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mercoledì 10 febbraio 2016

USCIRE DALL'ALCOLISMO



Un milione e mezzo di italiani che, secondo un’indagine dell’Eurispes abusa ogni giorno dell’alcol. In realtà, il numero s’innalza di molto se si considerano anche quanti si ubriacano «solo» più volte nello stesso mese: in tal caso si arriverebbe agli oltre tre milioni e mezzo di persone. Gente qualunque, con una famiglia, un lavoro spesso stressante e che si rifugia nella bottiglia per trovare la forza di superare i problemi di ogni giorno.
Fino a qualche decennio fa l’alcolista era soprattutto maschio e anziano. Oggi è esploso l’alcolismo giovanile e anche tra le donne è in aumento. Le donne cominciano a bere nel silenzio delle loro case, soprattutto per combattere la solitudine. I giovani, invece, iniziano a bere in compagnia, spesso già negli anni dell’adolescenza. Così hanno l’illusione che l’alcol li aiuti a superare la timidezza, li faccia diventare euforici e si convincono che possa semplificare loro la vita.
L’aumento dell’alcolismo giovanile è contraddetto da altri dati diffusi dall’Osservatorio permanente sui giovani, un organismo supportato anche dall’Assobirra, l’associazione nazionale dei produttori di birra, secondo i quali vi sarebbe una diminuzione dell’abuso di bevande alcoliche tra i giovani. Di altro avviso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che in un dossier diffuso a Stoccolma lo scorso febbraio denuncia che l’alcol è la principale causa di morte tra i ragazzi (maschi) europei. Sono infatti 55mila i giovani tra i 15 e i 29 anni che ogni anno muoiono per incidenti automobilistici, avvelenamento, suicidi o omicidi, legati all’abuso di sostanze alcoliche.

L’alcolismo lascia segni irreparabili nell’organismo e nella psiche. Però, nel 70 o 80 per cento dei casi, dall’alcolismo, non associato ad altre dipendenze, si può uscire: importante è chiedere aiuto non appena ci si rende conto del problema.
Gli esperti, i medici e gli operatori che lavorano con gli alcolisti concordano nell’affermare che il modo più efficace per uscirne è la terapia di gruppo e, se il gruppo da solo all’inizio non basta, il ricovero in una comunità.
La guarigione non è mai veloce. L’alcol non è solo un problema di assunzione, ma di stile di vita. Devono arrivare a comprendere che il concetto di salute non riguarda solo il fisico, ma anche il sistema di relazioni, la psiche, lo spirito. E che il benessere globale della persona è una conquista che si fa giorno per giorno. In ogni istante noi facciamo delle scelte che possono dare salute o mancanza di salute e i cui effetti si vedranno anche a distanza di tempo.

L’alcol è un problema sociale che va affrontato come tale, in sintonia con la famiglia e i servizi pubblici del territorio. All’origine del bere c’è un disagio: se non lo si cancella, la persona prima o poi ricomincerà a ubriacarsi. Per questo è importante modificare l’ambiente in cui l’alcolista vive: maggiore è il numero di persone attorno a lui che stanno bene, maggiore sarà il suo livello di benessere, minore il bisogno di bere.

Gli alcolisti tendono a nascondere a se stessi e agli altri il loro problema, almeno per il primo periodo. Ci sono però dei segnali dai quali i familiari possono intuire l’esistenza di un problema legato all’abuso di alcol.

I parenti e gli amici  sono sempre le prime persone che si accorgono che il loro familiare o amico ha sviluppato una dipendenza da alcol. E sono i primi che cercano di convincerlo a cambiare quel rapporto con l’alcol diventato ormai problematico. Ma la persona con dipendenza da alcol difficilmente all’inizio riesce a vedere il suo problema con la stessa chiarezza con cui lo vedono i familiari.

Per descrivere questa situazione si parla spesso dell’ elefante invisibile ovvero di un grosso problema il cui diretto interessato, in questo caso la persona che ha problemi con l’alcol, non riesce assolutamente a vedere ma che piano piano diventa visibile ai familiari e agli amici e diventa visibile in tutta la sua grandezza.

