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domenica 25 settembre 2016

LUNATICO



Il lunatico è una persona imprevedibile, che ha sbalzi d'umore; che subisce l'influsso delle fasi lunari deriva dal latino: lunaticus epilettico, che soffre di pazzia secondo le fasi lunari, ricalcato sul greco: seleniakos, da selene luna.
La luna influenza in modo poderoso il mondo e la vita - pensiamo ai moti delle maree o alla crescita delle piante. In epoche scientificamente più arretrate, però, venivano attribuiti alla sua influenza anche fenomeni che oggi sappiamo non averci nulla a che fare. Fra questi, certi disturbi come l'epilessia, e una certa volubilità dell'umore - se non veri e propri accessi di pazzia - provocata dalle diverse fasi lunari.
Il lunatico oggi è il capriccioso, l'incostante, chi è preda di repentini cambi d'umore, di carattere volubile e magari stravagante.

Lunatico è una persona di umore incostante, che passa facilmente da uno stato d’animo all’altro per motivi banali. Un tempo si pensava che i lunatici fossero soggetti a sbalzi di umore a causa dei frequenti cambiamenti delle fasi lunari, da cui si riteneva che fossero influenzati: qui l’origine del nome.

Chi ha un caratteraccio, in genere, è persona lunatica ed irascibile, ma non è malata. E' nervosa, instabile ed irrequieta, ma non presenta sintomi di pericolosità. E' insicura, anche se fa discorsi con apparente sicurezza. E' impulsiva, ma a tratti dimostra di saper usare il potere d'autocontrollo. E' superficialmente ottimista e, nel contempo, disperatamente pessimista.



E' instabile negli affetti ed incapace di controllare il proprio umore. Ha un grande desiderio di essere valutata, ma non controllando i propri limiti, si irrita. Non sa trattenere la rabbia e vive con momentanei sentimenti di vuoto. Appare disorientata e disturbata, ma afferma che sono gli altri a non capirla. E’ persona in contraddizione con se stessa ed è considerata psicolabile.


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martedì 1 marzo 2016

LUNA PIENA E PSICHE



Nell’antichità Aristotele suggeriva che, essendo il cervello uno degli organi con il più alto contenuto d’acqua, non era strano che fosse suscettibile all’influenza della luna allo stesso modo delle maree.

Questa credenza si mantenne attraverso il tempo, consolidandosi nel Medioevo, quando si credeva che esistessero determinate persone che si trasformavano in uomini lupo o vampiri durante le fasi di luna piena.

Ma questa credenza non si è estinta, anzi è giunta ai notri giorni con la sua carica di misticismo, facendo credere che durante la luna piena aumentino i comportamenti sbagliati che portano al suicidio, all’omicidio o a una forma di psicosi. Di fatto, sono state realizzate diverse interviste a studenti universitari e professionisti della salute che hanno stabilito che il 40% di questi credono nell’influenza della luna sul comportamento umano.

Seguendo queste idee aristoteliche, Arnold Lieber uno psichiatra di Miami, suggerisce che: dal momento che il nostro corpo è formato per l’80% da acqua, forse la luna potrebbe influire come disgregatore dell’equilibrio tra le molecole d’acqua che compongono il nostro sistema nervoso.

L’effetto gravitazionale che esercita la luna è così piccolo che sarebbe incapace di generera cambiamenti nell’attività cerebrale e infine, nel comportamento. L’astronomo Geroge Abell dell’Università della California, afferma che una zanzara esercita una forza più potente sul nostro braccio di quanto possa esercitare la luna.

La forza gravitazionale della luna influisce su masse d’acqua aperte come laghi e fiumi, non in corpi chiusi.

L’effetto gravitazionale della luna è più potente, esattamente, durante la luna nuova e non durante la luna piena.

Nella rivista Psychological Bullettin, nel 1985, i ricercatori Rotton e Kelly avevano realizzato una analisi profonda di un totale di 37 studi precedenti nei quali si tentava di mettere in relazione i comportamenti strani con gli effetti della luna e conclusero che non fossero necessari ulteriori studi: tali comportamenti erano inesistenti.

Tuttavia, esistono anche studi che affermano il contrario, come quello realizzato nel 1982 da ricercatori dell’Univeristà di San Paolo, nel quale si è tentato di evidenziare statisticamente che durante le fasi di luna piena accadevano un numero maggiore di incidenti d’auto durante il fine settimana, ma, quando vennero conteggiati nuovamente i dati questa relazione sparì. Identici risultati si sono evidenziati in uno studio sviluppato da scienziati iraniani nel 2004.

Un’analisi semplicemente culturale nella quale i media di comunicazione, il cinema horror e una certa letteratura svolgono un ruolo importante. I ricercatori Loren e Jean Chapman dell’Università di Winsconsin-Madison, ci danno una pista che si snoda attraverso il loro concetto di “correlazioni illusorie”; un fenomeno mediante il quale siamo convinti dell’esistenza di una relazione, che consideriamo certa, e che finalmente termina in una profezia che si compie davvero.”.

A sostegno di questa teoria interviene il fatto che le infermiere degli ospedali psichiatrici che credono nell’effetto della luna piena segnalano in questi periodi un maggior numero di problemi relativi ai loro pazienti rispetto alle infermiere che non credono. Così, la fede ci fa mantenere un’attitudine ipervigilante che nel tempo utilizziamo per confermare le nostre convinzioni.



Ad ogni modo, un’altra spiegazione plausibile del mito della luna piena viene dalle mani dello psichiatra Charles L. Raison, dell’Università di Emory. Secondo questo specialista l’effetto della luna piena potrebbe avere una base di verità. La ragione sarebbe molto semplice: anticamente le persone dormivano in luoghi dove entrava solo la luce esterna, così, la luce prodotta dalla luna piena li privava del sonno ristoratore, ragione per la quale si possono scatenare dei comportamenti strani (soprattutto in persone con precedenti).

Questa spiegazione sembra troppo semplice, ma a volte, la semplicità è alla base della maggior parte dei miti e delle credenze.

I ritmi della luna hanno da sempre influenzato la natura e, attraverso la natura, la vita stessa dell’uomo. Le più evidenti influenze lunari sono quelle delle maree per cui ogni dodici ore assistiamo ai fenomeni naturali della bassa e dell’alta marea. La stessa influenza la si nota pure sui liquidi organici atteso che la persona umana è costituita per più del 60% da acqua. I cibi e le bevande vegetali che assumiamo entrano nella nostra mensa dopo essersi piegati alle fasi lunari durante la semina, la potatura, la concimazione ed il raccolto.

Nel corso di una lunazione (un ciclo lunare) si riscontrano quattro fasi lunari. Nella fase di plenilunio o luna piena (simboleggiata sul calendario con un cerchio chiaro in quanto la faccia della luna è illuminata dal sole) dal punto di vista psicologico le persone più vulnerabili e più meteoropaticamente sensibili all’influenza lunare (si stima circa il 25-30% delle persone) avvertono instabilità emotiva e variabilità umorale.

