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venerdì 27 maggio 2016

SIRINGHE PER TERRA



Piccoli anfratti dove l’erba è alta e le fronde di alberi presumibilmente mai potati, possono essere una meta accattivante per bambini intenti nei loro più disparati giochi. Il problema di queste zone è che è ormai diventano meta di ritrovo di tossicodipendenti. Inoltrandosi in questi anfratti si possono notare, oltre alla sporcizia riversata per terra in maniera copiosa, dagli indumenti ai cartoni di latte a cavi ormai privati dei fili di rame contenuti al loro interno, anche tamponi, cotone e siringhe infilzate negli alberi o nascoste dalla fitta vegetazione, nonché molteplici fazzoletti intrisi di sangue. E poi in giro ci sono troppi maleducati che non raccolgono gli escrementi dei loro cani.

Sporche di sangue. Gettate a terra, abbandonate. C’è il rischio concreto che qualche piccolo possa pungersi con uno degli aghi abbandonati, con estrema probabilità, da qualche tossicodipendente.



Il virus dell'hiv ha una vita brevissima all'aria aperta ma quello dell'epatite rimane per tantissimo tempo latente e anche mangiarsi le unghie può essere pericoloso non occorre ci siano ferite aperte.

Se volete farvi affari vostri ma per il rispetto di tutto e tutti penso che sia un buon vivere.




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giovedì 24 marzo 2016

IL TURISMO SESSUALE



Il turismo sessuale è un fenomeno che comprende viaggi volti a ottenere prestazioni sessuali da prostitute e "gigolò". Il viaggio è tipicamente intrapreso da turisti e turiste dei paesi benestanti verso i paesi in via di sviluppo e può implicare pagamenti in contanti o in natura.

L'Organizzazione Mondiale del Turismo definisce il turismo sessuale come «viaggi organizzati dagli operatori del settore turistico, o da esterni che usano le proprie strutture e reti, con l'intento primario di far intraprendere ai turisti una relazione sessuale a sfondo commerciale con i residenti del luogo di destinazione».

Questo tipo di turismo ha, secondo l'ONU, conseguenze sociali e culturali sia per i paesi d'origine sia per quelli di destinazione, particolarmente in quelle situazioni ove si sfruttano le diseguaglianze di sesso, età, condizione sociale ed economica delle popolazioni delle mete turistiche.

Motivo di ulteriore attrazione per chi pratica turismo sessuale possono essere anche ridotti costi dei servizi nei paesi di destinazione e (cosa tendente a favorire un incremento potenziale della criminalità):

prostituzione, sia legale sia soggetta a differenti applicazioni della legge;
riduzione dell'età del consenso, o indifferenza delle leggi verso questo aspetto;
accesso alla prostituzione minorile dove le proibizioni legali sono deboli o dove è più probabile che non siano fatte rispettare.

Il fenomeno, secondo una ricerca di Ecpat e dell'Università di Parma, è presente a livello planetario: Bangladesh, Brasile, Colombia, Nepal, Thailandia, Ucraina, Kenya, Europa e Africa.
Tali mete sono in continua evoluzione a seguito della spinta che anche l'informatica ha contribuito a dare nell'organizzazione dei viaggi e dei servizi. Questo aspetto, unito alla diminuzione del prezzo delle tecnologie digitali, ha dato l'opportunità ai turisti sessuali di veicolare con più velocità immagini o filmati delle loro vacanze, contribuendo in tal modo ad alimentare anche la diffusione del fenomeno pedopornografia, il che ha fatto sì che anche il legislatore italiano si adeguasse, prevedendo delle norme ad hoc.

Una singola città o regione può avere una particolare reputazione come meta del turismo sessuale. Molte di queste coincidono con i maggiori distretti a luci rosse, e ne fanno parte Amsterdam nei Paesi Bassi; Bangkok, Pattaya e Phuket in Thailandia; e Angeles, l'area della prima base militare delle Forze armate degli Stati Uniti nella provincia di Pampanga, Filippine.

Negli Stati Uniti la prostituzione è quasi dappertutto illegale, con l'eccezione delle aree rurali dello Stato del Nevada; queste sono diventate una destinazione di turismo sessuale per alcuni americani. Su un confine più stretto, anche molte altre grandi città degli USA sono destinazione per turisti sessuali domestici, nonostante siano previste multe per chi si prostituisce. Al contrario, la prostituzione è un'attività legale in un numero crescente di altri stati del mondo, in molti dei quali sono comprese le destinazioni.

La primaria destinazione del turismo sessuale femminile è l'Europa meridionale (principalmente ex Jugoslavia, Turchia, e Spagna), i Caraibi (principalmente Giamaica, Barbados e Repubblica Dominicana), parte dell'Africa, le Filippine e Thailandia. Tra le destinazioni minori ci sono Nepal, Marocco, Figi, Ecuador e Costa Rica.

Secondo un rapporto di Ecpat Italia (organizzazione che si batte contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) salta fuori che gli italiani (per lo più uomini) sono ai primi posti come clienti di bambini fatti prostituire in Paesi del Terzo Mondo.

“Questa tendenza è molto allarmante”, spiega Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’organizzazione. “Queste persone non sono pedofili. I pedofili abituali sono il 5 per cento, la maggioranza invece dei turisti sessuali è composta da persone che vanno all’estero per provare un’esperienza trasgressiva”, spiega Scarpati. L’organizzazione ha stimato che nel mondo ogni anno ci sono un milione di turisti sessuali che rivolgono le loro attenzioni a minori tra i 12 e 14 anni, e a volte anche più piccoli. I turisti che si rivolgono alla prostituzione minorile sono un terzo del totale.

A parlare del rapporto è anche il Daily Telegraph, che indica come le mete preferite dai turisti sessuali italiani siano il Kenya, Santo Domingo, la Colombia e il Brasile. Il turismo sessuale e la pornografia sono spesso gestiti da reti criminali internazionali e quindi l’unico modo per combatterli è quello di coordinare le attività della polizia a livello internazionale. Dopo l’Italia i turisti sessuali vengono da Germania, Giappone, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e recentemente anche Cina.

Il Kenya è tra i paesi più a rischio: da 10.000 a 15.000 bambine che vivono nelle aree costiere di Malindi, Mombasa, Kalifi e Diani sono coinvolte nella prostituzione occasionale – fino al 30% di tutte le bambine fra i 12 e i 18 anni che vivono in quelle zone. Fra 2.000 o 3.000 bambine e bambini sono inoltre coinvolti nel mercato del sesso a tempo pieno.

Secondo l’identikit del turista che va in cerca di sesso con minori realizzato da Ecpat l’età media si è abbassata (tra i 20 e i 40 anni); possono essere sposati o single, maschi o femmine (anche se la maggioranza sono maschi) stranieri o locali, ricchi o turisti con budget limitato. Possono avere un alto livello socio-economico o provenire da un ambiente svantaggiato. Lo studio distingue i turisti sessuali in tre distinte categorie: quelli occasionali (spesso in quel Paese per lavoro) sono la maggioranza ; poi ci sono i turisti abitudinari che acquistano residenze che abitano in alcuni periodi dell’anno; e i pedofili.

I motivi che inducono un turista sessuale ad andare alla ricerca di sesso da bambini e adolescenti sono diversi: tra questi “l’anonimato e l’impunità”, ma anche la ricerca di nuove esperienze: classico di un “consumismo sessuale”; la discriminazione che sconfina nel razzismo; la difficoltà nello stabilire rapporti paritari con le donne; la falsa credenza che fare sesso con bambini sia a minor rischio Aids”. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale del turismo ogni anno almeno 3 milioni di persone partono per viaggi a scopo ‘sessuale’. Un sesto di loro, tra quelli che arrivano in America Latina e nei Caraibi, è a caccia di bambini o adolescenti.



Oltre seicentomila donne occidentali, tra cui 30mila italiane, allo scoccar delle ferie smettono gli abiti delle brave ragazze e si trasformano in vere predatrici sessuali.
Parliamo delle predatrici occidentali che ogni anno partono per vivere un’avventura con un gigolò.
Il fenomeno però per via della reticenza delle donne ad ammettere che il loro sia un turismo prettamente a scopo sessuale è difficile da calcolare. Questo anche a dispetto del fatto che per andare a letto con loro questi uomini o ragazzi vogliono essere pagati.

