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lunedì 4 gennaio 2016

LE TENTAZIONI CURIALI



“Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone: non si può fare. Questa è la prima tentazione”. Questa la dichiarazione di papa Francesco a Straatnieuws, giornale di strada olandese.

L'affermazione del pontefice, riletta alla luce dello scandalo Vatileaks 2, suona più come una risposta alle critiche sul lusso in cui vivono cardinali e vescovi e alla corruzione e agli scandali finanziari all’interno della Santa Sede, piuttosto che un semplice richiamo ai valori del Vangelo. Pensiero ribadito in un'omelia: " Ci sono questi, che invece di servire, di pensare agli altri, di gettare le basi, si servono della Chiesa, gli arrampicatori attaccati ai soldi. E quanti sacerdoti e vescovi abbiamo visto così".

"Dio ci salvi dalle tentazioni di una doppia vita, dove mi mostro come uno che serve e invece mi servo degli altri", il monito del pontefice. "Ci si chiede - ha proseguito Francesco - di metterci al servizio, ma c'è chi ha raggiunto uno status e vive comodamente senza onestà, come i farisei nel Vangelo. Mi commuovono quei preti e quelle suore che per tutta la vita sono al servizio degli altri". Sono questi preti e queste suore, ha sottolineato il Papa, "che rappresentano la gioia della Chiesa". "Nel Vangelo - ha ripreso Bergoglio - il Signore ci fa vedere l'immagine di un altro servo, che invece di servire gli altri si serve degli altri". E, ha sottolineato, "abbiamo letto cosa ha fatto questo servo, con quanta scaltrezza si è mosso, per rimanere al suo posto". Un'ambivalenza che non ci dovrebbe essere all'interno della Chiesa, ha concluso Francesco.

Nell'intervista a Straatnieuws, Bergoglio insiste sulla necessità di resistere alle tentazioni, due in particolare: "La chiesa deve parlare con la verità e anche con la testimonianza della povertà. Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone, questo non si può fare. Questa è la prima tentazione. L'altra tentazione è di fare accordi con i governi", ha sottolineato il Papa, a condizione che siano accordi chiari e trasparenti. "Noi gestiamo questo palazzo - ha portato ad esempio Bergoglio - ma i conti sono tutti controllati, per evitare la corruzione. Perché c'è sempre la tentazione della corruzione nella vita pubblica. Sia politica, sia religiosa".

Alle ben note tre Virtù Teologali: Fede, Speranza, Carità e alla quattro Virtù Cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza – che valgono per tutti: presbiteri, religiosi e laici -Papa Francesco ha sentito il bisogno di aggiungerne altre ventiquattro specifiche per la Curia Romana.

Il Santo Padre ha fatto precedere al nuovo “dodecalogo” una premessa assai puntuale: nel dicembre 2013 aveva sottolineato due aspetti importanti e inseparabili del lavoro curiale: la professionalità e il servizio, indicando come modello da imitare la figura di san Giuseppe; nel dicembre 2014 aveva affrontato alcune tentazioni e “malattie”, proponendo il “catalogo delle malattie curiali”.
Alcune malattie si sono manifestate nel corso del 2015 causando non poco dolore e ferendo tante anime, anche con lo scandalo. “Sembra doveroso affermare che ciò è stato – e lo sarà sempre – oggetto di sincera riflessione e decisivi provvedimenti. La riforma andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché Ecclesia semper reformanda” ha ribadito con energia Papa Francesco. Il Santo Padre ha aggiunto: per di più, le resistenze, le fatiche e le cadute delle persone e dei ministri rappresentano anche delle lezioni e delle occasioni di crescita, e mai di scoraggiamento. Sono opportunità per tornare all’essenziale, che significa fare i conti con la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, di Dio, del prossimo, del sensus Ecclesiae e del sensus fidei.