Ci possono essere casi di sonnambulismo e di comportamenti aggressivi con umore espanso o irritabile. Infine proprio nel periodo di “luna piena” il desiderio sessuale risulta più elevato e si riscontra, maggior disponibilità a concedersi sessualmente, con limitato controllo. Nella fase di luna calante (simboleggiata sul calendario da uno spicchio scuro con “la gobba” a sinistra, in quanto “gobba a levante luna calante” mentre in cielo la falce luminosa è a guisa di C), che inizia il giorno dopo il plenilunio, l’umore tende al depresso favorendo il raccoglimento interiore e la meditazione in genere. Nella giornata del novilunio, o fase di luna nuova (simboleggiata sul calendario con un cerchio nero, in quanto non visibile in cielo), le persone tendono all’ottimismo e diminuisce lo stimolo della fame. Nella fase di luna crescente (simboleggiata sul calendario da uno specchio chiaro con la “gobba” rivolta a destra, in quanto “gobba a ponente luna crescente”, mentre in cielo la falce luminosa è a guisa di D), che inizia il giorno dopo il novilunio, le persone sono più attive, più energiche e recettive, anche sessualmente.

Qualsiasi terapia è più efficace se si tiene conto anche degli effetti delle forze dei ritmi lunari che, come influiscono sui cicli naturali della terra e sulla stessa vita degli esseri umani sin dalla loro nascita, sono pure importanti nel favorire o nell’inibire modificazioni cognitive o comportamentali. Pertanto, secondo le fasi lunari, conviene iniziare una terapia a luna nuova, crescente, perché predispone ad una migliore assimilazione, aumentandone l’efficacia; ancora più preferibile se cade nei giorni di lunedì e venerdì, più propizi per iniziare. Dal punto di vista psiconutrizionale mentre a luna calante conviene procedere per la disintossicazione e depurazione dell’organismo, un regime alimentare bilanciato ed equilibrato, sempre dopo adeguata pulizia interna, si inizia a luna crescente. Si tenga presente che al plenilunio si riscontra tendenza ad ingrassare quindi conviene mangiare di meno (preferibilmente una dieta a base di frutta) e bere di più.

Nei periodi di luna calante si può mangiare un po’ di più senza paura di ingrassare e si consiglia di consumare preferibilmente la cena in orario anticipato. Anche durante il periodo di novilunio conviene mangiare di meno (preferibilmente una dieta a base di frutta) e bere di più. Infine le coppie ancora senza figli per “infertilità inspiegata”, possono beneficiare della luna crescente. I Maya ad esempio erano convinti che «il plenilunio fosse il tempo migliore per procreare». E tante donne, solitamente più sensibili ai ritmi lunari, rimangono gravide proprio quando si dedicano all’attività sessuale (preferibilmente in acqua tiepida e nel mese di agosto) durante il plenilunio.

In Italia le credenze sono tante e, fra esse, ve ne sono sicuramente molte legate alle fasi lunari (relative al concepimento, al taglio dei capelli, alla preparazione di alcuni cibi ecc.). Pochi però sono coloro che credono che la luna piena possa portare ad un aggravamento dei problemi psicologici in noi esseri umani, come se fossimo dei licantropi, o lupi mannari. E’ evidentemente a causa di queste credenze diffuse sul mondo delle streghe (che si esprime al massimo livello annualmente con la festa di Halloween), che molte persone di cultura anglosassone condividono la paura per i tempi di luna piena.

Finalmente è arrivato un nuovo studio canadese, che stronca queste credenze popolari, affermando che, in base ad una ricerca specifica, si può tranquillamente affermare che non c’è alcuna relazione tra fasi lunari e problemi psicologici delle persone. Questa la conclusione di un team di ricercatori diretto da Geneviève Belleville docente presso la scuola di psicologia dell’Université Laval, a Montreal, dopo aver esaminato la relazione tra fasi lunari e numero di pazienti che affollano il pronto soccorso, a causa di problemi psicologici.



Per determinare se la diffusa convinzione che collega la luna ai problemi di salute mentale fosse vera, i ricercatori hanno valutato i pazienti che hanno visitato il pronto soccorso dell’ospedale Sacré-Coeur di Montreal e Hôtel-Dieu di Lévis tra il marzo 2005 e l’aprile 2008. In particolare, sono stati studiati i casi di 771 individui che si erano presentati al pronto soccorso con dolori al petto, senza che vi fosse alcuna apparente causa medica per questo disturbo. Le valutazioni psicologiche hanno rivelato che un numero considerevole di questi pazienti soffriva di attacchi di panico, disturbi d’ansia e dell’umore o pensieri suicidari.

Utilizzando i calendari lunari, i ricercatori hanno determinato la fase lunare in cui ognuna di queste visite si è verificata. I risultati delle loro analisi hanno mostrato che non vi è alcun legame tra problemi psicologici e fasi lunari. Con una sola eccezione: i disturbi d’ansia sono stati meno frequenti (-32%) durante l’ultimo quarto lunare. “Questo può essere casuale o dovuto a fattori non presi in considerazione,” ha suggerito Geneviève Belleville. “Ma una cosa è certa: non abbiamo osservato nessun effetto luna piena o luna nuova sui problemi psicologici.”

Le conclusioni di questo studio sfatano dunque questo diffuso mito nella cultura anglosassone, in cui si è visto che credono l’80% degli infermieri e il 64% dei medici che lavorano nei due ospedali dove si è svolta la ricerca (convinti che il ciclo lunare possa influire sulla salute mentale dei pazienti). “Ci auguriamo che i nostri risultati incoraggeranno i professionisti della salute a mettere a riposo quest’idea” ha detto la Belleville. Non c’è bisogno di dire quanto queste credenze potrebbero essere dannose nell’elaborare una diagnosi, basata non tanto e non solo sull’osservazione clinica del paziente, ma addirittura sulle fasi lunari…




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domenica 14 febbraio 2016

INTERNET DIPENDENZA



La comunicazione sociale è sostenuta oggi da moderni strumenti che consentono di superare le barriere e i vincoli di tempo e di spazio e, fra i nuovi modi di comunicare, Internet è certamente uno dei mezzi che offre maggiori opportunità.
Tra atteggiamenti sociali di attrazione e diffidenza, il popolo di navigatori quotidiani è cresciuto e comprende ormai ogni razza ed ogni età e, grazie alla rete, i bambini trovano nuove opportunità di gioco e i giovani, gli adulti e perfino i nonni telematici si informano, comunicano, commerciano e sperimentano se stessi attraverso la cosiddetta comunicazione virtuale.
Ma come tutti gli strumenti di comunicazione, anche la rete non è esente da cattivi usi e da abusi che, negli ultimi anni, hanno talvolta portato ad osservare nel campo della salute mentale, una moderna forma di dipendenza, definita internet-dipendenza , retomania o anche Internet Addiction Disorder (I.A.D.).