Ovviamente al momento di prenotare il viaggio, nessuna di loro (a volte anche madri separate con figlie) richiede viaggio con “avventura sessuale all inclusive”. Ma le stesse agenzie ormai hanno raffinato, in modo molto discreto, la scelta degli alberghi adatti da proporre.

Un viaggio nel deserto infatti, seppur con tutte le incognite del caso, può offrire l’occasione giusta per vivere una notte di passione con un affascinante tuareg o con una guida turistica ben predisposta “agli straordinari”.

E come è ormai risaputo da tempo in Giamaica non c’è neanche bisogno di farsi consigliare i luoghi o alberghi adatti dove poter trovare la preda giusta. Lì sono i ragazzi stessi a cercare donne attempate o giovani benestanti per uno scambio “culturale”. Si possono incontrarli al bar, sulla spiaggia o per strada. Basta uno sguardo e da entrambe le parti si sa già quel che si vuole.

Ma le donne sono conosciute per complicarsi la vita. E molte volte, si innamorano di questi uomini che se ne approfittano solo per avere un permesso di soggiorno permanente nelle città di origine delle sprovvedute turiste. E non mancano i commenti degli stessi gigolò di colore che nei vari forum presenti sul web, si vantano del loro successo e della propria superiorità e prestanza rispetto al maschio bianco.

Alcuni di loro hanno agende dove calendarizzano gli incontri. C’è l’amante vacanziera che torna ogni anno, ma anche quella per una sola notte. Il tariffario varia a seconda della prestazione. Come anche la forma di pagamento. A volte non c’è una vera e propria tariffa come al contrario accade per la prostituzione femminile. La prestazione può essere riscattata da una o più cene, vestiti, scarpe o gioielli.

Il più delle donne però non vuole, né ricerca alcun coinvolgimento affettivo. Vogliono viversi a 360° la loro sfera sessuale al pari di come farebbe un uomo. Insomma, per il semplice e puro piacere di farlo. Rivoluzione al femminile o semplice paura del tempo che passa?



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venerdì 26 febbraio 2016

ADOLESCENTI, INTERNET,VIDEOGAMES



L'uso di computer, videogiochi, Internet e televisione è ormai una parte fondamentale nella vita di bambini e adolescenti e rappresenta la principale fonte di svago e divertimento per la maggioranza dei giovani d'oggi.

Sebbene vi sia una crescente ricerca su questo argomento ed un consenso di gran parte dei ricercatori sul fatto che la violenza nei media possa essere dannosa, ancora ciò non è stato ben compreso dalla società. Generalmente, le ricerche si focalizzano da una parte sulla frequenza e la natura della violenza e dall'altra sulle emozioni, gli atteggiamenti e i comportamenti generati dalla vista di atti violenti.

Proviamo ad immaginare l'effetto che fa in un ragazzo osservare quotidianamente e per ripetute ore scene violente nei videogiochi, nei fumetti o alla televisione. Rispetto al passato c'è da considerare anche la maggiore intensità di esposizione a questi stimoli negativi. Un famoso precedente che deve farci riflettere sulla potenza dei mass media sui giovani è l'epidemia di suicidi verificatasi in Germania in seguito alla pubblicazione, nel 1774, del romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe.

Il fenomeno fu talmente potente che alcuni Paesi proibirono la diffusione del testo. Moderni studiosi di suicidologia hanno chiamato questo fenomeno `effetto Werther` per definire l'influenza esercitata dai mass media sui comportamenti autolesivi. Tra tutti i media interattivi i videogiochi sono sicuramente il passatempo preferito dei bambini e degli adolescenti e per questo motivo è importante capire quanto questi possano influenzarne lo sviluppo sociale e cognitivo. Giocare è il modo più comune per i giovani di utilizzare il computer o la televisione, in particolare per i maschi.

Dalle ricerche si è evinto che per valutare l'influenza dei media interattivi è necessario prendere in considerazione non tanto il tempo totale trascorso, quanto piuttosto il contenuto, la trama, i personaggi, gli obiettivi del gioco. Infatti, l'identificarsi con un personaggio e il coinvolgimento attivo possono facilitare l'apprendimento di materiale educativo e formativo, ma possono anche facilitare incredibilmente l'apprendimento di contenuti violenti. È emerso come i maschi preferiscano in larga misura giochi che prevedono azioni violente o sport rispetto alle ragazze che invece prediligono giochi fantastici, di relazione o puzzle.

Secondo la prospettiva dell'apprendimento sociale, la relazione tra il giocare ad un videogioco violento e il conseguente comportamento aggressivo si deve attribuire al modeling, cioè i soggetti apprendono come commettere azioni aggressive emulando altri. Inoltre, i media possono avere il potere di trasmettere ai giovani, spesso erroneamente, quali comportamenti sono appropriati e quali invece sono da punire.

A sostegno dell'ipotesi che vi sia un legame tra utilizzo dei videogiochi a carattere violento e comparsa o aumento di comportamenti aggressivi vi sono i seguenti elementi:

- l'identificazione con il personaggio aggressivo potrebbe essere maggiore nel gioco interattivo, in quanto è possibile scegliere determinate caratteristiche di combattimento del personaggio per sconfiggere gli avversari;

- il giocatore è un partecipante attivo, per cui prova sensazioni di successo o di fallimento in base alle decisioni prese durante il gioco;

- il giocatore effettua scelte comportamentali aggressive, le mette in atto e riceve ricompense se queste si sono rivelate vincenti.

Le scelte e le preferenze dei giovani riguardo ai media cambiano con la crescita, ciò sia per le maggiori opportunità di accesso al mondo esterno sia per lo sviluppo sociale e cognitivo. In ogni caso è bene ricordarsi che i modelli formati da bambini tendono ad essere altamente predittivi riguardo alle preferenze e al tipo di interazione futura con i media.

In conclusione, perché i giovani trascorrono così tanto tempo giocando ai videogiochi, navigando su Internet o guardando la televisione? Purtroppo oggi i genitori hanno poco tempo per stare con i figli, sia per motivi di lavoro sia per interessi personali, per cui i mass media fungono da baby sitter in un mondo sempre più frenetico dove i genitori, in particolare le mamme, devono districarsi tra mille cose da fare.

Alcuni ricercatori hanno riscontrato che la comunicazione con i genitori sia una variabile fondamentale nell'ambito dell'influenza dei media sui giovani. Laddove tale comunicazione sia scarsa è più facile che si verifichi l'effetto negativo dei videogiochi violenti, in quanto viene a mancare il ruolo protettivo ed esplicativo del genitore. Condillac sosteneva che l'uomo è il frutto della sua educazione. Ciò è sempre vero ed è per questo motivo che la famiglia rimane il fulcro della formazione e dell'evoluzione di un giovane.

In questi ultimi 10 anni stiamo assistendo ad una nuova forma di dipendenza, chiamata tecnologite o tecno-addiction (tecnodipendenze). La perdita di ruolo sia spazio-temporale che fisica dei mezzi tecnologici, oggi, ha prodotto nelle nuove generazioni un multimedia overload: televisione, telefono, gioco, studio, lettura si trovano tutti contenuti in un unico device (si pensi all’ iPad) e sono fruibili contemporaneamente.



Il multimedia overload provoca un aumento del consumo sostanze di abuso (alcol in primis), della violenza, del bullismo (classico e cibernetico) e degli stati ansiosi in età adolescenziale. Contestualmente, riduce la fantasia, il gusto per la lettura, l’interazione con i compagni e il rendimento scolastico. La dipendenza tecnologica è una forma di abuso dei multimedia (TV, Internet, videogames, cellulari) che possiede caratteri di dipendenza simili a quella da alcool: forte desiderio di usare la tecnologia (Internet, Facebook, Chatline, Videogames ecc.); instabilità dell’umore; frequenti litigi con gli altri famigliari; negazione dell’esistenza del problema.

Chi ne risulta affetto si chiude in camera e comunica con il mondo esterno esclusivamente mediante cellulare, e-mail e SMS, isolandosi in un mondo parallelo. Oltre all’isolamento sociale, si osservano danni alla comunicatività con un linguaggio che diventa impersonale e privo di emozioni e che rende gli adolescenti ancora più fragili nell’affrontare i problemi che incontreranno nella vita. Infatti nel cyberspazio per comunicare viene usata esclusivamente la modalità verbale, mentre quella paraverbale è omessa: questo linguaggio imperfetto oltre a inaridire i rapporti tra pari, blocca lo sviluppo di un mondo di relazione basato sul corpo e sui suoi atteggiamenti.