Quindi, nel contesto dell’Anno della Misericordia Papa Francesco ha presentato un sussidio pratico. Un “catalogo delle virtù necessarie” – anche se non esaustivo – per chi presta servizio in Curia e per tutti coloro che vogliono rendere feconda la loro consacrazione o il loro servizio alla Chiesa. Un elenco che parte proprio da un’analisi acrostica della parola “misericordia”, affinché sia essa la guida e il faro per ciascuno.

La missionarietà è ciò che rende, e mostra, la curia fertile e feconda; è la prova dell’efficacia, dell’efficienza e dell’autenticità del nostro operare. La fede è un dono, ma la misura della nostra fede si prova anche da quanto siamo capaci di comunicarla. Ogni battezzato è missionario della Buona Novella innanzitutto con la sua vita, con il suo lavoro e con la sua gioiosa e convinta testimonianza. La pastoralità sana è una virtù indispensabile specialmente per ogni sacerdote. E’ l’impegno quotidiano di seguire il Buon Pastore, che si prende cura delle sue pecorelle e dà la sua vita per salvare la vita degli altri. È la misura della nostra attività curiale e sacerdotale. Senza queste due ali non potremo mai volare e nemmeno raggiungere la beatitudine del “servo fedele”.
L’idoneità richiede lo sforzo personale di acquistare i requisiti necessari e richiesti per esercitare al meglio i propri compiti e attività, con l’intelletto e l’intuizione. Essa è contro le raccomandazioni e le tangenti. La sagacia è la prontezza di mente per comprendere e affrontare le situazioni con saggezza e creatività. Idoneità e sagacia rappresentano anche la risposta umana alla grazia divina.
La spiritualità è la colonna portante di qualsiasi servizio nella Chiesa e nella vita cristiana. Essa è ciò che alimenta tutto il nostro operato, lo sorregge e lo protegge dalla fragilità umana e dalle tentazioni quotidiane. L’umanità è ciò che incarna la veridicità della nostra fede. Chi rinuncia alla propria umanità rinuncia a tutto. L’umanità è ciò che ci rende diversi dalle macchine e dai robot che non sentono e non si commuovono. Quando ci risulta difficile piangere seriamente o ridere appassionatamente – sono due segni – allora è iniziato il nostro declino e il nostro processo di trasformazione da “uomini” a qualcos’altro. L’umanità è il saper mostrare tenerezza e familiarità e cortesia con tutti. Spiritualità e umanità, pur essendo qualità innate, tuttavia sono potenzialità da realizzare interamente, da raggiungere continuamente e da dimostrare quotidianamente.
Esemplarità per evitare gli scandali che feriscono le anime e minacciano la credibilità della nostra testimonianza. Fedeltà alla nostra consacrazione, alla nostra vocazione, ricordando sempre le parole di Cristo: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» e «Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!».
La razionalità serve per evitare gli eccessi emotivi e l’amabilità per evitare gli eccessi della burocrazia e delle programmazioni e pianificazioni. Sono doti necessarie per l’equilibrio della personalità. Ogni eccesso è indice di qualche squilibrio, sia l’eccesso nella razionalità, sia nell’amabilità.
L’innocuità rende cauti nel giudizio, capaci di astenerci da azioni impulsive e affrettate; è la capacità di far emergere il meglio da noi stessi, dagli altri e dalle situazioni agendo con attenzione e comprensione; è il fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. La determinazione è l’agire con volontà risoluta, con visione chiara e con obbedienza a Dio, e solo per la legge suprema della salus animarum.
