Visualizzazione post con etichetta superiorità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta superiorità. Mostra tutti i post

lunedì 16 maggio 2016

GESTI



Il gesticolare ed il parlare a voce alta in Italia sono gli atteggiamenti un po’ di tutti. Ma pochi abitanti della Penisola si rendono conto di questa loro particolarità, perché essa costituisce la maniera normale, diffusa, “nazionale” di fare.

Il gesticolare è l’espressione di una grande capacità di comunicazione. È una marcia in più che gli Italiani hanno rispetto ad altri popoli. La mimica raggiunge nel Napoletano e in Sicilia addirittura forme d’arte.

Le culture più antiche e raffinate amano l’espressività dei gesti. In altre culture, la gestualità è invece impacciata, rattrappita, stitica. Corrisponde ad un semplice balbettio. I popoli nordici, composti in genere da individui introversi e dalle poche parole, rifuggono dai gesti corporei perché temono l’estroversione, l’avvicinamento all’altro, il contatto...

I gesti insultanti sono sempre offensivi. Perché il loro scopo è quello di ferire, beffare, sfidare, minacciare, infastidire, rimproverare o umiliare un’altra persona.
I gesti insultanti sono tantissimi, e possono variare da Paese a Paese: se non li si conosce, si possono fare notevoli figuracce.
Per esempio, è sconsigliabile fare l’autostop mostrando il pollice in su in Grecia: qui il gesto ha valore spregiativo (è l’equivalente del dito medio, vaffanculo). La “V” fatta con l’indice e il medio significa “vittoria” se il palmo della mano è rivolto verso un’altra persona; ma se il palmo è rivolto verso il proprio volto, in Inghilterra è l’equivalente del dito medio…. E così via.



Il gesto del dito medio alzato, o semplicemente dito medio, è un comune gesto volgare ed offensivo fatto con la mano.

Nei paesi occidentali, ma anche in alcuni orientali come il Giappone, il dito medio proteso è ritenuto generalmente un gesto osceno. Viene effettuato estendendo il dito medio verso l'alto e tenendo strette alla mano, contemporaneamente, le altre dita. In alcuni paesi è in uso una variante di tale gesto che consiste nell'estendere anche il pollice. È usato per offendere, ferire e urtare la suscettibilità di qualcuno verso cui si prova risentimento o stizza.

I primi riferimenti letterari al gesto sono riscontrabili nella letteratura greca. Giulio Polluce afferma che "gli Attici danno al dito medio della mano il nome atap" che designa anche una persona perversa. Anche Aristofane probabilmente allude al dito medio in varie sue opere: Le nuvole, in cui gioca sulla parola dattilo, la quale ha significato sia metrico, sia anatomico e La pace, in cui adopera un termine spiegato dal Suda. Diogene Laerzio afferma che Diogene, famoso filosofo cinico, dopo che uno straniero chiese di poter mirare Demostene fece il dito medio e disse "Ecco per voi questo, il demagogo d'Atene". Arriano propone una seconda versione della storia, in cui il bersaglio non è l'oratore, ma un sofista.

Nel mondo latino il gesto veniva identificato come digitus impudicus ("dito impudente") (Isidoro di Siviglia, nelle sue Etimologie XI, 1, 71, dice che il terzo dito della mano è chiamato "impudicus" perché "sovente tramite esso si esprime ammonimento nei confronti di un'azione vergognosa (impudica)", anche se Persio fa riferimento ad un "digitus infamis". Giovenale tramite metonimia fa riferimento all' "unghia media" nei confronti della minacciosa Fortuna. L'uso di questo gesto in parecchie e differenti culture è probabilmente dovuto alla vasta influenza geografica dell'Impero Romano e della civiltà Greco-Romana. Secondo un'altra interpretazione, il gesto del dito medio alzato risalirebbe alla Guerra dei cento anni tra inglesi e francesi: l'esercito dell'isola britannica stava vincendo la guerra con incursioni sul territorio francese.



