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lunedì 21 settembre 2015

LA MALINCONIA



Gli antichi Greci, da Ippocrate in poi, ritenevano infatti che i caratteri umani e, di conseguenza, i loro comportamenti, fossero frutto della varia combinazione dei quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, flegma ed infine il sangue (umore rosso). Inoltre, gli antichi popoli indoeuropei abbinavano ai quattro umori i cicli del creato, come l'alternarsi delle stagioni.

Questi "umori", ovvero liquidi, proprio in conseguenza delle credenze antiche, significano "stati d'animo" e da essi derivano etimologicamente il carattere "melanconico", quello "flegmatico" (flemmatico), quello "sanguigno" ed infine il "collerico". Di per sé quindi ciascuno dei quattro umori non costituiva una malattia, ma un loro squilibrio poteva esserne la causa fino a degenerare nella morte.

Il significato di "umore nero" non era da ricollegare al senso moderno di rabbia o stizza, ma piuttosto al "dolce oblio", una leggera venatura di tristezza che pervadeva il carattere, rendendolo profondo ed orientato alla pace ed all'introspezione. La malinconia si distingue benissimo dalla comune tristezza in quanto il malinconico ha uno stato di "consapevole impotenza " vicina alla depressione e rivolta al passato. Ancora oggi riconosciamo agli artisti un carattere prevalentemente melanconico, proprio per questo capace di cogliere gli aspetti della vita che sfuggono ai più audaci ed irruenti.

Il carattere melancolico era inoltre abbinato al clima freddo e secco, l'autunno, ed il suo elemento era la terra.

È necessario notare che la medicina ippocratica è perdurata in Europa fino al XIX secolo, mentre la "moderna" teoria di Carl Gustav Jung sui caratteri e sui temperamenti è dei primi anni del XX secolo.




Il pensiero psicopatologico più sistematico sulla malinconia e sui suoi rapporti con altri quadri psichici è quello di Areteo di Cappadocia, che descrive la tristezza, il rallentamento, lo scoraggiamento, la perdita del tono vitale, il senso di vuoto e la tendenza al suicidio. Areteo riconosce il rapporto, sia pure parziale, della malinconia con la mania, i passaggi dall’uno all’altro stato e il loro decorso periodico. La distinzione della malinconia dalle ‘freniti’, cioè dai disturbi psichici febbrili, si ritrova per la prima volta in Sorano di Efeso (intorno al 100 d.C.), mentre Galeno sviluppa soprattutto i concetti patogenetici della maliconia in rapporto allo stomaco e all’ipocondrio. Nel Medioevo la malinconia viene vista come accidia in contrasto polare con la vita activa. Nella psichiatria francese dell’inizio del 19° sec. si parla di lipemania: J.-P. Falret è il primo a parlare di ‘folie circulaire’ (1851), mentre J.-G.-F. Baillarger di ‘folie à double forme’ (1854). Si deve a E. Kreepelin (1883) la prima sistematizzazione della malinconia sia come forma semplice sia come psicosi periodica circolare (psicosi maniaco-depressiva) e la sua netta distinzione dalle altre malattie mentali. Le prime concezioni di Freud sulla genesi della malinconia risalgono al 1916.

Dal 20° sec. il concetto di malinconia è usato in modo del tutto sovrapponibile a quello di depressione endogena.

La parola deriva dal latino melancholia, che a sua volta trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (nero), e cholé (bile), quindi bile nera, uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendono, secondo la medicina greca e romana, il carattere e gli stati d'animo delle persone.

La malinconia è una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta un soggetto al vivere passivamente, senza prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione che non lo riguardino o che in essi non possa avervi un ruolo determinante.

Si potrebbe definire come il desiderio, in fondo all'anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza o per raggiungere il quale non ci si sente all'altezza. La malinconia si manifesta in espressioni del viso e in atteggiamenti indolenti che caratterizzano spesso l'intera esistenza di un individuo.

Il malincolico tende spesso, inoltre, ad escludersi dalla vita sociale, interrompendo i legami affettivi (come l'amicizia), per poi, quando lo stato malincolico è più celato, risanare i labili rapporti. Questo è, dunque, un continuo stato di transitorietà e di tumulto interno che porta il soggetto, tra l'altro, a negare il passare del tempo, volgendosi con languore verso un passato o un futuro idilliaco, fuori dal tempo, che tuttavia è reputato impossibile da stabilire nel presente.

