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domenica 9 ottobre 2016

LA ZITELLA




Per zitella si intende una donna che non ha un marito e per questo fatto si porta dietro un carico di acidità, si presume per la disgrazia, il rammarico e il rimpianto di non aver contratto matrimonio e – si sottitende, con malizia e volgarità – soprattutto per la sfortuna di non godere delle gioie del sesso.

Chi usa la definizione zitella acida ha come contesto mentale il retropensiero secondo il quale essere una donna non sposata significa essere una zitella acida. Una donna infelice. Dal che ne deriva, per un passaggio di logica di imbarazzante banalità, che per non essere acida (e quindi, ovviamente, infelice, in quanto l’acidità è il sintomo dell’infelicità), una donna abbia una soluzione vecchia e scontata a propria disposizione: prendere marito. Trovarsi un compagno. La felicità, una donna, se la conquista con il matrimonio. Tutto qui il dramma esistenziale femminile: questo è l’inizio e la fine di ogni obiettivo, progetto, sogno di una donna. 

Zitella acida è un termine che viene dal passato, dal peggio del passato, dal peggio della cultura popolare e tradizionale. Eppure è un termine che contiene in sé, ancora al giorno d’oggi, tutta la sua potenza negativa e funziona da terribile spauracchio per le molte donne single di tutte le età, che appunto, terrorizzate dall’idea di diventare zitelle acide si accontentano del peggio e stanno con un uomo purchè, solo in quanto uomo, solo in quanto partner.

Una zitella acida è la sfigata per antonomasia, colei che rappresenta la vera sfiga per una donna: il fatto di non avere un compagno. Certo, per chi ci crede, per chi compra senza filtrare con il proprio senso critico quanto venduto dal pensiero comune e diffuso.

Identificare, riconoscere e sovvertire le milionate di idee sbagliate che ci circondano significa costruirsi una vita su misura, autentica, davvero felice. E rifiutare di vivere una vita standard, cioè basata su regole e “leggi” del “si dice”, “si deve”, “è meglio”. 

Zitella acida esprime molte idee, tutte sbagliate e ha molti sottintesi tutti sbagliati. Ed è frutto di una cultura manipolatoria, che fa della manipolazione e del manipolare un proprio strumento di controllo.

Quante donne si rovinano la vita nel tentativo di rispecchiare un’idea di realizzazione che non appartiene davvero a loro, per una qualsivoglia ragione? Quante donne hanno scampato il pericolo di vedersi appioppata la definizione di zitella acida, ma si ritrovano, magari senza esserne consapevoli, in condizioni ben più infelici e restrittive rispetto all’inferno immaginario che credono di aver evitato, dato che vivono in un inferno reale, che però non è tale per l’idea comune?

Lasciamo perdere per un momento la zitella acida, inacidita perché sola e senza sesso. E parliamo di categorie umane “impressionanti” alle quali so che in molti non vorrebbero appartenere. 

Come definire le tante coppie in cui, invece, l’aggressività è esplicita e si manifesta non in violenza fisica ma nell’ostentata manifestazione di un’insofferenza reciproca continua, fatta di parole, opere e omissioni… perfino “dispetti”. Qual è il livello di “acidità” in questo genere di relazioni? 

Un sondaggio ha messo in luce una realtà abbastanza originale, che stravolge quella che è l'immagine tradizionale della donna italiana. 
Dal sondaggio, condotto su un campione di uomini di età compresa fra i 30 e i 65 anni, emerge che circa il 74% dei mariti intervistati, posto di fronte all'alternativa fra dolce e acida, definisce sua moglie con quest'ultimo aggettivo. 
Il sondaggio non si proponeva obiettivi sociologici, l'intento era quello di dimostrare che errate abitudini alimentari e di vita, possono influenzare negativamente il tono dell'umore e il carattere. Questo però può fornire lo spunto per una riflessione che và al di là delle informazioni fornite dalla ricerca. 
Come mai le donne italiane hanno cattive abitudini alimentari e sono stressate da ritmi giornalieri esasperanti? Forse perchè la nostra società non è abituata a gestire questa nuova figura di donna, che mostra di avere, nel bene e nel male le stesse abitudini degli uomini? 
Come mai si cerca una motivazione dipendente da fattori esterni come il cibo, le abitudini di vita, i malesseri dovuti al ciclo mestruale, ecc., invece di capire cosa c'è dietro questa aggressività a stento contenuta, dietro questo essere acide? 



Se un uomo si comporta da "acido", non lo definiamo come tale, ma diciamo che ha un carattere forte, che non si fa sottomettere da nessuno e spolveriamo in proposito, tutta una serie di luoghi comuni piuttosto laceri dal troppo uso; una donna invece è acida. 
Acida è l'aggettivo con cui si suole designare le zitelle, che ormai si chiamano singles, ma che sono rimaste acide. 
Acida è una donna priva di slanci emotivi, che non riesce a stabilire contatti affettivi perchè corazzata dallo strato di acido, appunto, che vieta a chiunque di avvicinarsi, perchè l'uomo non è "acido"? 
Nella lingua parlata potremmo trovare una serie piuttosto varia e colorita di aggettivi con cui apostrofare un uomo, ma niente che corrisponde ad acido. 
Forse il problema a ben guardare non è il cibo o le abitudini di vita, il problema vero è quello che le donne in genere e le mogli in particolare si trovano quotidianamente ad affrontare problemi di varia natura, che spaziano dalla gestione della casa, ai figli al lavoro e alla carriera, non più retaggio degli uomini. 
Mentre però il ruolo della donna è cresciuto e si è diversificato, quello dell'uomo ha subito una significativa involuzione. Cresciuti all'ombra di famiglie in cui la madre era ancora la regina della casa, i "poveri" uomini italiani hanno sposato donne a cui la casa stava stretta, a cui era difficile dare ordini, forse è questo il motivo per cui solo il 26 % circa dei mariti definisce sua moglie dolce. 
Fa riflettere che nello stesso sondaggio ben il 62% dichiara di essere sposato a una "donna di ferro", mentre solo il 35% ritiene la propria compagna una donna tenera e disponibile, dovremo smettere di mangiare per diventare quelle eteree creature che i nostri compagni si ostinano a desiderare, o dovremo semplicemente rinunciare alle conquiste fatte negli ultimi trent'anni? 



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lunedì 22 agosto 2016

TORTO E RAGIONE



La ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che ogni parte abbia soltanto dell'uno e dell'altra.

Niente c'è di più brutto della ragione se essa non è dalla nostra parte. 

George S. Halifax evoca una sensazione che un po' tutti proviamo. Abbiamo forse tentato ogni sotterfugio, abbiamo approntato tutte le autodifese e le scusanti, ma alla fine siamo senza parole: la verità sta dall'altra parte rispetto al nostro pensiero e al nostro agire. Da un lato l'amarezza e la scontentezza, e d'altro lato un sottile desiderio di rivalsa oppure una pronta archiviazione della vicenda così che la verità non abbia troppo a infastidirci o a brillare a nostro danno. Questi casi di sconfitta riconosciuta a denti stretti o smitizzata e fin banalizzata sono meno frequenti, però, di un'altra situazione che è descritta limpidamente da Alessandro Manzoni. Nella maggior parte dei casi ragione e torto non sono mai l'una o l'altro in un solo ambito ma si spartiscono tutti i territori. Questo dovrebbe produrre maggiore umiltà, rispetto altrui o almeno realismo.

Il desiderio di avere sempre ragione può essere il punto di partenza di molti problemi e di solito denota una profonda insicurezza. In realtà, questo atteggiamento è più legato al potere che alla ragione, dato che questa ultima non appartiene a nessuno. Non esiste alcuna ragione assoluta, ma piuttosto diversi modi di ragionare. Questo significa che tutti hanno la loro parte di ragione.

Indipendentemente dalla cultura, è spesso molto difficile determinare cosa sia più ragionevole, perché ciò che ci sembra più giusto e adeguato in un determinato momento cessa di esserlo in seguito.

Coloro che vogliono avere ragione a tutti i costi spesso iniziano la conversazione con l'idea di fondo che la verità è qualcosa che si può possedere. Pertanto, questi hanno spesso una prospettiva delle cose che si basa nel “bianco e nero”, “giusto o sbagliato”, credono che la verità la si conosce o non la si conosce, non comprendono che a volte la verità si costruisce sulla base delle diverse ragioni.



Quello che stanno cercando queste persone non è di proporre delle ragioni migliori, ma piuttosto desiderano mettere a tacere altre idee che non si adattano alle loro. Queste persone vivono le discussioni come delle vere e proprie battaglie campali in cui l'obiettivo non è quello di raggiungere un accordo, ma quello di far prevalere le proprie opinioni, senza preoccuparsi se la discussione è costruttiva o meno.