La grande arma in più dell'esercito inglese erano gli arcieri: questi usavano il dito indice e il medio ogni volta che dovevano scoccare una freccia. Fu per questo che ad ogni arciere catturato dai francesi venivano amputate le due dita. Da questo episodio deriva il gesto denigratorio, non a caso tipico dei paesi anglosassoni, del dito medio e indice alzati con il dorso della mano rivolto all'offeso. Era questo infatti il gesto (con due dita e non con una) che gli arcieri inglesi non catturati dai francesi, mostravano agli avversari prima di ogni battaglia, la classica "V" usata ancora oggi dagli inglesi per mandare a quel paese il prossimo, da non confondersi con la "V" di "Vittoria", resa celebre da Winston Churchill, in cui ad essere rivolto verso l'esterno è il palmo della mano e non il dorso.

Oggi il gesto è ampiamente diffuso nel mondo in quanto diffuso dal cinema statunitense anche laddove non era conosciuto. In Italia la diffusione si è avuta negli anni novanta e spesso soppianta il gesto dell'ombrello (anche se in contesti diversi) poiché a differenza di quest'ultimo, il gesto del dito medio richiede l'uso di una sola mano per essere effettuato e non ha un momento di "impatto" come il gesto dell'ombrello, in cui vedere il momento in cui la mano tocca il centro dell'altro braccio è fondamentale.

Ci sono varie supposizioni sul significato del gesto: una possibile origine è spiegabile come dire un invito a subire, non necessariamente da parte dell'autore, un rapporto anale ed equivarrebbe all'espressione verbale vaffanculo; poi il gesto di accompagnamento, ovvero il movimento del gomito e del braccio, maggiormente rafforza l'idea di penetrazione.

I complimenti deformati sono insulti sarcastici. In pratica, una risposta amichevole viene modificata per renderla offensiva. E’ un insulto particolarmente sgradevole perché somiglia al gesto di dare una ricompensa per poi ritirarla all’ultimo istante. Ci mostra quello che potremmo avere, ma poi ci viene negato.
Il sorriso a labbra strette, dare la mano per ritirarla all’ultimo istante, l’applauso al rallentatore, o (nei Paesi di lingua spagnola) l’applauso con le unghie dei pollici.

Secondo diverse ricerche, al di là della bellezza (molto soggettiva) i soli aspetti del corpo con un valore universale sono 2: la pulizia e la salute. Dunque, dire (o far capire) a qualcuno che è sporco, significa insultarlo: sei repellente. Perciò, tutti i gesti che richiamano la puzza, i nostri prodotti di scarto (sputo, muco, urina e feci) sono modi per rifiutare ed emarginare qualcuno. Fra i Rom, un gesto di disprezzo irrevocabile è sputare sul pavimento; in Inghilterra, si mima il gesto di tirare la catenella di un immaginario water, turandosi il naso con l’altra.

Tamburellare con le dita, guardare l’orologio, battere nervosamente la punta dei piedi sul pavimento: sono tutti segnali di insofferenza. Dimostrano la volontà di una persona di andarsene da un’altra parte: ne ho piena l’anima di stare con te! Più rifiuto di così…

I segnali di superiorità sono di preminenza sociale: la persona si considera superiore e dimostra il proprio disprezzo esibendo un’espressione altezzosa. Per alcuni, non è un atteggiamento occasionale ma un vero e proprio modo d’essere che genera un’antipatia immediata.

I segnali di noia non dimostrano solo disinteresse, ma di vera repulsione: ci si mostra palesemente annoiati da un’altra persona. Si manifesta gonfiando le guance, sbadigliando, sospirando, mostrando un’espressione assente, o mimando una flebo al braccio. Come dire: “Quanto sei palloso!”.



Per manifestare l’insofferenza verso qualcuno, si usano segnali esagerati di pena e di sconforto: battersi la testa con un pugno, boccheggiare, alzare gli occhi al cielo, coprirsi la faccia con le mani, distorcere i lineamenti in una smorfia di dolore, oppure mettere la mano di taglio sulla gola o sulla fronte (come dire: “ne ho fin qui di te”). Esagerando questi segnali, si colpevolizza l’altra persona come responsabile di questo dolore.

I segnali di ripulsa sono un modo per dire a un’altra persona: vattene! Tirare fuori la lingua ricorda l’azione con cui un poppante rifiuta il seno; ma si può anche mimare l’atto di cacciare via un insetto, o muovere la mano tesa a dita unite come a cacciare l’interlocutore.

