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sabato 4 giugno 2016

OCCHIO X OCCHIO



La legge del taglione è un principio di diritto consistente nella possibilità riconosciuta a una persona che avesse ricevuto intenzionalmente un danno causato da un'altra persona, di infliggere a quest'ultima un danno, anche uguale all'offesa ricevuta.

Il principio è comunemente espresso dalla locuzione occhio per occhio, dente per dente, che appare anche nella Bibbia, in particolare nel libro del Levitico:

« 19Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro: 20 frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all'altro. »   (Levitico 24, 19-20)

Nel diritto islamico è di fatto accolto il principio dell'occhio per occhio vigente in Arabia ai tempi di Maometto. È tuttavia previsto, spesso con una minuziosa casistica, anche il principio di "compensazione pecuniaria" (in arabo diya, spesso tradotto "prezzo del sangue"), con cui è possibile evitare il ricorso all'occhio per occhio pagando risarcimenti in denaro.

Solitamente, però, il ricorso alla diya è subordinato all'accettazione da parte della parte lesa, e in mancanza di ciò si dovrebbe procedere al taglione.

Pena comune a tutti i popoli antichi, consistente nell’infliggere all’autore di una lesione personale un’uguale lesione. Già conosciuta nel codice di Hammurabi (18° sec. a.C.) e in alcune precedenti raccolte di leggi sumero-accadiche, nelle quali vige il sistema della compensazione in denaro, costituisce estrinsecazione di un principio di uguaglianza di retribuzione.

In uso presso diverse popolazioni in età antica, aveva funzione di porre un limite alle vendette private, che spesso degeneravano in faida. In opere letterarie, sebbene influenzate da testi sacri, si preferisce parlare di legge del contrappasso, in particolare del caso di "contrappasso per analogia".

La legge del taglione viene affermata solo nel diritto romano arcaico, quello delle dodici tavole. Infatti nella Tavola VIII riguardante gli illeciti, si dice:

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto.

Se una persona mutila un'altra e non raggiunge un accordo con essa, valga la legge del taglione.

Esso si può riscontrare anche nell'antico diritto germanico al quale si rifecero le legislazioni di alcuni stati italiani, infatti è possibile riscontrare l'uso di tale legge in alcuni documenti ritrovati a Modena nel 1771 e in Toscana nel 1786. Sant'Isidoro di Siviglia nei suoi Etymologiarum sive originum libri XX definisce il taglione nei seguenti termini: Talio est similitudo vindictae, ut taliter quis patiatur, ut fecit. In questa maniera viene espressamente affermata la natura vendicativa di simile principio.



Visto però come un atto di compensazione, legittimerebbe altre plausibili chiavi interpretative nella cultura popolare.

Spesso viene utilizzata per giustificare la propria rabbia per un torto subito, per invocare sentimenti di vendetta o per motivare gli sforzi di rivalsa personale. Altri, però, sono lo spirito e il contesto nel quale questa affermazione viene concepita.

Gesù rilesse così le parole "occhio per occhio":

"Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle. Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici, (benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano) e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste". (Matteo 5:38-48).



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sabato 2 aprile 2016

CELIBATO ECCLESIASTICO



Mentre il cristianesimo era ancora religione illegale nell'Impero romano, si richiedeva già ai pastori l'osservanza di una continenza totale anche nei riguardi delle proprie mogli. Nel 306 circa, il Concilio di Elvira dichiarò, nel suo canone 33, che ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi era proibito avere relazioni sessuali con le proprie mogli e generare figli. Un concilio tenuto a Cartagine nel 390 considerò questo una prassi antica e di origine apostolica: "Il vescovo Aurelio disse: Quando nel concilio scorso si considerava il regolamento della continenza e della castità riguardo ai tre ordini collegati per la loro consacrazione alla castità, cioè, i vescovi, i presbiteri e i diaconi, fu presa la decisione che conviene che i sacri prelati e sacerdoti di Dio ed anche i leviti, quelli che servono ai sacramenti divini, siano totalmente continenti, per poter ottenere da Dio quello che chiedono con semplicità, affinché anche noi conserviamo ciò che gli apostoli hanno insegnato e l'antichità ha osservato. Faustino, vescovo di Potenza Picena, legato della chiesa di Roma, disse: Piace che i vescovi, i presbiteri e i diaconi, cioè quelli che toccano i sacramenti mantengano la castità e astengano dalle loro mogli. Tutti dissero: Piace che tutti coloro che servono all'altare mantengano totalmente la castità".