Gli studi mostrano come gli adolescenti che svilupperanno dipendenza multimediale sono stati per lo più bambini “tecnologizzati”, ossia quelli che nei primi anni di vita sono stati esposti ad un ambiente esterno globalizzato, dove tempo e spazio hanno una rappresentazione diversa dalla realtà. Assenza di limiti, possibilità di essere in più posti contemporaneamente, sensazione di onnipotenza e diminuzione della capacità di attesa sono fattori che alimentano e cronicizzano la dipendenza tecnologica.

Nei paesi orientali come Taiwan e Giappone, dove l’impatto con tra tecnologia e adolescenti è maggiore, studi osservazionali condotti su un grande numero di soggetti in età scolare hanno evidenziato che esiste un rischio maggiore di Internet dipendenza per quei soggetti che non trovano piacere nelle attività extra-Web, che hanno tendenza ad isolarsi socialmente, che sono affetti dalla Sindrome deficit di attenzione/iperattività (ADHD) oppure che presentano aggressività, depressione o fobie. Esiste altresì un nesso scientificamente documentato tra dipendenza da videogames e violenza, in particolare vandalismo e violenza di gruppo.

Tale rapporto di causa-effetto è drammaticamente visibile soprattutto in chi gioca ai videogames violenti. E’ ormai universalmente accettato il fatto che i ragazzi siano propensi ad imitare le azioni di un personaggio nel quale si identificano: poiché nei videogiochi il giocatore deve spesso uccidere o stuprare, appare evidente il potenziale danno che questi programmi possono provocare. In questa forma di dipendenza il controllo genitoriale è assente o addirittura colpevole di induzione alla dipendenza stessa. Nel mondo Occidentale la percentuale di adolescenti che presenta dipendenza da Internet si aggira tra 5 e 8 %. La percentuale di adolescenti “a rischio” è stimata tra 11 e 25% degli utenti.
L’aspetto più grave della tecnodipendenza si manifesta attraverso la sindrome da hikikomori. Questa parola, che in giapponese significa “stare in disparte”, identifica un auto-isolamento in cui si confinano gli adolescenti: la comunicazione verso il mondo esterno avviene esclusivamente tramite sms o chat. Il malato di hikikomori non esce più dalla camera, nemmeno per mangiare. Mentre in Giappone, il paese più colpito dal fenomeno con circa il 15% degli adolescenti, la crisi è scatenata dalle rigide regole della società e della famiglia nipponica, in Europa l’auto-isolamento è scatenato dalla difficoltà dei rapporti con i coetanei, dal bullismo o da disavventure scolastiche. L’abuso di tecnologia, inoltre, aumenta il consumo di alcool e di droghe “ricreative” come la marijuana e le amfetamine.

Il rapporto 2012 della Società Italiana di Pediatria indica come spartiacque una media di 3 ore/giorno dedicate alla fruizione della multimedialità (computer, gioco, messenger, televisione). Oltre tale soglia si possono cominciare ad osservare problemi comportamentali (aumento dell’aggressività, dell’isolamento sociale e del deterioramento delle prestazioni scolastiche). Anche l’acquisto di smart-drugs e di farmaci on-line rientra tra gli “effetti collaterali” di chi naviga troppo. Gli adolescenti con fattori predisponenti alla dipendenza da Internet sono più esposti a sviluppare anche una dipendenza per i giochi d’azzardo on-line. da ultimo, Internet è il terreno di caccia preferito dai pedofili. Il 12% degli adolescenti incontra persone conosciute in chat ed il 6% instaura relazioni con persone conosciute sul Web.



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domenica 18 ottobre 2015

I MONELLI



Già da neonati i bambini hanno sete di conoscere le leggi del mondo fisico, relazionale e sociale. Nella nostra cultura si è progressivamente fatta strada la concezione del bambino come soggetto da conoscere e da rispettare sempre, fin dai primi momenti di vita. È una cosa buona, che ha profondamente migliorato il rapporto genitori-figli.
Però rispettare il bambino non significa sottomettersi a lui, né depauperarlo dell’insegnamento e della trasmissione delle regole necessarie per il vivere civile. Non basta sancire e far rispettare le regole, lasciando che rimangano condizionamenti esterni. Bisogna che siano apprese e interiorizzate, perché il bambino impari a cavarsela.

Irritabilità, capricci, cattivo umore: anche i bambini, proprio come i grandi, possono avere le loro “giornate storte” . Ma ci sono anche bambini che definiamo simpaticamente dei monelli e che hanno un caratterino davvero particolare.

Tutti i bambini si lamentano un po’, magari ogni tanto. Ma i monelli “frignano” davvero troppo e spesso lo fanno consapevolmente perché sanno che se lo fanno i genitori finiscono col cedere al capriccio…per sfinimento.

La cosa migliore è far capire al bambino che con voi i piagnistei non funzionano. “Non ascolto voci piagnucolose, se mi chiedi le cose in tono normale io le ascolterò, il che non vuol dire comunque che cederò alle tue richieste”

Normale litigare ogni tanto, ma i monelli provocano consapevolmente. Rompono i castelli di sabbia, infastidiscono gli altri gratuitamente e i genitori si sentono costretti a dover chiedere scusa per conto loro.

Spesso i bambini più monelli sono volutamente antipatici e scortesi con gli adulti.
In questo caso non bisogna chiedere scusa per conto dei figli. Anzi, bisogna pretendere che lui si scusi perché capisca quali sono le regole di base della buona educazione.



I bambini diventano capricciosi, quando sono stanchi o affamati o vivono qualche altro disagio. I monelli sono sempre capricciosi e fanno i capricci anche quando le più piccole cose non vanno come loro vorrebbero.

Tutti i bambini hanno difficoltà a condividere i giocattoli e le proprie cose, ma i monelli non vogliono condividere nulla. Un monello pensa che tutto gli appartenga anche se non si tratta di oggetti di sua proprietà.

L’istinto dice in genere di strappare il giocattolo dalle mani di vostro figlio e restituirlo al legittimo proprietario. Ma non è un comportamento premiante perchè si fa la stessa cosa che fa il bambino prepotente. Meglio parlare e dire che in casa vostra non si strappano le cose degli altri dalle mani. Se il bambino si rifiuta di restituirlo meglio dire che si capisce che è difficile ma restando fermi sul proposito. E mai dimenticarsi di congratularsi se il bambino restituisce il giocattolo.

L’igiene, il vestirsi, l’alimentazione: il monello è restio a fare le cose da solo e vuole essere servito e riverito.
I bambini hanno sempre bisogno di sapere che i loro genitori sono lì per loro, ma il monello starà attaccato, anche fisicamente, solo per ottenere la vostra attenzione. E così interrompe le conversazioni telefoniche o si mette in mezzo mentre cucinate.

La cosa migliore è dare al bambino la massima attenzione in tempi precisi. E poi avvertirlo che adesso sarete occupati in una cosa e non volete essere interrotti.

Ricevere un regalo o avere una festa di compleanno rende i bambini felici. Il monello non è mai abbastanza soddisfatto. E la sua personalità lo porta in genere ad eccellere in attività extrascolastiche o nello sport che non richiede lavoro di squadra

E' importante guidare i bambini verso la consapevolezza che nella vita bisogna imparare a fare i conti con la delusione. E s può iniziare facendo cose semplici: ad esempio se c’è un amichetto a casa dividere il gelato in due coppe e servire prima l’altro dicendo “lo diamo prima a lui che è nostro ospite”. E può essere anche utile iscrivere il bambino ad uno sport di squadra in modo da fargli capire che lui non rappresenta il centro dell’universo.



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giovedì 1 ottobre 2015

ABBRACCIAMOCI



Un abbraccio è un gesto volto ad esprimere affetto o amore che consiste nello stringere le braccia e le mani attorno al corpo di un'altra persona. L'abbraccio richiede che il busto delle persone interessate sia combaciante reciprocamente.

