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domenica 9 ottobre 2016

LA ZITELLA




Per zitella si intende una donna che non ha un marito e per questo fatto si porta dietro un carico di acidità, si presume per la disgrazia, il rammarico e il rimpianto di non aver contratto matrimonio e – si sottitende, con malizia e volgarità – soprattutto per la sfortuna di non godere delle gioie del sesso.

Chi usa la definizione zitella acida ha come contesto mentale il retropensiero secondo il quale essere una donna non sposata significa essere una zitella acida. Una donna infelice. Dal che ne deriva, per un passaggio di logica di imbarazzante banalità, che per non essere acida (e quindi, ovviamente, infelice, in quanto l’acidità è il sintomo dell’infelicità), una donna abbia una soluzione vecchia e scontata a propria disposizione: prendere marito. Trovarsi un compagno. La felicità, una donna, se la conquista con il matrimonio. Tutto qui il dramma esistenziale femminile: questo è l’inizio e la fine di ogni obiettivo, progetto, sogno di una donna. 

Zitella acida è un termine che viene dal passato, dal peggio del passato, dal peggio della cultura popolare e tradizionale. Eppure è un termine che contiene in sé, ancora al giorno d’oggi, tutta la sua potenza negativa e funziona da terribile spauracchio per le molte donne single di tutte le età, che appunto, terrorizzate dall’idea di diventare zitelle acide si accontentano del peggio e stanno con un uomo purchè, solo in quanto uomo, solo in quanto partner.

Una zitella acida è la sfigata per antonomasia, colei che rappresenta la vera sfiga per una donna: il fatto di non avere un compagno. Certo, per chi ci crede, per chi compra senza filtrare con il proprio senso critico quanto venduto dal pensiero comune e diffuso.

Identificare, riconoscere e sovvertire le milionate di idee sbagliate che ci circondano significa costruirsi una vita su misura, autentica, davvero felice. E rifiutare di vivere una vita standard, cioè basata su regole e “leggi” del “si dice”, “si deve”, “è meglio”. 

Zitella acida esprime molte idee, tutte sbagliate e ha molti sottintesi tutti sbagliati. Ed è frutto di una cultura manipolatoria, che fa della manipolazione e del manipolare un proprio strumento di controllo.

Quante donne si rovinano la vita nel tentativo di rispecchiare un’idea di realizzazione che non appartiene davvero a loro, per una qualsivoglia ragione? Quante donne hanno scampato il pericolo di vedersi appioppata la definizione di zitella acida, ma si ritrovano, magari senza esserne consapevoli, in condizioni ben più infelici e restrittive rispetto all’inferno immaginario che credono di aver evitato, dato che vivono in un inferno reale, che però non è tale per l’idea comune?

Lasciamo perdere per un momento la zitella acida, inacidita perché sola e senza sesso. E parliamo di categorie umane “impressionanti” alle quali so che in molti non vorrebbero appartenere. 

Come definire le tante coppie in cui, invece, l’aggressività è esplicita e si manifesta non in violenza fisica ma nell’ostentata manifestazione di un’insofferenza reciproca continua, fatta di parole, opere e omissioni… perfino “dispetti”. Qual è il livello di “acidità” in questo genere di relazioni? 

Un sondaggio ha messo in luce una realtà abbastanza originale, che stravolge quella che è l'immagine tradizionale della donna italiana. 
Dal sondaggio, condotto su un campione di uomini di età compresa fra i 30 e i 65 anni, emerge che circa il 74% dei mariti intervistati, posto di fronte all'alternativa fra dolce e acida, definisce sua moglie con quest'ultimo aggettivo. 
Il sondaggio non si proponeva obiettivi sociologici, l'intento era quello di dimostrare che errate abitudini alimentari e di vita, possono influenzare negativamente il tono dell'umore e il carattere. Questo però può fornire lo spunto per una riflessione che và al di là delle informazioni fornite dalla ricerca. 
Come mai le donne italiane hanno cattive abitudini alimentari e sono stressate da ritmi giornalieri esasperanti? Forse perchè la nostra società non è abituata a gestire questa nuova figura di donna, che mostra di avere, nel bene e nel male le stesse abitudini degli uomini? 
Come mai si cerca una motivazione dipendente da fattori esterni come il cibo, le abitudini di vita, i malesseri dovuti al ciclo mestruale, ecc., invece di capire cosa c'è dietro questa aggressività a stento contenuta, dietro questo essere acide? 



Se un uomo si comporta da "acido", non lo definiamo come tale, ma diciamo che ha un carattere forte, che non si fa sottomettere da nessuno e spolveriamo in proposito, tutta una serie di luoghi comuni piuttosto laceri dal troppo uso; una donna invece è acida. 
Acida è l'aggettivo con cui si suole designare le zitelle, che ormai si chiamano singles, ma che sono rimaste acide. 
Acida è una donna priva di slanci emotivi, che non riesce a stabilire contatti affettivi perchè corazzata dallo strato di acido, appunto, che vieta a chiunque di avvicinarsi, perchè l'uomo non è "acido"? 
Nella lingua parlata potremmo trovare una serie piuttosto varia e colorita di aggettivi con cui apostrofare un uomo, ma niente che corrisponde ad acido. 
Forse il problema a ben guardare non è il cibo o le abitudini di vita, il problema vero è quello che le donne in genere e le mogli in particolare si trovano quotidianamente ad affrontare problemi di varia natura, che spaziano dalla gestione della casa, ai figli al lavoro e alla carriera, non più retaggio degli uomini. 
Mentre però il ruolo della donna è cresciuto e si è diversificato, quello dell'uomo ha subito una significativa involuzione. Cresciuti all'ombra di famiglie in cui la madre era ancora la regina della casa, i "poveri" uomini italiani hanno sposato donne a cui la casa stava stretta, a cui era difficile dare ordini, forse è questo il motivo per cui solo il 26 % circa dei mariti definisce sua moglie dolce. 
Fa riflettere che nello stesso sondaggio ben il 62% dichiara di essere sposato a una "donna di ferro", mentre solo il 35% ritiene la propria compagna una donna tenera e disponibile, dovremo smettere di mangiare per diventare quelle eteree creature che i nostri compagni si ostinano a desiderare, o dovremo semplicemente rinunciare alle conquiste fatte negli ultimi trent'anni? 



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venerdì 15 aprile 2016

Tradimenti Con La FEDE al Dito



"Credete  veramente che l’anello al dito rappresenti uno status? Credete veramente che sia una fascetta dorata a tenere le donne lontane dagli uomini “impegnati”? Credete che sia un pezzo di metallo al dito a garantire la fedeltà coniugale?”

Da sondaggio emerge che il  14% degli uomini sposati non portano mai la fede. Ed è una percentuale che sta crescendo esponenzialmente negli ultimi anni. I motivi o meglio le scuse  sono che fa male, dà fastidio, paura di perderla, è larga o è stretta.
Poi c’è una percentuale di uomini che, per motivi di sicurezza, non indossa la fede al lavoro.
E questi sono i mariti con la fede nel tempo libero (quando se ne ricordano).
Poi ci sono i mariti alternativi, quelli portano la fede appesa alla collanina o ben custodita nel portafogli.

E infine i mariti tradizionalisti: modello standard con fede al dito… ma ormai è una “razza” in via d’estinzione.

Le donne che non portano la fede, invece, sono meno dell’8%, io compresa.

In ogni caso, la differenza tra l’uomo e la donna sta nel significato che attribuiscono a questo anello: per  4 uomini su 10 non rappresenta  simbolo di fedeltà. Per 6 donne su 10 invece sì.

Ammettiamolo, portare la fede al dito si è sempre pensato potesse fare da deterrente per le persone intenzionate a sedurre – sia che si tratti di uomini che di donne. E, invece, secondo quanto rivelato da un sondaggio condotto da un noto sito d’incontri britannico, l’uomo che indossa la fede nuziale attira a sé più donne, rispetto a chi non lo fa o ai single.

Per gli uomini sposati il rischio di essere attirati o cedere in tentazione è dunque alto. Lo si è scoperto dopo che un sito di incontri extraconiugali ha condotto un sondaggio che ha coinvolto oltre 2.000 utenti. L’indagine ha rivelato che l’87% degli uomini indossano comunque le loro fedi nuziali mentre stanno cercando una partner con cui avere una storia «extra matrimonio». E questo pare funzionare alla grande. Cosa dimostrata dalle dichiarazioni del 68% delle donne intervistate, che ha ammesso di trovare sessualmente più attraente l’uomo con la fede al dito.