Diversi Padri della Chiesa indicano che l'ascetismo sessuale era largamente praticato dai cristiani dei primi secoli. Giustino di Nablus (c. 100 - c. 165) dichiarò: "Molti uomini e donne di sessanta o settanta anni, che fin da fanciulli furono ammaestrati negli insegnamenti di Cristo, perseverano incorrotti. E mi vanto di potervi mostrare uomini siffatti sparsi in ogni classe." Suo contemporaneo più giovane, Atenagora di Atene (c. 133 – c. 190), scrisse: "Troveresti fra noi molti uomini e donne, che si invecchiano senza sposarsi, nella speranza di unirsi più strettamente con Dio". Recenti studi hanno mostrato – come dichiara uno storico greco ortodosso – che "la continenza dentro del matrimonio – una specie de monachesimo domestico – era molto più ampiamente praticata e proposta come l'ideale di quello che spesso si suppone, per i pii laici ma specialmente per l'alto clero". Egli osserva che sono molti pure le testimonianze della mancata osservanza dell'ideale, di cui l'esistenza però spiega l'assenza di seria opposizione all'imposizione nella Chiesa ortodossa del celibato obbligatorio dei vescovi.

Le  decisioni dei concili di Elvira e di Cartagine, che ai chierici escludevano i rapporti matrimoniali, mostrano che già allora si richiedeva loro una vita di ascetismo almeno uguale a quello di molti cristiani laici. Come era prevedibile, non di tutti i chierici la vita corrispondeva a quello che si attendeva. Il Padre della Chiesa Epifanio di Salamina (c. 315 – 403), testimone greco dell'esistenza della stessa norma sia in oriente che in occidente, osserva: "La santa Chiesa di Dio non accetta come diacono e presbitero e vescovo e suddiacono chi, pur essendo marito di una sola moglie, ancora convive con lei e genera figli, ma accetta chi si astiene dalla sua unica moglie o chi è vedovo, soprattutto là dove si osservano con esattezza i canoni ecclesiastici. Ma sicuramente mi dirai che in certe località presbiteri e diaconi e suddiaconi ancora generano figli. Questo succede in conformità non con il canone ma con l'intento a volte lassista degli uomini e per la gente dove manca servizio".

Evidentemente, non essere sposati (il celibato in questo senso) non era allora condizione per essere ordinato chierico. Potevano essere ordinati sia celibi che sposati. Non c'è motivo di supporre che i vescovi che parteciparono ai concili di Elvira e di Cartagine siano stati tutti celibi. Tertulliano (155 circa – 230 circa), testimone dell'esistenza allora di molti chierici viventi in continenza, era sposato quando avrebbe ricevuto il sacerdozio (secondo i più recenti studiosi, è rimasto sempre laico). Due dei suoi scritti sono dedicati "ad uxorem", cioè "a mia moglie". S. Atanasio (296-373) nella sua Epist. ad Dracontium scrisse: "Ci sono monaci che sono padri di famiglia. Ancora, voi potete vedere dei vescovi ammogliati a figli, e dei monaci che non si danno alcun pensiero della loro posterità". S. Gregorio Nazianzieno (330-389) patriarca di Costantinopoli, era figlio di un vescovo. San Patrizio (ca. 372-483), l'apostolo dell'Irlanda, era figlio di un diacono britannico; e suo nonno era presbitero. Nel 911 i veneziani elessero come loro vescovo Orceano, il quale andò ad abitare il palazzo vescovile con la moglie e i figli. Da molte iscrizioni tombali di presbiteri e di vescovi dei primi seicento anni di cristianesimo risulta che erano sposati con figli. Papa Ormisda (514–523) fu ordinato diacono quando era sposato e aveva un figlio, il quale poi è diventato Papa Silverio (536-537).

