli sente di non aver vissuto a pieno la sua gioventù e ora sente di non poter far nulla per poter riscattare il tempo perso, così prende il sopravvento la sua rassegnazione, attenderà l'arrivo della morte.

L'autunno astronomico nell'emisfero boreale, nell'anno bisestile (cioè quando l'anno solare viene riallineato con l'anno siderale), ha inizio il giorno dell'equinozio d'autunno, il 23 settembre e termina il 21 dicembre. Avvicinandosi a questo periodo la parte illuminata e le ore di luce diminuiscono. Il 23 settembre (in base al giorno dell'equinozio d'autunno) i raggi del sole sono perpendicolari all'equatore e il circolo d'illuminazione passa per i poli. La sua durata è di 89 giorni e 18 ore circa nell'emisfero nord, mentre è di 92 giorni e 21 ore circa nell'emisfero sud dal momento che qui esso inizia il 21 marzo e termina il 21 giugno.

Meteorologicamente invece si considerano estate e inverno i periodi di tre mesi rispettivamente più caldi e più freddi: in tal modo primavera e autunno sono definiti come i periodi intermedi. In tal senso l'inizio dell'autunno meteorologico varierà da paese a paese principalmente in base alla latitudine.




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