Secondo un portavoce del sito web, alla base di questo fenomeno ci può essere una particolare convinzione: le donne che cercano un’avventura ritengono che un uomo sposato sia l’ideale per avere una relazione senza impegno, senza coinvolgimento d’amore e possibili (pericolose) serie intenzioni. Secondo invece una utente del sito il motivo può anche essere che «si è più attirati da ciò che non si può avere», per cui l’uomo sposato può essere più attraente di un single. Le cose tuttavia sono diverse nei due generi: al contrario dei maschi, le femmine del sito hanno infatti rivelato che nel 73% dei casi la fede nuziale, piuttosto che all’anulare, la tengono nella borsetta quando hanno un incontro segreto.

Le donne preferiscono l'amante con la fede al dito, più sexy e meno impegnativo di uno che potrebbe rivendicare attenzioni da un momento all'altro, mandando in frantumi il sogno di un rapporto "easy" e senza pretese. Più difficile da conquistare, certo, ma senza dubbio più appagante per l'orgoglio femminile. Il 53% delle donne sceglie come amante il marito di qualcun'altra. Più sexy e trasgressivo come tradimento, ma soprattutto una sorta di "vittoria" nell'eterna competizione fra donne.

Il 25% delle intervistate, invece, ha detto di dare molta importanza al modo di vestire e di preferire l'uomo in giacca e cravatta. L'eleganza non passa mai di moda e le donne, anche se non tutte lo ammettono, sono molto sensibili all'intramontabile fascino dell'uomo d'affari.

Al terzo posto del podio dell'amante perfetto si piazza il palestrato. Il 22% lo sceglierebbe per trascorrere momenti di pura passione lasciandosi travolgere dalla sua prestanza fisica. Insomma va bene il fascino e la sete di conquista, ma anche l'occhio vuole la sua parte.




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sabato 2 aprile 2016

CELIBATO ECCLESIASTICO



Mentre il cristianesimo era ancora religione illegale nell'Impero romano, si richiedeva già ai pastori l'osservanza di una continenza totale anche nei riguardi delle proprie mogli. Nel 306 circa, il Concilio di Elvira dichiarò, nel suo canone 33, che ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi era proibito avere relazioni sessuali con le proprie mogli e generare figli. Un concilio tenuto a Cartagine nel 390 considerò questo una prassi antica e di origine apostolica: "Il vescovo Aurelio disse: Quando nel concilio scorso si considerava il regolamento della continenza e della castità riguardo ai tre ordini collegati per la loro consacrazione alla castità, cioè, i vescovi, i presbiteri e i diaconi, fu presa la decisione che conviene che i sacri prelati e sacerdoti di Dio ed anche i leviti, quelli che servono ai sacramenti divini, siano totalmente continenti, per poter ottenere da Dio quello che chiedono con semplicità, affinché anche noi conserviamo ciò che gli apostoli hanno insegnato e l'antichità ha osservato. Faustino, vescovo di Potenza Picena, legato della chiesa di Roma, disse: Piace che i vescovi, i presbiteri e i diaconi, cioè quelli che toccano i sacramenti mantengano la castità e astengano dalle loro mogli. Tutti dissero: Piace che tutti coloro che servono all'altare mantengano totalmente la castità".

Diversi Padri della Chiesa indicano che l'ascetismo sessuale era largamente praticato dai cristiani dei primi secoli. Giustino di Nablus (c. 100 - c. 165) dichiarò: "Molti uomini e donne di sessanta o settanta anni, che fin da fanciulli furono ammaestrati negli insegnamenti di Cristo, perseverano incorrotti. E mi vanto di potervi mostrare uomini siffatti sparsi in ogni classe." Suo contemporaneo più giovane, Atenagora di Atene (c. 133 – c. 190), scrisse: "Troveresti fra noi molti uomini e donne, che si invecchiano senza sposarsi, nella speranza di unirsi più strettamente con Dio". Recenti studi hanno mostrato – come dichiara uno storico greco ortodosso – che "la continenza dentro del matrimonio – una specie de monachesimo domestico – era molto più ampiamente praticata e proposta come l'ideale di quello che spesso si suppone, per i pii laici ma specialmente per l'alto clero". Egli osserva che sono molti pure le testimonianze della mancata osservanza dell'ideale, di cui l'esistenza però spiega l'assenza di seria opposizione all'imposizione nella Chiesa ortodossa del celibato obbligatorio dei vescovi.

Le  decisioni dei concili di Elvira e di Cartagine, che ai chierici escludevano i rapporti matrimoniali, mostrano che già allora si richiedeva loro una vita di ascetismo almeno uguale a quello di molti cristiani laici. Come era prevedibile, non di tutti i chierici la vita corrispondeva a quello che si attendeva. Il Padre della Chiesa Epifanio di Salamina (c. 315 – 403), testimone greco dell'esistenza della stessa norma sia in oriente che in occidente, osserva: "La santa Chiesa di Dio non accetta come diacono e presbitero e vescovo e suddiacono chi, pur essendo marito di una sola moglie, ancora convive con lei e genera figli, ma accetta chi si astiene dalla sua unica moglie o chi è vedovo, soprattutto là dove si osservano con esattezza i canoni ecclesiastici. Ma sicuramente mi dirai che in certe località presbiteri e diaconi e suddiaconi ancora generano figli. Questo succede in conformità non con il canone ma con l'intento a volte lassista degli uomini e per la gente dove manca servizio".

Evidentemente, non essere sposati (il celibato in questo senso) non era allora condizione per essere ordinato chierico. Potevano essere ordinati sia celibi che sposati. Non c'è motivo di supporre che i vescovi che parteciparono ai concili di Elvira e di Cartagine siano stati tutti celibi. Tertulliano (155 circa – 230 circa), testimone dell'esistenza allora di molti chierici viventi in continenza, era sposato quando avrebbe ricevuto il sacerdozio (secondo i più recenti studiosi, è rimasto sempre laico). Due dei suoi scritti sono dedicati "ad uxorem", cioè "a mia moglie". S. Atanasio (296-373) nella sua Epist. ad Dracontium scrisse: "Ci sono monaci che sono padri di famiglia. Ancora, voi potete vedere dei vescovi ammogliati a figli, e dei monaci che non si danno alcun pensiero della loro posterità". S. Gregorio Nazianzieno (330-389) patriarca di Costantinopoli, era figlio di un vescovo. San Patrizio (ca. 372-483), l'apostolo dell'Irlanda, era figlio di un diacono britannico; e suo nonno era presbitero. Nel 911 i veneziani elessero come loro vescovo Orceano, il quale andò ad abitare il palazzo vescovile con la moglie e i figli. Da molte iscrizioni tombali di presbiteri e di vescovi dei primi seicento anni di cristianesimo risulta che erano sposati con figli. Papa Ormisda (514–523) fu ordinato diacono quando era sposato e aveva un figlio, il quale poi è diventato Papa Silverio (536-537).

Data l'esclusione dei rapporti coniugali perfino con una moglie già esistente, era considerato inconveniente che, dopo avere assunto con l'ordinazione tale dovere, un chierico si sposasse. Nell'Impero bizantino l'imperatore Giustiniano I proclamò la nullità degli eventuali matrimoni di chierici negli ordini maggiori (suddiaconi, diaconi, presbiteri, vescovi). Nell'occidente, dove l'editto imperiale non aveva vigore, i matrimoni di tali chierici, pur essendo illeciti, restavano canonicamente validi fino al 1139, quando il Concilio Lateranense II li dichiarò nulli. (Un decreto attribuito al Concilio Lateranense I di 1123 avrebbe già dichiarato nulli i matrimoni stipulati dopo l'ordinazione maggiore, ma esistono dubbi sia sulla sua autenticità sia sulla sua interpretazione).

In inglese la parola celibacy non necessariamente significa non essere sposati: si usa, independentemente dello stato civile della persona, per indicare l'astenzione dalle relazioni sessuali. Alcuni dizionari indicano che oggi è questa il significato principale. Il celibato, se interpretato come sínonimo della correspondente parola inglese, era proposto come ideale per i chierici cristiani da molto presto. Le esistenti fonti del IV secolo attribuiscono agll apostoli l'origine di questo obbligo anche in relazione alle spose. Ancora la Chiesa cattolica considera che è a causa dell'"obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli" che i chierici della Chiesa latina sono vincolati al celibato.

Già oggi (e da molti secoli) il celibato obbligatorio non è in vigore in tutta la chiesa romana: c’è una sua parte, costituita dalle chiese cattoliche orientali unite a Roma (quindi sottoposte alla obbedienza papale), nelle quali da sempre i preti si possono sposare, e si sposano, in virtù di un loro particolare diritto canonico. L’unica condizione è che il matrimonio avvenga prima dell’ordinazione sacerdotale: il matrimonio, cioè, non è considerato un impedimento per l’esercizio del ministero sacerdotale. Quindi neppure nella chiesa di Roma (la più rigida in questo campo), il celibato obbligatorio è una regola assoluta. I papi sono riusciti, sia pure a fatica, a imporla alla grande maggioranza dei loro preti, ma non a tutti: i cattolici orientali sono l’eccezione che, in questo caso, non conferma la regola, ma la relativizza. Ed è giusto che la relativizzi, perché anche la chiesa di Roma, che pure è così intransigente su questo punto, considera il celibato obbligatorio non una questione dogmatica, ma unicamente disciplinare.