Il contatto sociale attraverso chat, IRC, Comunity ed e-mails se utilizzato con prudenza, si configura come un utile strumento per superare le difficoltà di comunicazione, in quanto consente di mettersi in gioco mediante una graduale conoscenza che, tuttavia, non è esente da rischi connessi al cattivo uso (es. incontri al buio pericolosi) e all'abuso (IAD).

L'abuso nell'utilizzo delle informazioni disponibili in rete può portare ad un sovraccarico cognitivo che satura il cervello, riducendo l'attenzione razionale; contemporaneamente il conseguente isolamento sociale sostiene il ricorso ad Internet per cercare occasioni di socializzazione virtuale che possono sconvolgere i delicati equilibri dell'identità, creando la possibilità di sperimentare ruoli e parti del Sé altrimenti non sperimentabili nella vita reale che, tuttavia, accrescono il numero di ore trascorso on-line, con il risultato che si può finire incollati ad una sedia e ad un monitor per giornate intere, rinunciando a salutari e reali esperienze di vita. Alla base di un ricorso frequente alla Rete da parte di alcune persone che non mostrano segni psichiatrici è stata riscontrata spesso una tendenza comportamentale definita solipsismo telematico , ossia la propensione ad eleggere il web come luogo di rifugio in cui appartarsi per trovare sollievo da problemi quotidiani, secondo una modalità che potenzialmente potrebbe aumentare le possibilità che la Rete conquisti fette sempre più ampie del tempo delle proprie giornate.
Si aggiunge a tutto questo che la Rete, in virtù delle sue enormi risorse, possiede delle cosiddette potenzialità psicopatologiche, quali la capacità di indurre sensazioni di onnipotenza, come vincere le distanze e il tempo, o cambiare perfino identità e personalità, si comprende come sia necessario utilizzare questo potente strumento rimanendo padroni di tutte le proprie capacità razionali di controllo del proprio comportamento.

Al di là delle diverse componenti che possono contribuire ad originare i diversi casi di rete-dipendenza, la caratteristica costante che fa da sfondo ad ogni Dipendenza da Internet è la capacità della rete di rispondere (o illudere di rispondere) a molti bisogni umani, consentendo di sperimentare dei vissuti importanti per la costruzione del Sé e di vivere delle emozioni sentendosi, al contempo, protetti.
Internet, infatti, annulla lo spazio e consente ciò che nella realtà non si può realizzare o che si può fare in molto tempo, viaggiando per ore ed interagendo più lentamente e spesso in strutture diadiche o in piccoli gruppi. Le chat, invece, abbattono le frontiere e consentono di parlare con gruppi numerosi in stanze che la realtà difficilmente rende disponibili, consentendo spesso discorsi paralleli, solo virtualmente possibili. Inoltre, le comunity più stabili creano, più o meno vere, sensazioni di appartenenza, rispondendo ad un grande bisogno umano e consentendo di esercitare quella che è stata definita la moratoria psico-sociale, ossia l'allenamento ai ruoli e alle interazioni che sospende le conseguenze e quindi le responsabilità, le scelte e i vincoli definitivi.
Nelle stanze virtuali si può sperimentare la propria identità in tutte le sue sfumature, cambiando l'età, la professione e perfino il sesso di appartenenza, ascoltando le reazioni degli altri e maturando delle convinzioni, attraverso il confronto con altre personalità più o meno reali. La recita nel teatro on-line diventa perfino dichiarata e condivisa nelle Mud (Multi User Dimensions), in cui il gioco di ruolo viene esaltato ai limiti della fantasticheria e in cui, all'ombra del personaggio che si interpreta, si possono tirare fuori, rimanendo al sicuro, perfino gli istinti più crudeli.
I rischi sono quelli legati ad ogni situazione che consenta di far emergere e di soddisfare i bisogni più profondi e inconsapevoli: si sperimentano parti di sé che potrebbero sfuggire al controllo, soprattutto quando si dispone di uno strumento di comunicazione che consente di rimanere uomini e donne senza volto, una condizione che potenzialmente può favorire la comparsa di comportamenti guidati da una minima morale.
Per i più giovani in età di sviluppo e per alcuni soggetti predisposti, il rischio è che l'abuso della rete per comunicare crei confusione nella distinzione tra reale e virtuale (soprattutto nel senso di Sé), che non sia più facile comprendere cosa fa parte di Sé realmente e cosa è possibile sperimentare solo virtualmente, poiché ciò che è concesso in Rete non ha le stesse conseguenze che si produrrebbero nella realtà. In considerazione di ciò, soprattutto i bambini e i giovani dovrebbero limitare il tempo trascorso su Internet ed integrare delle esperienze di comunicazione reale, al fine di evitare di sviluppare delle abilità emotive e sociali prevalentemente attraverso questo strumento tecnologico che, in questo caso, risulterebbero estremamente limitate o deformate rispetto a quelle poi richieste per adattarsi nella vita reale.

Negli anni '90, il famoso psichiatra Goldberg propose dei criteri diagnostici molto discussi per diagnosticare la I.A.D., rifacendosi ai sintomi abitualmente osservati per isolare le dipendenze più comuni. Egli, più precisamente, sottolineò l'importanza per la diagnosi dei segni clinici di tolleranza, di astinenza e di danno in aree del funzionamento sociale, occupazionale o in altri ambiti importanti.
Più recentemente, per individuare e distinguere i segni di rete-dipendenza dal consumo non patologico di Internet, si fa riferimento ad alcuni comportamenti, che rappresentano indicatori qualitativi o quantitativi di differenza tra normalità e patologia e che hanno permesso di distinguere 3 tappe nel percorso verso la forma più stabile della Dipendenza Patologica dalla Rete.