Carità e verità. Due virtù indissolubili dell’esistenza cristiana: “fare la verità nella carità e vivere la carità nella verità”. Al punto che la carità senza verità diventa ideologia del buonismo distruttivo e la verità senza carità diventa “giudiziarismo” cieco.
Onestà e maturità. L’onestà è la rettitudine, la coerenza e l’agire con sincerità assoluta con noi stessi e con Dio. Chi è onesto non agisce rettamente soltanto sotto lo sguardo del sorvegliante o del superiore; l’onesto non teme di essere sorpreso, perché non inganna mai colui che si fida di lui. L’onesto non spadroneggia mai sulle persone o sulle cose che gli sono state affidate da amministrare, come il «servo malvagio». L’onestà è la base su cui poggiano tutte le altre qualità. Maturità è la ricerca di raggiungere l’armonia tra le nostre capacità fisiche, psichiche e spirituali. Essa è la meta e l’esito di un processo di sviluppo che non finisce mai e che non dipende dall’età che abbiamo.
La rispettosità è la dote delle anime nobili e delicate; delle persone che cercano sempre di dimostrare rispetto autentico agli altri, al proprio ruolo, ai superiori e ai subordinati, alle pratiche, alle carte, al segreto e alla riservatezza; le persone che sanno ascoltare attentamente e parlare educatamente. L’umiltà invece è la virtù dei santi e delle persone piene di Dio, che più crescono nell’importanza più cresce in loro la consapevolezza di essere nulla e di non poter fare nulla senza la grazia di Dio.
“Doviziosità” - io ho il vizio dei neologismi, afferma Bergoglio – e attenzione. Più abbiamo fiducia in Dio e nella sua provvidenza più siamo doviziosi di anima e più siamo aperti nel dare, sapendo che più si dà più si riceve. In realtà, è inutile aprire tutte le Porte Sante di tutte le basiliche del mondo se la porta del nostro cuore è chiusa all’amore, se le nostre mani sono chiuse al donare, se le nostre case sono chiuse all’ospitare e se le nostre chiese sono chiuse all’accogliere. L’attenzione è il curare i dettagli e l’offrire il meglio di noi e il non abbassare mai la guardia sui nostri vizi e mancanze.
Essere impavido significa non lasciarsi impaurire di fronte alle difficoltà; significa agire con audacia e determinazione e senza tiepidezza; significa saper fare il primo passo senza indugiare, come Abramo e come Maria. Invece la prontezza è il saper agire con libertà e agilità senza attaccarsi alle cose materiali che passano. Essere pronto vuol dire essere sempre in cammino, senza mai farsi appesantire accumulando cose inutili e chiudendosi nei propri progetti, e senza farsi dominare dall’ambizione.
Affidabilità e sobrietà. Affidabile è colui che sa mantenere gli impegni con serietà e attendibilità quando è osservato ma soprattutto quando si trova solo; è colui che irradia intorno a sé un senso di tranquillità perché non tradisce mai la fiducia che gli è stata accordata. La sobrietà – ultima virtù di questo elenco non per importanza – è la capacità di rinunciare al superfluo e di resistere alla logica consumistica dominante. La sobrietà è prudenza, semplicità, essenzialità, equilibrio e temperanza. La sobrietà è guardare il mondo con gli occhi di Dio e con lo sguardo dei poveri e dalla parte dei poveri. La sobrietà è uno stile di vita che indica il primato dell’altro come principio gerarchico ed esprime l’esistenza come premura e servizio verso gli altri. Chi è sobrio è una persona coerente ed essenziale in tutto, perché sa ridurre, recuperare, riciclare, riparare e vivere con il senso della misura.
Le “malattie”e le “tentazioni” che sono state prese in esame, infatti, non riguardano solo la Curia. Come disse anni fa san Pietro, Dio non fa distinzioni di persone.