Nella Bibbia, com’è noto, questo collegamento non esiste, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento. In Israele i sacerdoti e lo stesso sommo sacerdote erano sposati. Nel cristianesimo dei primi due secoli il celibato non è presentato come una condizione più cristiana di altre o come un valore speciale, degno di essere perseguito in sé e per sé, e questo è tanto più singolare se si pensa che Gesù e l’apostolo Paolo erano entrambi celibi. Paolo ne parla come di un «carisma» parallelo a quello del matrimonio, anche se il testo al riguardo (I Corinzi 7, 7) non è chiarissimo. D’altra parte il celibato non compare mai nella lista delle «opere» o dei «frutti» dello Spirito. È certo comunque che anche fra i cristiani dei primi due secoli vi fu chi, per vari motivi, anche religiosi (la venuta dei Regno considerata imminente, il desiderio di una consacrazione totale al servizio di Dio e del prossimo senza vincoli umani, o altro), rinunciava al matrimonio praticando il celibato e la castità. Ma è altrettanto certo che non esisteva nessuna legge in proposito, e nessun collegamento con l’esercizio di un ministero. Anche la parola di Gesù sugli eunuchi «che si son fatti tali da sé a cagione del regno dei cieli» (Matteo 19,12) – e Gesù aggiunge: «Chi è in grado di farlo, lo faccia» – è rivolta ai cristiani in generale, non ai ministri in particolare, di cui il testo non parla. E comunque si tratta di una eventualità che Gesù evoca, in nessun modo di un suo ordine, e neppure di una sua raccomandazione. «Chi è in grado di farlo, lo faccia» vuol dire che è una libera scelta di ciascuno, ma nessuno è obbligato a farla. Anche la parola dell’apostolo Paolo («vorrei che tutti gli uomini fossero come sono io», cioè senza moglie I Corinzi 7, 7) è rivolta a tutti i cristiani, e si spiega bene se si pensa all’attesa, allora vivissima, della fine del mondo ritenuta imminente. Che senso avrebbe avuto creare una famiglia, dato che il mondo stava per finire? Comunque sia, Pietro era sicuramente sposato, come gli «altri apostoli» (I Corinzi 9, 5), e Paolo stesso, celibe, non chiede al vescovo di essere anch’egli celibe, ma «marito di una sola moglie» (I Timoteo 3, 2), cioè che non si risposi in caso di vedovanza o divorzio.

Le ragioni addotte a sostegno del celibato sono tante. L’idea antica, di origine pagana, che la sessualità sia in qualche modo peccaminosa e renda chi la pratica temporaneamente impuro, e quindi non idoneo al «servizio dell’altare». Il modello di vita monastico esercitò senza dubbio un forte influsso sul clero secolare, che volle adottarne alcune modalità. L’idea che il celibato sia «un segno del Regno», dato che in esso, dice Gesù, «né si prende né si dà moglie» (Matteo 22, 30).  L’idea che il celibato consenta una più totale consacrazione a Dio e al prossimo. L’idea che la castità consista anzitutto nella rinuncia alla sessualità, e che sia moralmente preferibile rinunciare alla sessualità piuttosto che esercitarla. L’idea (oggi meno sottolineata che in passato) che la condizione di verginità sia superiore alla condizione coniugale. Il fatto che un clero celibe è più facile da gestire e utilizzare che un clero con famiglia e che il celibe, non avendo figli, non può lasciare loro in eredità i «benefici ecclesiastici», e quindi non costituisce una ipotetica minaccia per il patrimonio della chiesa.

Nella intervista a Papa Francesco sull’aereo di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa, non è mancata la domanda sui “preti sposati”, dato che, come si sa, gli Ortodossi hanno dei preti sposati, e i ministri protestanti e anglicani – identificabili ‘grosso modo’ con i preti cattolici – sono quasi tutti sposati. La domanda del giornalista sembra poi giustificata dal fatto che in Germania i preti cattolici non aspetterebbero altro che il momento per potersi sposare.

Il Papa risponde chiarendo anzitutto che nelle Chiese cattoliche di rito orientale, già «ci sono dei preti sposati!». E prosegue: "Perché il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta."
Il Papa parla di “celibato”, ed essere celibi, nel senso comune del termine, significa non essere sposati. Nel linguaggio cristiano, però, il concetto di “celibato” è strettamente connesso con quello di “castità” e di “continenza sessuale”. Uno può essere celibe, ma andare a donne. Quando si dice che un prete deve essere celibe, significa che deve vivere nella castità totale, cioè non solo astenersi da qualsiasi rapporto sessuale, ma anche avere un cuore puro, un cuore libero anche affettivamente, perché è consacrato al Signore. In altre parole, un prete manca al suo impegno di celibato non solo quando va a donne, ma anche quando permette al suo cuore di innamorarsi di una donna, di avere contatti fisici con lei (abbracci, carezze), anche senza arrivare al rapporto sessuale completo. Un prete che ha una “fidanzata”, pur senza andare a letto con lei, manca alla sua promessa di celibato. Per questo stretto legame tra celibato e castità, molti non distinguono più tra celibato (come stato civile) e castità o continenza sessuale (come virtù), e da qui derivano molte confusioni.

Il Papa dunque ha parlato del “celibato” dei preti in senso globale, come stato civile e come virtù, e ha detto che questa è una «regola», aggiungendo che questa regola non è «un dogma di fede».


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venerdì 1 aprile 2016

MATRIMONIO O CONVIVENZA?



La convivenza anni fa non era proprio contemplata, ci si sposava, anche molto giovani ed era l’unica occasione in cui “si usciva di casa”. All’epoca dei nostri genitori si andava via di casa solo quando ci si sposava ecco perchè proprio la loro generazione non riesce a capire l’esigenza di convivere, vorrebbero vedere i figli sposati anziché semplicemente conviventi. Ora invece il matrimonio è in crisi, abbondano i divorzi e la convivenza sembra essere diventata l’alternativa al grande passo.

Molteplici i fattori. Prima su tutti la crisi economica che morde anche le giovani coppie. Ormai ci si sistema dal punto di vista lavorativo sempre più tardi, la precarietà ci fa sentire precari anche sentimentalmente e non ce la sentiamo di “sistemarci” non avendo sicurezze economiche. Molte coppie rimandano e rimandano il giorno delle nozze proprio perchè non vogliono iniziare la propria vita insieme indebitandosi fino al collo o con difficoltà economiche che preoccupano e soffocano la vita di coppia.
Secondo, oltre alla crisi economica di certo vi è anche la crisi dei valori. Le ragazze di oggi non aspettano di certo il grande amore per accasarsi. E anche gli uomini arrivano sempre più tardi al matrimonio. Il matrimonio sopravvive laddove è vissuto come una tradizione irrinunciabile. Nel caso del nostro paese è il sud che tiene alta la bandiera con il record di coppie sposate rispetto al nord del paese. Questo ovviamente è dovuto sicuramente a fatti culturali.
Sempre più coppie decidono di andare a vivere insieme dopo un periodo di fidanzamento anche per abituarsi a stare insieme in vista di un matrimonio futuro.
Per molti infatti convivere è una specie di test, fin quando si è fidanzati e si condividono le uscite serale, i viaggi e le esperienze varie si può andare più o meno d’accordo, ma quando si vive insieme certe abitudini o modi di fare possono farci vedere il partner sotto un’altra luce e magari farci capire che non è la persona con cui vorremmo passare il resto della nostra esistenza. Oppure può accadere il contrario, che la convivenza sia solo una conferma di ciò che pensavate, ovvero che il partner sia la persona con cui volete passare il resto della vostra vita.

Non è una promessa davanti a un officiante o una firma a cambiare ciò che proviamo uno verso l'altro, bensì il sistema di ruoli che crediamo di dover seguire e che, in molti casi, può diventare il peso di una routine oppressiva.