Prima tappa verso la rete-dipendenza o fase iniziale è caratterizzata dall'attenzione ossessiva e ideo-affettiva a temi e strumenti inerenti l'uso della rete, che genera comportamenti quali controllo ripetuto della posta elettronica durante la stessa giornata, ricerca di programmi e strumenti di comunicazione particolari, prolungati periodi in chat.
Seconda tappa o tossicofilia è caratterizzata dall'aumento del tempo trascorso on-line, con un crescente senso di malessere, di agitazione, di mancanza di qualcosa o di basso livello di attivazione quando si è scollegati (una condizione paragonabile all'astinenza). Inizialmente ciò era accompagnato anche da un notevole aumento delle spese, che spesso rappresentava un lieve fattore di inibizione della tossicofilia, oggi pressoché irrilevante, date le numerose possibilità di rimanere a lungo collegati a basso costo. Restano, tuttavia, importanti indicatori di tossicofilia il malessere soggettivo off-line e l'abuso on-line, spesso anche nelle ore lavorative e nelle ore notturne, in cui si è disposti a rinunciare anche al sonno.
Terza tappa o tossicomania è la fase in cui la rete-dipendenza agisce ad ampio raggio, danneggiando diverse aree di vita, quali quella lavorativa, delle relazioni reali e quella scolastico-lavorativa e in cui si rilevano problemi di scarso profitto, di assenteismo scolastico-lavorativo e di isolamento sociale anche totale.
Dalla classificazione precedente, è facile intuire che più sono presenti comportamenti tossicomanici, che indicano la cronicizzazione e l'aggravamento del disturbo, più difficile e lungo potrebbe risultare ripercorrere a ritroso la via della guarigione, tornando verso un utilizzo non patologico della Rete.
Un'altra importante distinzione che viene operata nella descrizione della sintomatologia associata alla rete-dipendenza concerne la differenziazione tra:

condizioni on line
condizioni off line
Nella prima classe di sintomi si fanno rientrare in genere i comportamenti relativi all'abuso del tempo in rete (in genere anche 60-70 ore settimanali); nella seconda categoria si comprendono invece i sintomi di ansia e irrequietezza, nonché le predette problematiche relazionali, lavorative o scolastiche che permangono tra un collegamento ed un altro, accompagnando il corteo sintomatologico che caratterizza la sindrome multimediale.

Alcuni studiosi statunitensi hanno evidenziato un cambiamento nelle modalità di comunicazione del linguaggio parlato degli adolescenti in relazione all’uso dell’informatica. Sempre più spesso questi adolescenti terminano le frasi in tono crescente e lievemente dubitativo, come per suggerire che tutto quanto dicono sia una domanda più che un’affermazione (fenomeno battezzato come upspeak). La natura condizionale e aperta di questo nuovo modo di parlare sembra suggerire che i pensieri di ciascuno, per avere un senso ed essere convalidati, debbano essere sempre collegati alle relazioni altrui.

L’utilizzo della rete e delle varie applicazioni è in grado di determinare un ampliamento ed una errata percezione dei confini del Sé. Presi nel vortice dei rapporti sociali, dividiamo disperatamente la nostra limitata attenzione, concedendo frammenti della nostra coscienza a ogni cosa o persona che richieda il nostro tempo. Nel farlo, rischiamo di perderci pian piano nella rete labirintica di connessioni mutevoli e temporanee in cui siamo sempre più integrati.
Gergen scrive: “Questa frammentazione della percezione di sé corrisponde a una molteplicità di relazioni incoerenti e fra loro sconnesse. Queste relazioni ci spingono in una miriade di direzioni, invitandoci a interpretare una varietà di ruoli tale da far sfumare il concetto stesso di sé autentico, dotato di caratteristiche conoscibili. Il sé completamente saturato diventa un non sé.
D’altro canto la mancanza di una reale presenza fisica e l’impossibilità di poter accedere a tutta una serie di messaggi non verbali ai quali siamo abituati nelle relazioni interpersonali diminuisce la possibilità di accesso a tutta una serie d’informazioni fondamentali nell’interazione tra due individui. Questi due fenomeni appena descritti sono alla base di sensazioni d’onnipotenza legate all’uso di Internet e ai vissuti di depersonalizzazione spesso descritti nelle situazioni di grave intossicazione.
Elemento fondamentale per comprendere le dinamiche legate alla dipendenza da Internet è il fenomeno della “distorsione del tempo” prodotta dalle chat. La comunicazione in chat possiede “l’interattività” che le permette di essere assimilata alle altre forme di comunicazione verbale.
Ciò porta istintivamente a confrontarla con esse e a considerare come unità di misura del tempo il volume di informazioni trasmesse e ricevute. Purtroppo nonostante l’interattività, la chat è comunque più lenta di una comunicazione verbale, per cui alla fine di una conversazione in cui ci si sono scambiate “tot” informazioni il tempo trascorso sarà molto maggiore di quanto sarebbe stato se la comunicazione fosse avvenuta a voce.
Questo però viene percepito solo successivamente quando controllando l’orologio si vede che, come sempre, si è stati in chat molto più tempo di quanto non ci si era prefissati. Non è solo la chat a possedere questa peculiarità ma a nostro avviso tutta la struttura del net, sebbene con forme diverse, amplifica il problema tempo. Fra tutti ricordiamo l’ipertesto, elemento fondamentale della rete, costituito da una serie infinita di collegamenti che ci portano a navigare per ore e ore ricercando e reperendo una quantità così vasta d’informazioni che la mente umana non può “contenere” e rendendo in questo modo il nostro “viaggio” vano.

Alcuni pazienti vanno incontro ad un’ inversione del ritmo sonno veglia e a veri e propri stati deliranti in rapporto al costante utilizzo della rete.



Le modificazioni psicologiche che si producono nell'individuo che diviene dipendente dalla rete sono : perdita delle relazioni interpersonali, modificazioni dell'umore, alterazione del vissuto temporale, cognitività completamente orientata all'utilizzo compulsivo del mezzo; il soggetto tende a sostituire il mondo reale con un oggetto artificioso, quasi una sorta di “feticismo tecnologico”, con il quale riesce a costruire un proprio mondo personale e in questo caso virtuale analogo al mondo del tossicodipendente che ha un proprio linguaggio, uno specifico abbigliamento, atteggiamenti e comportamenti diversi e differenti rispetto al mondo reale nel quale è abituato a vivere.

Ogni dipendenza implica dei meccanismi: la tolleranza (per cui si è costretti ad aumentare le dosi di una sostanza per ottenere lo stesso effetto), l'astinenza (con comparsa di sintomi specifici in seguito alla riduzione o sospensione di una particolare sostanza) e "craving" o smania che porta a un fortissimo e irresistibile desiderio di assumere una sostanza, desiderio che, se non soddisfatto, causa intensa sofferenza psichica e a volte fisica, con fissazione del pensiero, malessere, alterazione del senso della fame e della sete, irritabilità, ansia, insonnia, depressione e, nei casi più gravi sensazioni di derealizzazione e depersonalizzazione.

Questi elementi sono tipici di droghe come tossicodipendenza, tabagismo, alcolismo, gioco d'azzardo, attività sessuale irrefrenabile, assunzione di cibo seguita da vomito e sono anche riconoscibili in quanti fanno un uso eccessivo di Internet per soddisfare sul piano virtuale quel che non riescono a ottenere sul piano della realtà, fino al punto di percepire il mondo reale come un semplice ostacolo o impedimento all'esercizio della propria onnipotenza che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale.