Queste persone aderiscono alle verità assolute, non sono in grado di valutare le proprie argomentazioni ma le danno per scontate e si infastidiscono quando gli altri si mostrano scettici. Con questo atteggiamento non fanno altro che proteggersi dalle idee che possono minare la loro fede, si sentono al sicuro e nascondono la loro paura.

Importante è notare che le persone che vogliono sempre avere ragione sono essenzialmente molto intolleranti. Di solito non hanno una mentalità aperta, ma vivono piuttosto nelle loro convinzioni. Di conseguenza, queste persone effettivamente fanno più danni a se stesse che agli altri, perché si isolano rifiutandosi di valutare diverse prospettive e visioni del mondo che forse potrebbero renderle più felici.


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sabato 4 giugno 2016

OCCHIO X OCCHIO



La legge del taglione è un principio di diritto consistente nella possibilità riconosciuta a una persona che avesse ricevuto intenzionalmente un danno causato da un'altra persona, di infliggere a quest'ultima un danno, anche uguale all'offesa ricevuta.

Il principio è comunemente espresso dalla locuzione occhio per occhio, dente per dente, che appare anche nella Bibbia, in particolare nel libro del Levitico:

« 19Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro: 20 frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all'altro. »   (Levitico 24, 19-20)

Nel diritto islamico è di fatto accolto il principio dell'occhio per occhio vigente in Arabia ai tempi di Maometto. È tuttavia previsto, spesso con una minuziosa casistica, anche il principio di "compensazione pecuniaria" (in arabo diya, spesso tradotto "prezzo del sangue"), con cui è possibile evitare il ricorso all'occhio per occhio pagando risarcimenti in denaro.

Solitamente, però, il ricorso alla diya è subordinato all'accettazione da parte della parte lesa, e in mancanza di ciò si dovrebbe procedere al taglione.

Pena comune a tutti i popoli antichi, consistente nell’infliggere all’autore di una lesione personale un’uguale lesione. Già conosciuta nel codice di Hammurabi (18° sec. a.C.) e in alcune precedenti raccolte di leggi sumero-accadiche, nelle quali vige il sistema della compensazione in denaro, costituisce estrinsecazione di un principio di uguaglianza di retribuzione.

In uso presso diverse popolazioni in età antica, aveva funzione di porre un limite alle vendette private, che spesso degeneravano in faida. In opere letterarie, sebbene influenzate da testi sacri, si preferisce parlare di legge del contrappasso, in particolare del caso di "contrappasso per analogia".

La legge del taglione viene affermata solo nel diritto romano arcaico, quello delle dodici tavole. Infatti nella Tavola VIII riguardante gli illeciti, si dice:

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto.

Se una persona mutila un'altra e non raggiunge un accordo con essa, valga la legge del taglione.

Esso si può riscontrare anche nell'antico diritto germanico al quale si rifecero le legislazioni di alcuni stati italiani, infatti è possibile riscontrare l'uso di tale legge in alcuni documenti ritrovati a Modena nel 1771 e in Toscana nel 1786. Sant'Isidoro di Siviglia nei suoi Etymologiarum sive originum libri XX definisce il taglione nei seguenti termini: Talio est similitudo vindictae, ut taliter quis patiatur, ut fecit. In questa maniera viene espressamente affermata la natura vendicativa di simile principio.



Visto però come un atto di compensazione, legittimerebbe altre plausibili chiavi interpretative nella cultura popolare.

Spesso viene utilizzata per giustificare la propria rabbia per un torto subito, per invocare sentimenti di vendetta o per motivare gli sforzi di rivalsa personale. Altri, però, sono lo spirito e il contesto nel quale questa affermazione viene concepita.

Gesù rilesse così le parole "occhio per occhio":

"Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle. Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici, (benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano) e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste". (Matteo 5:38-48).



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lunedì 16 maggio 2016

GESTI



Il gesticolare ed il parlare a voce alta in Italia sono gli atteggiamenti un po’ di tutti. Ma pochi abitanti della Penisola si rendono conto di questa loro particolarità, perché essa costituisce la maniera normale, diffusa, “nazionale” di fare.

Il gesticolare è l’espressione di una grande capacità di comunicazione. È una marcia in più che gli Italiani hanno rispetto ad altri popoli. La mimica raggiunge nel Napoletano e in Sicilia addirittura forme d’arte.

Le culture più antiche e raffinate amano l’espressività dei gesti. In altre culture, la gestualità è invece impacciata, rattrappita, stitica. Corrisponde ad un semplice balbettio. I popoli nordici, composti in genere da individui introversi e dalle poche parole, rifuggono dai gesti corporei perché temono l’estroversione, l’avvicinamento all’altro, il contatto...

I gesti insultanti sono sempre offensivi. Perché il loro scopo è quello di ferire, beffare, sfidare, minacciare, infastidire, rimproverare o umiliare un’altra persona.
I gesti insultanti sono tantissimi, e possono variare da Paese a Paese: se non li si conosce, si possono fare notevoli figuracce.
Per esempio, è sconsigliabile fare l’autostop mostrando il pollice in su in Grecia: qui il gesto ha valore spregiativo (è l’equivalente del dito medio, vaffanculo). La “V” fatta con l’indice e il medio significa “vittoria” se il palmo della mano è rivolto verso un’altra persona; ma se il palmo è rivolto verso il proprio volto, in Inghilterra è l’equivalente del dito medio…. E così via.



Il gesto del dito medio alzato, o semplicemente dito medio, è un comune gesto volgare ed offensivo fatto con la mano.

Nei paesi occidentali, ma anche in alcuni orientali come il Giappone, il dito medio proteso è ritenuto generalmente un gesto osceno. Viene effettuato estendendo il dito medio verso l'alto e tenendo strette alla mano, contemporaneamente, le altre dita. In alcuni paesi è in uso una variante di tale gesto che consiste nell'estendere anche il pollice. È usato per offendere, ferire e urtare la suscettibilità di qualcuno verso cui si prova risentimento o stizza.

I primi riferimenti letterari al gesto sono riscontrabili nella letteratura greca. Giulio Polluce afferma che "gli Attici danno al dito medio della mano il nome atap" che designa anche una persona perversa. Anche Aristofane probabilmente allude al dito medio in varie sue opere: Le nuvole, in cui gioca sulla parola dattilo, la quale ha significato sia metrico, sia anatomico e La pace, in cui adopera un termine spiegato dal Suda. Diogene Laerzio afferma che Diogene, famoso filosofo cinico, dopo che uno straniero chiese di poter mirare Demostene fece il dito medio e disse "Ecco per voi questo, il demagogo d'Atene". Arriano propone una seconda versione della storia, in cui il bersaglio non è l'oratore, ma un sofista.

Nel mondo latino il gesto veniva identificato come digitus impudicus ("dito impudente") (Isidoro di Siviglia, nelle sue Etimologie XI, 1, 71, dice che il terzo dito della mano è chiamato "impudicus" perché "sovente tramite esso si esprime ammonimento nei confronti di un'azione vergognosa (impudica)", anche se Persio fa riferimento ad un "digitus infamis". Giovenale tramite metonimia fa riferimento all' "unghia media" nei confronti della minacciosa Fortuna. L'uso di questo gesto in parecchie e differenti culture è probabilmente dovuto alla vasta influenza geografica dell'Impero Romano e della civiltà Greco-Romana. Secondo un'altra interpretazione, il gesto del dito medio alzato risalirebbe alla Guerra dei cento anni tra inglesi e francesi: l'esercito dell'isola britannica stava vincendo la guerra con incursioni sul territorio francese.



La grande arma in più dell'esercito inglese erano gli arcieri: questi usavano il dito indice e il medio ogni volta che dovevano scoccare una freccia. Fu per questo che ad ogni arciere catturato dai francesi venivano amputate le due dita. Da questo episodio deriva il gesto denigratorio, non a caso tipico dei paesi anglosassoni, del dito medio e indice alzati con il dorso della mano rivolto all'offeso. Era questo infatti il gesto (con due dita e non con una) che gli arcieri inglesi non catturati dai francesi, mostravano agli avversari prima di ogni battaglia, la classica "V" usata ancora oggi dagli inglesi per mandare a quel paese il prossimo, da non confondersi con la "V" di "Vittoria", resa celebre da Winston Churchill, in cui ad essere rivolto verso l'esterno è il palmo della mano e non il dorso.

