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venerdì 24 giugno 2016

ANTISTRESS



Per scaricare le tensioni e gestire i picchi di stress in men che non si dica, non c'è niente di meglio che stringere nel palmo della mano una pallina, due biglie o un animale, sia rigido sia imbottito di semi, microbiglie o gommapiuma. Attraverso un movimento di pressione ripetitivo, l'oggetto permette di distendere le articolazioni delle dita contratte.

La mano è ricca di terminazioni nervose e, secondo i principi dell'agopuntura all'intersezione delle linee della mano, passa il meridiano noto come "il maestro del cuore", ottavo punto dell'agopuntura a partire dal torace. Associato secondo la legge dei cinque movimenti al Fuoco, l'agopuntura gli attribuisce una funzione regolatrice dell'energia in grado di rimediare alle manifestazioni legate allo stress, come ad esempio l'oppressione toracica, le palpitazioni e la sudorazione nervosa. Massaggiando questo meridiano mediante l'utilizzo di oggetti rotondi, si ottiene un benessere fisico immediato e la stimolazione dell'energia, distogliendo l'attenzione del soggetto dall'ansia. 

Una palla anti-stress, o palla di stress, è un giocattolo malleabile, di solito non più di grande di 7 cm di diametro. Stretta nella mano e manipolata con le dita, serve per aiutare o alleviare lo stress e la tensione muscolare, oppure per esercitare i muscoli della mano.

Ci sono molti tipi di palle anti-stress. Alcune sono fatte di poliuretano. Questo tipo di palla-antistress si ottiene iniettando le componenti liquide della schiuma in uno stampo. La reazione chimica risultante crea bolle di anidride carbonica come sottoprodotto, che a loro volta creano la schiuma.

Le palle anti-stress, in particolare quelle utilizzate nella fisioterapia, possono contenere anche gel di diversa densità all'interno della stoffa. In un altro tipo viene usata una sottile membrana di gomma che circonda la palla. Quest'ultimo tipo può essere fatto in casa con una palla riempita di bicarbonato di sodio. Alcune palle simili ad un footbag sono commercializzate e utilizzate come palle anti-stress.

L'ultima innovazione della palla anti-stress è fatta con po' di filato incollato sulla parte superiore della sottile membrana di gomma, avendo così una caricatura di un volto stampato sulla palla in modo tale che il filato rappresenti i capelli della caricatura. Queste sono conosciute come hairy stress ball.

Nonostante il nome, le palle anti-stress non sono tutte di forma sferica. Molti giocattoli anti-stress sono modellati. Essi spesso vengono presentati ai dipendenti e ai clienti come omaggio promozionale. Le palle anti-stress sono il terzo più importante regalo promozionale nel Regno Unito. Ci sono letteralmente centinaia di forme diverse per soddisfare qualsiasi esigenza di marketing. I giocattoli anti-stress vengono usati da chi soffre di Repetitive Strain Injury, malattie reumatiche autoimmuni e sindrome del tunnel carpale.

In uno studio pubblicato su Hypertension, una delle riviste dell’American Heart Association gli studiosi hanno analizzato diversi tipi di approcci “alternativi” per capire se davvero possono essere d’aiuto le palline antistress, in affiancamento alle terapie farmacologiche, nel trattamento dell’ipertensione. Per giungere ai loro risultati hanno passato in rassegna diversi studi condotti tra il 2006 e il 2011 esaminando gli eventuali effetti sortiti sull’abbassamento della pressione da yoga, agopuntura, tecniche di meditazione e rilassamento, esercizi aerobici e di resistenza, movimenti isometrici con le mani.



Dai dati raccolti è risultato che la meditazione trascendentale è in grado di abbassare, anche se di poco, i valori pressori, mentre per gli altri tipi di meditazione esaminati non sono stati raccolti dati sufficienti e lo stesso può dirsi per lo yoga, per le tecniche di rilassamento e per l’agopuntura. Al contrario, tutti gli esercizi fisici eseguiti, da quelli aerobici a quelli di resistenza, si sono dimostrati utili contro l’ipertensione. I risultati migliori, però, stati ottenuti dagli esercizi isometrici con le mani, grazie a cui la pressione arteriosa si è ridotta fino al 10%. Attenzione, però, raccomandano gli studiosi: questa tipologia di esercizi con le mani non deve essere presa a cuor leggero, e deve essere evitata dalle persone che soffrono di pressione alta con valori oltre i 180/110. “Gli approcci ‘alternativi’ - concludono i ricercatori - possono essere aggiunti a un regime di trattamento farmacologico dopo che i pazienti ne hanno discusso con il proprio medico”.