La dipendenza da Internet ha in comune con le altre droghe il tratto ossessivo-compulsivo, la compulsione da Internet si basa sul "piacere" anziché sulla "fobia". E proprio perché si basa sul piacere, anziché sul disagio e la sofferenza, eliminarla risulta molto difficile.
Il sesso virtuale, vera e propria dipendenza, dove la masturbazione individuale si accompagna alla condivisione. La possibilità di essere espliciti e diretti, nell'anonimato, porta a scoprire forme di eccitazione ignote e all'inserimento nelle proprie perversioni con potere seduttivo. In tal modo ci si allontana dai rapporti sessuali reali i quali appaiono insignificanti e troppo limitati.

Tra le varie posizioni assunte dal soggetto, quella perversa è quella che più “resiste” a un  approccio curativo. Nella maggioranza dei casi, questo tipo di declinazione della propria  sessualità assume l’aspetto più di una trasgressione personalizzata  che non viene percepita come problematica dal soggetto. La rete si presenta come un osservatorio privilegiato della perversione  per alcune sue peculiari caratteristiche.  Il suo mondo digitale e astratto, immaginario e virtuale, così  impalpabile, parallelo a quello reale pare trasfigurato in un palcoscenico  ideale sul quale il perverso mette in scena diverse identità,   coperto dall’anonimato e al riparo dalla contaminazione del contatto  e della vicinanza fisica, trovando una immediata corrispondenza  al suo mondo magico, artificiale nel quale ogni differenza tra  i sessi e le generazioni è annullata, per ritornare a una dimensione  fantasmatica in cui dominano la finzione e l’illusione che si possa in  qualche modo sfuggire alle leggi del vivere comune e al principio di  realtà.  La rete inoltre rappresenta uno spazio relazionale del tutto particolare,  in cui l’interazione avviene tramite tastiera e monitor.   Ciò costringe a una mancanza di contatto diretto con il proprio   interlocutore che, tuttavia, nel caso particolare delle perversioni,   rappresenta un vantaggio in quanto tale assetto consente una distanza  di “sicurezza” da chi si trova all’altro capo del collegamento.

La tossicodipendenza potrebbe essere vista come un bisogno dell'individuo di crearsi un mondo personale indipendentemente dalla sostanza o strumento che lo rende dipendente. E’ evidente che attraverso internet si possono provare intensi e piacevoli sentimenti di fuga, superando on-line i problemi della vita reale, con un effetto simile ai “viaggi”consentiti da alcune droghe e inoltre permette al soggetto di provare un senso di onnipotenza, connesse con il superamento di ogni limite personale e spazio temporale. Il tempo sembra fermarsi in rete, la parola fine non c’è mai.

I soggetti che utilizzano le rete, oltre a non rendersi conto delle diverse ore già trascorse dinanzi allo schermo, tendono ad alterarsi facilmente con chi disturba il loro “viaggio”; esperienza questa che può essere paragonata alla risposta che un alcolista da ad un amico trovandosi ad una festa “soltanto un biccherino”, o a quella del fumatore che dice a se stesso “solo un’ultima sigaretta e andrò a dormire; lo stesso procedimento viene messo in atto dagli internet dipendenti che risponderanno irritati a chi gli chiede di disconnettersi “ancora un minuto e spengo”, oppure diranno a se stessi razionalizzando “un altro minuto non farà molta differenza” ma poi rimarranno connessi ancora per ore e ore.

Altra caratteristica importante tra gli internet dipendenti è la negazione del problema come spesso accade con qualunque altro tipo di dipendenza; differenza questa ancor più difficile da riconoscere.

E’ molto difficile infatti chiedere aiuto per qualcosa che la maggior parte delle persone apprezza per la sua potenza e il suo potere innovativo; e quando questi soggetti vengono messi di fronte alla chiara evidenza di un comportamento tossicomanico si trincerano dietro l’opinione comune secondo la quale internet è grandioso, “non può far male”.



Curioso è il ruolo degli operatori nei canali chat. Questi particolari utenti del canale, hanno determinati "poteri" come ad es. eliminare altri utenti dal canale o impedirne l'accesso, dare il ruolo di operatori ad altri utenti, etc. Il ruolo degli operatori dovrebbe essere quello di moderare il canale stesso, "kikkare" ovvero togliere dal canale utenti che disturbano la chat, "bannare" (impedire l'accesso al canale) utenti che effettuano spam (messaggi pubblicitari, testo ripetuto, etc.). Ogni utente in chat  ha la facoltà di creare una stanza, diventando operatore non appena accede per primo alla stanza stessa. Essere operatore  non è un titolo per grazia ricevuta, è un titolo acquisito da sè quando si crea una stanza o dato da un altro operatore . Tutti possono creare una stanza! Nessuna laurea, nessun esame, nessun altro particolare merito! Molto spesso si da questo titolo per semplice simpatia verso un utente, per amicizia nella vita reale. Essere operatore, quindi, deve essere considerato un titolo ben lungi da far pensare alla persona che lo detiene, come "speciale", "particolare", "superiore".

Per chi usa il proprio "titolo" di operatore con fini diversi da quelli di moderare il canale, potrebbe creare due aspetti negativi :

aver bisogno del titolo di operatore per sentirsi superiore e più "interessante" verso gli altri utenti della chat e verso se stessi. Questo accresce la propria autostima in modo del tutto ingiustificato anche nella realtà, danneggiando la psiche di chi da troppa importanza al proprio titolo.

Gli operatori che mal usano la loro posizione , distorcendo il mondo della chat e avvicinandolo al mondo reale, acquisiscono una specie di titolo "dittatoriale", decidendo della "vita" o della "morte" di un utente del canale chat. L'operatore che fa mal uso del suo titolo, quindi si sente padrone-dittatore del proprio mondo (canale chat), li dentro può dettar legge, eliminare utenti "antipatici", scrivere quello che vuole nel canale (senza timore di essere eliminato da nessuno), far credere ad altri utente del canale che lui è degno di maggior attenzione, è interiormente superiore per il solo motivo di essere operatore. Può screditare altri utenti o parlare male di loro, in pubblico o privato. Tutti comportamenti scorretti, maleducati, infantili, non da "operatore corretto" e che invece di enfatizzare la persona per il titolo che ha, ha l'effetto completamente opposto.

In realtà bisogna rendersi conto che è soltanto una chat e non la vita reale.

Ovviamente chi si vuol fregiare degnamente del titolo di operatore di un determinato canale della chat, si dovrebbe limitare al ruolo che gli compete, ovvero quello di moderare la chat, di essere utile al canale, senza limitare la libertà di parlare se non nuoce al pubblico del canale stesso, senza abusare del proprio ruolo, senza crearsi falsi aloni di "superiorità" (del tutto ingiustificati), senza eliminare utenti che sono a lui personalmente antipatici. Vi immaginate un simile individuo che abusa del proprio potere nella realtà?  Non è certo questo il corretto modo di "controllare" qualcosa, né il internet né nella realtà.