Ecco perché il ruolo del familiare o amico diventa fondamentale nel percorso di cura di una persona con problemi legati al consumo di alcol perché è proprio il familiare/amico che identifica in primis il problema e che aiuta la persona con problemi legati al consumo di alcol a “vedere l’elefante” e ad iniziare un trattamento.



L’Osservatorio Digitale Media For Health (Analisi web delle fonti e dei forum che trattano problemi di abuso di alcol, realizzato per Lundbeck, 2012) ha mostrato come il percorso del familiare/amico di una persona con alcoldipendenza è un percorso fatto di tappe molto sofferte che possono essere rappresentate dalla figura sottostante.

Il familiare, sembra accorgersi o rilevare una situazione anomala nella relazione dopo molti anni o comunque non intercetta immediatamente il problema del proprio caro con l’alcol. Spesso perché il comportamento deviante viene messo in essere non continuamente ma in maniera altalenante, concentrando il bere magari nei fine settimana.  Inizialmente il familiare considera le tanto agognate bevute tra amici come delle simpatiche ed inevitabili bisbocce, sottovalutandone il significato e la portata, poi con il tempo riesce ad inquadrare correttamente la situazione valutandola da un’altra prospettiva.

La mancata intercettazione del problema  dipende soprattutto dalla non consapevolezza della misura accettabile del bere, perché molto spesso il familiare ha  tollerato per tanto tempo che il proprio caro bevesse una bottiglia di vino intera  dopo una giornata stressante di lavoro, o si concedesse di alzare il gomito con gli amici, ritenendo normale “quell’aver diritto ad un po’ di rilassamento” dopo una giornata stressante e faticosa.

Il problema, viene percepito dal familiare quando avverte la privazione affettiva-relazionale a cui lo confina il partner alcolizzato, quando cioè si accorge di trascorrere, seppur sotto lo stesso tetto, molto tempo non in compagnia ma in solitudine e si  sente privato di gioia, partecipazione ed interesse alla vita familiare, supporto e calore umano nella vita affettiva.

Ma sono soprattutto l’aggressività e la violenza a indurre il familiare a una più veloce riflessione sulla sua condizione, soprattutto laddove le scene di violenza verbale, psicologica e fisica abbiamo come spettatori i figli. Le madri, preoccupate che i figli crescendo imitino le gesta dei padri, decidono di andarsene o di far allontanare il padre.

La capacità di rendersi conto di essere stati privati di relazione affettiva e di stare male a causa del comportamento messo in essere dal proprio caro, varia da persona a persona e dipende dagli strumenti culturali a disposizione del familiare,  dall’informazione a cui ha accesso, dalla capacità di leggere con lucidità anche eventi spia – come il ritiro della patente, il fermo, saper riconoscere un  maltrattamento verbale, psicologico,  materiale – e di saperli giudicare correttamente, non come singoli eventi a sé stanti, ma come incipit probabili di involuzione della relazione.  Molti familiari raccontano di aver sopportato ingiurie e maltrattamenti per anni, sperando in un miracoloso ed improvviso rinsavimento dell’alcolista che “prima o poi” avrebbe smesso di bere per salvare la relazione di coppia, la famiglia, arrivando quasi a giustificare il comportamento molesto dell’alcolista, senza considerare che così facendo, hanno volontariamente abdicato alla propria dignità.

Una volta divenuto consapevole dell’esistenza del problema, il familiare prova a risolverlo da solo, adottando comportamenti, strategie e utilizzando parole che appartengono al suo bagaglio culturale e di conoscenze. Molto spesso questi suoi strumenti non sono efficaci e rischiano di rivelarsi non costruttivi.

Quando le sue strategie si rivelano inutili o inefficaci, molto spesso cade in depressione perché sente di non essere così importante per l’altro da determinare un cambiamento nello stile di vita. Il familiare si sente poco considerato, avverte di non esercitare nessuna influenza, rimane inascoltato, non utile nella vita della persona amata. Ma l’aspetto più grave di questo stato emotivo è rappresentato dal fatto che il familiare, esaurite le sue risorse interne, non pensi di ricorrere alle risorse esterne e di chiedere aiuto perché crede che nessuno possa fare altro per aiutare il proprio caro, avendo il familiare esperito qualsiasi tentativo di convincimento e soprattutto perché conosce la persona da tanto tempo e quindi crede di  capirla meglio di chiunque altro.