I segnali di derisione sono una delle forme di insulto più pesanti perché esprimono ostilità e disprezzo nello stesso momento. Se ridiamo di una persona, è come se le dicessimo: “Sei così strano da sembrare allarmante, ma… che sollievo: non c’è bisogno di prenderti sul serio“. Si può esprimere questo sentimento fingendo di nascondere una risata soffocata, oppure lanciando una strizzata d’occhio a un complice, facendo in modo che la vittima se ne accorga. Una vera crudeltà.

Usando le mani si può dire a un’altra persona che è tonta o pazza (picchiettando o avvitando l’indice sulla tempia), oppure che è un noioso logorroico (mimando con la mano che si apre e si chiude il gesto del “bla-bla”). In questa categoria rientra il gesto del “marameo” che consiste nel puntare i pollici contro le orecchie, agitando rapidamente le altre dita: è un modo per mimare le orecchie di un asino.

Nella nostra cultura ci si aspetta che ognuno di noi, in ogni situazione, mostri per gli altri un grande e costante interesse. Dunque, uno dei modi di mostrare disprezzo a un’altra persona è quello di far finta di non vederla: snobbarla, distogliere lo sguardo, voltarsi per guardare altrove. Si viene trattati come una nullità, da uomini invisibili.

I segnali di minaccia sono modi con cui si tenta di intimidire un avversario senza arrivare all’attacco fisico: sono avvertimenti, semplici dimostrazioni visive. Le usano tantissimi animali (uccelli, rettili, pesci, mammiferi) che “tremano, sussultano, vibrano, si gonfiano, rizzano pinne, creste, criniere e cambiano vistosamente colore. L’uomo, non avendo questi strumenti, supplisce con una gran varietà di invenzioni culturali per minacciare i propri simili”. I movimenti aggressivi possono essere bloccati in 3 modi:
– movimenti di intenzione d’attacco: sono atti aggressivi che vengono cominciati ma non completati (alzare il braccio come per abbatterlo violentemente su un avversario, ma bloccandolo a mezz’aria; mettere le mani ad artiglio);
– gesti aggressivi a vuoto: l’azione viene completata, ma senza contatto fisico con l’avversario (agitare un pugno; mimare un colpo d’ascia con la mano; agitare l’indice, come fosse un bastone in miniatura);
– azioni deviate: l’attacco viene completato, ma non sul corpo dell’avversario bensì sul proprio o su un altro oggetto (afferrarsi il collo come a strangolarsi; mordersi l’indice.
In Francia, uno dei gesti aggressivi a vuoto è il gesto della barba (la barbe): ci si passa il dorso della mano sotto il mento per poi spingerla di fuori, con un movimento ad arco verso l’avversario. “La barba è alzata in direzione dell’avversario, proiettata contro di lui. E poiché nella specie umana essa è un importante segnale mascolino, proiettarla contro un rivale è come dire: ‘io lancio la mia virilità contro di te'”. Nel sud Italia, un ricordo di questa azione consiste nell’alzare infastiditi il mento, emettendo un piccolo suono (tsst) con la lingua.

Com’è che i segnali sessuali possono diventare insulti? Per rispondere, basta guardare gli animali: molti, compresi i nostri parenti più prossimi (le scimmie e i primati) usano le azioni sessuali come gesti di minaccia. Una scimmia maschio può mimare la monta nei confronti di un altro, come per dirgli: “Poiché soltanto un maschio dominante può montare una femmina, è chiaro che se io monto te (indipendentemente dal tuo sesso) tu devi essere mio inferiore”. Insomma, l’atto sessuale è usato come espressione di dominanza, di insulto o di minaccia.
E possono mimare: il fallo (dito medio, gesto dell’ombrello), la vulva (ripiegando l’indice contro il pollice), l’atto sessuale (infilando il pollice fra indice e medio: “fare le fiche”; mimare le “L” rovesciate con le due mani, come dire “Ti faccio un culo così”; spingere il pugno in avanti e indietro; infilare l’indice destro nel pugno sinistro), la masturbazione (spingendo il pugno su e giù), il rapporto orale (ponendo le mani aperte ai lati del pube). Altri ancora possono alludere in modo spregiativo all’omosessualità, per esempio mimando il polso molle o un’andatura affettata.
Fra i gesti osceni rientra anche la “V” col palmo verso il proprio viso: potrebbe essere il residuo di un gesto arabo che mima l’atto sessuale ponendo le dita a “V” alla base del naso.



Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

sabato 7 maggio 2016

L'ARROGANZA IN DIVISA



Ogni capo di abbigliamento può essere considerato un’estensione del proprio essere, infatti, anche la percezione che si ha di se stessi, può essere modificata dall’abbigliamento che indossiamo.

All’epoca dell’Ancien règime, per strada, “si indossavano abiti che rendevano riconoscibile il proprio rango, e che per funzionare, dovevano essere sufficientemente familiari e conosciuti”. Quindi, il modo di vestire “era un tentativo di utilizzare schemi noti per identificare l’appartenenza sociale, in modo da conferire un ordine alla vita nella strada”.

Anche ai nostri giorni, ci viene spontaneo, almeno nel primo approccio, cercare di carpire la personalità degli altri osservandone il loro aspetto esteriore e l’abbigliamento. Questa osservazione, fornisce ancora un indizio potente e serve come una scorciatoia mentale per identificare: il sesso di una persona, lo status, l'appartenenza al gruppo, la legittimità, l'autorità e il lavoro che svolge. Abbigliamento e aspetto fisico, come abbiamo visto, sembrano quindi importanti nello sviluppo iniziale delle relazioni sociali. Alcuni studi fatti in America, hanno rivelato che l’esteriorità (compreso il modo di vestire), rimane ancora il maggiore indicatore utilizzato per la prima impressione delle persone.

Nate inizialmente per distinguere i nemici dagli amici sul campo di battaglia, le divise militari e quelle delle forze dell'ordine sono diventate uno dei modi per sottolineare esteriormente la propria identità. Un'identità che punta tutto sul gruppo, sullo spirito di corpo, sulla storia che quella divisa incarna. Accanto all'abito d'ordinanza, infatti, c'è un insieme di accessori, di atteggiamenti, di comportamenti e di regole che spiegano per filo e per segno chi è, e che cosa deve pensare, chi lo indossa. Un edificio di norme difficili da catalogare come il frutto di processi storici, visto che molti di questi aspetti appartengono a eserciti di culture ben diverse tra loro sia per epoca sia per collocazione geografica.
Ma, al di là agli aspetti esteriori, tutti gli appartenenti alle forze armate condividono la stessa esigenza psicologica: sembrare più forti e potenti di quanto, individualmente, non si sia. E infatti fin dalla loro comparsa le divise militari e quelle delle forze dell'ordine sono state confezionate con un obiettivo
preciso: esaltare la virilità di chi le indossa, stabilire una distanza con il resto del mondo e segnalare l'appartenenza a un gruppo.

Una delle strategie psicologiche più comuni per “dominare” senza colpo ferire è quella di esagerare, enfatizzare, quegli elementi del corpo e del portamento che hanno un significato diretto di superiorità. Persone alte, ad esempio, incutono più rispetto e soggezione di persone basse. Anche le spalle larghe, accompagnate da un girovita stretto, che attribuisce al busto un profilo a V, una muscolatura sviluppata, una voce bassa e profonda, un portamento eretto, con lo sguardo alto, e la visibilità nel gruppo sono fattori decisivi nel trasmettere dominanza. Le uniformi, specialmente quelle da cerimonia, presentano una serie di accorgimenti tesi ad enfatizzare proprio questi aspetti corporei.
L’uso di copricapi alti non ha solo la funzione di proteggere il militare dalle avversità atmosferiche, ma anche e soprattutto quella di aumentarne l’altezza percepita. Copricapi alti si trovano in eserciti appartenenti a culture molto distanti (si pensi ai capi indiani) e possono raggiungere altezze considerevoli. Possono essere di pelliccia, stoffa, metallo lucente, come nei corazzieri, e decorati con piume, come nel caso degli alpini e dei bersaglieri. Per quanto riguarda la larghezza delle spalle, notiamo l’uso di giubbe con spalline più o meno decorative ed evidenti, a seconda del grado. Nei casi più eclatanti, sono in metallo con frange, mentre a volte sono costituite da semplici imbottiture o risvolti di stoffa su cui sono appuntati i gradi sotto forma di galloni, barre, stellette, torri, greche. Tutto ciò favorisce l’impressione di spalle possenti e larghe e, come per il copricapo, il loro uso è stato riscontrato in culture molto diverse fra loro.