Oggi il gesto è ampiamente diffuso nel mondo in quanto diffuso dal cinema statunitense anche laddove non era conosciuto. In Italia la diffusione si è avuta negli anni novanta e spesso soppianta il gesto dell'ombrello (anche se in contesti diversi) poiché a differenza di quest'ultimo, il gesto del dito medio richiede l'uso di una sola mano per essere effettuato e non ha un momento di "impatto" come il gesto dell'ombrello, in cui vedere il momento in cui la mano tocca il centro dell'altro braccio è fondamentale.

Ci sono varie supposizioni sul significato del gesto: una possibile origine è spiegabile come dire un invito a subire, non necessariamente da parte dell'autore, un rapporto anale ed equivarrebbe all'espressione verbale vaffanculo; poi il gesto di accompagnamento, ovvero il movimento del gomito e del braccio, maggiormente rafforza l'idea di penetrazione.

I complimenti deformati sono insulti sarcastici. In pratica, una risposta amichevole viene modificata per renderla offensiva. E’ un insulto particolarmente sgradevole perché somiglia al gesto di dare una ricompensa per poi ritirarla all’ultimo istante. Ci mostra quello che potremmo avere, ma poi ci viene negato.
Il sorriso a labbra strette, dare la mano per ritirarla all’ultimo istante, l’applauso al rallentatore, o (nei Paesi di lingua spagnola) l’applauso con le unghie dei pollici.

Secondo diverse ricerche, al di là della bellezza (molto soggettiva) i soli aspetti del corpo con un valore universale sono 2: la pulizia e la salute. Dunque, dire (o far capire) a qualcuno che è sporco, significa insultarlo: sei repellente. Perciò, tutti i gesti che richiamano la puzza, i nostri prodotti di scarto (sputo, muco, urina e feci) sono modi per rifiutare ed emarginare qualcuno. Fra i Rom, un gesto di disprezzo irrevocabile è sputare sul pavimento; in Inghilterra, si mima il gesto di tirare la catenella di un immaginario water, turandosi il naso con l’altra.

Tamburellare con le dita, guardare l’orologio, battere nervosamente la punta dei piedi sul pavimento: sono tutti segnali di insofferenza. Dimostrano la volontà di una persona di andarsene da un’altra parte: ne ho piena l’anima di stare con te! Più rifiuto di così…

I segnali di superiorità sono di preminenza sociale: la persona si considera superiore e dimostra il proprio disprezzo esibendo un’espressione altezzosa. Per alcuni, non è un atteggiamento occasionale ma un vero e proprio modo d’essere che genera un’antipatia immediata.

I segnali di noia non dimostrano solo disinteresse, ma di vera repulsione: ci si mostra palesemente annoiati da un’altra persona. Si manifesta gonfiando le guance, sbadigliando, sospirando, mostrando un’espressione assente, o mimando una flebo al braccio. Come dire: “Quanto sei palloso!”.



Per manifestare l’insofferenza verso qualcuno, si usano segnali esagerati di pena e di sconforto: battersi la testa con un pugno, boccheggiare, alzare gli occhi al cielo, coprirsi la faccia con le mani, distorcere i lineamenti in una smorfia di dolore, oppure mettere la mano di taglio sulla gola o sulla fronte (come dire: “ne ho fin qui di te”). Esagerando questi segnali, si colpevolizza l’altra persona come responsabile di questo dolore.

I segnali di ripulsa sono un modo per dire a un’altra persona: vattene! Tirare fuori la lingua ricorda l’azione con cui un poppante rifiuta il seno; ma si può anche mimare l’atto di cacciare via un insetto, o muovere la mano tesa a dita unite come a cacciare l’interlocutore.

I segnali di derisione sono una delle forme di insulto più pesanti perché esprimono ostilità e disprezzo nello stesso momento. Se ridiamo di una persona, è come se le dicessimo: “Sei così strano da sembrare allarmante, ma… che sollievo: non c’è bisogno di prenderti sul serio“. Si può esprimere questo sentimento fingendo di nascondere una risata soffocata, oppure lanciando una strizzata d’occhio a un complice, facendo in modo che la vittima se ne accorga. Una vera crudeltà.

Usando le mani si può dire a un’altra persona che è tonta o pazza (picchiettando o avvitando l’indice sulla tempia), oppure che è un noioso logorroico (mimando con la mano che si apre e si chiude il gesto del “bla-bla”). In questa categoria rientra il gesto del “marameo” che consiste nel puntare i pollici contro le orecchie, agitando rapidamente le altre dita: è un modo per mimare le orecchie di un asino.

Nella nostra cultura ci si aspetta che ognuno di noi, in ogni situazione, mostri per gli altri un grande e costante interesse. Dunque, uno dei modi di mostrare disprezzo a un’altra persona è quello di far finta di non vederla: snobbarla, distogliere lo sguardo, voltarsi per guardare altrove. Si viene trattati come una nullità, da uomini invisibili.

I segnali di minaccia sono modi con cui si tenta di intimidire un avversario senza arrivare all’attacco fisico: sono avvertimenti, semplici dimostrazioni visive. Le usano tantissimi animali (uccelli, rettili, pesci, mammiferi) che “tremano, sussultano, vibrano, si gonfiano, rizzano pinne, creste, criniere e cambiano vistosamente colore. L’uomo, non avendo questi strumenti, supplisce con una gran varietà di invenzioni culturali per minacciare i propri simili”. I movimenti aggressivi possono essere bloccati in 3 modi:
– movimenti di intenzione d’attacco: sono atti aggressivi che vengono cominciati ma non completati (alzare il braccio come per abbatterlo violentemente su un avversario, ma bloccandolo a mezz’aria; mettere le mani ad artiglio);
– gesti aggressivi a vuoto: l’azione viene completata, ma senza contatto fisico con l’avversario (agitare un pugno; mimare un colpo d’ascia con la mano; agitare l’indice, come fosse un bastone in miniatura);
– azioni deviate: l’attacco viene completato, ma non sul corpo dell’avversario bensì sul proprio o su un altro oggetto (afferrarsi il collo come a strangolarsi; mordersi l’indice.
In Francia, uno dei gesti aggressivi a vuoto è il gesto della barba (la barbe): ci si passa il dorso della mano sotto il mento per poi spingerla di fuori, con un movimento ad arco verso l’avversario. “La barba è alzata in direzione dell’avversario, proiettata contro di lui. E poiché nella specie umana essa è un importante segnale mascolino, proiettarla contro un rivale è come dire: ‘io lancio la mia virilità contro di te'”. Nel sud Italia, un ricordo di questa azione consiste nell’alzare infastiditi il mento, emettendo un piccolo suono (tsst) con la lingua.

Com’è che i segnali sessuali possono diventare insulti? Per rispondere, basta guardare gli animali: molti, compresi i nostri parenti più prossimi (le scimmie e i primati) usano le azioni sessuali come gesti di minaccia. Una scimmia maschio può mimare la monta nei confronti di un altro, come per dirgli: “Poiché soltanto un maschio dominante può montare una femmina, è chiaro che se io monto te (indipendentemente dal tuo sesso) tu devi essere mio inferiore”. Insomma, l’atto sessuale è usato come espressione di dominanza, di insulto o di minaccia.
E possono mimare: il fallo (dito medio, gesto dell’ombrello), la vulva (ripiegando l’indice contro il pollice), l’atto sessuale (infilando il pollice fra indice e medio: “fare le fiche”; mimare le “L” rovesciate con le due mani, come dire “Ti faccio un culo così”; spingere il pugno in avanti e indietro; infilare l’indice destro nel pugno sinistro), la masturbazione (spingendo il pugno su e giù), il rapporto orale (ponendo le mani aperte ai lati del pube). Altri ancora possono alludere in modo spregiativo all’omosessualità, per esempio mimando il polso molle o un’andatura affettata.
Fra i gesti osceni rientra anche la “V” col palmo verso il proprio viso: potrebbe essere il residuo di un gesto arabo che mima l’atto sessuale ponendo le dita a “V” alla base del naso.



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lunedì 9 maggio 2016

L'ASCETICISMO



L'ascetismo viene riferito inizialmente al Cristianesimo ma si ritrova nella storia delle religioni come un fenomeno attinente a diverse culture.

Le pratiche ascetiche si propongono di conseguire una condizione di vita che, diversamente da quella ordinaria, realizzi superiori valori religiosi. L'ascesi comporta nell'uso prevalente una svalutazione della corporeità, realizzata tramite sacrifici, rinunce e mortificazioni della carne, al fine di raggiungere una superiore spiritualità, ma esiste anche un ascetismo che non contrappone il corpo allo spirito e che si fonda su pratiche che mirano a sviluppare e controllare capacità fisiche.

Max Weber ha fatto una distinzione tra innerweltliche e ausserweltliche Askesis, tra ascetismo «intramondano» ed «extramondano».