E' facile essere preda di minacce e di insulti di ogni tipo in chat, proprio per la peculiarità del mezzo, infatti la propria identità è nascosta. Non bisogna però dimenticare che si può risalire attraverso il numero ip al computer dal quale si sta chattando. Minacciare in chat, usare violenza attraverso una chat con parole e metodi psicologici, può essere perseguito. Attraverso il "log" del provider attraverso il quale si ha accesso ad internet e il "log" del server attraverso il quale si chatta, si può risalire all'identità. Se ci si sente minacciati, offesi ed in qualche modo lesi, è consigliabile contattare il servizio "abuse" del provider. E' facile rendersi conto di come sia vile colui che minaccia usando l'anonimato e credendo di non essere perseguibile per il solo motivo che si trova su Internet. Il mondo ideale di queste persone sole e vili può essere proprio quello di Internet. Non lasciatevi quindi infastidire o impaurire di colui che usa il media Internet in questo meschino modo.

Una certa percentuale di persone trova un profondo senso di appagamento quando raccoglie tanti "mi piace", i soggetti che hanno più successo sui social network come Facebook sono quelli che rischiano di più la dipendenza.

L'eccesso porta l'individuo fuori dalla realtà, in un turbinio di ostentazione di sé, di sovraesposizione della propria identità la quale è però fittizia.

Fa pensare l'affermazione del filosofo francese Pierre Zaoui "si esiste più intensamente quando non si appare"; già Baudelaire diceva che solo nella folla di una grande metropoli era possibile perdersi, in un villaggio medievale, dove tutti si conoscevano, era molto più difficile essere discreti.

Il filosofo francese inoltre dice "è necessario liberarsi da una delle grandi paure contemporanee: non è vero che quando non si appare non si esiste. Anzi, spesso si esiste più intensamente quando non si appare. Come quando assaporiamo il piacere di guardare l’amata che dorme o i figli che giocano. O la soddisfazione che provavamo, da ragazzi, a stare in fondo alla classe a sonnecchiare accanto al termosifone mentre veniva interrogato qualcun altro".

Per sottrarsi all'ansia di apparire a tutti i costi, è utile riscoprire il valore della separatezza, la capacità di stare bene anche da soli, riprendendosi gli spazi e i momenti da tenere solo per sé e da custodire gelosamente.

L'uso errato dei social network potrebbe trasformarci in tanti esibizionisti sul set virtuale, in qualcosa che potremmo definire "follia autopubblicitaria".

In realtà siamo noi stessi a violare la nostra privacy, il nostro diritto alla riservatezza.

I social network seducono e ci chiedono, una volta inscritti o in fase di iscrizione, di mettere più possibile a nudo la nostra identità e i nostri fatti privati.

Ma attenzione, il divulgare tutto di noi significa anche una cosa :  rinunciare ad ogni privacy.

Se si andrà verso la cosiddetta "condivisione automatica" la nostra privacy non esisterà più.

E questa sarà regalata o svenduta a una cerchia di persone proprietaria che saprà tutto di noi, con la possibilità, questa volta, di vendere tutte le informazioni a caro prezzo ad esempio per uso pubblicitario o di marketing.

E' molto difficile, e probabilmente impossibile, vivere una vita piena e felice senza riconoscimento, cioè senza alcuna conferma o attestazione affettiva, ti stima e di rispetto da parte degli altri essere umani che vivono sul nostro pianeta.

I social network sembrano aver rivoluzionato gli schemi sull'essere e sull'apparire.

L'interazione immediata "faccia a faccia" con il prossimo, quella in cui ci si incontra fisicamente con gli altri e si rischia l'imprevisto, ovvero "perdere la maschera", si sta riducendo, mentre aumentano le possibilità di manipolare la propria faccia "stando dietro le quinte" dello schermo.

E' molto più facile quindi "portare maschere", fingere.

Bisogna essere ben consci però che nessuno ci costringe a usare i social network o a iscriverci ad essi.

E' anche possibile affermare che ormai essere inscritti a questi siti è normale ed è utile perché i lati positivi ci sono indubbiamente.




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lunedì 21 settembre 2015

NOSTALGIA....



“Nostalgia” è una parola con etimologia di derivazione greca. Viene infatti da “nòstos“, cioè “tornare a casa, o alla propria terra natale” e “algos“, che si riferisce invece al “dolore, alla sofferenza” dello stare lontani.
Il termine venne creato dal diciottenne alsaziano Johannes Hofer, il quale, nel 1688, inserì questo concetto nella sua tesi di laurea in medicina, presso l’Università di Basilea. I francesi l’hanno poi chiamata mal du pays, i tedeschi Heimweh, gli inglesi homesickness: tutti termini che mettono in evidenza il desiderio ossessivo di fare ritorno in patria, a casa propria. In portoghese la nostalgia è invece espressa con la parola saudade, linfa del Fado, un insieme di rimpianto per il passato, mancanza nel presente e desiderio per il futuro. (In molti casi il termine ha una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro).

Il contributo di Hofer è considerato fondamentale nel campo della medicina psicologica e psicosomatica, per almeno due ragioni: è stato il primo studioso a descrivere la nostalgia come una condizione clinica, e nel suo scritto ha messo in evidenza gli effetti della mente sul corpo (Martin 1954).

In realtà, anche se sotto altri nomi, ben prima del lavoro di Hofer, la nostalgia era già apparsa nella letteratura e nella poesia, a partire dai salmi biblici, per continuare con gli scritti di Omero, Ippocrate, e Cesare. Il desiderio di tornare alla propria casa è un motivo da sempre ricorrente, che nel periodo classico preoccupava soprattutto le gerarchie militari per l’umore dei soldati, i quali dovevano trascorrere molti anni lontani dalle loro case e dalle persone care, con il rischio di diserzione o di suicidio. Questo interesse verso gli stati emotivi dei soldati si è ripetuto durante le guerre mondiali più recenti, quando furono prese iniziative per prevenire e curare i soldati che soffrivano di nostalgia (Martin 1954; Nawas e Platt 1965).

Negli anni cinquanta del secolo scorso, la nostalgia cominciò ad essere descritta anche come una vera e propria patologia: “La nostalgia non è una malattia mentale, ma può svilupparsi in modo monomaniacale, diventando uno stato mentale ossessivo che causa infelicità intensa. Si manifesta di solito con un intenso desiderio di tornare al proprio Paese o alla propria città di origine”. (Nandon Fodor, 1950).