Per favorire la forma a V, sopra la giubba c’è un cinturone, spesso di colore bianco, di stoffa o pelle, che stringe il girovita, e i bottoni metallici e lucenti della giubba sono disposti in modo divergente verso l’alto.

Per quanto riguarda la visibilità, si può notare nelle uniformi l’uso frequente di colori contrastanti, come il rosso della giubba ed il nero dei pantaloni delle guardie reali inglesi, l’uso della sciarpa azzurra degli ufficiali italiani, posta trasversalmente sul busto, l’adozione di bottoni in metallo lucente , l’uso di ghette bianche. La dominanza è anche trasmessa da un’elevata ornamentazione e ciò si traduce, nelle uniformi militari, nell’uso di mostrine e fregi, che identificano il corpo d’appartenenza, e di cordoni, cordelline, placche, pendagli, dragoni, ed anche nell’adozione di armi bianche come lo spadino o la sciabola, nel caso di ufficiali e sottufficiali. L’abbigliamento con grosse giubbe, cinturoni e copricapi pesanti contribuisce, tra l’altro, a rendere i movimenti più rigidi e per questo più marziali.

Ormai è abbastanza noto, specialmente per i sempre più numerosi studiosi del linguaggio non verbale e della prossemica, che l’abbigliamento e l’apparenza fisica, sono importanti nello sviluppo iniziale di una relazione sociale e hanno addirittura più effetto della personalità, quindi nelle relazioni iniziali, l’uso, in particolare, dell’uniforme, che identifica una persona con un potere coercitivo, una potenziale capacità di arrestare e usare la forza per ristabilire l’ordine ha un significativo impatto psicologico.

La divisa della polizia rappresenta una tradizione antica come la Legge e alcune ricerche svolte negli Stati Uniti d’America, hanno dimostrato che l’abbigliamento ha un notevole impatto nel modo in cui le persone percepiscono gli altri.

Secondo questo studio, l’uniforme delle forze  di polizia ha un profondo impatto psicologico sugli altri e, anche una lieve alterazione allo stile della stessa può cambiare la percezione del cittadino nei confronti di chi la indossa.

Nel 1829, la London Metropolitan Police, fu la prima forza di polizia moderna, ad adottare un abbigliamento particolare per la propria forza di polizia. L’uniforme di questi poliziotti (i famosi "Bobbies" di Londra) era di colore blu scuro, in stile paramilitare. Il colore blu, in quell’epoca, serviva soprattutto per distinguere la polizia dai militari inglesi, che indossavano uniformi di altri colori.

Nel 1845, la città di New York ha istituito il primo corpo di polizia negli Stati Uniti e, successivamente, prendendo esempio dalla polizia di Londra, il New York City Police Department adottò la divisa blu scuro nel 1853. A breve, anche altre città, come Filadelfia, Boston, Cincinnati, Cleveland, Buffalo e Detroit, istituirono i dipartimenti di polizia sul modello di Londra inclusa l'adozione del colore blu scuro, in stile paramilitare per le uniformi.

In uno studio, sono state classificati venticinque diversi modelli di uniformi, afferenti a varie professioni, chiedendo ai partecipanti di inserirle in diverse categorie di sentimenti già prefissate in una griglia.



I soggetti che hanno partecipato al sondaggio, hanno confermato che la divisa della polizia rimane quella che maggiormente trasmette sensazioni di sicurezza.

In un altro esperimento, i partecipanti hanno dichiarato di ritenere uno dei modelli effigiati, più competente, affidabile, intelligente e socialmente utile, quando era raffigurato con l'uniforme della polizia, rispetto a quando, lo stesso modello, era ritratto con abiti civili.

Ancora un altro esperimento americano, ha rilevato che, la sola presenza di un individuo, che indossava una divisa simile a quella della polizia, lasciato sostare a piedi su un marciapiede vicino a un incrocio, aveva permesso l’allontanamento dei personaggi che erano soliti commettere infrazioni, i quali si vedevano circolare di meno in quella intersezione. Ciò era avvenuto, anche se l'uniforme non era di un vero e proprio poliziotto e l'individuo non indossava né un distintivo né un’arma.