Ecco dunque un riassunto sommario di quel che ha detto papa Francesco:

“È bello pensare alla Curia Romana come a un piccolo modello della Chiesa, …In realtà, la Curia Romana è un corpo complesso, composto da tanti Dicasteri, Consigli, Uffici, Tribunali, Commissioni…  non può vivere senza avere un rapporto vitale, personale, autentico e saldo con Cristo”.

Trascurare questo rapporto porta a diventare burocrati, formalisti, impiegati. Il peggio del peggio, nel linguaggio del papa. Per evitare questa sciagura bisogna stare attenti a non buscarsi alcune “malattie curiali”, come le ha chiamate il papa. Esso sono:



La malattia del sentirsi “immortale”, “immune”o addirittura “indispensabile” trascurando i necessari e abituali controlli. Una Curia che non si autocritica, che non si aggiorna, che non cerca di migliorarsi è un corpo infermo. Un’ordinaria visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare… È la malattia… di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo… L’antidoto a questa epidemia è la grazia di sentirci peccatori e di dire con tutto il cuore: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Un’altra è la malattia del “martalismo” (che viene da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”: il sedersi sotto i piedi di Gesù. Per questo Gesù ha chiamato i suoi discepoli a “riposarsi un po’”… Il tempo del riposo, per chi ha portato a termine la propria missione, è necessario, doveroso e va vissuto seriamente: nel trascorrere un po’ di tempo con i famigliari e nel rispettare le ferie come momenti di ricarica spirituale e fisica.

C’è anche la malattia dell’“impietrimento”…: ossia di coloro che posseggono un cuore di pietra…; di coloro che, strada facendo, perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non “uomini di Dio”. …È la malattia di coloro che perdono “i sentimenti di Gesù”.

La malattia dell’eccessiva pianificazione e del funzionalismo. Preparare tutto bene è necessario, ma senza mai cadere nella tentazione di voler rinchiudere e pilotare la libertà dello Spirito Santo, Si cade in questa malattia perché è sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate. In realtà, la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo nella misura in cui non ha la pretesa di regolarlo e di addomesticarlo. Egli è freschezza, fantasia, novità».

La malattia del cattivo coordinamento. Quando i membri perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità e la sua temperanza, diventando un’orchestra che produce chiasso, …Quando il piede dice al braccio: “non ho bisogno di te”, o la mano alla testa: “comando io”.

C’è anche la malattia dell’“alzheimer spirituale”: ossia la dimenticanza della “storia della salvezza”, della storia personale con il Signore, del «primo amore». Si tratta di un declino progressivo delle facoltà spirituali che in un più o meno lungo intervallo di tempo causa gravi handicap alla persona facendola diventare incapace di svolgere alcuna attività autonoma, vivendo uno stato di assoluta dipendenza dalle sue vedute spesso immaginarie. Lo vediamo in coloro che hanno perso la memoria del loro incontro con il Signore; …in coloro che dipendono completamente dal loro presente, dalle loro passioni, capricci e manie; in coloro che costruiscono intorno a sé dei muri e delle abitudini diventando, sempre di più, schiavi degli idoli che hanno scolpito con le loro stesse mani.

La malattia della rivalità e della vanagloria. Quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita. È la malattia che ci porta a essere uomini e donne falsi e a vivere un falso “misticismo” e un falso “quietismo”.

La malattia della schizofrenia esistenziale. È la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, abbandonando il sevizio pastorale, si limitano a vivere una vita nascosta e sovente dissoluta. La conversione è alquanto urgente e indispensabile per questa gravissima malattia”.

La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. È una malattia grave, che inizia semplicemente, magari solo per fare due chiacchiere e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi e confratelli. È la malattia delle persone vigliacche”.

La malattia di divinizzare i capi: è la malattia di coloro che corteggiano i Superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza. Sono vittime del carrierismo e dell’opportunismo. Persone meschine, infelici… Questa malattia potrebbe colpire anche i Superiori quando corteggiano alcuni loro collaboratori per ottenere la loro sottomissione, lealtà e dipendenza psicologica, ma il risultato finale è una vera complicità”. (Connivenza, la chiamò qualcuno).

La malattia dell’indifferenza verso gli altri. Quando ognuno pensa solo a sé stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani. Quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei colleghi meno esperti. Quando si viene a conoscenza di qualcosa e la si tiene per sé… Quando si prova gioia nel vedere l’altro cadere invece di rialzarlo e incoraggiarlo.