Prima di prendere una decisione così importante per la coppia bisognerebbe cogliere l'opportunità per una profonda riflessione e rispondere con estrema onestà alla domanda: “Perché entrambi desideriamo fare questa scelta?”. Ci si sposa, così come si può scegliere la convivenza, per tantissime ragioni, più o meno sensate o lecite rispetto l'autenticità di un rapporto d'amore. Sposarsi perché è consuetudine farlo, per la bellezza della festa o di un abito non è fra le motivazioni più nobili, né fra quelle intelligenti: essere credenti è una scelta di vita, non solo a livello matrimoniale. Se non ci si sente tale, è decisamente più saggio affrontare apertamente questo tema con il partner, sarà occasione anche per confrontarsi su una questione importante per il futuro, quale il tipo di educazione da dare ai figli.

In molti casi si congela l'idea del matrimonio a causa delle spese altissime per sposarsi: non è così. Ci si può sposare anche con una cerimonia molto semplice, insieme alle persone care e un aperitivo buffet; del resto sarebbe superficiale e ingiusto rinunciare a una scelta vissuta come importante solo per un motivo meramente legato alla questione economica. Invece, è fondamentale riflettere sul tipo di matrimonio che ognuno, all'interno della coppia, immagina. Questo evento non deve diventare una stressante prova di forza o una cartolina dalla superficie scintillante e falsata con cui dare dimostrazione di sé agli altri, ma un momento di intimità e unione con l'altro.

La convivenza, d'altro canto, non deve diventare una modalità per mettersi alla prova dandosi un alibi per fuggire più velocemente. Trasformare una coppia in un progetto di vita a due non è un'operazione che si possa fare con il codice civile sottobraccio: è necessario guardarsi negli occhi, agire nella massima onestà su ciò che si vuole, essere pronti a condividere e nutrire un'immensa riserva di pazienza, di cui avremo bisogno in entrambe le scelte.




Conoscete davvero il vostro partner? Sapete se ci sono abitudini o difetti che potrebbero mandarvi in bestia? È bene sono queste spesso che cose che fanno fallire una convivenza, vedere il partner da un altro punto di vista, quello della quotidianità. Per l’uomo ad esempio potrebbe essere poco piacevole vedere la compagna non preparata, non truccata, in vestaglia o peggio in versione mostro con la maschera al viso. Per la donna invece potrà essere poco piacevole scoprire che il proprio compagno non sa cucinare neanche un uovo al tegamino o rendersi conto che è disordinatissimo. Insomma sono molte le sorprese che possono attendere una coppia all’inizio della convivenza. Certo è che la convivenza ha molti lati positivi. Il primo: la comodità. Se malauguratamente non dovesse durare non dovrete incorrere in pratiche e scartoffie per divorziare, basta tornare al punto di partenza, tornare a casa dei propri genitori o dove si viveva prima di andare a vivere insieme. Il secondo punto di interesse è la convenienza. Pensateci. Quanto costa organizzare un matrimonio? E quanto prendere una casa in affitto e arredarla? Insomma tra le due sicuramente la vince la seconda. La convivenza conviene molto economicamente. Niente festa in chiesa, niente ristorante, niente bomboniere insomma piena libertà di poter usufruire del vostro denaro per altro come viaggi e arredamento più bello. Quante coppie hanno iniziato male proprio perchè si sono indebitate per organizzare il matrimonio? La risposta è davvero tante, specie in forti periodi di crisi. Uno dei vantaggi di andare a vivere insieme e non spendere tanti soldi per organizzare una mega festa per un solo giorno che resta un ricordo in un album costato una fortuna! Certo a dirla così sembrerebbe che la convivenza sia solo positiva. In realtà come ho accennato prima sono molte le cose che potrebbero andare storte, specie quando non si conoscono tutte le abitudini del partner. Se l’amore è forte allora resiste, altrimenti ci si separa e in questo caso niente divorzi o separazioni legali, semplicemente ognuno si sceglie un altro appartamento in cui vivere.

La vecchia unione coniugale sembra essere in crisi negli ultimi anni. Complice la crisi economica non si combinano più matrimoni, la gente preferisce la convivenza o restare a casa dei genitori fino a 40 anni. Spesso per necessità più che per affezione. Insomma la vecchia istituzione religiosa e civile va sempre male. Ma è davvero meglio convivere? I romantici vi risponderanno di no. Soprattutto le donne che preferiscono lo scambio degli anelli allo scambio delle chiavi di casa. Ed in effetti il fascino del matrimonio è impareggiabile. Se si passano mesi (a volte anni) per organizzare un singolo giorno affinchè sia perfetto qualcosa dovrà pur significare! Molte coppie preferiscono la bellezza del matrimonio, il tradizionale scambio degli anelli all’altare, chi crede che l’amore possa durare per sempre e che dal matrimonio nasce la futura famiglia opterà sempre per questa scelta invece che della convivenza. Inoltre agli occhi degli altri le coppie sposate rispetto a quelle che convivono vengono viste come coppie di serie A. Insomma non è un caso se molti vedono nella convivenza un certo tipo di convenienza. La convenienza del vivere insieme non è solo economica e “burocratica” come ho detto prima, sta anche nel fatto di non prendersi responsabilità, di cercare una via di fuga anche a quello che dovrebbe durare per sempre: l’amore. Proprio perchè talvolta è la parola amore a fare paura e a fare in modo da trovare una scappatoia. Molti pensano che convivere vuol dire non prendersi la responsabilità di una nuova famiglia, e se vogliamo non prendersi neanche la responsabilità di una coppia, che può morire in qualsiasi momento, basta restituirsi a vicenda le chiavi di casa. Rispetto a ciò invece il matrimonio è definito la culla stessa della famiglia, la cellula primordiale di un nuovo nucleo familiare. Un rapporto più solido perchè entrambi si sono assunti una responsabilità, si sono scambiati delle promesse e hanno creduto in qualche cosa. Ecco spiegato il perchè del fatto che le coppie che convivono vengono considerate di serie B rispetto a quelle sposate.
Fin qui solo lati positivi del matrimonio. In realtà i lati negativi dello sposarsi sono altrettanti. Chi ha detto infatti che matrimonio è sinonimo di felicità? Spesso è volentieri diventa una trappola per entrambi. Molte giovani coppie decidono di prendersi la responsabilità di sposarsi ma non riescono poi a mantenere questa promessa, tradiscono oppure trasformano l’unione in un inferno quotidiano da cui è difficile uscire, specie se vi sono figli a carico. Ecco uno dei lati negativi del matrimonio è proprio questo, la difficoltà di mettervi fine se le cose non vanno bene con il proprio partner e soprattutto la difficoltà nel mettersi d’accordo per la custodia dei figli e la tristezza di dover crescere un figlio nei week end.

Nel caso in cui siano presenti dei minori, gode di una maggior tutela dal punto di vista legale la coppia sposata: per esempio una donna che decida di non lavorare per dedicarsi alle esigenze familiari potrà veder riconosciuti più facilmente una serie di diritti legati al mantenimento. È altrettanto vero che, nel caso di una convivenza, il fatto di scegliersi giorno dopo giorno può aiutare entrambi a restare più focalizzati sull'obiettivo di una felicità comune.


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venerdì 25 marzo 2016

SESSO E RELIGIONI



Nei riguardi del sesso si è rimasti in una posizione ibrida e paralizzante: il pregiudizio moralistico nei riguardi della sessualità, anzi una specie di “odio teologico” per essa, la stretta relazione fra sessualità e peccato è una caratteristica mai perduta nella religione venuta a predominare in Occidente, la quale la mette in contrasto con le altre religioni creazionistiche. 

Spesso la funzione procreatrice fu da esse glorificata come un riflesso nell’uomo del potere creatore divino. Cosa che per ogni cristiano apparirebbe blasfema, l’Islam contempla invocazioni divine durante l’atto sessuale, l’antico Iran giunse a promettere grazie divine a che desse il massimo ardore nell’amplesso, note formule indù nell’unione dei sessi fanno intervenire simboli cosmici e sacri, e via dicendo. E ciò, a tacere di correnti, come il dionisismo, che all’estasi del sesso riconobbero possibilità mistiche. Si sa che lo stesso Platone mise il trasporto eros vicino a specie varie di entusiasmo divino, profetico e iniziatico.

Se dicessimo che di tutto ciò nel cristianesimo non si trova traccia, udremmo solo ribattere che esso conosce il matrimonio come sacramento.Il matrimonio come sacramento è cosa tardiva, nella tradizione cattolica. Prese questa forma solo verso il XIII secolo e fu obbligatorio come tale solo col Concilio di Trento. Ma, in più, il matrimonio è concepito dal cristianesimo come un pis aller, come un ripiego dovuto alla fragilità umana, perché come dice San Paolo, “è meglio prender moglie che ardere”. Se no, è la castità, l’astinenza, che è l’ideale: non il “Sacro connubio” ma il “casto connubio”. Che non si sa più che connubio sarebbe.