In un esperimento per testare la potenza della divisa da poliziotto, un ricercatore, avvicinando casualmente alcuni pedoni su una strada di città, ordinava loro di raccogliere un sacchetto di carta buttato dagli stessi in terra, o stare un passo indietro a una fermata dell'autobus, o altri ordini simili. Il ricercatore, nel fare ciò, indossava alternativamente, abiti casual, una divisa di addetto alla consegna del latte o un uniforme grigio simile a quella della polizia completa di un distintivo, ma senza armi.

Solo l'uniforme simile a quella della polizia ha provocato un’alta percentuale di cooperazione da parte dei cittadini. Le persone inoltre, hanno continuato a obbedire a quanto detto dal ricercatore in uniforme, anche dopo che questi si era allontanato e non c’era nessuno a valutare le ulteriori azioni dei cittadini.

Detto questo, gli importanti risultati dei test americani, hanno permesso di rilevare che anche alcuni dettagli dello stile dell’uniforme possono influenzare il livello di autorevolezza del pubblico ufficiale. Al campione che ha partecipato all’esperimento, sono state fatte valutare fotografie di agenti di polizia in uniforme maschile e femminile, che indossavano diversi stili di copricapo e altre foto nelle quali gli stessi agenti non indossavano alcun berretto.

Anche se i test psicologici hanno dimostrato che i partecipanti hanno comunque percepito gli agenti come autorevoli in tutte le circostanze, il tipo di cappello ne variava il livello attribuito all’agente. Il tradizionale berretto della divisa (detto Tesa), o il basco dell’uniforme da combattimento, avevano suscitato un senso di maggiore autorità rispetto al berretto con visiera modello “baseball” o l’assenza di copricapo.

Altri studi, in passato, hanno affrontato l’ipotesi di eliminare lo stile paramilitare della divisa della polizia. In un esperimento, gli studenti dovevano visionare disegni in bianco e nero di tre stili di uniformi della polizia. Due delle uniformi rappresentavano uno stile paramilitare tradizionale, ma mancavano o il cinturone o le armi. Il terzo modello, era un uniforme non tradizionale, composta da pantaloni, una camicia con la cravatta e una giacca o blazer. Sebbene gli studenti abbiano espresso per tutte e tre le divise, un giudizio analogo rispetto all'obiettività e l'affidabilità, la divisa con la giacca blazer, veniva classificata leggermente superiore per professionalità.

Lo stesso esperimento, fatto con foto a colori, ha invece favorito lo stile tradizionale, le uniformi stile paramilitare venivano classificate come quelle che suscitavano un senso di onesto, buono, utile, autorevole e competente rispetto al blazer.

Gli esperimenti sopra citati, concernenti la foggia dei berretti e delle divise della polizia, suggeriscono che i cambiamenti dello stile possono avere un importante effetto sulla percezione dell’autorità e del potere da parte dei cittadini e sulle capacità di controllo da parte degli operatori di polizia, ma anche il colore della divisa può influenzare psicologicamente le persone.

Molti dipartimenti di polizia negli Stati Uniti utilizzano colori più scuri per le loro uniformi, come il nero, blu, marrone, verde o grigio. Proprio come si è detto circa lo stile delle uniformi della polizia, anche il colore della divisa ha un significato.

I test psicologici hanno rivelato che tutti noi tendiamo ad associare i colori con specifici stati d'animo, ad esempio il rosso o arancione per l'eccitazione e la stimolazione, il che spiega perché sia usato spesso per lampeggianti dei veicoli d'emergenza, il blu per sentimenti di sicurezza e comfort e il colore nero è spesso associato a potenza forza e negatività.

Studi effettuati presso scuole degli Stati Uniti (superiori e università), hanno dimostrato che gli studenti, percepiscono i colori chiari, tipo il bianco e giallo, come deboli, ma anche come buoni e attivi. Gli stessi studenti percepivano colori scuri, tipo il nero e il marrone, come forti e passivi, ma anche come cattivi. Le differenze culturali non hanno influenzato questi risultati, che non variavano neanche con la razza diversa degli studenti. La gente in Europa, Asia occidentale, Africa centrale e il Medio Oriente ha la percezione di colori simile, quindi queste ricerche dovrebbero valere anche in casa nostra.

In tutte le culture osservate, le persone hanno costantemente associato colori chiari con sentimenti di bontà e di debolezza e colori scuri come forza, ma di fatto cattivi o comunque temibili.