Si tratta di una delle forme di effusione più diffuse fra gli umani, insieme al bacio. Rispetto a quest'ultimo, però, viene di norma considerato un'espressione di generico affetto, tanto è vero che nella maggior parte delle culture e società può essere praticato indifferentemente fra familiari e amici, oltre ovviamente che fra amanti, senza limitazioni di sesso o di età e tanto in pubblico quanto in privato senza incorrere in alcuna forma di stigmatizzazione o riprovazione sociale.

In generale, un abbraccio può rappresentare un'effusione romantica o una generica forma di affetto verso una persona, ad esempio un modo per manifestare gioia o felicità nell'incontrare o salutare qualcuno. Alternativamente, un abbraccio può essere volto a confortare o rincuorare qualcuno. In definitiva, si tratta di un gesto che esprime affetto in una vasta gamma di gradi.

Esistono evidenze scientifiche secondo le quali gli abbracci avrebbero un effetto benefico a livello fisiologico: alcuni studi avrebbero infatti dimostrato come essere abbracciati aumenti il livello di ossitocina e abbassi contemporaneamente la pressione sanguigna.



L'abbraccio è una vera e propria terapia per il mantenimento della salute e del benessere. E' un gesto primordiale e rappresenta il primo momento di contatto tra la mamma e il bambino dopo la sua nascita.

Un semplice abbraccio ha effetti benefici sull'ossigenazione del sangue. Il potere dell'abbraccio è nel contatto tra due corpi. Quando abbracciamo una persona, rafforziamo il suo organismo stimolando la produzione di emoglobina, che trasporta l'ossigeno ai tessuti. Quando essi ricevono ossigeno, hanno con sé una nuova energia che permette al nostro corpo di ringiovanire.

L'abbraccio è parte di un vero e proprio percorso di guarigione. E' per questo che si parla talvolta di abbraccio-terapia. Gli abbracci stimolano nel nostro organismo la produzione di sostanze benefiche che permettono l'autoguarigione e l'autoriparazione delle cellule e dei tessuti. Abbracciare un ammalato, dal punto di vista interiore, regala un piccolo momento di sollievo.

L'abbraccio è un gesto reciproco e gratuito. Un abbraccio non costa nulla e non richiede molto tempo. E' un vero e proprio dono reciproco, benefico per entrambe le persone che si abbracciano, che si donano calore e conforto a vicenda. E' inoltre un gesto positivo di riappacificazione. Aiuta le persone a sfogarsi e ad aprirsi agli altri.

Ricevere e donare un abbraccio migliora l'autostima e le capacità intellettive, oltre che le competenze linguistiche e il QI nei bambini. Studi scientifici hanno dimostrato che in generale questo gesto reciproco favorisce l'autostima e le capacità mentali sia della persona che abbraccia che di chi viene abbracciato.



L'abbraccio può essere considerato come una terapia naturale e completamente gratuita contro la depressione. Gli scienziati del Canadian Community Health Survey hanno scoperto che coloro che ricevono frequenti dimostrazioni di affetto, che si manifestano con abbracci e carezze, presentano un rischio inferiore di andare incontro a depressione e disturbi mentali rispetto a coloro a cui non vengono mai dedicati gesti gentili.

Abbracciarsi è un ottimo rimedio per alleviare lo stress. Lo hanno dimostrato gli scienziati della Medical University di Vienna. Il merito è dell'ossitocina, una sostanza conosciuta come ormone del buonumore. L'ossitocina viene rilasciata dal nostro organismo durante gli abbracci, contribuendo a contrastare lo stress. L'effetto antistress dell'abbraccio sarebbe maggiore tra persone che si conoscono e che si vogliono bene.

L'abbraccio è il più naturale e spontaneo gesto d'affetto tra mamma e bambino. Se il bambino piange, non c'è nulla di più efficace di un abbraccio per calmarlo. Solo l'abbraccio della mamma può calmare realmente il neonato. La psicoterapeuta statunitense Virginia Satir diceva: "Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere. Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute. Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere".

Abbracciarsi migliora la memoria. Per stimolare il nostro cervello a ricordare meglio ciò che di importante ci accade, impariamo ad abbracciarci più spesso. Come nel caso dell'effetto antistress dell'abbraccio, il merito sarebbe ancora una volta della produzione di ossitocina, come sottolineato da parte dei ricercatori austriaci. Se tra le due persone che si abbracciano esiste una fiducia reciproca, la terapia dell'abbraccio funziona meglio.



Un semplice abbraccio contribuisce a migliorare la salute del cuore. Uno studio pubblicato su Psychosomatic Medicine ha evidenziato che gli abbracci producono degli effetti positivi sulla salute del cuore, con particolare riferimento alle donne. Nelle donne, dopo una serie di abbracci, è stato evidenziato un calo della pressione sanguigna e del cortisolo, a beneficio del cuore e della circolazione sanguigna.

In caso di ansia e panico l'abbraccio può diventare una vera e propria terapia. La produzione di ormoni del benessere nel corso di un abbraccio è in grado di stimolare una sensazione di maggiore calma e di pace. La stimolazione della produzione di endorfine avviene grazie agli abbracci frequenti. Per ottenere degli effetti positivi dagli abbracci, a parere degli esperti, ne sono necessari da 4 a 12 al giorno. 4 abbracci al giorno sono sufficienti per mantenere la normale tranquillità, mentre la dose massima di abbracci contribuisce ad alleviare ansia e angoscia.

Nella nostra società il contatto fisico è di frequente ridotto al minimo: lentamente ci siamo disabituati a toccare ed essere toccati. Al contrario, diversi studi hanno dimostrato l'importanza degli abbracci, non solo per lo sviluppo dell'autostima dei bambini, bensì come terapia anti-ansia, capace di influire positivamente sull'umore e aumentare il senso di sicurezza di cui ha bisogno ognuno di noi.

Un team di ricerca appartenente alla School of Medicine dell'Università della California, San Diego, ha sottolineato che esperienze piacevoli collegato al tatto, quale l'abbraccio, provocano una risposta positiva da parte dell'organismo. Lo stimolo emotivo agirebbe direttamente sull'amigdala, con il conseguente aumento nella produzione di ossitocina.



Fondamentale nella sessualità e comunicazione umana, l'ossitocina è un ormone secreto dalla neuroipofisi, il cui ruolo si rivela centrale durante il parto e nell'allattamento. Grazie all'ossitocina, infatti, la muscolatura dell'utero viene sollecitata dando origine alle contrazioni del travaglio e del parto. Secondo gli studi una donna possiede in media livelli di ossitocina superiori del 30% rispetto all'uomo. In generale, in entrambi i sessi la presenza di ossitocina è stata messa in relazione con la presenza e la capacità di sviluppare legami in senso emotivo e sociale, oltre che dal punto di vista sessuale.

Quando agitazione e inquietudine ci assalgono un abbraccio può essere salvifico. Abbracciare non costa nulla, non si fa per senso del dovere, né può essere imposto. Al contrario, quando un braccio diventa totale allora produce una risposta emotiva potente. Impara a ricevere e dare gli abbracci con tutto te stesso: abbandonati all'altro, lasciati cullare e avvolgere. Quando sei tu a farlo, abbraccia facendo sentire all'altro la forza del contatto, dalla pancia alle braccia. Una terapia a base di emozioni è capace di scuotere e far uscire dall'isolamento, combatte il senso di solitudine, riattiva la connessione fra noi e gli altri.

Secondo i ricercatori della Canadian Community Health Survey chi riceve frequenti abbracci e carezze ha un rischio inferiore di cadere vittima della depressione. Abbraccia rafforza l'autostima e aumenta la fiducia, sia durante l'infanzia, sia nell'età adulta. Perché in fondo ciò di cui abbiamo tutti bisogno in certe giornate è semplicemente un abbraccio che viene dal cuore: un gesto primordiale che vale più di mille parole.
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L'AMICIZIA



Nel linguaggio corrente la parola amicizia ha numerosi significati. Sta ad indicare il socio, il conoscente, la persona simpatica, il vicino, il collega, tutti coloro che ci sono prossimi. C'è però oggi, come nel più remoto passato, un altro significato, quello di amico personale a cui vogliamo bene e che ci vuole bene. Quest'ultimo tipo di amicizia appartiene ad una classe più ristretta di relazioni interpersonali: le relazioni di amore. Quando pensiamo ai nostri amici più cari, alla vera amicizia, pensiamo ad una forma di amore fra persone. È facile distinguere l'amicizia dalle relazioni sociali più superficiali, dai rapporti utilitaristici o da quelli fondati su ruoli professionali.