L'ascetismo "ultraterreno" si riferisce alle persone che si ritirano dal mondo al fine di vivere una vita ascetica (ciò include la figura del monaco che vive in una comunità monastica, così come quella dell'eremita che vive isolato). L'ascetismo "terreno" invece si riferisce a persone che vivono vite ascetiche ma non si ritirano dal mondo.

Weber affermò che l'ascetismo materialista (intramondano) si è originato dalla dottrina calvinista la quale, al contrario di altri credi religiosi, cerca di promuovere un'azione concreta nel mondo che porti regole e un controllo razionale di ciò che ci circonda.

Secondo Weber infine, c'è un'affinità interna tra l'ascesi, intesa come estraneità ai piaceri del mondo, e la partecipazione all'attività capitalistica che comporta controllo di sé, disciplina interiore, razionalizzazione contro la dissipazione.

Lo psicologo statunitense David McClelland (1917-1998) ha suggerito che l'ascetismo "terreno" è specificamente indirizzato contro i piaceri terreni che distraggono le persone dalla loro chiamata, dalla loro vocazione o «Beruf». Tale ascetismo può accettare piaceri terreni che non distraggono. Come esempio, ha indicato che i Quaccheri si sono storicamente opposti ad abiti dai colori chiari, ma che i Quaccheri ricchi hanno spesso ricavato il loro monotono vestiario da materiali costosi. Il colore era considerato fonte di distrazione, non invece il tessuto da cui il vestito era ricavato. I gruppi Amish usano criteri simili per decidere quali tecnologie moderne usare e quali evitare.

In Grecia l'ascetismo, praticato nelle antiche comunità religiose del pitagorismo, dell'orfismo e delle religioni misteriche, con la filosofia platonica assunse un definitivo significato morale poiché, accertato il dualismo di anima e corpo, la pratica ascetica permetteva all'anima di purificarsi di tutto ciò che era corporeo e di ritornare così alla originaria perfezione ideale.

Il valore morale dell'ascesi, come esercizio per il controllo delle passioni tramite la rinuncia alla corporeità, si ritrova nello stoicismo e si trasmette al Cristianesimo che lo adotta in una prospettiva tutta trascendente: gli scrittori teologi cristiani Clemente Alessandrino e Origene sostengono che attraverso la contemplazione mistica si raggiunge l'unione con Dio e per questo scopo occorrono la meditazione, la preghiera ma anche pratiche di severe rinunce e di mortificazione della corporeità.

In vero nel cristianesimo delle origini l'ideale ascetico è del tutto assente. La personalità del Gesù tratteggiata dai Vangeli e predicata dagli apostoli è tutt'altra; Gesù infatti si schiera contro l'ascetismo, non insegna ad estraniarsi dal mondo come richiede il codice di vita esseno ma ad andare addirittura verso il mondo a predicare il vangelo di salvezza. L'ascetismo, nell'ambito del cristianesimo, inizierà a manifestarsi due secoli dopo con Sant'Antonio, i Padri del deserto e Pacomio. In occidente ancora più tardi con San Benedetto e San Bernardo.

L'ascetismo non è un fenomeno esclusivamente cristiano ma si ritrova, con presupposti etici e teologi del tutto differenti da quelli cristiani, nell'antico "monachesimo" ebraico degli esseni e dei terapeuti, in alcune comunità islamiche e nelle religioni orientali.

Nella storia del Cristianesimo si sono manifestate eccessi tali nelle pratiche ascetiche che hanno portato alla condanna per eresia movimenti religiosi come ad esempio il montanismo ma l'ascesi, nelle forme del monachesimo del martirio e della verginità, è sempre stata considerata uno strumento fondamentale di espiazione e purificazione.

Nel posteriore movimento protestante l'ascesi ha subito una svalutazione teologica ma in realtà ha mantenuto il suo valore spirituale ed etico in molte religioni evangeliche come nel puritanesimo e nel pietismo.

Nella cultura orientale per quanto riguarda alcune forme di Taoismo e Buddhismo si può parlare di un ascetismo ateo o agnostico. Nello Zhuangzi (uno dei testi fondamentali del taoismo) si distingue il Tao dal concetto Dio creatore: l'asceta mira dunque a ricongiungersi al principio indistinto (il Tao appunto) alla base della realtà che precede ogni idea di divinità come ogni idea di bene e male.

In occidente il filosofo Arthur Schopenhauer propose una forma di ascetismo ateo volto alla negazione della "Volontà di vivere" tramite la soppressione dei propri istinti vitali.

L'ascesi è «l'orrore dell'uomo per l'essere di cui è espressione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l'essenza di un mondo riconosciuto pieno di dolore»

L'ascesi viene scandita in tre punti:

Mortificazione di sé e dei bisogni della vita sensibile;
Castità, che permette di non perpetuare il dolore, reprimendo l'impulso sessuale: oltre a ridurre il consenso consapevole alla volontà, la castità riduce la stessa oggettivazione della volontà noumenica nel mondo fenomenico;
Inedia, ossia compiere un digiuno prolungato
Questa è la vera soluzione: rendersi trasparenti alla volontà che continuerà ad attraversarci ma non troverà più il corpo. Quindi vivere una non vita con l'estenuazione dell'organismo, raggiungendo la nolontà, cioè la non-volontà, quindi il nulla.



La completa negazione della volontà comporta con sé la negazione del mondo come oggettivazione di essa.

In questa concezione dell'ascetismo sono evidenti i riferimenti alla visione buddista e induista del Nirvana nel significato sia di 'estinzione' (da nir + vva, cessazione del soffio, estinzione) che, secondo una diversa etimologia proposta da un commentario buddhista di scuola Theravada, 'libertà dal desiderio' (nir + vana)

Se l'ascesi mistica conduceva a Dio quella schopenhaueriana conduce al nulla, è un misticismo ateo che rifiuta il mondo giungendo alla pura negatività. 

Inizialmente riferito alle regole di vita degli atleti greci (a cui si riferisce il significato originario di “esercizio”), il termine inizia a inerire alla pratica spirituale e morale con i pitagorici, i cinici e gli stoici, i quali tramanderanno nel medioevo il concetto di ascesi come mortificazione, spegnimento delle passioni, abbandono del superfluo.

Atteggiamento costante è, comunque, il rifiuto di una condizione di vita ordinaria per realizzare un’esistenza superiore, mediante un atteggiamento negativo rispetto all’esistenza data, considerata come non-valore rispetto al valore che si vuole realizzare. Quando questa autodisciplina viene eletta da parte di singoli individui a norma assoluta del proprio comportamento, si ha l’ascetismo come fenomeno religioso in senso proprio. 
In Grecia l’ascetismo fu una specialità di singole formazioni religiose quali il pitagorismo, l’orfismo e le religioni misteriche. L’ascetismo ellenistico era fondato sul dualismo tra luce e tenebre, materia e spirito, bene e male: tenebre e male da cui l’individuo doveva liberarsi sia con la gnosi, sia con l’esercizio dell’ascesi come distacco interiore dal mondo dei sensi. Il manicheismo, data la sua radicale concezione dualistica, professò un’ascesi rigorosa, praticata specialmente dagli ‘eletti’, mentre agli ‘uditori’ era lecito derogare alle regole al fine di perpetuare la vita e provvedere al mantenimento proprio e degli eletti. Il giudaismo, sebbene contrario all’ascesi come sistema di vita, ebbe le formazioni ascetiche degli Esseni e dei Terapeuti. 

Pratiche ascetiche in senso generico sono ovunque riscontrabili nel mondo etnologico in relazione con momenti di particolare interesse sacrale: così nelle cerimonie d’iniziazione dei giovani alla società degli adulti e nell’istruzione ‘professionale’ dei futuri stregoni. Nelle grandi religioni di salvezza d’Oriente e d’Occidente, l’ascetismo diventa prassi abituale e fondamentale; prende grandissimo rilievo e forme diverse nelle religioni indiane o d’origine indiana: nel brahmanesimo e nell’induismo acquista valore cosmogonico ed è assimilato al sacrificio; nel tantrismo e nella corrente yogica si presentano forme di ascetismo ‘positive’ nel senso che utilizzano e valorizzano certe funzioni corporee. Nel cristianesimo l’a. si presenta come una pratica di vita del fedele che vuole realizzare la perfezione cristiana, in rapporto alle peculiari dottrine del peccato originale, della redenzione operata da Cristo e della grazia come essenziale dono di Dio, ma anche ai contesti culturali in cui si è storicamente inserito.