Data l'esclusione dei rapporti coniugali perfino con una moglie già esistente, era considerato inconveniente che, dopo avere assunto con l'ordinazione tale dovere, un chierico si sposasse. Nell'Impero bizantino l'imperatore Giustiniano I proclamò la nullità degli eventuali matrimoni di chierici negli ordini maggiori (suddiaconi, diaconi, presbiteri, vescovi). Nell'occidente, dove l'editto imperiale non aveva vigore, i matrimoni di tali chierici, pur essendo illeciti, restavano canonicamente validi fino al 1139, quando il Concilio Lateranense II li dichiarò nulli. (Un decreto attribuito al Concilio Lateranense I di 1123 avrebbe già dichiarato nulli i matrimoni stipulati dopo l'ordinazione maggiore, ma esistono dubbi sia sulla sua autenticità sia sulla sua interpretazione).

In inglese la parola celibacy non necessariamente significa non essere sposati: si usa, independentemente dello stato civile della persona, per indicare l'astenzione dalle relazioni sessuali. Alcuni dizionari indicano che oggi è questa il significato principale. Il celibato, se interpretato come sínonimo della correspondente parola inglese, era proposto come ideale per i chierici cristiani da molto presto. Le esistenti fonti del IV secolo attribuiscono agll apostoli l'origine di questo obbligo anche in relazione alle spose. Ancora la Chiesa cattolica considera che è a causa dell'"obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli" che i chierici della Chiesa latina sono vincolati al celibato.

Già oggi (e da molti secoli) il celibato obbligatorio non è in vigore in tutta la chiesa romana: c’è una sua parte, costituita dalle chiese cattoliche orientali unite a Roma (quindi sottoposte alla obbedienza papale), nelle quali da sempre i preti si possono sposare, e si sposano, in virtù di un loro particolare diritto canonico. L’unica condizione è che il matrimonio avvenga prima dell’ordinazione sacerdotale: il matrimonio, cioè, non è considerato un impedimento per l’esercizio del ministero sacerdotale. Quindi neppure nella chiesa di Roma (la più rigida in questo campo), il celibato obbligatorio è una regola assoluta. I papi sono riusciti, sia pure a fatica, a imporla alla grande maggioranza dei loro preti, ma non a tutti: i cattolici orientali sono l’eccezione che, in questo caso, non conferma la regola, ma la relativizza. Ed è giusto che la relativizzi, perché anche la chiesa di Roma, che pure è così intransigente su questo punto, considera il celibato obbligatorio non una questione dogmatica, ma unicamente disciplinare.



Nella Bibbia, com’è noto, questo collegamento non esiste, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento. In Israele i sacerdoti e lo stesso sommo sacerdote erano sposati. Nel cristianesimo dei primi due secoli il celibato non è presentato come una condizione più cristiana di altre o come un valore speciale, degno di essere perseguito in sé e per sé, e questo è tanto più singolare se si pensa che Gesù e l’apostolo Paolo erano entrambi celibi. Paolo ne parla come di un «carisma» parallelo a quello del matrimonio, anche se il testo al riguardo (I Corinzi 7, 7) non è chiarissimo. D’altra parte il celibato non compare mai nella lista delle «opere» o dei «frutti» dello Spirito. È certo comunque che anche fra i cristiani dei primi due secoli vi fu chi, per vari motivi, anche religiosi (la venuta dei Regno considerata imminente, il desiderio di una consacrazione totale al servizio di Dio e del prossimo senza vincoli umani, o altro), rinunciava al matrimonio praticando il celibato e la castità. Ma è altrettanto certo che non esisteva nessuna legge in proposito, e nessun collegamento con l’esercizio di un ministero. Anche la parola di Gesù sugli eunuchi «che si son fatti tali da sé a cagione del regno dei cieli» (Matteo 19,12) – e Gesù aggiunge: «Chi è in grado di farlo, lo faccia» – è rivolta ai cristiani in generale, non ai ministri in particolare, di cui il testo non parla. E comunque si tratta di una eventualità che Gesù evoca, in nessun modo di un suo ordine, e neppure di una sua raccomandazione. «Chi è in grado di farlo, lo faccia» vuol dire che è una libera scelta di ciascuno, ma nessuno è obbligato a farla. Anche la parola dell’apostolo Paolo («vorrei che tutti gli uomini fossero come sono io», cioè senza moglie I Corinzi 7, 7) è rivolta a tutti i cristiani, e si spiega bene se si pensa all’attesa, allora vivissima, della fine del mondo ritenuta imminente. Che senso avrebbe avuto creare una famiglia, dato che il mondo stava per finire? Comunque sia, Pietro era sicuramente sposato, come gli «altri apostoli» (I Corinzi 9, 5), e Paolo stesso, celibe, non chiede al vescovo di essere anch’egli celibe, ma «marito di una sola moglie» (I Timoteo 3, 2), cioè che non si risposi in caso di vedovanza o divorzio.