Ciò si conferma nell’idea, che l’unico fine del matrimonio sarebbe la procreazione, ossia quel di più naturalistico e di biologico presenta la sessualità: indulgere a questa per altro scopo, perfino fra coniugi, sarebbe peccato. Si vede perciò che il carattere di sacramento conferito al matrimonio non porta a nessun mutamento di piano, non dà dimensioni diverse, spirituali, all’esperienza sessuale presa in se stessa, la lascia tale e quale come una mera necessità della natura e ha alla fine, una portata sociale: sancisce il regime di una società trovatasi ad essere monogamica, cercando di rafforzarlo attraverso il principio della indissolubilità del matrimonio.

La consegna di tutto ciò è stato, nel mondo cristiano, un inselvatichimento per repressione di tutto quanto è proprio al sesso, con molta ipocrisia, finchè lo sbarramento è saltato. Così oggi si assiste ad una specie di scatenamento di tutto ciò che si lega a sesso e a donna, nel senso più primitivistico, pandemico e pericoloso. Per questo, delle revisioni dei rapporti fra spiritualità e sesso si impongono.

Il partner che prevale sull'altro, imponendogli una sessualità egocentrica, che non rispetta la sua dignità e non è un'espressione d'amore. Il coniuge non è uno strumento per sfogare la propria libidine, ma è una persona con la quale si condivide il sentiero della vita. 

Il letto coniugale deve esprimere anche la pulizia da pensieri di peccato. Se, per esempio, un marito desidera avere un rapporto sessuale con sua moglie solo perché è stato eccitato dalla visione di un film erotico, la sua motivazione non è onesta, perché sfrutta la moglie per soddisfare un suo personale bisogno nato da una fonte diversa. In quel caso, il rapporto sessuale non esprime più la comunione fisica, affettiva ed emotiva tra marito e moglie, ma – sotto sotto – è un adulterio mentale.

Una ricerca mette sotto la lente 3 principali comportamenti sessuali: il sesso fuori dal matrimonio, quello che definiremmo dei “single”; quello extraconiugale, cioè di chi ha rapporti sessuali con terzi pur essendo coniugato; e i rapporti prematrimoniali, quelli che riguardano principalmente i giovani  e giovani adulti.
La prima osservazione  dello studio è che la maggior parte delle grandi religioni scoraggiano il sesso fuori dal matrimonio ma alcune religioni appaiono più efficaci di altre a limitare questo comportamento.

I musulmani, per esempio, emergono come  i più conservatori in  fatto di comportamento sessuali. Insieme agli indù hanno  il 45% delle probabilità in meno  di cristiani ed ebrei di praticare sesso prima del matrimoni ed hanno anche meno probabilità di  avere rapporti extraconiugali di tutte le altre religioni tranne i buddisti.
Diversamente dai fedeli dell’Islam, i buddisti non hanno regole rigide su specifici comportamenti sessuali anche se osservazione di 4 precetti etici del Buddismo precluderebbe il sesso fuori del matrimonio.
La ricerca mette in evidenza che i buddisti sono più propensi  dei musulmani ai rapporti  sessuali fuori dal matrimonio, ma sono simili a questi ultimi per l’ostilità al sesso extraconiugale e prematrimoniale.
Infine, i cristiani e gli ebrei emergono dallo studio come più tolleranti e aperti ai rapporto sessuali pre e fuori matrimonio e extraconiugali.
I ricercatori  concludono che  la cultura religiosa islamica nazionale influisce sui comportamenti sessuali prematrimoniali  i quali non sono riconducibili  a credenze individuali dei musulmani,  e ciò spiega chiaramente il potere che la cultura può avere nel plasmare i comportamenti degli individui.



Un’analisi molto puntuale ed approfondita del comportamento sessuale in relazione alla religione cattolica è stato compiuto da un’altra ricerca “La sessualità degli italiani” condotta da Giampiero Della Zuanna, docente all’Università di Padova, dalla quale emerge  chiaramente che l’intensità della fede religiosa  influisce fortemente sulla  libertà dei comportamenti sessuali. Dalla ricerca per esempio emerge che  le percentuali più alte di coloro che propendono per una relazione stabile ed esclusiva (97%) è tra  i credenti attivi e che questa cala al 77% per  gli atei.
L’affermazione che per le donne conta più il sentimento che il sesso è condivisa dal 64% delle donne credenti attive ma solo dal 54% dagli atei; che sia meglio sposare una donna vergine, lo pensano il 24% dei credenti e solo il 6% degli atei. Che sia possibile fare sesso senza essere sposati lo pensa il 64% dei credenti attivi ed il 95% degli atei; infine che sia ammissibile la masturbazione quando non si ha un partner lo ammettono il 50% dei credenti attivi  e l’87% degli atei.
In sintesi: più le religioni sono tradizionaliste e dense di divieti e meno accettano la libertà nei comportamenti sessuali; ed i comportamenti sessuali sono tanto più liberi quanto più ci si allontana dalle religioni per diventare massime in chi è ateo.

Per i cattolici:
Il sesso consentito nel matrimonio: penetrare solo per procreare.
Quando il marito penetra nella vagina della sua donna e vi abbia versato dentro il seme, il matrimonio si reputa consumato.

L'amore tra fidanzati: non fare sesso prima del matrimonio. 
Il giovane che fa sedere una ragazza sulle sue ginocchia e la trattiene, o abbracciandola la preme su se stesso ordinariamente, commette peccato mortale e la donna non va immune dallo stesso peccato se volontariamente a tutto ciò acconsente.
È peccato mortale dilettarsi deliberatamente in emozioni carnali, ancorché eccitate casualmente.

Vi è una specie di sodomia, che può accadere anche fra persone di sesso diverso, quando la relazione carnale avviene all'infuori dell'accoppiamento delle parti genitali; per esempio, quando si mettono in  opera le natiche, la bocca, le mammelle, le cosce, ecc. Benché questo genere d'infamia non sia punito egualmente come la sodomia propriamente detta, è certo ch'esso è sempre una grande ignominia contro natura.

Nel caso dell'uomo passivo e della donna attiva, l'invertimento della natura sarebbe ancor più grave.
Peccano mortalmente i coniugi… se si accoppiano carnalmente usando di una parte del loro corpo che non è quella voluta dalla natura, per esempio, se la moglie prende in bocca il membro virile del marito, ecc.
È severamente da biasimare, specialmente il marito, se per sentire maggiore piacere s'introduce nella vagina della moglie facendosi volgere da lei il didietro come usano le bestie, oppure mettendosi sotto di lei, giacché queste strane posizioni corporali sono spesso segni di passionalità moralmente cattiva in coloro che non si accontentano delle posizioni naturali.

Anche a letto deve comandare l'uomo.
La donna non può prendere l'iniziativa.

Il palparsi fra coniugi è peccato mortale quando ne risulti un prossimo pericolo di eiaculazione, perché la polluzione non è lecita né ai coniugati né ai liberi, e non si può ammettere scusa alcuna ad esporsi volontariamente al pericolo di essa.

Il concubinato è il rapporto fra un uomo libero e una donna libera, i quali convivono come se fossero in matrimonio, o sotto lo stesso tetto, o in separate abitazioni. È certo che il concubinato, inteso così, è un peccato molto più grave della semplice fornicazione, perché c'è l'abituale disposizione dello spirito a peccare.

La fornicazione con persona eretica o infedele, è peccato ancor più grave, in quantoché ridonda in obbrobrio alla vera religione.

Anche i fornicatori, gli adulteri, ecc. non possono opporsi alla generazione, lasciando volontariamente cadere il seme fuori della vagina della donna, perché questa è sempre una cosa contro natura.

I baci in parti inconsuete del corpo, per esempio, sul petto, sulle mammelle o, come usano i colombi, introducendo la lingua nella altrui bocca, stimansi fatti con intendimenti libidinosi, o almeno inducono nel grave pericolo della libidine, e perciò non vanno esenti  da peccato mortale.

È certo che i baci, anche se onesti, che inducono nel prossimo pericolo di eiaculazione o di veementi commozioni di libidine, sono da reputarsi peccati mortali.

Se qualcuno, per ragioni di sua particolare debolezza, è solito provare eiaculazione guardando eroticamente una donna in qualche parte sensuale del corpo, o toccandole una mano, premendole le dita, conversando con lei, abbracciandola onestamente, ma senza una ragione, assistendo a balli, ecc. deve astenersi da tutti codesti atti sotto pena di peccato mortale.



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giovedì 18 febbraio 2016

UNIONI CIVILI



Si definiscono unioni civili tutte quelle forme di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all'istituto giuridico del matrimonio, o che sono impossibilitate a contrarlo, alle quali gli ordinamenti giuridici abbiano dato rilevanza o alle quali abbiano riconosciuto uno status giuridico.