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domenica 1 maggio 2016

ALCOOL E SESSO



Nella nostra cultura spesso si associa l'uso di alcol e la capacità di "reggerne" forti quantitativi (tolleranza) ad una immagine di virilità. Nella realtà, i maschi che usano alcol in dosi elevate possono andare incontro a problemi di sterilità, impotenza e perdita dei caratteri sessuali maschili secondari (peli, tessuto muscolare) con comparsa invece di quelli femminili (ginecomastia, ossia aumento delle mammelle nel maschio). Nelle donne invece possono verificarsi sterilità e problemi mestruali.

L'alcool è una sostanza che si è conquistata nel tempo la fama di afrodisiaco. In realtà il suo effetto sulle strutture cerebrali è soprattutto di tipo inibitorio. L'effetto deprimente a livello neurologico è di tipo progressivo proporzionalmente alle concentrazioni che raggiunge nel sangue. A basse dosi l'alcool inibisce i centri del cervello che governano la paura con una conseguente riduzione dello stato d'ansia. Tale effetto provoca spesso un temporaneo incremento della libido in persone solitamente inibite. Con l'aumento della concentrazione ematica, l'effetto inibitorio si estende, deprimendo rapidamente il comportamento del soggetto in generale, reazione sessuale inclusa. Ovvero l'alcool è in grado di facilitare l'espressione del desiderio sessuale, ma nello stesso tempo può interferire con la risposta sessuale compromettendo la funzione erettile ed eiaculatoria. Quanto finora detto fa riferimento ad assunzioni occasionali o in quantità medio-bassa di alcolici; il loro consumo abitudinario in alte dosi compromette infatti in grado severo tutto il circuito della sessualità, dal desiderio all'orgasmo, provocando danni talvolta irreversibili. Un abuso reiterato o in quantità smodate può ostacolare anche pesantemente il fisiologico circuito del piacere e del benessere. 

Nel peggiore dei casi, l’alcolismo è responsabile di quella che viene definita impotenza da alcol, o “alcohol impotence”: si stima che circa 1 alcolista su 2 soffra di disfunzione erettile.

Se si alza il gomito in maniera consistente, sono veramente molto poche le probabilità di riuscire ad avere un rapporto sessuale: messa in maniera semplice..non si alza neanche a pagarlo. Attenzione però: non sottovalutate l’alcol, se continuate ad abusarne potreste non riuscire mai più ad avere un’erezione, anche da sobri.

Alcuni studi hanno dimostrato come l’abuso di alcol nel lungo periodo causi danni irreversibili al modo in cui il nostro cervello risponde alle stimolazioni nervose. Ciò significa che saremo meno in grado di rispondere agli stimoli sessuali.



L’alcol danneggia le terminazioni nervose presente sul pene quindi meno sensibilità, provare meno piacere e infine non riuscire più ad avere erezioni.

Bere troppo e in maniera continuata per un lungo periodo di tempo causa delle modificazioni nel nostro comportamento: concentrarsi, pensare, giudicare…tutto diventa sempre più difficile. Non solo: anche la nostra capacità motoria si riduce.

L’alcol ha delle conseguenze sul funzionamento dell’ipotalamo, la regione del nostro cervello responsabile della regolazione degli ormoni. In conseguenza di questo effetto, i livelli di ormoni come testosterone ed estrogeno vengono sbilanciati. Un abbassamento dei livelli di testosterone, l’ormone del desiderio, ha un immediato impatto sul desiderio sessuale e sulla capacità erettile. Le modificazioni dei livelli ormonali hanno portato alcuni alcolisti a sperimentare addirittura effetti fisici come femminilizzazione testicolare e ginecomastia.

L’abuso di alcol ci rende depressi, stressati ed ansiosi: fattori di altissimo rischio per lo sviluppo di impotenza.

Inoltre, non si deve dimenticare che, sotto l’effetto disinibente di alcolici, si possono trascurare completamente tutte quelle norme di protezione necessarie in caso di rapporti sessuali, correndo il rischio di esporsi al contagio di malattie sessualmente trasmissibili.




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giovedì 24 marzo 2016

IL TURISMO SESSUALE



Il turismo sessuale è un fenomeno che comprende viaggi volti a ottenere prestazioni sessuali da prostitute e "gigolò". Il viaggio è tipicamente intrapreso da turisti e turiste dei paesi benestanti verso i paesi in via di sviluppo e può implicare pagamenti in contanti o in natura.

L'Organizzazione Mondiale del Turismo definisce il turismo sessuale come «viaggi organizzati dagli operatori del settore turistico, o da esterni che usano le proprie strutture e reti, con l'intento primario di far intraprendere ai turisti una relazione sessuale a sfondo commerciale con i residenti del luogo di destinazione».

Questo tipo di turismo ha, secondo l'ONU, conseguenze sociali e culturali sia per i paesi d'origine sia per quelli di destinazione, particolarmente in quelle situazioni ove si sfruttano le diseguaglianze di sesso, età, condizione sociale ed economica delle popolazioni delle mete turistiche.

Motivo di ulteriore attrazione per chi pratica turismo sessuale possono essere anche ridotti costi dei servizi nei paesi di destinazione e (cosa tendente a favorire un incremento potenziale della criminalità):

prostituzione, sia legale sia soggetta a differenti applicazioni della legge;
riduzione dell'età del consenso, o indifferenza delle leggi verso questo aspetto;
accesso alla prostituzione minorile dove le proibizioni legali sono deboli o dove è più probabile che non siano fatte rispettare.

Il fenomeno, secondo una ricerca di Ecpat e dell'Università di Parma, è presente a livello planetario: Bangladesh, Brasile, Colombia, Nepal, Thailandia, Ucraina, Kenya, Europa e Africa.
Tali mete sono in continua evoluzione a seguito della spinta che anche l'informatica ha contribuito a dare nell'organizzazione dei viaggi e dei servizi. Questo aspetto, unito alla diminuzione del prezzo delle tecnologie digitali, ha dato l'opportunità ai turisti sessuali di veicolare con più velocità immagini o filmati delle loro vacanze, contribuendo in tal modo ad alimentare anche la diffusione del fenomeno pedopornografia, il che ha fatto sì che anche il legislatore italiano si adeguasse, prevedendo delle norme ad hoc.

Una singola città o regione può avere una particolare reputazione come meta del turismo sessuale. Molte di queste coincidono con i maggiori distretti a luci rosse, e ne fanno parte Amsterdam nei Paesi Bassi; Bangkok, Pattaya e Phuket in Thailandia; e Angeles, l'area della prima base militare delle Forze armate degli Stati Uniti nella provincia di Pampanga, Filippine.

Negli Stati Uniti la prostituzione è quasi dappertutto illegale, con l'eccezione delle aree rurali dello Stato del Nevada; queste sono diventate una destinazione di turismo sessuale per alcuni americani. Su un confine più stretto, anche molte altre grandi città degli USA sono destinazione per turisti sessuali domestici, nonostante siano previste multe per chi si prostituisce. Al contrario, la prostituzione è un'attività legale in un numero crescente di altri stati del mondo, in molti dei quali sono comprese le destinazioni.

La primaria destinazione del turismo sessuale femminile è l'Europa meridionale (principalmente ex Jugoslavia, Turchia, e Spagna), i Caraibi (principalmente Giamaica, Barbados e Repubblica Dominicana), parte dell'Africa, le Filippine e Thailandia. Tra le destinazioni minori ci sono Nepal, Marocco, Figi, Ecuador e Costa Rica.

Secondo un rapporto di Ecpat Italia (organizzazione che si batte contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) salta fuori che gli italiani (per lo più uomini) sono ai primi posti come clienti di bambini fatti prostituire in Paesi del Terzo Mondo.

“Questa tendenza è molto allarmante”, spiega Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’organizzazione. “Queste persone non sono pedofili. I pedofili abituali sono il 5 per cento, la maggioranza invece dei turisti sessuali è composta da persone che vanno all’estero per provare un’esperienza trasgressiva”, spiega Scarpati. L’organizzazione ha stimato che nel mondo ogni anno ci sono un milione di turisti sessuali che rivolgono le loro attenzioni a minori tra i 12 e 14 anni, e a volte anche più piccoli. I turisti che si rivolgono alla prostituzione minorile sono un terzo del totale.

A parlare del rapporto è anche il Daily Telegraph, che indica come le mete preferite dai turisti sessuali italiani siano il Kenya, Santo Domingo, la Colombia e il Brasile. Il turismo sessuale e la pornografia sono spesso gestiti da reti criminali internazionali e quindi l’unico modo per combatterli è quello di coordinare le attività della polizia a livello internazionale. Dopo l’Italia i turisti sessuali vengono da Germania, Giappone, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e recentemente anche Cina.