Utilizzo di una palla antistress - una schiuma o sfera gel che fornisce qualche resistenza alla pressione - può ridurre lo stress e rafforzare i muscoli della mano e del polso. I benefici della riduzione dello stress sono immediati, ma il rafforzamento dei muscoli è anche un buon modo per evitare lesioni da sforzo ripetitivo, sindrome del tunnel carpale e dall'altra e problemi causati da un uso eccessivo del polso e muscoli indeboliti. Fare questi semplici esercizi alla scrivania o durante le brevi pause.  
Premere la palla per un conteggio di tre, poi rilassare la presa. Ripetere fino a venti volte per un punto di fatica. Questa forza aumenta la presa attraverso il polso e rilascia la tensione. 
Pinch la palla con il pollice e ogni dito, uno alla volta. Poi pizzicare la palla tra le dita solo, dando il pollice a riposo. Tenere ogni pizzico per un conteggio di tre e ripetere fino a venti volte o fino al punto di fatica. 
Ripetere il movimento avanti e indietro fino a venti volte con ciascuna mano. Questa azione coinvolge muscoli fino tutto il braccio fornendo leggero massaggio alle dita, palmo e polso.  
Tenendo la palla con entrambe le mani, ruotare ogni mano in direzioni opposte, come se stesse cercando di districare esso. Ripetere fino a venti volte, poi invertire la direzione della torsione. Ciò coinvolge l'intera mano e il polso, ancora una volta, il rafforzamento mentre alleviare lo stress.



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lunedì 21 dicembre 2015

I SENTIMENTI DEL NATALE



Il Natale è magia, è favola ed è anche un pò introspezione; in questo mondo così frenetico, sempre di corsa, fermarsi un attimo a pensare, a riflettere su noi stessi, su chi ci circonda, sull'”altro”.

Il Natale sopravvive tra i poveri perché tra i ricchi non ha senso. Lo sente ancora la gente che vive in periferia e quella che vive nei paesi di montagna, lontana dai media, dal mondo convulso della pubblicità. Non lo sentono quelli delle boutique, degli spettacoli cinematografici, delle sfilate di moda e di tutti questi tipi d’attività: per loro il Natale non c’è perché non hanno lo spirito del Natale che è di gioia e di confronto con il mondo. La tradizione dice che Cristo è nato in una stalla, ma oggi, nel mondo occidentale, siamo molto lontani da questo spirito d’assoluta povertà.

La metà del ventesimo secolo è stata segnata dal riciclaggio di San Nicola, l’ometto vestito con i colori della Coca Cola. Di spirituale non c'è nulla all’orizzonte. Solo preoccupazione per i consumi, e solite storie sul fatto delle spese in confronto all’anno scorso in acquisto di derrate alimentari di lusso.

Il Natale non ha perso il suo significato tradizionale di ricostituzione dell’unità familiare, dei rapporti solidali fra le persone, e non va disprezzata né sottovalutata questa dimensione, che non è più profondamente religiosa, ma conserva una densità umana utile a riannodare, sia pure transitoriamente, i rapporti.

Nei confronti dello spirito del Natale è continuamente in agguato una sorta d’attacco sviluppato sulla base di un equivoco: l’attacco è organizzato dal consumismo, da tutta la retorica e l’enfasi di stelline, luci al neon, regali, pastorellerie, zampogne, neve e quant’altro. Si è convinti che il Natale, sostanzialmente, sia una festa per i bambini: una festa per la nostra infanzia, del ricordo per noi adulti di un passato simile un po’ a delle foglie morte su una palude, che però sempre riguardiamo con una certa tenerezza.

La lettura dei testi che sono alla base del Natale, i 120 versetti dei primi due capitoli di Matteo e di Luca, sono altamente qualificati dal punto di vista teologico, hanno una forte carica spirituale ed esistenziale. Al punto tale che la figura del Bambino che entra in scena, è una figura tutt’altro che zuccherosa, delicata, sentimentale o misticheggiante. Appena nato, il bambino diventa un profugo costretto a fuggire in Egitto per evitare l’alito caldo della polizia d’Erode. L’arroganza e la prevaricazione del potere entrano subito in scena. Questi testi dovrebbero scuotere le coscienze, inquietare la nostra superficialità e banalità; perciò credo che il compito della religione cristiana dovrebbe essere quello di riportare la festa del Natale, senza disprezzare il sentimento, ai testi fondanti, e quindi alla vera matrice.



Guardando il panorama del mondo, la globalizzazione, tanto celebrata e osteggiata al tempo stesso, lascia dietro di se infinite vergogne, infinite infamie. Non ci aspettano giorni radiosi e bisognerà ancora faticare per cambiare il mondo. Mai come in questi ultimi tempi sento che l’umanità ascolta con intensità la parola che ci riporta alle domande fondamentali, quelle che chiamerei le verità ultime, cioè il bene e il male, la vita e la morte, la giustizia e la violenza, la guerra e la pace, l’amore e l’odio. Questa umanità così distratta, superficiale, banale, becera in qualche caso, violenta o quasi criminale, che sembra abbia solo il desiderio di seminare terrore, ha sempre dentro di se una speranza. L’uomo, pur ridotto a materiale di consumo e ai modi di vita imposti da quel mezzo egemone della comunicazione che è la televisione, è pur sempre colui che supera infinitamente se stesso, che tende per sua natura verso la grandezza.