Le ragioni addotte a sostegno del celibato sono tante. L’idea antica, di origine pagana, che la sessualità sia in qualche modo peccaminosa e renda chi la pratica temporaneamente impuro, e quindi non idoneo al «servizio dell’altare». Il modello di vita monastico esercitò senza dubbio un forte influsso sul clero secolare, che volle adottarne alcune modalità. L’idea che il celibato sia «un segno del Regno», dato che in esso, dice Gesù, «né si prende né si dà moglie» (Matteo 22, 30).  L’idea che il celibato consenta una più totale consacrazione a Dio e al prossimo. L’idea che la castità consista anzitutto nella rinuncia alla sessualità, e che sia moralmente preferibile rinunciare alla sessualità piuttosto che esercitarla. L’idea (oggi meno sottolineata che in passato) che la condizione di verginità sia superiore alla condizione coniugale. Il fatto che un clero celibe è più facile da gestire e utilizzare che un clero con famiglia e che il celibe, non avendo figli, non può lasciare loro in eredità i «benefici ecclesiastici», e quindi non costituisce una ipotetica minaccia per il patrimonio della chiesa.

Nella intervista a Papa Francesco sull’aereo di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa, non è mancata la domanda sui “preti sposati”, dato che, come si sa, gli Ortodossi hanno dei preti sposati, e i ministri protestanti e anglicani – identificabili ‘grosso modo’ con i preti cattolici – sono quasi tutti sposati. La domanda del giornalista sembra poi giustificata dal fatto che in Germania i preti cattolici non aspetterebbero altro che il momento per potersi sposare.

Il Papa risponde chiarendo anzitutto che nelle Chiese cattoliche di rito orientale, già «ci sono dei preti sposati!». E prosegue: "Perché il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta."
Il Papa parla di “celibato”, ed essere celibi, nel senso comune del termine, significa non essere sposati. Nel linguaggio cristiano, però, il concetto di “celibato” è strettamente connesso con quello di “castità” e di “continenza sessuale”. Uno può essere celibe, ma andare a donne. Quando si dice che un prete deve essere celibe, significa che deve vivere nella castità totale, cioè non solo astenersi da qualsiasi rapporto sessuale, ma anche avere un cuore puro, un cuore libero anche affettivamente, perché è consacrato al Signore. In altre parole, un prete manca al suo impegno di celibato non solo quando va a donne, ma anche quando permette al suo cuore di innamorarsi di una donna, di avere contatti fisici con lei (abbracci, carezze), anche senza arrivare al rapporto sessuale completo. Un prete che ha una “fidanzata”, pur senza andare a letto con lei, manca alla sua promessa di celibato. Per questo stretto legame tra celibato e castità, molti non distinguono più tra celibato (come stato civile) e castità o continenza sessuale (come virtù), e da qui derivano molte confusioni.

Il Papa dunque ha parlato del “celibato” dei preti in senso globale, come stato civile e come virtù, e ha detto che questa è una «regola», aggiungendo che questa regola non è «un dogma di fede».


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domenica 3 gennaio 2016

SESSO IN QUEI GIORNI



Secondo la Bibbia, una donna è impura per sette giorni dall’inizio del suo flusso mestruale. ‘Chiunque tocchi una donna che ha le mestruazioni diventa impuro fino a sera‘ si legge nel Levitico o ancora: ‘I rapporti sessuali con la donna durante questo periodo sono proibiti. La punizione per l’uomo e la donna che violano questa proibizione è lo sterminio da mezzo del popolo d’Israele‘.

Il sesso durante il ciclo mestruale rappresenta un tabù per molti, viene considerato un problema per i rapporti di coppia ed è oggetto di molte discussioni. In generale avere rapporti sessuali durante il ciclo mestruale è considerato un comportamento da evitare. Circolano tanti falsi miti e idee sbagliate su questo argomento. Per alcune culture è considerato addirittura come una pratica ‘impura’. Molte donne si vergognano, altre sono addirittura schifate all’idea di avere dei rapporti nei “giorni rossi”. Anche certi uomini non si sentono a proprio agio all’idea di entrare a contatto con il sangue mestruale, che da molto è considerate ‘sporco’.