Il Kenya è tra i paesi più a rischio: da 10.000 a 15.000 bambine che vivono nelle aree costiere di Malindi, Mombasa, Kalifi e Diani sono coinvolte nella prostituzione occasionale – fino al 30% di tutte le bambine fra i 12 e i 18 anni che vivono in quelle zone. Fra 2.000 o 3.000 bambine e bambini sono inoltre coinvolti nel mercato del sesso a tempo pieno.

Secondo l’identikit del turista che va in cerca di sesso con minori realizzato da Ecpat l’età media si è abbassata (tra i 20 e i 40 anni); possono essere sposati o single, maschi o femmine (anche se la maggioranza sono maschi) stranieri o locali, ricchi o turisti con budget limitato. Possono avere un alto livello socio-economico o provenire da un ambiente svantaggiato. Lo studio distingue i turisti sessuali in tre distinte categorie: quelli occasionali (spesso in quel Paese per lavoro) sono la maggioranza ; poi ci sono i turisti abitudinari che acquistano residenze che abitano in alcuni periodi dell’anno; e i pedofili.

I motivi che inducono un turista sessuale ad andare alla ricerca di sesso da bambini e adolescenti sono diversi: tra questi “l’anonimato e l’impunità”, ma anche la ricerca di nuove esperienze: classico di un “consumismo sessuale”; la discriminazione che sconfina nel razzismo; la difficoltà nello stabilire rapporti paritari con le donne; la falsa credenza che fare sesso con bambini sia a minor rischio Aids”. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale del turismo ogni anno almeno 3 milioni di persone partono per viaggi a scopo ‘sessuale’. Un sesto di loro, tra quelli che arrivano in America Latina e nei Caraibi, è a caccia di bambini o adolescenti.



Oltre seicentomila donne occidentali, tra cui 30mila italiane, allo scoccar delle ferie smettono gli abiti delle brave ragazze e si trasformano in vere predatrici sessuali.
Parliamo delle predatrici occidentali che ogni anno partono per vivere un’avventura con un gigolò.
Il fenomeno però per via della reticenza delle donne ad ammettere che il loro sia un turismo prettamente a scopo sessuale è difficile da calcolare. Questo anche a dispetto del fatto che per andare a letto con loro questi uomini o ragazzi vogliono essere pagati.

Ovviamente al momento di prenotare il viaggio, nessuna di loro (a volte anche madri separate con figlie) richiede viaggio con “avventura sessuale all inclusive”. Ma le stesse agenzie ormai hanno raffinato, in modo molto discreto, la scelta degli alberghi adatti da proporre.

Un viaggio nel deserto infatti, seppur con tutte le incognite del caso, può offrire l’occasione giusta per vivere una notte di passione con un affascinante tuareg o con una guida turistica ben predisposta “agli straordinari”.

E come è ormai risaputo da tempo in Giamaica non c’è neanche bisogno di farsi consigliare i luoghi o alberghi adatti dove poter trovare la preda giusta. Lì sono i ragazzi stessi a cercare donne attempate o giovani benestanti per uno scambio “culturale”. Si possono incontrarli al bar, sulla spiaggia o per strada. Basta uno sguardo e da entrambe le parti si sa già quel che si vuole.

Ma le donne sono conosciute per complicarsi la vita. E molte volte, si innamorano di questi uomini che se ne approfittano solo per avere un permesso di soggiorno permanente nelle città di origine delle sprovvedute turiste. E non mancano i commenti degli stessi gigolò di colore che nei vari forum presenti sul web, si vantano del loro successo e della propria superiorità e prestanza rispetto al maschio bianco.

Alcuni di loro hanno agende dove calendarizzano gli incontri. C’è l’amante vacanziera che torna ogni anno, ma anche quella per una sola notte. Il tariffario varia a seconda della prestazione. Come anche la forma di pagamento. A volte non c’è una vera e propria tariffa come al contrario accade per la prostituzione femminile. La prestazione può essere riscattata da una o più cene, vestiti, scarpe o gioielli.

Il più delle donne però non vuole, né ricerca alcun coinvolgimento affettivo. Vogliono viversi a 360° la loro sfera sessuale al pari di come farebbe un uomo. Insomma, per il semplice e puro piacere di farlo. Rivoluzione al femminile o semplice paura del tempo che passa?



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sabato 19 marzo 2016

SUPERSTIZIONI ITALIANE


In Italia la superstizione è collegata agli oggetti più comuni, qualsiasi cosa può trasformarsi in segno di cattivo augurio.

Mai aprire un ombrello in casa, pioverà sfortuna. Anche la scopa è un pericolo per le ragazze: se qualcuno spazza loro i piedi, non si sposeranno mai. Un gatto nero può essere positivo se attraversa la strada da sinistra a destra, negativo se lo fa nell’altro senso, perché significa che dal Bene è passato al Male. A tavola, mai rovesciare il sale, e il pane deve essere dritto, per evitare guai.

Far cadere sale a terra o sulla tavola. In tempi antichi il sale era un bene più prezioso dello stesso oro e perderne anche pochissimo, significava perdere denaro.
Essere tredici a tavola. Il numero tredici a tavola ricorderebbe l’ultima cena di Gesù prima della sua morte.
Posare il cappello sul letto. In passato, i dottori che visitavano gli ammalati posavano il cappello sul letto, in quanto la camera da letto era la prima stanza in cui si dirigevano. Per questo, posare il cappello sul letto porterebbe sfortuna per la propria salute.

Porta fortuna mettere un anello con la pietra di nascita.
Se la fede nuziale viene persa, per evitare che l’infelicità piombi sulla coppia, va riacquistata immediatamente un’altra vera che dovrà essere infilata all’anulare dal partner, come durante il rito nuziale.
Non adoperate lo stesso asciugamano in due: litigherete sicuramente.
Porta male la goccia di cera che cade lungo il lato della candela.
Gli sposi di Crana (Novara), terminato il rito nuziale, soffiano insieme per spegnere due candele. Se le spengono nello stesso momento, vivranno a lungo insieme, altrimenti è segno di vedovanza.
L'ululato del cane è presagio di morte.
Se volete evitare la calvizie tagliate i capelli durante la luna nuova.
Un capello sulla spalla preannuncia l’arrivo di una lettera.

Porta fortuna incontrare una persona di sesso opposto la mattina di capodanno ed è presagio di guai vedere invece un cavallo bianco.
Si gettano oggetti vecchi dalla finestra per liberarsi di preoccupazioni e affanni, e per auspicarsi fortuna e mangiare lenticchie, uva o datteri, la notte di San Silvestro, vuole dire propiziarsi certamente la fortuna economica durante l’anno.

Il cucchiaio porta sfortuna tenerlo con la mano sinistra.

Se udite il canto del cuculo, afferrate in fretta tutto ciò che in quel momento è ai vostri piedi e portatelo addosso per un po’ di tempo: vi porterà fortuna.

Il fagiolo nell’antichità simboleggiava l’immortalità per la sua proprietà di conservare a lungo la forza vitale e di riacquistare freschezza se immerso in acqua.
Le fanciulle greche e le matrone romane indossavano collane o bracciali con ciondoli a forma di fagiolo. Si riteneva che questo piccolo oggetto fosse sufficiente per ottenere ricchezze e amore.

Porta sfortuna utilizzare in tre lo stesso fiammifero.

Se vedete un covone di fieno, prendetene un filo ed esprimete un desiderio: si avvererà,

Le forbici se cadono a terra, prima di raccoglierle, posatevi il piede sopra per annullare il cattivo presagio.
Se cadendo, una delle lame si conficca nel terreno è presagio di morte.
Portano, invece buono se tenute appese al muro.

Porta sfortuna ucciderne un gabbiano.

Il gallo se canta prima di mezzanotte preannuncia cattivo tempo.

Porta male vedere al mattino a digiuno una gazza.
Vedendo uno stormo di gazze piegare verso sinistra la giornata sarà felicissima, se lo stormo va a destra il giorno sarà negativo.
Un innamorato che dovesse vedere una gazza ha poche possibilità di successo con la sua ragazza.
Porterebbe male appoggiare le grucce sul letto

Incrociare scarpe, posate o altri oggetti porta sfortuna, perchè, in epoca medioevale, erano considerate un’offesa alla Croce di Cristo.

Porta male scendere dalla parte sinistra del letto, in quanto ritenuta la parte di Satana satana.
In Sicilia si dice che se tre persone rifanno un letto insieme (nel senso che ne sistemano le lenzuola), quella più giovane d’età muore.

La notte dell’Epifania devono lanciare le scarpe verso l’uscio di casa: se le punte sono rivolte verso l’uscio, si sposeranno entro l’anno.
Una sarta che sia ancora in attesa dell’anima gemella, potrà mettere due o tre capelli della sua chioma nell’orlo dell’abito da sposa che le capiterà di cucire: si sposerà anch’ella entro l’anno.