Il mondo degli affari è dominato dal mercato e dall'utile economico. La politica dalla competizione per il potere. In entrambi i casi c'è ben poco spazio per rapporti personali sinceri. Il mondo moderno, inoltre, ci impone un continuo mutamento. Quando cambiamo residenza e lavoro finiamo anche per lasciare i vecchi amici. Promettiamo di rivederci ma, poi, sorgono in noi nuovi interessi, nuovi bisogni, abbiamo nuovi incontri.

Nessuno può restare immobile e guardarsi indietro. In Italia, la parola amicizia ha assunto addirittura un significato negativo, di privilegio, di raccomandazione. Per trovare un posto di lavoro, per essere ammesso all'ospedale, per avere una casa in affitto, occorrono delle raccomandazioni, delle amicizie. Se segui la procedura regolare, burocratica, non ottieni nulla. L'amicizia è il mezzo per passare davanti agli altri, per eludere la norma.

La parola amicizia ha finito, così, per indicare i criteri particolaristici, i privilegi, grandi e piccoli, in un sistema che, se fosse giusto, dovrebbe essere invece retto da criteri universalistici e di merito. Il mondo moderno è caratterizzato dal passaggio dai ruoli particolaristici, ascritti, ed emotivi a ruoli universalistici, acquisiti e neutrali. L'amicizia appare, perciò, come un anacronismo e, per di più, fonte di ingiustizia. In una società giusta le posizioni vanno attribuite non in base all'amicizia, ma al merito valutato in modo imparziale. I servizi sociali devono erogare le loro prestazioni non ai raccomandati, ma a tutti. Un sistema amministrativo infiltrato dall'amicizia è clientelare, mafioso, ingiusto. Molti, perciò, pensano che l'amicizia sia una sopravvivenza del passato. Qualcosa come la lealtà feudale, oppure la magia o il folklore. Secondo costoro l'amicizia, col passare degli anni, perde di importanza, ed il suo destino è di scomparire per lasciare il posto a rapporti impersonali ed obiettivi. Altri ritengono che l'amicizia riuscirà a sopravvivere, ma confinata accuratamente alla sfera dell'intimo, senza alcuna contaminazione con gli affari, i pubblici uffici e la politica.


L'amicizia continua ad essere una componente essenziale della nostra vita. Probabilmente nella stessa misura del mondo antico. Anche la sua struttura essenziale, ciò che la distingue da tutti gli altri tipi di relazione interpersonale, non è cambiata. Totalmente diversa, come quella cinese, Confucio elencava cinque tipi fondamentali di relazioni interpersonali. La relazione fra imperatore e suddito, quella fra padre e figlio, la relazione fra uomo e donna e quella fra fratello maggiore e fratello minore. Tutti e quattro questi tipi di relazione sono gerarchici, fra superiore ed inferiore.

Esiste però una quinta relazione che non è gerarchica, ma avviene fra uguali: è l'amicizia. Certo, nelle diverse epoche e nelle diverse società, l'amicizia si presenta in forme diverse. In una società guerriera sarà essenzialmente una fratellanza d'armi. È questa l'immagine dell'amicizia che ci hanno trasmesso i poemi dell'antichità: Patroclo e Achille, Eurialo e Niso, Enea e Pallante. Venendo verso l'epoca moderna troviamo amicizie in cui sono più importanti la cultura e la politica. Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni erano tre poeti della Firenze del '200. Michel de Montaigne e Etienne de La Boétie erano due scrittori della Francia del '500. Ancora più recentemente troviamo l'amicizia fra Marx ed Engels e quella fra Max Horkheimer e Theodor Adorno. La prima ha influenzato tutta la politica contemporanea, la seconda il pensiero sociologico.

Non dobbiamo, però, farci troppo fuorviare dalle differenze. Certo, queste ci sono, ma esiste anche qualcosa di comune che ci consente, appunto, di parlare di amicizia in tutti questi casi. Per identificare ciò che è caratteristico del fenomeno che vogliamo studiare, non è tanto sulla diversità che dobbiamo soffermarci, quanto su questi elementi comuni. Ci colpisce allora, per prima cosa, questo fatto. La parola amicizia non ha un solo significato, ma diversi. E non solo da oggi. Lo aveva rilevato già duemila anni fa Aristotele che aveva appunto cercato di distinguere diversi tipi di amicizia per identificare, fra essi, la «vera» amicizia. Per Aristotele la distinzione più importante è quella fra amicizia fondata sull'utile e quella fondata sulla virtù, l'unica che merita il nome di vera amicizia.

Anche nella Grecia antica, perciò, il legame che univa due soci di affari non era l'amicizia, ma l'interesse a far prosperare la loro impresa. Anche allora l'amicizia fra i politici era, spesso, soltanto una forma dell'utile politico.
La maggior parte delle persone che consideriamo nostre amiche sono, in realtà, solo dei conoscenti. Persone, cioè, che non ci sono lontane come la totalità amorfa degli altri. Sappiamo che cosa pensano, che problemi hanno, li sentiamo affini, ci rivolgiamo a loro per aiuto e li aiutiamo volentieri. Abbiamo con loro buoni rapporti. Però non abbiamo una profonda confidenza, non raccontiamo loro le nostre ansie più segrete. Vedendoli non ci sentiamo felici, non ci viene spontaneo di sorridere. Se hanno successo, o ricevono un premio, o hanno un colpo di fortuna, non ci sentiamo felici come se fosse successo a noi. In molte amicizie di questo tipo c'è addirittura invidia, maldicenza, antagonismo. I rapporti ostentatamente cordiali, talvolta, coprono una realtà conflittuale, o una profonda ambivalenza. Certo, queste persone non ci sono estranee, ci sono anzi vicine. Ma perché dobbiamo chiamare amicizia relazioni affettive così diverse? Siamo di fronte ad un uso improprio del termine. Lo era nel passato e lo è oggi.



Occorre inoltre distinguere, così come avevano già fatto gli antichi, l'amicizia dalla solidarietà. In questo secondo senso, amici sono tutti coloro che stanno dalla nostra parte, per esempio in una guerra. Da un lato gli amici, dall'altro i nemici. Questo tipo di solidarietà non ha nulla di personale. Colui che porta la mia stessa divisa è amico; ma di lui non so nulla. A questa stessa categoria appartengono le forme di solidarietà che si costituiscono nelle sette, nei partiti e nelle chiese. I cristiani si chiamano fra loro fratelli o amici. I socialisti compagni, i fascisti camerati. Siamo sempre, però, in presenza di legami collettivi, non di rapporti rigorosamente personali.

È la classe delle relazioni di tipo personale, ma basate sul ruolo sociale. Abbiamo qui l'amicizia secondo l'utile, sia quella dei soci in affari, sia quella dei politici. Questo tipo di legami ha ben poco di affettivo, e dura finché dura l'utile da salvaguardare. Vi troviamo, inoltre, molte relazioni professionali, fra colleghi di lavoro e fra vicini di casa.

Arriviamo, infine, alla categoria costituita dalle persone con cui ci troviamo bene, che ci sono simpatiche, che ammiriamo. Anche in questo caso, però, occorre essere prudenti ad usare l'espressione amicizia. Spesso si tratta di stati emotivi labili, superficiali.

Cosa dobbiamo intendere, allora, per amicizia? Intuitivamente questa parola ci fa venir in mente un sentimento sereno, limpido, fatto di fiducia, di confidenza. Anche le ricerche empiriche mostrano che la stragrande maggioranza della gente la pensa press'a poco nello stesso modo.

In un libro recente J.M. Reisman, dopo aver esaminato tutta l'immensa letteratura sull'argomento, ha dato la seguente definizione dell'amicizia: «Amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati (John M. Reisman, Anatomy of Friendship, Irvington Publishers, New York 1979.). Con questa definizione Reisman colloca l'amicizia nel mondo dei sentimenti altruistici e sinceri. Non è possibile alcuna confusione con l'interesse, il calcolo ed il potere. Semmai il difetto della definizione di Reisman è di essere troppo generica. Anche una madre desidera fare del bene al suo bambino e ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati. Lo stesso avviene nel rapporto fra innamorati, fra coniugi che si amano, o fra fratelli, se i fratelli si vogliono bene. La definizione di Reisman riguarda, in generale, l'amore. Amare, scriveva San Tommaso d'Aquino, è voler rendere felice l'altro.