Molti studi psicologici, indicano i colori più chiari, come più piacevoli e meno dominanti, i colori scuri, invece, suscitano emozioni di rabbia, ostilità, dominio, e aggressione.

Il colore sembra avere anche un impatto considerevole sui vestiti e le percezioni di chi lo indossa. Quando la gente sceglie le foto di modelli in base alla loro attrattività, il colore dell’abbigliamento è apparso determinante.

Sempre in tema di colori, un altro interessante studio ha rilevato ad esempio che gli arbitri di calcio, sanzionano più severamente i giocatori di una squadra che indossa una divisa scura, rispetto a una squadra che indossa la divisa dai colori vivaci.

L'esperimento americano circa la squadra con la maglia scura, suggerisce inoltre che gli agenti di polizia in uniforme scura inconsciamente potrebbero agire in modo più aggressivo, quindi, accogliendo questo assunto, si dovrebbe trovare un compromesso per azzeccare la giusta combinazione di colori per l’uniforme perfetta, in grado di trasferire sentimenti di autorevolezza, potere e nello stesso tempo cordialità e disponibilità. Un’impresa ardua, ma non impossibile, giacché potremmo prendere spunto da un altro esperimento americano.

In un test, sono stati presentati soggetti in foto a colori, indossanti due divise tradizionali in stile paramilitare. Una delle divise con camicia blu scuro e pantaloni blu (indossati dalla polizia americana oggi), l’altra divisa tradizionale, era simile a quella degli agenti dello stato della California, costituita da una camicia cachi e pantaloni verde scuro.

Anche se i soggetti intervistati, avevano classificato entrambe le uniformi allo stesso modo, con aggettivi del tipo: buono, onesto, utile e competente, l’uniforme Californiana di colore più chiaro veniva valutato sensibilmente superiore per il calore e la cordialità che sembrava suscitare.

Quindi, l’uniforme con una metà chiara e l’altra metà scura, inviava comunque un messaggio migliore delle rimanenti uniformi tradizionali americane di colore blu scuro o nero.

Anche in America, dove si è molto investito sul concetto di polizia di prossimità e tanti sono gli sforzi per presentare un'immagine più amichevole per il pubblico, trascurare il significato del colore dell’uniforme della polizia potrebbe rendere il compito più difficile del necessario.

A causa della percezione negativa in termini psicologici, da parte dei cittadini dei colori scuri, gli stessi, possono percepire un agente di polizia in modo negativo anche a causa del colore dell’uniforme. Infatti, se è vero, come abbiamo visto, che gli arbitri, ritengono che atleti che indossavano divise scure mostravano un comportamento più aggressivo, i cittadini potrebbero percepire gli agenti in divisa scura, come più autoritari rispetto a quelli che indossano divise più chiare.

L'uniforme della polizia, come abbiamo visto, può determinare anche il livello di sicurezza dell’operatore che la indossa. Le divise di colore nero, possono provocare sentimenti inconsciamente negativi nei cittadini, qualora, per questo, percepissero l’agente come aggressivo, e addirittura potrebbero incoraggiare o suscitare una reazione ostile o violenta nei confronti della polizia.

Oltre al colore, però, anche la cura e il modo di indossare l’uniforme e l'equipaggiamento a essa abbinato, costituiscono un fattore importante per la sicurezza dell'operatore di polizia. Alcune interviste con detenuti che avevano ucciso agenti di polizia in America, hanno fatto emergere che gli assassini, prima di decidere di usare la violenza, osservano il comportamento dell’agente e ne valutano la pericolosità.

Se un operatore delle forze dell’Ordine, dimostra di avere scarsa cura dell’uniforme e degli accessori della divisa o per le armi in dotazione e contemporaneamente non si mostra professionale, attento, fermo e autorevole durante un controllo, incoraggia l’aggressore che ne percepisce la debolezza e quindi facilità la scelta di affrontare l’agente.

In molte situazioni che comportano l'uso della forza, il fatto che un agente di polizia abbia un’uniforme in ordine e il portamento è composto e adeguato alla circostanza può aiutare a prevenire danni allo stesso operatore o addirittura a evitarne la morte, in pratica questo vuol dire che il cittadino è portato a rispondere in maniera differente secondo il tipo di pubblico ufficiale che si trova davanti.




Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

Elenco blog AMICI