Versare l'olio è segno di malaugurio. Diciamo come stanno le cose: tanti secoli fa olio e sale erano materiale prezioso, e quindi rovesciarli e perderne era un danno economico e una perdita: per questo “saltavano all’occhio”.

Il pettine se vi cade di mano mentre vi state pettinando, qualcuno che vi vuole bene vi sta pensando.

Porta fortuna camminare sotto la pioggia. Un vecchio proverbio dice: “Sposa bagnata, sposa fortunata”.

I piselli sono il simbolo della felicità e della fortuna. Nell’antichità, con i loro fiori si intrecciavano coroncine da offrire alle spose.

Non andrebbero mai appesi alle pareti quadri raffiguranti uccelli: portano sventura.
E’ di malaugurio un quadro che cade.

Il quadrifoglio arreca fortuna e felicità ma non lo si deve cogliere, basta guardarlo e toccarlo.

Vedere un ragno di sera è segno di bel tempo.
Porta sfortuna uccidere un ragno di notte o al mattino.

Porta sventura passare sotto una scala perchè, formando un triangolo, è simbolo della Trinità e passarci sotto è una grave mancanza di rispetto.
Se una nubile passa sotto una scala aperta o appoggiata al muro non si sposerà.
Se inciampa, invece sui gradini di una scala, convolerà presto a nozze.
Se si inciampa scendendo, è presagio di perdita di denaro.

E’ segno infausto spazzare il pavimento prima dell’alba e dopo il tramonto.

Negli orti dei Greci e dei Romani il sedano non mancava mai. La pianta di sedano, infatti, aveva la funzione di allontanare le potenze del male.

Trovare una moneta porta fortuna: conservatela.
Sono di felice augurio i soldi bucati, le monete coniate negli anni bisestili e quella vaticane che portano l’anno del Giubileo.

Se a Natale o a fine anno ti pagano, devi dare almeno una monetina di resto, altrimenti niente soldi nell’anno nuovo.

Se ricevete in regalo una spilla, un temperino o qualsiasi oggetto appuntito, pungete con essi il vostro donatore pazzo, oppure regalategli una simbolica monetina. Se non lo fate, rischierete di troncare il rapporto di amicizia.

Se vedete uno spillo per terra, raccoglietelo, la fortuna vi sorriderà per tutto il giorno.
Non chinatevi però mai a raccogliere gli aghi, portano sfortuna.

Anticamente si aveva l’abitudine di sputarsi tre volte sul petto per allontanare qualsiasi maleficio.
Ancora oggi, i corridori si fanno sputare sulla schiena dai loro meccanici, prima dell’inizio della corsa.

Pare che vederne tre o quattro unite porti male.

Non gettate mai il guscio intero di un uovo, ma spezzatelo per evitare che il demonio vi si annidi.

“Nè di Venere nè di Marte, non si sposa non si parte, nè si dà principio all’arte” consiglia un proverbio.
Mai uscire di casa il venerdì notte: streghe e diavoli sono in agguato. Ma se proprio dovete farlo, strappate un pelo (possibilmente rosso) a una cane e conservatelo nel taschino.

La superstizione più comune è quella del gatto nero: guai a incontrarlo, vederlo attraversare la strada o entrare in casa.

La triste fama dei gatti neri ha origini antiche: dal ‘500 in poi, infatti, a questo felino venne attribuita la colpa di essere servo del diavolo e dei demoni, nonché il più frequente travestimento delle streghe.

Sui gatti si dice pure che abbiano nove vite e muoiano solo se sbattono forte il muso, che sentirli miagolare sia di buon augurio e che mangiare la loro carne porti fortuna, ricchezza e felicità.

Guai, invece, ucciderli, chi lo fa patirà una lunga agonia, sette anni di guai o tredici disgrazie.

Altre superstizioni sul gatto sono: mai imprestare gatte ad amici e parenti, non tornerebbero più a casa; se a un gatto vengono tagliati i baffi, o la punta della coda, non diventerà mai un buon cacciatore di topi; per fare in modo che un gatto (anche rubato o trovato) non abbandoni mai il padrone, bisogna farlo girare intorno alla catena del camino per tre volte, attirandolo con un pezzo di lardo.

Quando si cambia casa, affinché il gatto non subisca traumi, si raccoglie una pietra della vecchia dimora e la si porta nella nuova, oppure, gli si lega un pezzetto di mattone della vecchia casa al collo.

Queste usanze sono legate alla credenza che i gatti si affezionino più al luogo che alle persone con cui abitano. Uccidere un gatto soriano, specie se grigio e tigrato, è un atto sacrilego e di cattivo auspicio, dato che la tradizione narra che di questa razza fosse il gatto della Madonna a Nazareth.

Nel Senese, si crede che i gatti avvertano la morte in anticipo e scappino di casa prima di spirare. Si dice che quelli nati in marzo siano grandi cacciatori di topi, mentre quelli nati prima dell’Ascensione, no.

Sognarli è presagio di tradimento. Se un gatto dorme con il sedere rivolto al fuoco, la neve cadrà presto, mentre se fa passare ripetutamente la zampa dietro l’orecchio, il tempo volge al peggio e farà freddo. I gatti rossi pare siano i migliori per tenere lontani da casa stregonerie e malefici.



La festa cristiana nella quale si celebra la nascita del Battista, san Giovanni deve la sua straordinaria popolarità alla coincidenza calendariale con il solstizio d’estate.

Prima ancora che la Chiesa stabilisse il 24, quale probabile data di nascita del Precursore di Cristo, questa ricorrenza era già popolarissima in tutte le civiltà pagane.

L’origine appare evidente analizzando le principali superstizioni connesse alla festa, chiaramente ispirate al sole solstiziale.

Coi fuochi accesi sui poggi si cerca di evocare questa forza, l’energia del sole giunto al massimo splendore. Ai falò sono attribuiti poteri straordinari: garantiscono la protezione dal malocchio e dalle streghe, sanano gli animali, proteggono dal mal di testa e da numerose altre malattie.

Ancora più grandi virtù sono attribuite alla rugiada e alle piante che da essa vengono sfiorate durante questa magica notte. Bagnarsi con la rugiada protegge dalle principali malattie della pelle, dalla scabbia, dalle emorroidi, dalla lebbra, dalle malattie veneree, dalle infezioni, dalla rogna, dalle rughe precoci, dalla caduta dei capelli e dai dolori addominali.

Portentosa, inoltre, per gli occhi: sia per renderli belli, sia per curare infiammazioni e lesioni. Sempre la rugiada si dice sia in grado di preservare i panni dalle tignole, di mantenere in salute gli animali, di far sparire le lentiggini, di rendere biondi e ricci i capelli dei bambini, di facilitare la lievitazione del pane, di dar forza ai bambini anemici e di conservare a lungo il burro.

Le stesse virtù taumaturgiche della rugiada sono attribuite anche all’acqua raccolta in questa notte, a quella dei fiumi, dei laghi e del mare. È tradizione fare il bagno in mare per restare in buona salute e, con l’acqua attinta a mezzanotte, si possono curare le malattie cutanee dei bambini e restare immuni dal male di testa.

Il potere taumaturgico della rugiada e dell’acqua raccolta nella notte di san Giovanni, è strettamente connesso al racconto evangelico del battezzatore di Gesù Cristo. Alcuni sostengono, invece, che tali poteri siano dovuti alla particolare posizione del sole, che dona alla rugiada e alle erbe effetti benefici e salutari.

Diffuso in tutta Italia il sistema delle tre fave per prevedere il futuro in amore. Alla vigilia di san Giovanni, si mettono tre fave sotto il guanciale: una intera, una sbucciata per metà e una sbucciata completamente. Alla mattina se ne prende una senza guardare: se è pelata, presagio di una vita felice; se pelata a metà, gioie e dolori; se integra, unione infelice e sfortunata.

Sempre riguardo a questa festa, si credeva che nascervi rendesse immuni dal malocchio. Altre credenze sono: la camomilla bagnata di rugiada ha la capacità di calmare gli attacchi nervosi e, se bruciata in vista dei temporali, il potere di scongiurare il pericolo della grandine. Le foglie di alloro raccolte in questa notte hanno il potere di tenere lontani i rapaci e le formiche dalle case.

In base al mese di nascita si fanno previsioni sulle future caratteristiche dei neonati.