La malattia della faccia funerea. Ossia delle persone le quali ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. Non perdiamo dunque quello spirito gioioso, pieno di humor, e persino autoironico, che ci rende persone amabili, anche nelle situazioni difficili. Quanto bene ci fa una buona dose di sano umorismo! Ci farà molto bene recitare spesso la preghiera di san Thomas More: io la prego tutti i giorni, mi fa bene.

La malattia dell’accumulare: quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro.

La malattia dei circoli chiusi, dove l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. L’autodistruzione o il “fuoco amico” dei commilitoni è il pericolo più subdolo. È il male che colpisce dal di dentro; e, come dice Cristo, «ogni regno diviso in se stesso va in rovina».

E l’ultima la malattia del profitto mondano, degli esibizionismi, quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. Fino al punto di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste. Anche questa malattia fa molto male al Corpo perché porta le persone a giustificare l’uso di qualsiasi mezzo pur di raggiungere tale scopo, spesso in nome della giustizia e della trasparenza!






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lunedì 28 settembre 2015

IL MALE E IL BENE



«Quando ci si trova faccia a faccia con il male, si ha più che mai bisogno della minima particella di bene. Si tratta di fare in modo che la luce continui a risplendere nelle tenebre, e la vostra candela non ha senso se non nell’oscurità.»
(Jung – Lettera a padre Victor White, Oxford, 24 Novembre 1953)

Il timore che la maggior parte degli uomini normali prova di fronte alla voce interiore non è così infantile come potrebbe sembrare. I contenuti che si fanno incontro a una coscienza limitata non sono affatto innocui.  In genere invece indicano il pericolo che specificamente minaccia l’uomo. Quel che la voce interiore ci sussurra è in genere qualcosa di negativo, anzi qualcosa di infame. Dev’essere così, soprattutto perché di solito si è meno inconsapevoli delle proprie virtù che dei propri vizi, e inoltre perché il bene ci fa soffrire meno del male. La voce interiore porta alla coscienza il male che affligge il tutto, cioè il popolo cui apparteniamo o l’umanità di cui siamo parte. Ma presenta questo male in forma individuale, sicchè in un primo momento si potrebbe pensare che tutto questo male sia solo una caratteristica dell’individuo. La voce interiore ci mostra il male in modo allettante e suasivo, per farci cadere in tentazione. Se non gli si cede neppure in parte, nulla di questo male apparente entra dentro di noi, e allora non può esserci neppure alcun rinnovamento, né alcuna rigenerazione. Se l’Io ubbidisce totalmente alla voce interiore, allora i suoi contenuti agiscono come se fossero altrettanti demoni, cioè succede una catastrofe. e invece l’Io ubbidisce solo parzialmente ed è in grado di affermare se stesso evitando di essere completamente fagocitato, allora può rendere propria la voce, e ne risulterà che il male era solo apparentemente tale, mentre in realtà reca salute e illuminazione. Il carattere della voce interiore è “luciferino” nel senso più proprio e più inequivocabile del termine, ed è per questo che pone l’uomo davanti alle decisioni morali ultime, senza le quali non potrebbe mai giungere alla coscienza di sé e acquisire personalità.
Nella voce interiore, l’infimo e il sommo, l’eccelso e l’abietto, verità e menzogna spesso si mescolano imperscrutabilmente, aprendo in no un abisso di confusione, di smarrimento e disperazione.



Incontri con ombre e luci dentro di noi. Ho spesso notato come anche la parte luce è quella da cui si rifugge più della parte oscura, e questo perchè entrambi le parti ti portano, trascinandoti, alla propria solitudine, quella da cui tutti, a diversi livelli rifuggiamo, infantili e illusi che i rumori del mondo e i suoi oggetti e dinamiche impermanenti (come direbbero gli orientali) possano in qualche modo riempire quel vuoto e compensare quel mancato incontro con se stessi. Ma nulla da fare, “tutto ciò che non accettiamo e non vogliamo sapere di noi stessi finisce sempre di giungerci dall’esterno con maggiore forza assumendo la forma di Destino” (Jung).