Il tema dell'amicizia è al centro di innumerevoli opere dell'arte e dell'ingegno; fu trattato già da Aristotele e Cicerone ed è oggetto di canzoni, testi letterari, opere filmiche e via dicendo.

In genere, si distinguono diversi gradi di amicizia, dall'amicizia casuale legata a una simpatia che emerge fortuitamente in una certa circostanza magari in modo temporaneo, all'amicizia cosiddetta intima, ovvero associata a un rapporto continuativo nel tempo fra persone che arrivano a stabilire un grado di confidenza reciproca paragonabile a quella tipica del rapporto di coppia.



In tutte le cosiddette Religioni abramitiche ricorre il racconto di Davide e Gionata. Tuttavia è impossibile parlare di amicizia nel mondo greco senza fare riferimento al simposio. Per gli antichi romani, popolo, almeno alle origini, molto pratico e poco portato a enfatizzare i sentimenti umani, equivaleva alla "sodalitas", cioè alla solidarietà fra gruppi di individui - detti "sodales" - accomunati da uno stesso scopo pratico da raggiungere, come ad esempio i legionari impegnati nelle campagne di conquista.

Nel divenire dello sviluppo dell'emotività individuale, le amicizie vengono dopo il rapporto con i genitori e prima dei legami di coppia che si stabiliscono alla soglia della maturità. Nel periodo che intercorre fra la fine dell'infanzia e l'inizio dell'età adulta, gli amici sono spesso la componente più importante della vita emotiva dell'adolescente, e spesso raggiungono un livello di intensità mai più eguagliato in seguito. Queste amicizie si stabiliscono il più delle volte, ma non necessariamente, con individui dello stesso sesso ed età.

Le prime forme d'amicizia si possono avere anche nei primi anni di vita quando i bambini condividono gli stessi giochi e le stesse esperienze ludiche e di crescita. I bimbi piccoli incontrano i loro coetanei all'interno del nido e con loro instaurano delle semplici relazioni che ancora non si possono definire amicizia. Due bambini che giocano insieme entrano in relazione e si conoscono a vicenda. Con l'ingresso nella scuola materna, i bambini imparano le abilità fondamentali che servono per lo sviluppo e la nascita delle nuove amicizie. Negli anni della scuola materna preferiscono stare insieme ad alcuni bambini rispetto ad altri e nelle sezioni nascono anche i primi gruppi di amici. Nella scuola elementare i bambini trascorrono molte ore con i loro compagni e cercano punti di riferimento all'interno della classe. Solitamente il punto di riferimento è un compagno dello stesso sesso, ma può anche accadere che nascano amicizie tra coetanei di sesso differente. Le amicizie alla fine della scuola elementare sono ormai consolidate e solitamente destinate a cambiare con l'ingresso nella scuola media. I bambini instaurano amicizie con i coetanei o con altri bimbi di età differente anche in altri luoghi come nei parchi o nelle ludoteche.



Un gruppo di amici consiste di due o più persone gratificate a stare insieme da sentimenti di cameratismo, esclusività e reciproco interesse. Ci sono varie "gradazioni" e "sfumature" nei modi di intendere questo sentimento, tanto che, nelle varie culture, ci sono da sempre stati diversi modi di intendere e manifestare l'amicizia.

In Russia è usanza accordare a pochissime persone la qualifica di amico. Solo fra amici ci si chiama per nome (o col diminutivo) mentre fra semplici "conoscenti" ci si chiama usando il nome completo, a cui si aggiunge anche il patronimico.
Gli amici possono essere colleghi di lavoro da lungo tempo, vicini con cui si scambiano visite o inviti a pranzo, ecc. Il contatto fisico fra amici è considerato cosa del tutto normale anche fra persone dello stesso sesso, che si abbracciano, si baciano e camminano in pubblico a braccetto o mano nella mano, senza il minimo imbarazzo o connotazione di tipo sessuale.

Secondo uno scritto di Oleg Kharkhordin sulle implicazioni politiche dell'amicizia, ai tempi del regime stalinista le amicizie erano viste con un certo sospetto, in quanto la fedeltà fra amici poteva essere in contrasto con la fedeltà al Partito. "Per definizione un amico è una persona che non ti abbandona nemmeno quando è direttamente minacciata, una persona a cui si possono fare tranquillamente confidenze di ogni tipo, una persona che non ti tradirà mai, nemmeno se messa sotto pressione". In un certo senso l'amicizia divenne l'ultimo valore-baluardo del dissenso politico in Unione Sovietica.

Anche in Medio Oriente ed Asia centrale l'amicizia fra maschi, sebbene meno stretta che in Russia, tende ad essere particolarmente intima, e si accompagna con una grande quantità di effusioni fisiche di natura non sessuale, tenersi per mano, dormire insieme ecc.

In Occidente i contatti fisici intimi hanno assunto nell'ultimo secolo una connotazione decisamente "sessuale", e praticarli fra amici è considerato un tabù. Tuttavia un modo, quasi "rituale", di abbracciarsi e baciarsi può essere accettato, anche se solo in determinati contesti; comunque tra le femmine è maggiormente diffuso l'uso di gesti intimi anche in amicizia (come il tenersi per mano o baciarsi sulle guance) ed è anche socialmente accettato come modo normale di esprimere tale sentimento mentre lo stesso non accade invece nelle amicizie instaurate tra maschi dove, al contrario, gesti intimi affettivi sono molto rari (se non completamente assenti) e comunque non considerati una consuetudine dalla collettività come accade invece per le amicizie femminili.È in aumento, però, lo scambio di gesti affettivi tra maschi e femmine specie nell'adolescenza.
Fanno eccezione i bambini, la cui amicizia può tradursi in manifestazioni di stretta intimità anche tra maschi, che vengono però soppresse successivamente per uniformarsi alle convenzioni sociali.



Sebbene nell'accezione originaria il termine indichi l'amicizia fra individui, viene a volte usato anche nel contesto delle relazioni politiche per indicare una particolare condizione delle relazioni fra stati o popoli (si veda l'amicizia "franco-tedesca") legati da affinità e comuni interessi.

A questo riguardo vale citare una celebre affermazione dello statista inglese Benjamin Disraeli che ebbe a dire: "Le nazioni non hanno mai amici stabili e nemmeno nemici stabili. Solo interessi permanenti." Altro esempio è l'amico immaginario, che consiste, sempre nell'ambito infantile, ad immaginare un amico, presente esclusivamente nella fantasia dell'immaginante, spesso molto fantasioso. A volte l'amico immaginario può creare problemi alla psiche, dato che il bambino cerca di convincersi sempre di più della sua esistenza, tanto da crederci quasi letteralmente e trattandolo come una persona vera, ad esempio tenendo il suo posto come se vi fosse seduto, o anche parlargli in maniera seria o rivelargli i propri segreti.








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venerdì 25 settembre 2015

Ci Facciamo Una Bella RISATA?



Ridere è una capacità tipicamente umana, innata in ognuno di noi anche se, sempre più spesso, ci dimentichiamo l'importanza e l'effetto benefico che una sana risata può avere sul nostro cervello e sul nostro organismo.

La nostra società giudica in modo eccessivamente positivo la serietà e la predisposizione a vivere in modo esageratamente composto, mentre  il divertimento e la tendenza a ridere vengono vissuti come aspetti da circoscrivere a momenti ludici e di svago. Uno dei luoghi comuni più diffusi ci porta a pensare che serietà sia sinonimo di costanza, affidabilità e responsabilità, mentre l'allegria è spesso fraintesa come eccessiva leggerezza e superficialità. Da questa credenza scaturisce l'idea che una persona portata a sdrammatizzare, a ridere anche nelle situazioni più critiche e complesse sia immatura, ingenua e non all'altezza di certi compiti e impegni. Invece è una qualità preziosa che ci consente di esse flessibili, elastici e di cambiare visuale con agilità.