I nati in gennaio saranno collerici, forti, tenaci e avranno vita lunga, seppur poco felice.
I nati in febbraio avranno vita breve, saranno volubili e assillati da sciagure e malattie; saranno pericolosi gli anni dodici, ventotto, trentasei e quarantuno della loro vita.
I nati in marzo saranno superbi, amanti della musica e del denaro e, se studieranno, avranno grandi successi; sono per loro pericolosi il quattordicesimo, il ventiduesimo, il trentesimo e il cinquantasettesimo anno d’età.
Chi nasce in aprile sarà debole, dal carattere mutabile e crudele; avrà nemici ma sarà ricco e girerà il mondo. Sono pericolosi per lui i dodici, i ventidue, i trentatré, i quarantuno e i settantaquattro anni.
Chi nasce in maggio sarà fortunato, allegro e ben disposto verso il prossimo; correrà pericoli a uno, a sei, a dieci, a quindici, a venticinque, a trentadue, a quaranta o a sessantotto anni.
I nati in giugno saranno taciturni, dissipatori e di buona salute; ameranno molto e avranno guai all’età di ventiquattro, trenta e settantadue anni.
I nati in luglio saranno forti e arditi, volubili e voluttuosi; gli anni pericolosi saranno il diciannovesimo, il trentaquattresimo e il settantunesimo.
I nati in agosto avranno una vita mediocre, costellata di malattie e pericoli; affabili e di poche parole, dovranno guardarsi dagli anni quindici, ventotto, quarantadue e ottantasei.
I nati in settembre avranno vita lunga e fortunata, carattere allegro e saranno acuti d’ingegno; certamente il mese più propizio per nascere.
I nati in ottobre saranno falsi, gelosi e vendicativi, e anche se avranno successo, non ne potranno godere.
I nati in novembre saranno tristi e sfortunati e, benché amati dalla famiglia, proveranno molti dispiaceri.
I nati in dicembre saranno amabili, allegri e ben disposti alla religione; se traditi, sapranno essere vendicativi.

Oltre al mese di nascita, per il futuro è importante anche il giorno. Nascere di sabato è generalmente di cattivo augurio, in quanto giorno dedicato al sabba delle streghe. Di buon augurio nascere di mercoledì.

Di buon auspicio anche nascere settimini o con la camicia (con la placenta avvolta intorno al corpicino). È invece di cattivo auspicio tagliare ai neonati le unghie e i capelli (diventerebbero ladri, miopi o balbuzienti), nonché pesarli, misurarli o fotografarli, perché altrimenti non crescono, stentano a parlare o muoiono presto.

Chi nasce dopo un brevissimo travaglio, andrà di fretta tutta la vita. I nati di venerdì, hanno la virtù di guarire la febbre, i maschi nati dopo sei sorelle possiedono la grande virtù di sanare le malattie e chi nasce con la camicia avrà una vita avventurosa.

Per evitare il malocchio, è consigliabile, quando una vecchia ne chiede l’età, rispondere sempre dicendo un mese in più o in meno a quelli giusti. I bambini nati con la camicia sono ritenuti invincibili, tanto che nelle risse, spesso, gli avversari scappano senza colpo ferire. La camicia viene anche detta "camicia della Madonna", perché le pieghe del sacco amniotico formano una caratteristica M sul corpicino del neonato.

Le superstizioni sulla luna sono innumerevoli e riguardano soprattutto la presunta influenza che esercita sugli esseri viventi.

Il folclore è ricchissimo di ubbie, pregiudizi e credenze sulla luna: il variare del suo ciclo può determinare il bello e il cattivo tempo, stabilire il sesso dei nascituri, fare crescere i capelli, le unghie, le piante e i frutti.

Durante plenilunio, la fase nella quale la luna raggiunge l’intensità massima e tutta la faccia visibile dalla terra appare illuminata, si dice che tagliare i capelli crescano poi belli e abbondanti.

Altre credenze sulla luna nuova sono: i granchi e le aragoste sono più pieni e polposi; i meloni e i cocomeri seminati in quella di marzo crescono più dolci; si imbottiglia il vino; è più facile sognare che in altre fasi ed è possibile curare verruche, calli, ernia e gozzo toccandosi la parte malata con la mano.

Durante il novilunio, momento nel quale la luna è invisibile, perché volge alla Terra la faccia non illuminata dal Sole, si dice che i capelli ricrescano molto più rapidamente; che i parti siano più frequenti e facili; che il tempo atmosferico che lo caratterizza non muti per tutto il mese lunare; che le macchie ostinate sulla biancheria non resistano al bucato fatto in quello di marzo e che sia il momento propizio per tosare le pecore, lavorare e lavare la lana, affinché non si riempia di tignole. In luna mancante è consigliato eseguire la pulizia dei campi, il taglio del legname e la raccolta della paglia.

La maggior parte delle superstizioni riguarda la fase crescente della luna, il momento compreso tra il novilunio e il plenilunio. Questo periodo pare sia propizio a tutte le azioni che riguardano ciò che deve crescere e prosperare. La semina e l’accoppiamento degli animali domestici sono positivamente influenzati in questa fase.

Con la luna crescente si dice pure che i capelli e le unghie crescano più in fretta, si seminano i foraggi, si potano le piante e si mostrano i denari appena è visibile in cielo, credendo così di raddoppiarli. Vietato travasare il vino altrimenti diventa acido o si guasta. Si raccolgono con buoni profitti i funghi e gli asparagi. Male invece per le malattie della pelle, che con la luna crescente peggiorano.

Con la luna calante (vecchia), la fase compresa tra il plenilunio e il novilunio, si compiono le azioni che riguardano tutto ciò che deve morire ed essere distrutto.

Si miete il grano, si raccoglie il granoturco, si potano la vite e gli alberi da frutto, si raccoglie la frutta, gli ortaggi, si mettono sotto conserva peperoni, pomodori e zucchine. Si tagliano le unghie e i capelli per fare in modo che non crescano rapidamente.

Guai invece a fare il bucato. Si vendemmia per avere vino leggero e poco corposo, si taglia la legna da ardere e quella da lavoro, si seminano gli ortaggi perché vengano gustosi, i fiori perché vengano doppi, si innestano gli alberi perché attecchiscano e si seminano le patate.

Indicato anche eseguire la vendemmia, la pigiatura e la svinatura, affinché il vino si conservi in estate senza fermentare. Si raccolgono le erbe per preparare filtri amorosi e medicinali; si mettono a covare le uova e si tosano le pecore perché la lana si conservi nel tempo.

Sulla luna esistono anche credenze slegate alle fasi. Si crede, ad esempio, che piccoli gingilli in metallo pregiato (argento e oro), raffiguranti la luna falcata, portino fortuna, o che dormire al chiaro di luna sia nocivo (le conseguenze: reumatismi, pazzia, sonnambulismo, malattie o perdita delle forze).

In quasi tutta Italia si crede che la luce lunare causi la putrefazione della carne. Un altro pregiudizio molto comune, è che le lune che iniziano di mercoledì o sabato siano foriere di rovina e disgrazie.

L’amuleto più efficace contro il malocchio è il corallo grezzo. Il suo colore rosso smagliante è in grado di spezzare e rendere inattivo il raggio malefico dell’occhio iettatore e per questo va sempre portato in vista.

Altri validi amuleti sono: il ferro di cavallo, le corna (con infilato sulla punta uno spicchio d’aglio), la doppia mandorla e la chiave maschia.

Per proteggere i bambini, si usano pezze di panno di colore rosso. Per scoprire se un bambino malato è stato colpito dal malocchio, si fanno cadere alcune gocce d’olio in un piatto colmo d’acqua: se l’olio si spande, il male è causato dal malocchio; se invece l’olio resta ben distinto dall’acqua, la fattura non c’entra, ed è meglio chiamare il medico.

Per allontanare il malocchio, altri sistemi utili sono: invocare i numeri 8 e 9 (che rappresentano una raffigurazione simbolica del fallo), facendo nel contempo le corna; indossare le mutande rovesciate, per gli uomini, e la gonna rovesciata, per le donne.

Gli scongiuri più caratteristici sono invece: toccarsi i testicoli; far battere la mano sinistra sull’avambraccio destro, facendolo scattare in avanti con significato fallico; toccare ferro; fare le corna con la mano; tenere in tasca un dente di maiale, una noce a tre canti o una castagna d’India.

Altri sistemi sono: fare l’atto di rigirare il cappello in testa; tenere i pantaloni a mezza gamba; portare un braccialetto di perline rosse; una collanina di corallo; tenere in tasca del lievito; indossare mazzetti di oggetti d’oro in numero di 16, 24 o 32 pezzi, appesi a una catenina.

Tra questi, i più frequenti sono: la scarpina, il cornetto, la calamita, l’elefante, la leonessa, il gallo, il gobbino, il n.13, la mano, il mandolino, il pesce, il teschio, il binocolo, le forbici, il cane, il panierino, la rivoltella, la pipa, la chitarra, il porco, la rete, le campanelle, il granchio e la lucertola.


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