In psicoanalisi la malinconia assume il significato di lutto, principalmente quando questo riguarda un oggetto investito narcisisticamente, cioè quando riguarda un investimento pulsionale su un oggetto che può essere ricondotto a caratteristiche o attributi propri della persona. Per cui nella perdita della melanconia è l'Io a sentirsi svuotato e non la realtà esterna, come avviene nel lutto. La parte dell'Io identificata con l'oggetto perduto va incontro a scissione e s'instaura una dinamica interna che genera collera per questa perdita che il Super-Io non accetta e si sfoga attaccando l'Io. Questo determina le autoaccuse tipiche della melanconia.




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sabato 19 settembre 2015

AUTUNNO



Autunno. Già lo sentimmo venire

nel vento d'agosto,

nelle piogge di settembre

torrenziali e piangenti,

e un brivido percorse la terra

che ora, nuda e triste,

accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,

in quest'autunno che incede

con lentezza indicibile,

il miglior tempo della nostra vita

e lungamente ci dice addio.

L'autunno è una stagione che nel suo significato connotativo simboleggia il periodo della maturità che precede la vecchiaia. Cardarelli attraverso le belle immagini della poesia trasmette, oltre questo significato, quelli dello scorrere del tempo, del distacco da un tempo più lieto e del presentimento della morte (temi presenti ossessivamente nell'opera del poeta).

Leggendo questa bellissima poesia di Vincenzo Cardarelli colpisce particolarmente come il poeta sia riuscito a trasmettere le sue emozioni, la sua malinconia e la sua piena consapevolezza del tempo che scorre veloce ed inesorabile. Egli traduce in note musicali le sensazioni suscitate nel suo animo dal trapasso dall'estate all'autunno. Non sono presenti rime, si tratta di una lirica breve composta da versi liberi, sottolineata dall'uso accorto delle pause segnate dall'interpunzione ma anche dal respiro proprio alla lettura (ultime due righe), ai quali si contrappone una poesia più elaborata, maggiormente “orchestrata”, e ricca di paragoni e riferimenti alla vita del poeta.

È chiaro che Cardarelli, con questa poesia, abbia voluto esprimere i cambiamenti della natura con l'allontanarsi dell'estate, ma soprattutto ci presenta, non senza una certa tristezza, i cambiamenti del suo corpo e della sua anima. L'autunno è una stagione che simboleggia il periodo della maturità che precede la vecchiaia. Cardarelli attraverso le belle immagini della poesia trasmette, oltre questo significato, quelli dello scorrere del tempo, del distacco da un tempo più lieto e del presentimento della morte. Non si può certo dire che a serenità sia presente nei pensieri del poeta, anzi, si avverte anche una certa ansia nei primi versi della poesia, egli probabilmente già da tempo rimugina su questi pensieri, e ora che l'Autunno della sua vita è giunto, si trova ad affrontarlo solo e desolato, come la nuda terra. Penso che sia proprio la solitudine sia il tema ossessivo di tutta la poesia.




Tra i versi, non esiste nemmeno un ombra di speranza o consolazione, il poeta già da tempo teme l'avvicinarsi dell'inverno, nel travagliato periodo estivo ha osservato i primi cambiamenti del tempo ma probabilmente li ha ignorati. Non ci sono segni di ricordi ai bei tempi passati, o ad una lieta gioventù, anzi, la sensazione che si prova leggendo le ultime righe è quasi di rimorso da parte del poeta. Egli sente di non aver vissuto a pieno la sua gioventù e ora sente di non poter far nulla per poter riscattare il tempo perso, così prende il sopravvento la sua rassegnazione, attenderà l'arrivo della morte.

L'autunno astronomico nell'emisfero boreale, nell'anno bisestile (cioè quando l'anno solare viene riallineato con l'anno siderale), ha inizio il giorno dell'equinozio d'autunno, il 23 settembre e termina il 21 dicembre. Avvicinandosi a questo periodo la parte illuminata e le ore di luce diminuiscono. Il 23 settembre (in base al giorno dell'equinozio d'autunno) i raggi del sole sono perpendicolari all'equatore e il circolo d'illuminazione passa per i poli. La sua durata è di 89 giorni e 18 ore circa nell'emisfero nord, mentre è di 92 giorni e 21 ore circa nell'emisfero sud dal momento che qui esso inizia il 21 marzo e termina il 21 giugno.

Meteorologicamente invece si considerano estate e inverno i periodi di tre mesi rispettivamente più caldi e più freddi: in tal modo primavera e autunno sono definiti come i periodi intermedi. In tal senso l'inizio dell'autunno meteorologico varierà da paese a paese principalmente in base alla latitudine.




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