La concezione e la modalità con cui viviamo il MALE e il BENE è generativa della profondità e l’umanità con cui viviamo la vita stessa. Il semplicistico concetto rigidamente duale di “bene” e “male” come due entità contrapposte, ha generato, come la storia e la psicologia ci insegnano, le catastrofi e le malattie più grandi dell’intera storia umana. Bisogna guardare queste due forze (che alla fine è solo una che opera in due apparenti distinti travestimenti) con l’ottica dell’etica, non della morale: solo così l’uomo può iniziare a rendersi conto che molto spesso quel “male” che opera è in realtà in vista di un equilibrio o addirittura di un “bene” non da subito visibile, ma intuibile. Qui non significa trovare una giustificazione del “male” vero e proprio; il male resta sempre e comunque male, e guai ad essere relativisti. Significa invece includere il male come parte integrante della vita e accettarlo pienamente. La medicina e la psicologia ci insegnano – grazie alle scoperte sull’uomo partite da Jung – che in realtà è proprio dal male che proviene la luce. La saggezza dei millenni ce lo esprime anche nel simbolo orientale del “Taijitu” (yin e yang = maschile e femminile; bene e male). Quando facciamo nostra una morale basata sul semplicistico concetto che include la formula “combattere il male” diventiamo pericolosi per il nostro prossimo e per noi stessi. Il male, come ci insegna ogni tradizione di saggezza antica, incluso Gesù Cristo, non va combattuto nè tantomeno eliminato: esso è parte integrante e necessaria della vita stessa.
Come ci lascia scritto “l’oscuro” Eraclito:
«Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi.»





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giovedì 17 settembre 2015

LA FELICITA' è ancora RAGGIUNGIBILE?



Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte, 
succede solo che sono felice 
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo, 
che posso farci, sono felice. 
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie, 
sento la pelle come un albero raggrinzito, 
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima, 
il mare come un anello intorno alla mia vita, 
fatta di pane e pietra la terra 
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

Pablo Neruda


La Felicità è lo scopo ultimo della vita umana”

Aristotele

Tutti i nostri comportamenti mirano al raggiungimento della Felicità.

Alcune persone sono convinte che denaro, carriera e successo, siano i traguardi che come premio daranno la Felicità e vivono perennemente stressati nella rincorsa di denaro, carriera e successo.

Altre persone sono convinte che la Felicità si possa ottenere solo godendo delle forti emozioni che nascono dalle forti sensazioni e per questo vivono perennemente stressati alla ricerca di sempre nuovi e più forti piaceri.

Altre persone ancora pensano che la Felicità sia una semplicemente un frutto della fantasia che può esistere solo nelle canzoni, al cinema o nelle poesie e per questo vivono rassegnate in una noiosissima tristezza.


Se però cerchi di capire che cosa veramente sia la Felicità scopri che la Felicità è una cosa vera che è già dentro di Te e che oggi, se veramente lo vuoi, puoi imparare a ri-trovare la tua Felicità per vivere felice tutti i giorni.



Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, da esse, sovente, traiamo gli stimoli che muovono le nostre giornate. Seppure ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l'uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità . Quest'ultima è data da un senso di appagamento generale e la sua intensità varia a seconda del numero e della forza delle emozioni positive che un individuo sperimenta.

Questo stato di benessere, soprattutto nella sua forma più intensa - la gioia - non solo viene esperito dall'individuo, ma si accompagna da un punto di vista fisiologico, ad una attivazione generalizzata dell'organismo.
Molte ricerche mettono in luce come essere felici abbia notevoli ripercussioni positive sul comportamento, sui processi cognitivi, nonché sul benessere generale della persona. Ma chi sono le persone felici? Gli studi che hanno cercato di rispondere a questa domanda evidenziano come la felicità non dipenda tanto da variabili anagrafiche come l'età o il sesso, né in misura rilevante dalla bellezza, ricchezza, salute o cultura. Al contrario sembra che le caratteristiche maggiormente associate alla felicità siano quelle relative alla personalità quali ad esempio estroversione, fiducia in se stessi, sensazione di controllo sulla propria persona e il proprio futuro.

Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, danno colore e sapore all'esistenza, anche se, in una civiltà come quella occidentale impostata sul primato della ragione, spesso sono considerate con sospetto e timore. Del resto non potrebbe essere altrimenti: infatti se la ragione promette all'uomo il dominio su se stesso e le cose, le emozioni spesso producono turbamento e conflitto, non sono mai totalmente controllabili e a volte ci trascinano a dire o fare cose di cui, una volta cessato l'impeto emotivo, ci si pente. Eppure, sono le emozioni che ci fanno gustare la vita ed è proprio dalle emozioni, piccole o grandi che siano, che l'individuo spera di ricavare nuovi stimoli che muovano le sue giornate. Del resto come si potrebbe dire di vivere appieno se non si sperimentassero mai la gioia, il tremito dello smarrimento o della paura, l'impeto della passione, l'abbandono alla nostalgia, il peso e la disperazione provocate dalla sofferenza?
Tuttavia, seppur ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l'uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità.

Il tema della felicità appassiona da sempre l'umanità: scrittori, poeti, filosofi, persone comuni, ognuno si trova a pensare, descrivere, cercare questo stato di grazia. Per tentare di definire questa condizione alcuni studiosi hanno posto l'accento sulla componente emozionale, come il sentirsi di buon umore, altri sottolineano l'aspetto cognitivo e riflessivo, come il considerarsi soddisfatti della propria vita. La felicità a volte viene descritta come contentezza, soddisfazione, tranquillità, appagamento a volte come gioia, piacere, divertimento.

Secondo Argyle (1987), il maggiore studioso di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l'autorealizzazione e la salute.
La felicità è anche legata al numero e all'intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia . In questo caso è definibile come l'emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all'esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D'Urso e Trentin , 1992).

Tutti noi, in misura più o meno accentuata, proviamo emozioni, in un certo senso le agiamo a livello di comportamenti più o meno visibili e consapevoli, le condividiamo con gli altri parlando o scrivendo di esse, alcuni riescono perfino ad immortalarle nelle opere d'arte.
Alcuni autori (Maslow , 1968; Privette , 1983) riportano che le sensazioni esperite con più frequenza dalle persone che si trovano in una condizione di felicità o di gioia sono quelle di sentire con maggiore intensità le sensazioni corporee positive e con minore intensità la fatica fisica, di sperimentare uno stato di attenzione focalizzata e concentrata, di sentirsi maggiormente consapevoli delle proprie capacità.
Spesso le persone felici si sentono più libere e spontanee , riferiscono una sensazione di benessere in relazione a se stesse e alle persone vicine e infine descrivono il mondo circostante in termini più significativi e colorati.
Inoltre le persone che provano emozioni positive, quali ad esempio gioia e felicità, a livello fisiologico presentano un'attivazione generale dell'organismo che si manifesta con un'accelerazione della frequenza cardiaca, un aumento del tono muscolare e della conduttanza cutanea e infine una certa irregolarità della respirazione.
In ultimo chi è felice sorride spesso . In effetti il sorriso, sovente accompagnato da uno sguardo luminoso e aperto, è la manifestazione comportamentale più rappresentativa, inconfondibile e universalmente riconosciuta della felicità e della gioia.



La felicità emotiva è una sensazione affettiva, un’esperienza, uno stato soggettivo transitorio suscitato, anche se fondamentalmente slegato, da qualcosa di oggettivo presente nel mondo reale. Si può essere felici per un film, rimanere senza fiato davanti a un tramonto, essere appagati da una fetta di torta.