Il termine nostalgia in sé, pur derivato dal greco come molti termini scientifici, era sconosciuto al mondo greco. Entra nel vocabolario europeo nel XVII secolo, per opera di uno studente di medicina alsaziano dell'Università di Basilea, Johannes Hofer, il quale, constatando le sofferenze dei mercenari svizzeri al servizio del re di Francia Luigi XIV, costretti a stare a lungo lontani dai monti e dalle vallate della loro patria, dedicò a questo fenomeno una tesi, pubblicata a Basilea nel 1688 con il titolo "Dissertazione medica sulla nostalgia". Con questo termine greco di nuovo conio, infatti, Hofer traduce nel linguaggio scientifico l'espressione francese «mal du pays» e il termine tedesco «Heimweh» (letteralmente dolore per la casa), ancor oggi utilizzati nelle rispettive lingue. Tale stato patologico era così grave che spesso portava alla morte i soggetti che ne erano colpiti e nessun intervento medico valeva a ridare loro le forze e la salute a meno che non li si riportasse verso casa. A partire dalla fine del XVIII secolo e soprattutto nella prima metà del secolo successivo, accanto all'interesse medico, la nostalgia convoglia notevoli attenzioni in ambito poetico e musicale, in corrispondenza con l'ondata migratoria dall'Est Europa. Tuttavia, è soltanto a partire da Charles Baudelaire che il termine si libera dal riferimento a precisi luoghi o al passato infantile, per assurgere a condizione di anelito indefinito.

Virginia de Micco, nel testo a sua cura Le culture della salute-immigrazione e sanità, un approccio trans-culturale, scrive:

« Fin dalla sua apparizione sulla scena medica la nostalgia si presenta come una ben strana malattia che pur compromettendo lo stato fisico del soggetto non viene curata da rimedi fisici ma viene curata solo da mutamenti sul piano delle condizioni di vita, viene risolta attraverso strumenti antropologici che consentono una visione ed un’integrazione più profonda dell’individuo nell’ambiente in cui vive e opera. »



Secondo Renos K. Papadopoulos il fatto che tutti i rifugiati abbiano perduto la casa (o la madrepatria) fa sì che condividano un profondo senso di struggimento nostalgico e che desiderino riparare quel tipo molto specifico di perdita. Nostalgia è il termine usato per descrivere l’intero fascio di tutti quei sentimenti, reazioni, speranze, timori, etc. In questa ottica la nostalgia non può essere separata da ciò che la “casa” rappresenta soprattutto a livello simbolico. In particolar modo per i rifugiati, ciò crea un disorientamento in quanto si rivela impossibile stabilire con esattezza l’origine precisa di una perdita che non si limita a quella tangibile di una casa tout court, intesa nella sua materialità, ma che si allarga alla perdita di tutti i tipi di rapporti personali che il soggetto intrattiene con se stesso, con gli altri e con l’ambiente sociale che lo circonda.

Dopo aver lasciato il proprio paese, la propria casa, il luogo dove si è conosciuti e riconosciuti, le poche certezze che hanno segnato e dato senso alla propria esistenza, la nostalgia può rappresentare un’emozione talmente intensa da manifestarsi come esperienza dolorosa, e condurre ad un malessere psichico e fisico. L'antropologo ed etnopsichiatra Roberto Beneduce scrive:

« “Se prima del viaggio si erano costruiti progetti e speranze ed erano state tracciate le premesse di una nuova autonomia, dopo qualche tempo quando i problemi incontrati nei paesi ospiti hanno finito con l’estenuare questa carica progettuale e i bisogni affettivi si sono resi insopprimibili, può accadere al migrante di sentire il proprio progetto esistenziale spezzarsi. Egli può avvertire intorno a sé forze più grandi che lo spingono alla deriva fino a fargli mancare i riferimenti più concreti e irrinunciabili. »
Se da un lato la nostalgia è disillusione e può condurre a un malessere del corpo e della mente, dall’altro può essere vissuta come una spinta verso il luogo di origine, verso il proprio paese, verso gli affetti, verso le proprie radici e la propria storia, spinta che consente di non sentirsi senza casa, senza appartenenza, senza paese e costituisce una risposta al sentimento del pericolo incombente sulla propria identità. Nostalgia allora anche come consolazione e come rifugio. Spesso la nostalgia si condensa intorno ad alcune immagini (di oggetti, di luoghi, di persone) che si rivelano nell’esperienza come fortemente significativi per la propria dimensione dell’essere e molto consolatori rispetto al vissuto dello spaesamento. La nostalgia è un “terreno ricco” nella clinica con le persone straniere, nel quale è molto importante per il terapeuta sapersi muovere, infatti gli “oggetti” della nostalgia (che nel tempo possono anche perdere un po’ di concretezza) ci rivelano molto dell’inespresso della persona, non solo del suo passato, ma anche dei suoi bisogni, dei suoi desideri nel presente.

Il sentimento di nostalgia rappresenta uno dei raccordi fondamentali tra l'identità personale e i processi di identificazione collettiva, ovvero tra il piano psicologico e quello politico.

Una prima funzione del discorso nostalgico, rinvenibile in numerose mitologie e narrazioni nazionali (o di altre formazioni sociali), fa leva sulla malinconia personale per i tempi e spazi sfuggenti, alimentando, così, la speranza utopica del singolo nelle capacità redentrici della collettività. Il movimento verso l’obiettivo “escatologico” (quale ad esempio può essere il conseguimento dell’unità nazionale) è dipinto come un ritorno a una condizione originaria, naturale, salvifica, da sempre latente ma sepolta sotto le macerie del tempo oppure collocata altrove nello spazio. Per cui il discorso è costellato di termini come “rinascita”, “risorgimento”, "riscossa", "ritorno" e simili. In questi casi il sentimento nostalgico non svolge una funzione paralizzante, ma al contrario mobilitante. Non di rado intriga il singolo con tanta più intensità sentimentale quanto più lontano appaia la realizzazione dell’obbiettivo. Questo spiega, tra l’altro, il ruolo eminente che nell’immaginario di varie collettività hanno assunto, oltre agli esili, le “sconfitte”, che in modo a prima vista paradossale, invece di scoraggiare, mobilitano (il caso più spesso citato è probabilmente quello della Battaglia del Campo dei Merli nell’immaginario serbo, ma la storia è ricca di esempi consimili).

Un secondo importante contributo del sentimento nostalgico consiste nell'elaborazione psicologica e culturale di cesure politiche talmente traumatiche da produrre una frattura anche nella biografia dei singoli. I casi recenti più noti sono quelli delle varie "ostalgie" post-socialiste, ma gli esempi storici sono legione. Nelle manifestazioni pubbliche di nostalgia, che possono essere di carattere ufficiale oppure assumere la forma dell'opposizione a un presente indesiderato, s'interseca ancora una volta l’elaborazione del “lutto” personale per i tempi andati con il discorso politico o proto-politico. Può sorprendere come in molti casi il sentimento nostalgico nasca quasi nel momento stesso del passare brusco e inavvertito di un presente familiare. Con ancora più stupore si nota che tale sentimento spesso prescinde del tutto da come, con quale felicità o infelicità, i tempi passati erano stati effettivamente vissuti. Ma lo stupore per questa involuzione sentimentale si basa su un equivoco: l'elaborazione nostalgica non è veramente protesa verso un ritorno al passato. Essa assomiglia, in realtà, a uno struggente commiato da una parte del Sé non più presente, quasi fosse un rito funebre necessario per ridare senso e coerenza alla propria narrazione storica e biografica. Un passaggio, questo, quindi necessario per conciliarsi, in modo talora dolce e talaltra più rancoroso, con il presente. Il ricordo malinconico del passato segnala dunque una pur dolorosa accettazione dello spostamento delle coordinate spazio-temporali, consentendo di riposizionare entro tali coordinate le proprie attese, personali e collettive, per il futuro.