Spesso capita poi che il familiare sia reticente a chiedere aiuto perché prova vergogna ed imbarazzo per la propria condizione e quella della sua famiglia. Uscendo allo scoperto pensa di comprometterne la reputazione.

Molto spesso, l’alcolista è una persona che fa abuso anche di droghe e la comorbidità di due dipendenze disorienta maggiormente il caregiver e rende ancora  più difficile il suo tentativo di soccorso.

Quando il familiare realizza di non poter far fronte a queste difficoltà da solo, e in lui è ancora molto forte il desiderio di salvare la relazione seppur deteriorata,  compie il primo passo cercando di spingere e stimolare il proprio caro a recarsi o a rivolgersi a centri specifici di alcologia o recupero di alcolisti.

La maggior parte dei familiari afferma che l’alcolista non ammette di avere un problema con l’alcol e pensa di poter convivere con il suo problema. Sembra non volerlo riconoscere e avverte vergogna ed imbarazzo, sentimenti misti a rabbia e frustrazione. Questo accade quando il familiare prova a introdurre l’argomento, a farlo riflettere sul suo comportamento, sulla piega impressa dall’alcol alla sua vita e quando tenta di convincerlo a recarsi  in un centro.

Di fronte ai rifiuti espressi dal proprio caro di recarsi in un centro alcologia, è il familiare che ci si reca per stabilire un contatto, avere prime informazioni, essere formato su quale comportamento adottare, prendere conoscenza con il mondo della dipendenza e le sue problematicità.

Il familiare, dotato di nuovi strumenti, cerca di convincere l’alcolista ad andare in un centro apposito per il recupero.



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giovedì 24 dicembre 2015

DEPRESSIONE DI NATALE



La mamma isterica che scalpita da giorni in cucina tra tacchino arrosto e lasagne. L'odiata cena natalizia coi colleghi che incombe minacciosa. E quell'interminabile lista di regali che, già sapete, finirete a comprare la mattina della vigilia. Voi il 25 dicembre lo cancellereste dal calendario.
Stizzosi misantropi, come vi tacciano di essere in famiglia? No, vittime di quella che gli specialisti chiamano depressione di Natale. Un disturbo dell'umore che fa capolino a dicembre, quando si comincia a venire assorbiti dai preparativi per le feste, e che diventa insidioso tra Natale e Capodanno.

Succede a tanti, senza preferenze di sesso e di età, anche a chi di natura ha un carattere allegro e poco incline a farsi prendere da malumori. «Per il cosiddetto Christmas effect gli psicoterapeuti assistono a un aumento di circa il 20% delle richieste di aiuto», spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di psichiatria dell'Azienda ospedaliera Fatebenefratelli-Oftalmico di Milano. Dai sintomi non si scappa: mal di testa, mancanza di appetito, sensi di colpa (perché non vi ritenete all'altezza di preparare un pranzo regale o di fare il regalo giusto), diminuzione della capacità di divertirsi, difficoltà di godere dell'affetto di chi si ha vicino, stanchezza perenne ma difficoltà a riposare.

Spesso è colpa del carico di obblighi, doveri e impegni cui si è tenuti: essere sempre presenti e sorridenti comporta un notevole stress.
Anche il cambiamento della routine, tra corse nei negozi in pausa pranzo e cene senza fine, può essere determinante, così come il pensiero che si sta spendendo troppo rispetto ai calcoli fatti a inizio del mese. E in questi tempi di crisi...

Altro problema è quando ci si rende conto che il calendario sta per segnare la fine dell'anno: si affacciano rimorsi e rimpianti per le aspettative non realizzate, in campo affettivo come in quello lavorativo.

E poi c' è la bestia nera: il parentame. «È normale avvertire una certa insofferenza quando si è costretti a passare ore a tavola con un nugolo di persone che per il resto dell'anno magari dimenticate di conoscere, è poco piacevole se questo stato d'animo vi rende insopportabili agli occhi di tutti e rischiate di passare per il bambino capriccioso bisognoso di attenzioni», spiega Mencacci.