La classe delle unioni civili è molto variegata nel mondo e comprende un'estrema varietà di regole e modelli di disciplina: in particolare, le unioni civili possono riguardare sia coppie di diverso sesso sia coppie dello stesso sesso; il diritto non è rimasto indifferente all'evoluzione dei costumi ed esiste oggi un gran numero di provvedimenti legislativi che disciplinano le nuove unioni.

La rilevanza statistica delle unioni civili, e l'ampio dibattito sulla parità dei diritti tra eterosessuali ed omosessuali promosso dagli attivisti LGBTQ, ha fatto sì che numerosi Paesi si siano dotati, negli ultimi anni, di una legislazione per riconoscere e garantire diritti per i componenti dell'unione. Nell'Unione europea il quadro relativo alla legislazione sulle convivenze è oggi molto variegato:

Certi Paesi hanno adottato l'unione registrata, chiamata anche partnership o coabitazione registrata, che garantisce specifici diritti e doveri anche alle coppie dello stesso sesso oltre che alle convivenze formate da uomo e donna. I diritti e doveri possono essere identici, lievemente diversi o molto diversi da quelli delle coppie normalmente sposate. La registrazione è a volte aperta anche alle coppie etero non sposate; è il caso della Geregistreerd Partnerschap, unione registrata approvata nei Paesi Bassi, e del PACS ("Patto civile di solidarietà") approvato in Francia. In alcuni casi invece l'unione civile è ammessa esclusivamente per coppie omosessuali.

Altri Paesi hanno scelto di regolarizzare le unioni civili con la coabitazione non registrata, con la quale alcuni diritti e doveri sono automaticamente acquisiti dopo uno specifico periodo di coabitazione.

Alcuni Paesi europei - tra essi Paesi Bassi, Belgio e Spagna - oltre ad aver approvato il riconoscimento giuridico delle coppie non coniugate di qualunque sesso, hanno aperto il matrimonio alle coppie dello stesso sesso per realizzare la parità perfetta tra etero e omosessuali.



L'Ilga (International lesbian, gay, bisexual, trans and intersex association) ogni anno pubblica una classifica relativa ai diritti delle persone Lgbt in Europa. Nel 2015 su 49 paesi l'Italia è al 34º posto ed al 22% come rispetto dei diritti umani delle persone lgbt.

Nell'Unione Europea la questione delle unioni civili è entrata spesso a far parte di direttive riguardanti uno dei principi cardine dell'UE: Tutti i cittadini dell'Unione hanno gli stessi diritti, indipendentemente dalla loro origine, nazionalità, condizione sociale, dal loro credo religioso o orientamento sessuale. Già dal 1994 la Comunità Europea, infatti, ha emanato una risoluzione per la parità dei diritti dei gay e delle lesbiche. Un'iniziativa sintomo di quel generico favor che l'Unione mostra di nutrire nei confronti degli omosessuali. Nonostante, ad oggi si tratti ancora di una declaratoria avente un valore eminentemente politico, il Parlamento ha ribadito in più occasioni il suo convincimento. Così, nella Raccomandazione del 16 marzo 2000 sul rispetto dei diritti umani nell'Unione Europea, esso chiese agli Stati membri di "garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate e alle coppie dello stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie tradizionali, in particolare in materia di legislazione fiscale, regime patrimoniale e diritti sociali". In epoca più recente, la Risoluzione del 4 settembre 2003 sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione Europea, il Parlamento ha rinsaldato le sue posizioni. Oltre alla richiesta, già formulata, di favorire il riconoscimento di coppie delle coppie di fatto, eterosessuali od omosessuali esse siano (punto 81), ha sollecitato gli Stati membri ad attuare il diritto al matrimonio e all'adozione di minori da parte di persone omosessuali (punto77). La problematica situazione del riconoscimento giuridico delle coppie de facto sussiste poi se considerata in rapporto agli Accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone.

L'Italia non ha attualmente una legislazione effettiva per le unioni civili. Si parla pertanto di "coppia di fatto" in quanto non riconosciuta giuridicamente. Ciò non significa, tuttavia, che una unione stabile, sia pure "di fatto", non faccia sorgere in capo ai conviventi diritti e doveri. Il quadro è però frammentario, nel senso che i diritti e doveri non sono omogenei, non derivano da una normativa unitaria ed omogenea, come nel quadro del matrimonio, ma sono frammentari e soltanto quelli previsti da specifiche leggi.

Una differenza fondamentale tra matrimonio e coppia di fatto riguarda l'eredità: se uno dei coniugi muore, l'altro ne è erede per legge, mentre nel caso di coppia di fatto un convivente non è erede dell'altro, a meno che non sia nominato nel testamento. Tra i conviventi, infatti, non esiste alcun diritto legale alla successione. Naturalmente il convivente può essere nominato erede, come qualunque altra persona, per testamento. L'inconveniente di tale soluzione, però, è che per testamento si può disporre solo di una quota del proprio patrimonio, chiamata appunto "disponibile". Se si hanno parenti stretti (figli, coniuge separato, genitori in assenza di figli), questi hanno diritti su parte del patrimonio, e potrebbero chiedere la "legittima", cioè la parte che spetta loro del patrimonio del defunto a prescindere dalla sua volontà diversamente espressa, quindi una disposizione in favore del convivente verrebbe ridotta.

I primi disegni di legge in proposito furono presentati nel 1986, grazie all'"Interparlamentare donne Comuniste" e ad Arcigay (associazione per i diritti degli omosessuali), la prima proposta di legge (mai calendarizzata) fu presentata da Alma Agata Cappiello, avvocato e parlamentare socialista, nel 1988.

Dagli anni novanta è aumentato il numero di proposte di legge per disciplinare le unioni civili presentate sia alla Camera che al Senato, così come sono diventati pressanti gli inviti del Parlamento Europeo alla parificazione dei diritti di coppie gay e coppie eterosessuali.

Sin dall'inizio, il dibattito politico ha registrato da parte della Chiesa cattolica forti obiezioni ed aspre critiche all'adozione di una legislazione per le unioni civili.

Durante il Governo Prodi II è stato discusso alla Camera dei deputati un disegno di legge di Franco Grillini, che richiama i PACS francesi, teso a regolamentare le unioni anche tra individui dello stesso sesso.

A livello locale, il movimento LGBT, ha chiesto in diverse città italiane di istituire registri delle unioni civili. La registrazione anagrafica della convivenza ha solo un significato simbolico, a meno che il singolo Comune non decida di aggiungere al valore simbolico dell'unione diritti reali (ad esempio, accesso agli alloggi popolari).
I primi comuni a dotarsi di un registro furono Empoli (nel 1993) e Pisa (nel 1996): attualmente sono molto numerose le città italiane che si sono dotate di un registro anagrafico delle unioni civili.

Alcune Regioni italiane hanno approvato statuti che sarebbero favorevoli ad una legge sulle unioni civili, anche omosessuali: la Calabria (6 luglio 2004), la Toscana (19 luglio 2004), l'Umbria (2 settembre 2004) e l'Emilia-Romagna (14 settembre 2004).
La maggior parte degli statuti si rifà alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che all'articolo 9 sancisce, tra i diritti fondamentali della persona, il "Diritto di sposarsi e di costituire una famiglia".
Il secondo Governo Berlusconi (2001-2006), di centro-destra, ha impugnato per presunta illegittimità costituzionale gli statuti della Toscana, dell'Umbria e dell'Emilia-Romagna: i primi due ricorsi sono stati respinti.



La Spezia nel giugno 2006 è il primo comune italiano che ha deciso di aprire agli omosessuali il registro delle unioni civili. La mozione è stata votata da 23 consiglieri comunali su 30. Questo provvedimento determina l'equiparazione amministrativa delle coppie di fatto (diritto alle case popolari, etc.).

L'8 febbraio 2007 il governo italiano ha approvato un nuovo disegno di legge che prevede i riconoscimenti delle unioni di fatto, non sotto la denominazione comune di PACS, bensì di DICO. Visti i problemi numerici al Senato, ed alcuni problemi di ordine tecnico giuridico, un comitato ristretto della commissione giustizia che ha come relatore il senatore Cesare Salvi (Sinistra Democratica), ha elaborato una nuova proposta di legge sul CUS (contratto di unione solidale). Questa proposta di legge, aperta a tutte le coppie etero e gay, verrebbe stipulata davanti al giudice di pace o dal notaio. Quest'ultimo comunicherebbe l'atto al giudice di pace, dove verrebbe trascritto in un pubblico registro. La caduta del Governo Prodi ha decretato, di fatto, il fallimento della proposta di legge.