Quante volte avrete sentito dire che il sesso durante il ciclo fa male alla donna? Oppure ancora che si rischia di avere problemi fisici o di alterare in qualche modo il decorso del ciclo mestruale? Quanti/e di voi avranno sentito dire che facendo sesso durante il ciclo non si rimane incinte?

Tutte bufale! Da un punto di vista medico non ci sono particolari controindicazioni che impediscano o sconsiglino di avere dei rapporti sessuali nei giorni delle mestruazioni. Non vi è alcun pericolo per la salute. Il ciclo non viene alterato, non si prova più dolore e non ci sono delle conseguenze a livello fisico. Invece, sul fatto che non si possa rimanere incinte nei giorni delle mestruazioni bisogna fare un appunto. E’ vero che in quei giorni si è meno fertili e quindi le possibilità di concepimento sono molto ridotte, questo non significa però che non ci sia alcun rischio di gravidanza. Una donna è sempre fertile nell’arco dei 28 giorni di tutto il ciclo mestruale, ciò che cambia è la probabilità con cui può essere fecondata. Quindi non bisogna pensare che il sesso durante il ciclo abbia effetto contraccettivo…Se non si assume la pillola anticoncezionale, non si utilizza il profilattico o un altro metodo contraccettivo il rischio di gravidanza indesiderata – seppur basso – c’è eccome.



Fare sesso durante il ciclo è soltanto una questione di scelta. Quando una coppia raggiunge un certo livello di intimità per cui supera l’eventuale imbarazzo e il blocco dovuto a strane credenze non c’è nulla che vi impedisca di lasciarvi andare alla passione anche nei giorni col bollino rosso.  Sconfitto il senso di disgusto e repulsione che molti provano nei confronti delle secrezioni vaginali di quei giorni si può dare il via libera al desiderio e al piacere se lo si vuole. L’importante è che sia una cosa voluta da entrambe i partner. Le forzature non aiutano ma anzi inibiscono, quindi ricordate che dev’essere una cosa che desiderate insieme. Il sesso si fa in due, sempre! Sia nei giorni rossi che in tutti gli altri giorni del mese.

Non tutti sanno che, in base ad alcuni studi scientifici, i rapporti sessuali e la masturbazione nei giorni del ciclo possono essere ancora più appaganti. Molte donne riescono a raggiungere più facilmente l’orgasmo durante il ciclo perché la vagina è maggiormente lubrificata. Inoltre ci sarebbero anche dei benefici relativi al dolore mestruale che derivano dal fatto che le contrazioni uterine riducono l’intensità dei crampi addominali dovuti al ciclo.

Insomma fare sesso durante il ciclo non è affatto vietato, ne tanto meno ‘sporco’ o pericoloso. Se si è in due a volerlo può essere il raggiungimento di un livello superiore di intimità e può regalare delle sensazioni nuove. Con le giuste accortezze potrete fare l’amore anche nei giorni più rossi del mese. Prima di tutto considerate le condizioni igieniche, fatelo in un posto pulito e prendete le giuste precauzioni per non sporcare in giro lasciando le tracce del vostro amore rosso. Ricordate poi che il sangue mestruale è portatore di batteri tanto quanto i liquidi vaginali, o anche di più. Perciò le possibilità di contrarre malattie e infezioni sessualmente trasmissibili sono alte e bisogna proteggersi. Usare il preservativo è buona norma anche durante il ciclo.

Come ultimo consiglio non dimenticate mai di rimuovere i tamponi prima di avere un rapporto sessuale. Anche se prese dalla passione le signorine si devono ricordare di liberare la vagina dai tamponi in modo tale che questi non vengano spinti in fondo e magari dimenticati…

Usa un telo (per evitare di macchiare il letto stendi un panno) e tieni fazzoletti a portata di mano, specialmente se lo fai “venire dentro” (c’è già abbastanza liquido che aspetta di uscire dal tuo corpo!).

La posizione del missionario è una sicurezza: la gravità, infatti, ci insegna che metterti sopra non è una buona idea!

Il sesso sotto alla doccia è stato probabilmente inventato per fare sesso durante il ciclo (l’acqua lava via tutto!).

Non lasciargli mettere dentro le sue mani: potrebbe provocargli un calo nell’eccitazione e, in ogni caso, non è molto piacevole per lui. Per questa volta andiamo al sodo!


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