Se si facesse una piccola statistica degli argomenti che i pazienti portano in psicoterapia le settimane che precedono le feste di natale risalterebbe in modo significativo la prevalenza di una miscellanea di emozioni che spaziano dalla depressione all’ansia. Sentimenti di malinconia, sensazione di abbandono e di solitudine, ansia, panico, disagio sociale, senso di inadeguatezza sono i principali vissuti che talune persone possono provare in previsione di e durante questo periodo. Chi vive stati d’animo depressivi e ansiosi non sempre ne riconosce il motivo e, spesso, non se ne capacita poiché, come vuole la logica, ci si aspetterebbe un adeguamento automatico all’atmosfera spensierata circostante. Non riconoscendone la motivazione, si fatica anche ad ammettere a sé stessi che possa esserci una correlazione tra il proprio disagio e la festività.

E’ così strano provare sentimenti negativi di fronte ad un evento gioioso, perché succede?

Nella cultura occidentale, il natale assume il significato della festa della famiglia poiché, secondo tradizione, ci si riunisce insieme ai propri congiunti ritrovando e fortificando il senso di unione ed affetto. Per le persone che si trovano ad affrontare una situazione particolarmente difficile come coloro che hanno subito una perdita dei legami familiari, per gli emarginati, per chi vive una separazione matrimoniale e chi una lontananza fisica o affettiva, oppure ancora per coloro che si trovano nella situazione di famiglia allargata in cui, talvolta, viene a mancare il senso di intimità e di raccoglimento, il vissuto di solitudine può rendere maggiormente evidente una condizione di disagio psichico.



Se di base è già presente una lieve depressione dovuta ad una particolare situazione che si sta vivendo, questa potrebbe diventare più acuta proprio nel momento in cui ci si trova a contatto con il natale, ricorrenza che ci viene trasmessa come la festa in cui devono obbligatoriamente trionfare la famiglia, gli affetti e l’unione.

Ciò ci fa rendere conto di quanto noi tendiamo a subire i significati proposti dalla cultura in cui siamo inseriti senza poterci permettere una nostra personale elaborazione.
Non è obbligatorio esibire o manifestare felicità e "spirito natalizio" se non ci sentiamo psicologicamente in linea con il contesto: evitare di dover fingere risulta un elemento stressante in meno e ci consente di prenderci più momenti in cui mettere noi stessi al centro, non le aspettative di felicità degli altri. In questi momenti è possibile dedicarci a quel che più ci fa rilassare o che maggiormente ci dà piacere, anche se non si tratta di "attività natalizie".

Se ci si sente tristi, depressi, preoccupati, è bene parlarne con qualcuno. Non ci stiamo riferendo specificatamente ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta: parlare con una persona cara o più amici, permette di sentirci innanzitutto meno soli e poi è più facile che dal confronto con altri emergano nuove prospettive e/o soluzioni.

Evitare l'inattività e "il vuoto": come spesso accade nelle vacanze estive, il problema delle feste natalizie è che più facilmente si rimane scoperti, senza qualcosa da fare o, per chi è in una situazione di solitudine, senza nessuno con cui passare il tempo. Diventa importante cercare di impegnarsi il tempo pensando già a che cosa poter fare durante i giorni in cui si sarà più da soli.

Evitare di sconvolgere troppo ritmi e abitudini: i cambi di orari e di alimentazione, molto comuni nelle feste, possono non aiutare la stabilità dell'umore e/o appesantire con mal di testa la fatica emotiva.

Rendere la crisi un'opportunità: vivere dei giorni molto tristi fa andare in crisi, ma la crisi può rappresentare anche l'occasione di una svolta, può essere un'opportunità. Forse si può riflettere su quali siano le cause del proprio dolore, come fare per affrontarlo e, se proprio se ne sente la necessità, è possibile ricorrere all'aiuto di uno psicologo o di uno psicoterapeuta per affrontarne le cause e poter vivere meglio non solo il prossimo Natale, ma la vita da qui in avanti.






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