Il momento nostalgico può avvenire:

all’improvviso, quando percepiamo qualcosa che stimola il ricordo;
nei momenti “statici”, magari di solitudine (intesa nella sua accezione più ampia).
Questa sensazione tende a bloccare emotivamente la persona che in quel momento la sta provando, “annullando” il contesto ambientale e portando la psiche a compiere dei veri e propri “viaggi mentali” che coinvolgono naturalmente anche i nostri sensi e il nostro equilibrio psico-fisico.

Esperimenti condotti dalla psicologa Constantine Sedikides dell’università di Southampton (1999), provano che la nostalgia può addirittura provocare beneficio: non solo riesce a combattere la solitudine e la depressione, ma presenta anche degli effetti fisiologici positivi, come per esempio l’aumento della temperatura corporea.

I ricordi nostalgici aiutano a rafforzare i legami sociali: pensiamo alle serate nelle quali si guardano delle vecchie foto o si raccontano esperienze memorabili vissute assieme.
Insomma, la nostalgia può essere un momento triste ma può anche provocare stati d’animo piacevoli e positivi.






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LA MALINCONIA



Gli antichi Greci, da Ippocrate in poi, ritenevano infatti che i caratteri umani e, di conseguenza, i loro comportamenti, fossero frutto della varia combinazione dei quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, flegma ed infine il sangue (umore rosso). Inoltre, gli antichi popoli indoeuropei abbinavano ai quattro umori i cicli del creato, come l'alternarsi delle stagioni.

Questi "umori", ovvero liquidi, proprio in conseguenza delle credenze antiche, significano "stati d'animo" e da essi derivano etimologicamente il carattere "melanconico", quello "flegmatico" (flemmatico), quello "sanguigno" ed infine il "collerico". Di per sé quindi ciascuno dei quattro umori non costituiva una malattia, ma un loro squilibrio poteva esserne la causa fino a degenerare nella morte.

Il significato di "umore nero" non era da ricollegare al senso moderno di rabbia o stizza, ma piuttosto al "dolce oblio", una leggera venatura di tristezza che pervadeva il carattere, rendendolo profondo ed orientato alla pace ed all'introspezione. La malinconia si distingue benissimo dalla comune tristezza in quanto il malinconico ha uno stato di "consapevole impotenza " vicina alla depressione e rivolta al passato. Ancora oggi riconosciamo agli artisti un carattere prevalentemente melanconico, proprio per questo capace di cogliere gli aspetti della vita che sfuggono ai più audaci ed irruenti.

Il carattere melancolico era inoltre abbinato al clima freddo e secco, l'autunno, ed il suo elemento era la terra.

È necessario notare che la medicina ippocratica è perdurata in Europa fino al XIX secolo, mentre la "moderna" teoria di Carl Gustav Jung sui caratteri e sui temperamenti è dei primi anni del XX secolo.




Il pensiero psicopatologico più sistematico sulla malinconia e sui suoi rapporti con altri quadri psichici è quello di Areteo di Cappadocia, che descrive la tristezza, il rallentamento, lo scoraggiamento, la perdita del tono vitale, il senso di vuoto e la tendenza al suicidio. Areteo riconosce il rapporto, sia pure parziale, della malinconia con la mania, i passaggi dall’uno all’altro stato e il loro decorso periodico. La distinzione della malinconia dalle ‘freniti’, cioè dai disturbi psichici febbrili, si ritrova per la prima volta in Sorano di Efeso (intorno al 100 d.C.), mentre Galeno sviluppa soprattutto i concetti patogenetici della maliconia in rapporto allo stomaco e all’ipocondrio. Nel Medioevo la malinconia viene vista come accidia in contrasto polare con la vita activa. Nella psichiatria francese dell’inizio del 19° sec. si parla di lipemania: J.-P. Falret è il primo a parlare di ‘folie circulaire’ (1851), mentre J.-G.-F. Baillarger di ‘folie à double forme’ (1854). Si deve a E. Kreepelin (1883) la prima sistematizzazione della malinconia sia come forma semplice sia come psicosi periodica circolare (psicosi maniaco-depressiva) e la sua netta distinzione dalle altre malattie mentali. Le prime concezioni di Freud sulla genesi della malinconia risalgono al 1916.

Dal 20° sec. il concetto di malinconia è usato in modo del tutto sovrapponibile a quello di depressione endogena.

La parola deriva dal latino melancholia, che a sua volta trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (nero), e cholé (bile), quindi bile nera, uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendono, secondo la medicina greca e romana, il carattere e gli stati d'animo delle persone.

La malinconia è una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta un soggetto al vivere passivamente, senza prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione che non lo riguardino o che in essi non possa avervi un ruolo determinante.

Si potrebbe definire come il desiderio, in fondo all'anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza o per raggiungere il quale non ci si sente all'altezza. La malinconia si manifesta in espressioni del viso e in atteggiamenti indolenti che caratterizzano spesso l'intera esistenza di un individuo.

Il malincolico tende spesso, inoltre, ad escludersi dalla vita sociale, interrompendo i legami affettivi (come l'amicizia), per poi, quando lo stato malincolico è più celato, risanare i labili rapporti. Questo è, dunque, un continuo stato di transitorietà e di tumulto interno che porta il soggetto, tra l'altro, a negare il passare del tempo, volgendosi con languore verso un passato o un futuro idilliaco, fuori dal tempo, che tuttavia è reputato impossibile da stabilire nel presente.

In psicoanalisi la malinconia assume il significato di lutto, principalmente quando questo riguarda un oggetto investito narcisisticamente, cioè quando riguarda un investimento pulsionale su un oggetto che può essere ricondotto a caratteristiche o attributi propri della persona. Per cui nella perdita della melanconia è l'Io a sentirsi svuotato e non la realtà esterna, come avviene nel lutto. La parte dell'Io identificata con l'oggetto perduto va incontro a scissione e s'instaura una dinamica interna che genera collera per questa perdita che il Super-Io non accetta e si sfoga attaccando l'Io. Questo determina le autoaccuse tipiche della melanconia.




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