Il 17 settembre 2008 il Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta ha proposto un riconoscimento sia per coppie eterosessuali che per coppie omosessuali chiamato DiDoRe (DIritti e DOveri di REciprocità dei conviventi). La proposta è stata presentata alla Camera dei Deputati l'8 ottobre 2008 ed è assegnata alla II Commissione Giustizia, che non l'ha mai esaminata.

Nel XVIII legislatura è stato presentato un testo unico d'iniziativa parlamentare giornalisticamente noto come "DDL Cirinnà", dal nome della proponente, la senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà, che prevede l'istituzione delle unioni civili per le coppie omosessuali con diritti e doveri identici a quelli previsti per il matrimonio civile, eccetto le adozioni, ma comprendente la stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del partner.

Il 27 ottobre il Consiglio di Stato boccia la trascrizione delle nozze gay celebrate all'estero. La notizia ha suscitato molto scalpore poiché il giudice che ha emesso la sentenza, Carlo Deodato, ha condiviso diversi tweet contro la "teoria gender" e contro le nozze gay. Nella sentenza si afferma: «il matrimonio omosessuale deve, infatti, intendersi incapace, nel vigente sistema di regole, di costituire tra le parti lo status giuridico proprio delle persone coniugate (con i diritti e gli obblighi connessi) proprio in quanto privo dell'indefettibile condizione della diversità di sesso dei nubendi, che il nostro ordinamento configura quale connotazione ontologica essenziale dell'atto di matrimonio».

Dopo questa sentenza si ricorda che il prefetto di Napoli ha annullato anche l'atto di nascita di Ruben, bimbo nato da una coppia di due mamme.

Nel 1990 è stata votata una legge per i soli parlamentari che prevede l'estensione dell'assistenza sanitaria per i partner conviventi "more uxorio" da almeno tre anni. La legge così tratta i conviventi come legittimi sposi (Regolamento di assistenza sanitaria integrativa dei Deputati, art. 2, lettera "d"). Ultimamente ai partner di fatto è stato riconosciuto anche la reversibilità della pensione. Tale vitalizio è riconosciuto anche al partner di fatto dei consiglieri regionali.
Anche i giornalisti che iscrivono il/la partner convivente alla Casagit possono beneficiare dell'assistenza sanitaria a pagamento nella stessa forma dei coniugi dei giornalisti.

Nel dicembre 2013 la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito che il congedo matrimoniale deve essere concesso anche alle coppie omosessuali che abbiano contratto un Pacs. Questa legge è in vigore in tutti gli Stati europei in cui il matrimonio è precluso alle coppie omosessuali e nei quali però vige il sistema dei Patti civili di solidarietà o le unioni civili.

La sentenza depositata dai giudici di Lussemburgo (causa C–267/12) riguarda un cittadino francese che ha fatto causa al suo datore di lavoro (il Credit Agricole mutuel) prima della legge che in Francia ha regolamentato le nozze omosessuali. La vicenda era alla fine approdata alla Corte di Cassazione francese che a sua volta ha girato la questione alla Corte Ue. E qui gli è stato riconosciuto il diritto di usufruire del congedo matrimoniale e del premio previsto dal contratto collettivo nazionale del Credit Agricole.

In Italia l'azienda Sanitaria di Bressanone ha rifiutato la possibilità di concedere il congedo matrimoniale ad una coppia gay (un italiano ed un austriaco) sposata regolarmente in Austria.

Pur non essendo riconosciuto in Italia il congedo matrimoniale per le coppie omosessuali sposate all'estero sono molte le aziende pubbliche e private che lo riconoscono.

Nel marzo 2015 l'Atac, la municipalizzata dei trasporti romani, ha concesso 15 giorni di congedo matrimoniale all'autista gay dopo l'iscrizione nel registro delle coppie di fatto in Campidoglio: era successo anche a Palermo pochi mesi prima, stessa situazione. L'università di Bologna Alma Mater ha fatto altrettanto con tre diversi docenti.

In seguito è stato il Massimo di Palermo ad accordare, primo teatro in Italia, permessi matrimoniali ai suoi dipendenti, per nozze o unioni civili. È una pratica ormai consolidata in Dhl (qui basta il certificato di convivenza rilasciato dal Comune, anche in assenza di Registro), Ikea (che prevede pure permessi familiari per occuparsi dei figli non biologici, basta il certificato anagrafico di convivenza), Servizi Italia e Call & Call, Telecom e Intesa San Paolo.

Nel novembre del 2015 anche la multinazionale Synlab ha firmato un accordo sindacale che prevede permessi per decesso o grave infermità del partner, aspettativa per gravi motivi familiari, congedo matrimoniale. L'accordo, però, è stato firmato solo dai sindacati autonomi Cobas e Cub, ma non da Cgil e Cisl. La Cisl si sarebbe sfilata affermando che: «Con tutti i problemi che abbiamo in questo momento, non sembrava un argomento prioritario. Preferiamo attendere una legge nazionale alla quale ispirarci». Anche la Cgil pur mostrando inizialmente adesione all'iniziativa, poi i delegati si sono defilati. Alla domanda perché la Cgil si è tirata indietro, i responsabili hanno accusato «l'azienda di aver dato un'accelerazione improvvisa e incomprensibile alla trattativa».

Dare ordine e forma giuridica ai diritti delle persone che compongono coppie dello stesso sesso, ma senza alcuna sovrapposizione con l’istituto del matrimonio, né alterando con problematiche costruzioni giuridiche la relazione tra genitori e figli: ci sono punti fermi, antropologici e sociali molto prima che legali, sui quali ogni manipolazione può rivelarsi artefatta e avventurosa. Lette in sequenza, le dichiarazioni  ai mass media di esponenti della Conferenza episcopale italiana, interpellati sul disegno di legge Cirinnà in discussione nell’aula del Senato dal 26 gennaio, contengono sempre questi concetti, senza stonature.

A ribadire la posizione della Chiesa italiana è tornato il segretario generale monsignor Nunzio Galantino, che in un’intervista ha ricordato come «quello delle unioni civili è inevitabilmente un tema che sta toccando la politica, mi piacerebbe che venisse affrontato con serietà e non in maniera ideologica. Lo Stato deve fare il suo mestiere e garantire ai singoli i propri diritti ma questo non può andare a scapito della famiglia composta da padre, madre e figli. Bisogna cercare di non fare confusione cercando di annacquare la realtà della famiglia così come la Costituzione la presenta. La famiglia non è un bene della Chiesa ma della società. E la società, quando è seria, i suoi beni li deve custodire».



Parole in continuità con quelle pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco il giorno dell’Epifania: «Nessun’altra istituzione deve assolutamente oscurare la realtà della famiglia con situazioni similari» – aveva detto il presidente della Cei –, perché questo «significa compromettere il futuro dell’umano. Nessun’altra forma di convivenza di nucleo familiare, pur rispettabile, può assolutamente oscurare o indebolire la centralità della famiglia, né sul piano sociologico né sul piano educativo. La Chiesa conferma la propria profonda convinzione verso la famiglia come il grembo della vita umana» e «prima fondamentale scuola di vita, di umanità, di fede di virtù civiche, umane e religiose. Questa è l’esperienza universale che la Chiesa difende in ogni modo, per amore dell’uomo, della vita e dell’amore».

È ancora con una sua voce ufficiale – il direttore dell’Ufficio famiglia don Paolo Gentili – che la Cei aveva fatto presente la sua posizione: «Non abbiano nulla contro il riconoscimento dei diritti individuali delle persone omosessuali, come poter andare a visitare il partner in ospedale o in carcere o decidere quale parte di patrimonio lasciargli in eredità – aveva detto Gentili in un’intervista –, ma un conto è un Paese che mira al futuro, e quindi investe sulla famiglia reale, un altro è un Paese che si preoccupa solo dei diritti di alcuni gruppi». Quanto al ddl Cirinnà, «ha fatto passi interessanti nella distinzione tra matrimonio fra uomo e donna e l’unione civile definendo quest’ultima "formazione sociale specifica"» ma nella bozza «vi sono diversi rimandi al diritto matrimoniale». L’equiparazione alle nozze è «inopportuna e inutile», così come la stepchild adoption è «inammissibile». Occorre invece che «la politica ascolti di più la famiglia reale, quella che quotidianamente incontriamo nei diversi luoghi della vita vera e che, senza troppe chiacchiere, si fa concretamente carico di bambini, anziani e malati». È infatti «tutta l’impostazione da capovolgere: da un’attenzione concentrata su piccoli gruppi alla capacità e alla volontà di rispondere al sentire e alle esigenze dei milioni di famiglie che costruiscono e sostengono il Paese». Ma non è detto che il dissenso sulla legge così com’è debba esprimersi in una nuova manifestazione di piazza (della quale peraltro sinora non sono noti né il giorno né gli animatori): «Più che creare singoli eventi, che di per sé possono anche essere importanti, questo scenario ci chiede, come insegna papa Francesco, di avviare e curare un processo che sappia risvegliare nei politici uno sguardo globale sulla realtà».