La felicità morale è un complesso di atteggiamenti orientati in senso filosofico. Se una persona conduce una vita retta e perbene ed è consapevole del significato etico delle proprie azioni, potrà sentirsi profondamente soddisfatta e contenta.

La felicità legata al giudizio è seguita da preposizioni come “per”, “di”, “che”. Una persona sarà felice di andare al parco o sarà felice per un’amico a cui hanno appena regalato un cane. Questo implica formulare un giudizio sul mondo, non in termini di sensazioni soggettive transitorie ma in quanto si individua una fonte di sensazioni potenzialmente piacevoli, passate, presenti o future.

Da cosa deriva la felicità, indipendentemente dal tipo di felicità di cui si parla? A dircelo è il più lungo esperimento, tuttora in corso, nella storia delle moderne scienze sociali. Lo psicologo che dirige questo progetto di ricerca si chiama George Vaillant, è un ricercatore di Harvard e il nome dello studio è “Study of adult development”. Lo studio si propone di indagare se esiste una formula per il “vivere bene”. In altre parole, cos’è che rende felice la gente?

Gli ideatori dello studio hanno individuato 268 studenti di Harvard, tutti maschi bianchi, con una buona posizione socio-economica, molti con un luminoso futuro davanti a sé (tra i partecipanti anche John F. Kennedy). Gli eventi della loro vita sono stati monitorati per anni da un team di psicologi, antropologi, operatori sociali, persino fisiologi. Questi uomini sono stati sottoposti a check-up medici completi ogni cinque anni, batterie di test psicologici periodici,  interviste e hanno dovuto rispondere a questionari ogni due anni per quasi 45 anni. Cosa è venuto fuori da questo studio così articolato e lungo? Che cos’è, dunque, il vivere bene? Cosa ci rende felici? Vaillant ha concluso dicendo che “l’unica cosa che nella vita conta davvero sono i rapporti con gli altri”. Dopo quasi 75 anni questa è l’unica grande scoperta. I legami affettivi, quelle connessioni spesso complesse che tengono vicine famiglie e amici, sono l’elemento essenziale che porta alla felicità. I legami affettivi risultano essere il miglior fattore predittivo rispetto a qualunque altra variabile singola. E quando si arriva alla mezza età diventano l’unico fattore.

Più le relazioni sono profonde e meglio è. Lo “Study of adult development”  rileva che le persone non raggiungono la fascia superiore del 10% nella graduatoria della felicità se non hanno una relazione di coppia di qualche tipo. Il matrimonio è un fattore importante. Circa il 40% degli adulti sposati si definisce “molto felice” contro il 23%  degli adulti che non lo è mai stato.

Da allora queste elementari scoperte sono state confermate ed estese da ulteriori ricerche. Ecco quali sono gli altri fattori predittivi del vivere felici:

Una dose costante di azioni di generosità;
Stilare elenchi di cose per le quali si è grati, che genera sensazioni di felicità nel breve termine;
Coltivare un atteggiamento di gratitudine generale, che genera sensazioni di felicità nel lungo termine;
Condividere nuove esperienze con qualcuno a cui vogliamo bene;
Perdonare le persone care quando ci offendono.
Se tutte queste cose possono apparire ovvie, classici suggerimenti da libri o riviste di auto aiuto, quello che stiamo per affermare rappresenta invece una sorpresa: il denaro non supera l’esame. Le persone che guadagnano più di 3 milioni di euro all’anno non sono significativamente più felici di quelle che si fermano a 70000, secondo quanto scoperto da “The journal of happiness studies”. I soldi vanno di pari passo con la felicità solo nel caso in cui sollevino una persona da una condizione di povertà, portandola intorno ai 35000 euro annui. Al di sopra di quel reddito, ricchezza e felicità imboccano strade diverse. Questo suggerisce che una volta soddisfatte le necessità basilari, per essere felici abbiamo bisogno solo di molti amici e familiari affettuosi.




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