Ridere ci permette di liberarci dagli atteggiamenti mentali chiusi, troppo razionali e statici, ci aiuta a sviluppare una curiosità e un'intelligenza creativa che ci rende aperti, elastici e dotati di molteplici punti di vista. Un pensiero costantemente serioso diventa ripetitivo e pedante, le fissazioni producono ansia e stress, la rigidità assorbe le nostre energie impedendoci di vedere il problema sotto un'altra luce. Una bella risata nutre il cervello, libera sostanze che hanno una funzione benefica sul sistema immunitario e migliorano il tono dell'umore; tali sostanze, inoltre, eliminano lo stress aiutandoci a prevenire tutta una serie di disturbi ad esso correlati (attacchi di panico, depressione, ansia, malattie cardiovascolari).

Diverse ricerche hanno dimostrato che elevati livelli di stress e ansia causano un abbassamento delle naturali difese immunitarie del nostro organismo. Al contrario una bella risata, spontanea, di pancia, rappresenta un vero toccasana che ci aiuta a tenere lontano tensione, disagi e malattie. Ridere favorisce la circolazione e l'ossigenazione del sangue, permettendo in questo modo ai tessuti di rigenerarsi; la risata, inoltre, stimola la produzione di endorfine, sostanze chimiche che hanno un effetto benefico sul sistema cardiovascolare. Se si pensa che tutto ciò che condiziona lo stato emozionale di un individuo ha un impatto importante sul cuore, è facile comprendere quanto una semplice risata possa giovare alla nostra salute.



Non a caso negli ultimi decenni si è sviluppata una vera e propria terapia del sorriso, detta anche clown-terapia, usata in molteplici contesti socio-sanitari (situazioni di disagio sociale, ospedali, case di cura...) e particolarmente adatta con i bambini. È un approccio fondato sulla constatazione degli effetti benefici che l'allegria e una sana risata sono in grado di produrre, anche su pazienti gravemente malati.

Basta la semplice azione di inarcare le labbra all’insù perché l'organismo inizi a produrre endorfine. Secondo alcune ricerche i bambini in media ridono trecento volte al giorno, il numero scende drasticamente nei soggetti adulti: appena venti risate, in media, in tutta la giornata. È possibile imparare di nuovo a ridere? Sì, discipline come lo yoga della risata si propongono proprio questo grazie a tecniche che lavorano sulla respirazione e il riso indotto. Perché ridere è un meccanismo innato che può diventare una filosofia con cui affrontare l'esistenza.

Il ricercatore Caspar Addyman ha condotto una lunga indagine sul meccanismo della risata nei neonati presso il Centro per il Cervello e lo Sviluppo Cognitivo a Birkbeck, Università di Londra. Contrariamente a quanto si riteneva in precedenza, i suoi risultati hanno documentato che il 90% dei bambini inizia a ridere già a poche settimane di distanza dalla nascita. La risata costituisce una delle più fondamentali espressioni umane: è stato osservato che bambini nati ciechi e sordi conservano l'istinto e la capacità di ridere.
Attraverso una semplice risata il bioritmo inizia una corsa che mette in movimento l'intero organismo: una scossa elettrica che, quando ci permettiamo di ridere “di pancia”, ci fa letteralmente “piegare in due” in un singulto al limite del pianto. Ci si libera così da ogni tensione: i muscoli si contraggono e si rilasciano, mentre il ritmo del corpo che si muove senza regole allontana ogni pensiero. Ogni volta che iniziamo a ridere l'ansia è un passo più lontana, insieme allo stress e allo sforzo di dover sempre sottostare alle convenzioni.
La maggior parte di noi è costretta a vivere in un habitus troppo stretto, angusto, per la maggior parte del tempo della vita. La serietà e l'impegno richiesti in numerosi ambiti della routine quotidiana lentamente spengono la voglia di esprimere la propria carica vitale, l'energia e i sorrisi di cui avremmo bisogno per portare a termine la giornata senza sentirci sconfitti. Ridere è una forma di protesta che unisce individui diversi e aiuta la pace, questo perché smorza improvvisamente le tensioni e fa apparire la vita in tutta la sua precarietà, complicata ed emozionante.

Grazie a una risata che nella fase iniziale è indotta si impara a lasciarsi andare e a ridere di cuore, attività che, come dimostrato da numerose ricerche, ha effetti sul sistema circolatorio, contribuisce ad abbassare la pressione e regola il colesterolo. Lentamente, di fronte ai guai di ogni giorno, si sperimenta inoltre che di fronte all'apparente impossibilità di trovare una soluzione non rimane che un’unica soluzione... una risata salvifica.



La risata può anche essere provocata dal solletico. Sebbene la maggior parte delle persone lo trovi sgradevole, il solletico è spesso causa di forti risate, reputato di essere un riflesso fisico spesso incontrollabile.

La risata può essere classificata in vari modi. In base all'intensità: il ridacchiare, il cachinno, la risatina, il riso represso, lo sghignazzamento, la risata di pancia (a crepapelle), lo scoppio di risa. Secondo l'apertura di bocca: risolino, sogghigno, sghignazzo. Secondo il modo respiratorio: sbuffata ilare. Secondo l'emozione, si esprime con: sollievo, allegria, gioia, felicità, imbarazzo, scuse, confusione, risata nervosa, risata paradossale, risata di cortesia, risata malvagia. Le risate possono essere classificate anche in base alla sequenza di note o tonalità che produce.

È stato anche determinato che gli occhi si inumidiscono durante la risata, come riflesso delle ghiandole lacrimali.

La risata non è sempre un'esperienza piacevole ed è associata a diversi fenomeni negativi. L'eccessivo ridere può portare a cataplessia e a spiacevoli attacchi di risa, esaltazione eccessiva e colpi ricorrenti di sghignazzate - da considersi tutti aspetti negativi del ridere. Attacchi sgradevoli di risate, o "farsa allegria", di solito si verificano in persone che hanno una condizione neurologica, tra cui i pazienti con sindrome pseudobulbare, sclerosi multipla e malattia di Parkinson. Questi pazienti sembrano ridere di divertimento, ma poi riferiscono che sentono sensazioni indesiderate "al momento della battuta". L'esaltazione eccessiva è un sintomo comune associato con psicosi maniaco-depressiva e mania/ipomania. Coloro che soffrono di psicosi schizofreniche sembrano soffrire il contrario — non capiscono l'umorismo o non ottengono nessuna gioia da esso. Un accesso di risa descrive un momento anomalo quando non si può controllare la risata o il proprio corpo, a volte causando convulsioni o un breve periodo di incoscienza. Alcuni credono che eccessi di risate rappresentino una forma di epilessia.



Sigmund Freud riassunse nella sua teoria che il riso rilascia tensione ed "energia psichica". Questa teoria è una delle giustificazioni delle affermazioni che la risata è benefica per la salute. Tale teoria spiega il perché la risata possa essere usata come "meccanismo di sopportazione" quando uno è triste o agitato.

Il filosofo John Morreall, fondatore della Società Internazionale di Studi sull'Umorismo (ISHS), asserisce che la risata umana potrebbe avere le sue origini biologiche come una sorta di espressione condivisa di sollievo al superamento di pericolo. Friedrich Nietzsche, al contrario, suggeriva che la risata era una reazione al senso di solitudine esistenziale e alla mortalità che solo gli esseri umani sentono.

Per esempio: una barzelletta crea un'incoerenza e il pubblico cerca automaticamente di capire che cosa significa tale incoerenza; se gli spettatori riescono a risolvere questo "indovinello cognitivo" e si rendono conto che la sorpresa non era pericolosa, allora ridono di sollievo. Altrimenti, se l'incongruenza non è risolta, non c'è risata, come Mack Sennett ha sottolineato: "Quando il pubblico è confuso, non ride". Questa è una delle leggi fondamentali del comico, denominata "esattezza". È importante notare che a volte l'incoerenza può essere risolta, ma potrebbe non esserci lo stesso nessuna risata. Poiché la risata è un meccanismo sociale, il pubblico potrebbe non percepire di "essere in pericolo" e la risata non si verificherebbe. Inoltre, la misura dell'incoerenza (e gli aspetti di tempo e ritmo) ha a che fare con la quantità di pericolo che il pubblico avverte e quanto a lungo e forte ridano.

Le risate in letteratura, sebbene considerate poco studiate da alcuni, sono un argomento che ha ricevuto l'attenzione in letteratura per millenni. L'uso dell'umorismo e della risata in opere letterarie è stato studiato e analizzato da molti pensatori e scrittori, dagli antichi filosofi greci in poi. Il riso. Saggio sul significato del comico (1900 di Henri Bergson) è un notevole contributo del XX secolo.