Ai più piccoli, quasi sempre ignorati nel dibattito sulla legge, ha invitato a guardare il presidente della Commissione Cei per la famiglia, il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli: «La sensibilità nei confronti del bambino, non solo dei cattolici ma di ogni sano esperto di psicologia, dice che ha diritto alla rappresentanza maschile e femminile, del padre e della madre – ha detto alla Radio Vaticana –. Quindi su questa materia bisognerà ancora confrontarsi, non rimanere in situazioni grigie che si servono del bambino per questioni – se vogliamo – più di potere da affermare, piuttosto che di servizio da offrire».

Anche perché in gioco c’è la dignità della donna. A ricordarlo è il cardinale Gualtiero Bassetti, dichiara che «anche se in modo indiretto la stepchild adoption apre una porta all’utero in affitto. Questa pratica mi sembra una scorciatoia barbara e umiliante per la donna, oltre che gravida di conseguenze per i figli. Cerchiamo di riconoscere la libertà di chi convive senza però sconvolgere un patrimonio antropologico millenario».

«Noi crediamo che il figlio non sia un "diritto" – incalza il cardinale Edoardo Menichelli, in un'intervista –, perché così diventerebbe in qualche modo un figlio-proprietà». E se sui diritti delle persone si può «trovare il modo di rispondere a certe esigenze», come previsto «già nel nostro diritto civile», ci sono tuttavia altre urgenze per il tessuto sociale del Paese: «Si avverte il bisogno impellente di intervenire su una materia che riguarda un numero limitato di persone – nota Menichelli con amarezza –, e si fa poco per aiutare la famiglia... Le unioni civili non mi sembrano una priorità».


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lunedì 7 dicembre 2015

LA CASTITA'



La parola deriva dal latino castitas, il nome astratto corrispondente a "castus", che originariamente indicava uno stato "puro" in conformità con la religione greco-romana, diversamente dalla controparte pratica di uno stato mentale "pio" (in latino "pius"), non limitato alla sfera sessuale.

In tempi antichi il valore della castità era oggetto di dibattito sia nella sfera eterosessuale che in quella omosessuale. In particolare, Socrate era un sostenitore delle relazioni pederaste caste tra uomini e ragazzi, in contrapposizione alle relazioni pedagogiche sessuali prevalenti all'epoca. Platone, che trasmise molti di questi insegnamenti ai posteri, è diventato l'eponimo di questo tipo di castità, noto come amore platonico. A causa delle varie proibizioni di intimità sessuali nelle religioni abramitiche (Giudaismo, Cristianesimo, Islam) derivanti dal Decalogo e dalla legge mosaica, il termine è stato spesso associato nella cultura occidentale con l'astinenza sessuale. Tuttavia, in un contesto religioso, il termine è applicabile a persone di tutti gli stati sociali, e ha implicazioni ben oltre la sfera dell'astinenza sessuale.

L’astinenza sessuale è l’abitudine a rinunciare a tutti gli aspetti che riguardano la vita sessuale. Generalmente lo si fa deliberatamente, per ragioni religiose o filosofiche, ma vi possono essere anche finalità pratiche, come ad esempio voler evitare gravidanze indesiderate, HIV ed altre malattie sessualmente trasmesse.

A volte lo si fa forzatamente, semplicemente perché manca un partner sessuale.
Molte religioni e sistemi etici vietano la pratica di attività sessuale se non si è regolarmente sposati, prescrivendo la castità.
Dopo aver avuto una importanza rilevante per moltissimi secoli, la castità è un valore che è andato via via sempre più perdendo di significato, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra e dopo l’avvento dei contraccettivi orali e degli antibiotici, che permisero di evitare, o di poter curare, tutte le conseguenze negative procurate dall’espressione libera del desiderio sessuale. A partire dagli anni settanta, la castità prematrimoniale è divenuta solo un ricordo, almeno nelle società occidentali più avanzate. L’Italia non era fra queste, anche se lentamente anche da noi le cose sono cambiate ed ormai è diventato abbastanza normale che i due fidanzati abbiano avuto rapporti sessuali prima di arrivare al matrimonio.

C’è da dire che la norma morale della castità, anche prima degli anni settanta, veniva tranquillamente, ma segretamente, violata. I rapporti sessuali fra persone non sposate si sono sempre praticati, magari cercando di evitare la penetrazione vera e propria, in favore di accarezzamenti e toccamenti delle parti intime, definiti, con un’espressione inglese ormai entrata nell’uso, ‘petting’. In questo modo la verginità della ragazza era garantita, anche se era solo, potremmo dire, una verginità ‘tecnica’.
Si può scegliere la castità, come abbiamo detto, anche per motivi religiosi. In questo caso si parla di ‘ascetismo’, ovvero del rifiuto di avere a che fare con le cose che riguardano il mondo fisico e materiale, in favore di quello spirituale.

Si tratta insomma di una scelta di vita. Da un punto di vista psicologico va osservato però che non è infrequente che, soggetti che soffrono di fobie sessuali, ansia da prestazione, sensi di inadeguatezza, carenza di abilità sociali ecc. scelgano, attraverso la castità, la via più semplice per evitare di affrontare i loro disagi. (Tra i cosiddetti ‘casti’ infatti è molto praticata la masturbazione, il che la dice lunga sul problema).

C’è anche, tra gli uomini, chi sceglie la ‘vera’ castità, senza autoerotismo, nella convinzione che questa pratica permetta di risparmiare il liquido seminale, conservando le sostanze in esso contenute nel corpo, per migliorare lo stato di salute generale, di vitalità e di intelligenza (perché molte sostanze contenute nello sperma sarebbero presenti anche nel cervello).
In realtà queste teorie non sono più considerate valide, almeno da un punto di vista scientifico. Quello che si è appurato invece è l’esatto contrario: maggiori sono le eiaculazioni, minore è il rischio di ammalarsi di cancro alla prostata. Sono stati anche condotti studi, negli anni settanta, che hanno provato che la repressione della sessualità genera aggressività, insensibilità, comportamento criminale.

I fautori della castità pensano che occorre distinguere fra chi si astiene dalle attività sessuali per scelta e chi invece vi è obbligato. E’ chiaro, dicono, che chi mette in pratica questo comportamento perché obbligato dalle circostanze si senta represso e frustrato e dunque sviluppi comportamenti anti-sociali. Chi invece lo fa per libera scelta è una persona capace di gestire le proprie emozioni, capace di evitare determinati pensieri, o l’esposizione a situazioni che potrebbero essere sessualmente eccitanti.



Per quanto riguarda le tre religioni monoteiste, la castità è considerata sempre una virtù, per cui tutte raccomandano l’astinenza sessuale per i non sposati e la fedeltà al/alla partner durante la vita matrimoniale, se non si usano contraccettivi e si fa sesso allo scopo di mettere al mondo dei figli. Nel giudaismo e nell’islamismo i rapporti fra coniugi sono proibiti anche durante il flusso mestruale e per una settimana dopo.
Nelle religioni orientali, in particolare nel buddismo, l’attaccamento alle cose impermanenti è considerato una delle ragioni che causano maggiore sofferenza. Il sesso è la manifestazione più evidente di attaccamento alle cose impermanenti di cui dispongono gli esseri umani: per questo la castità è essenziale per raggiungere il Nirvana e liberarsi dalla sofferenza.

Come metodo di controllo delle nascite, l’astinenza sessuale consiste nell’astenersi dal coito nel periodo fertile della donna. Conosciuto come metodo Ogino-Knaus, sappiamo oggi che esso non è affatto efficace e che ha causato molte gravidanze indesiderate, a causa delle irregolarità che a volte le donne possono presentare nel ciclo.

Negli Stati Uniti recentemente si sono svolti dei programmi di educazione sessuale nelle scuole superiori, allo scopo di inculcare nei giovani la castità come aspetto positivo della vita, per limitare le gravidanze nelle adolescenti ed il contagio da HIV o altre malattie sessualmente trasmesse. Si è visto che questi programmi hanno avuto degli effetti diversi da ciò che ci si attendeva: i ragazzi infatti hanno rinunciato al coito, ma si sono dedicati al sesso orale. In questo modo restano vergini, senza rinunciare alla soddisfazione sessuale. Il problema però è che molti di loro non riescono a mantenere la promessa di castità che hanno fatto a sé stessi e, al primo rapporto sessuale, non sono preparati all’uso del preservativo, il che non previene assolutamente dal contagio e dalle gravidanze che si volevano evitare ed anzi va nella direzione opposta.




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