Per Erodoto, si può distinguere il ridere in tre tipi:

Coloro che sono innocenti da misfatti, ma ignoranti della propria vulnerabilità.
Coloro che sono pazzi.
Coloro che sono troppo sicuri di sé.
Secondo l'accademico americano Donald Lateiner, Erodoto scrive sul ridere per valide ragioni letterarie e storiologiche. "Erodoto crede che la natura (o meglio, la sua direzione da parte degli dèi) e la natura umana coincidano sufficientemente, oppure che quest'ultima non è che un aspetto o analogia della prima, cosicché l'esito viene suggerito al destinatario." Nell'esaminare la risata, Erodoto lo fa nella convinzione che essa dica al lettore qualcosa sul futuro e/o carattere della persona che ride. È anche in questo senso che non è un caso che in circa l'ottanta per cento delle volte in cui Erodoto parla della risata, essa sia seguita da una punizione. "Gli uomini la cui risata merita un riscontro, sono segnati, perché la risata connota sdegno sprezzante, un senso arrogante di superiorità, e questo sentimento e le azioni che ne derivano attirano l'ira degli dei."



Thomas Hobbes intende la superiorità della risata in un senso molto più ampio di quello estetico e quasi-morale di Aristotele: le basi della teoria di superiorità sono sicuramente greche. Con le parole di Hobbes: "La passione della risata non è altro che la gloria improvvisa derivante dal concepimento improvviso di una qualche eminenza in noi stessi, in confronto con l'infermità di altri, o con la nostra precedente."

Schopenhauer dedica alla risata il 13º capitolo della prima parte della sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione.

Friedrich Nietzsche distingue due scopi differenti per l'utilizzo delle risate. In senso positivo, "l'uomo utilizza il comico come terapia contro la veste restrittiva della moralità logica e della ragione. Ha bisogno di tanto in tanto di una retrocessione innocua dalla ragione e dal disagio, e in questo senso la risata per Nietzsche ha un carattere positivo." La risata può tuttavia avere anche una connotazione negativa quando viene utilizzata per l'espressione di un conflitto sociale. Ciò viene espresso, per esempio, in La gaia scienza: "Risata - Ridere significa essere schadenfroh, ma con la coscienza pulita."

"Forse le opere di Nietzsche avrebbero avuto un effetto totalmente diverso, se il giocoso, l'ironico e lo scherzoso nei suoi scritti fossero stati inseriti meglio."

Nel suo Il riso. Saggio sul significato del comico, il filosofo francese Henri Bergson, rinomato per i suoi studi filosofici sul materialismo, la memoria, la vita e la coscienza, cercò di determinare le leggi del comico e capire le cause fondamentali delle situazioni umoristiche. Il suo metodo consiste nel determinare le cause del comico invece di analizzarne gli effetti. Affronta inoltre la risata in relazione alla vita umana, all'immaginazione collettiva e all'arte, per avere una migliore conoscenza della società.Una delle teorie del saggio è che la risata, come attività collettiva, ha un ruolo sociale e morale; costringe le persone ad eliminare i loro vizi. È un fattore di uniformità dei comportamenti, condanna i comportamenti ridicoli ed eccentrici.

In questo saggio, Bergson ha anche affermato che vi è una causa centrale per tutte le situazioni comiche, che sono derivate da una meccanizzazione applicata alla vita. La fonte basilare del comico è la presenza di inflessibilità e rigidità nella vita. In effetti, per Bergson l'essenza della vita è movimento, elasticità e flessibilità, e ogni situazione comica è dovuta alla presenza di rigidità e di scarsa elasticità di vita. Quindi per Bergson la fonte del comico non è la bruttezza ma la rigidità. Tutti gli esempi presi da Bergson (un uomo che cade per strada, i cartoni animati, l'imitazione, l'applicazione automatica di convenzioni e regole, la distrazione, i gesti ripetitivi di un oratore, la somiglianza tra due facce...) sono situazioni comiche perché danno l'impressione che la vita sia soggetta a rigidità, automatismo e meccanizzazione.

Bergson ha effettivamente avuto questa idea da Schopenhauer, che spiega come la risata emerga dalla collisione tra intuizione e ragione. Infine, Bergson osserva che la maggior parte delle situazioni comiche non sono risibili perché fanno parte delle abitudini collettive. Quindi definisce la risata come un'attività intellettuale che richiede un approccio immediato a una situazione comica, totalmente distaccato da una qualsiasi forma di emozione o sensibilità. Ibid Una situazione diventa risibile, quando l'attenzione e l'immaginazione sono concentrate sulla resistenza e la rigidità del corpo. Così qualcuno diventa risibile ogni volta che dia l'impressione di essere una cosa o una macchina.





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giovedì 10 novembre 2011

CHI SONO LE PROSTITUTE ?

 
 
 
 
SPIEGARE AI BAMBINI CHI SONO LE PROSTITUTE...
 
Caso 1) Se lo deve spiegare la mamma Mamma e figlia su un taxi. La bambina, indicando due prostitute lungo la strada: "Mamma, cosa fanno quelle signorine?" La mamma: "Aspettano il tram..." Il tassista: "No piccolina, quelle sono mignotte, scopano a pagamento!!!" E sempre il tassista, rivolto alla madre: "Signora, bisogna dire la verita ai bambini!" Dopo qualche minuto la bambina chiede: "Mamma, le prostitute possono avere dei bambini?" La mamma: "Certo, e da grandi fanno tutti i TASSISTI..."
 
 
Caso 2) Se lo deve spiegare il babbo... Un bambino in macchina col padre vede alcune prostitute che battono sul viale, allora chiede al padre: "Chi sono quelle signore?" Il padre (in forte imbarazzo): "Niente, niente; guarda dall'altra parte che bel negozio di giocattoli! Il bimbo: "Si , si, l'ho visto, ma chi sono quelle signore?" Il padre: "Sono... sono delle venditrici ambulanti!" Il bimbo: "Ah! E cosa vendono ? Il padre: "Vendono... vendono un po' di felicità..." Il bambino inizia a riflettere sulla cosa e il giorno dopo, a casa, apre il suo salvadanaio prelevando 50 euro con l'intenzione di andarsi a comprare un po' di felicita da quelle signore. Così quel pomeriggio si presenta da una delle prostitute e le chiede: "Signora, mi darebbe 50 euro di felicita per favore?" La donna resta allibita, ma visto il periodo di crisi, decide che non e il caso di lasciarsi sfuggire 50 euro; porta il bimbo a casa sua e gli prepara tre enormi fette di pane con la nutella. La sera il bimbo torna a casa e trova i genitori visibilmente preoccupati. Il padre gli chiede: "Dove sei stato fino ad ora? Eravamo in pensiero!" E il bimbo, guardando il padre: "Sono stato da una delle signore che abbiamo visto ieri, a comprare un po' di Felicità!" Il padre sbianca e gli chiede: "E... e a-allora...co-come e andata???" Il bimbo: "Beh! Le prime due ce l'ho fatta; la terza però l'ho leccata e basta...".....
 
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venerdì 4 marzo 2011

Hai visto come si fa ad avere bambini




Una coppia di sposi, dopo oltre un anno di matrimonio non riuscendo ad avere bambini si reca dal ginecologo. Il medico gli chiede: "Ma la sera cosa fate?". E il marito: "Ceniamo, vediamo la TV, ci diamo un bacetto e poi andiamo a letto". "E la mattina ?". "Facciamo colazione, ci diamo un bacetto e poi io vado a lavorare". E il dottore: "E il pomeriggio ?". "Mangiamo, ci diamo un bacetto e andiamo a fare un riposino".
Allora il ginecologo, rivolgendosi alla signora: "Si spogli e si sdrai sul lettino!". Il ginecologo si mette su di lei e fanno l'amore alla presenza del marito che non batte ciglio. Alla fine il dottore dice al marito: "Hai visto come si fa ad avere bambini ? E questo si deve fare tutti i giorni!". Il marito, contento, risponde: "Ho capito dottore". I due ringraziano ed escono.
Appena chiusa la porta dell'ambulatorio al marito sorge un dubbio, torna indietro, riapre la porta e chiede: "Scusi, dottore, ho dimenticato di chiederle. Viene lei a casa o veniamo noi in ambulatorio ?".

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