Il rimpianto per l'infanzia perduta, l'ansia per gli incontri indesiderati, l'obbligo di mostrarsi felici: non sempre il Natale è davvero la festa dei buoni sentimenti. Un'indagine rivela che il disagio di Natale non è legato all'eccesso di cibo o allo stress da regali, ma ha a che fare soprattutto con aspettative tradite e promesse mancate.

La festa più attesa dell’anno non suscita solo buoni sentimenti. Il disagio è palpabile, si percepisce per le strade affollate, nelle corsie del supermercato dove si scontrano carrelli colmi di cibo, nelle tavolate familiari dove una patina di buona educazione non basta a mantenere sereni gli animi. E soprattutto si coglie il giorno dopo, quando ci risvegliamo con gli avanzi da finire e le carte regalo da buttare via. Dicendoci che, anche per quest’anno, Natale è passato. Lasciandosi dietro una sensazione di rimpianto per ciò che non si è avuto.

Perché Natale, o ancora meglio il periodo natalizio, che oggi si «spalma» per esigenze commerciali su diverse settimane, è soprattutto un periodo di attesa. Ma attesa di che cosa?

"La festa del bambino Gesù dovrebbe essere il modo per celebrare il bambino che c’è in ognuno di noi", osserva Renato Rizzi, medico e psicologo. Ma intorno alla festa si agitano altre emozioni: l’ansia per gli incontri indesiderati, il rimpianto per chi non c’è, il dovere di mostrarsi felici e anche quello di fare un bilancio dei mesi trascorsi e disegnare un catalogo di buoni propositi. E su tutto, inevitabile, lo stress.




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sabato 21 novembre 2015

il Tifo dei Genitori per i Propri Figli



Sfogare le proprie frustrazioni sui figli, trattati come alter ego in grado di restituire l’immagine ideale che non si è riusciti a raggiungere da giovani, contribuisce al capovolgimento della realtà. È profondamente contro natura oltreché immorale caricare di responsabilità un bambino di dieci anni. Che il calcio, almeno in ambito professionistico, sia soltanto una questione di rispetto e fair play è ormai una banalità assodata. Siamo i primi a inveire contro l’arbitro o chiunque ci capiti sotto tiro se qualcuno osa mettere in discussione un principio che riteniamo intoccabile. Siamo i primi a professare eterno amore alla squadra per la quale facciamo il tifo, ma ci sentiamo incompleti se non lo bilanciamo con la necessaria dose di odio. Tornano alle mente striscioni deplorevoli, inneggianti a tragedie del passato, irrimediabilmente sventolati nella loro totale crudeltà davanti agli occhi di un bambino, che non sa e chiede. Invitiamo la negazione della civiltà – impossibile da estirpare perché va a braccetto con l’uomo – a non presentarsi prima del dovuto. L’inalienabile diritto al divertimento deve fungere da prerogativa a discapito della competizione, i settori giovanili sono centri di formazione che hanno come obiettivo la crescita – non solo atletica – della persona. L’ambizione dell’adulto non può agire da scudo contro il momento dell’aggregazione, il bambino va lasciato libero di giocare, di sbagliare, di farsi un’idea personale su ciò che gli ruota intorno senza dover passare dallo stato d’animo del genitore.

I bambini dovrebbero essere lasciati liberi di giocare senza alcuna pressione, con un numero assai esiguo di norme delle quali tenere conto:  rispettare gli altri (compagni, avversari, allenatori, arbitri);  rispettare le regole;  divertirsi. Al riguardo, anche il regolamento dei campionati non è affatto casuale: fino alla categoria Esordienti, undici anni di età, c’è l’obbligo di far giocare tutti i bambini, bravi o scarsi che siano, e non ci sono classifiche ufficiali per determinare chi è forte e chi lo è di meno.

Questo non basta a frenare le ambizioni degli adulti. Ci sono genitori che se la prendono furiosamente con l’allenatore, colpevole di non comprendere quanto sia abile il loro pargolo; altri che offendono e insultano arbitri-ragazzini; altri ancora che scatenano baruffe e perfino risse con papà e mamme avversari. I ragazzi, quasi sempre molto più ragionevoli e maturi, si vergognano per loro. E’ il volto triste del calcio giovanile.

In un campo della periferia romana, accanto alla porta d’ingresso, un dirigente esasperato ha appeso un cartello grande così, scritto con un bel pennarello blu: “Chi ha un figlio campione è pregato di portarlo a giocare da un’altra parte”. Chissà se papà e mamme dei fuoriclasse del futuro lo leggono e, soprattutto, lo capiscono.




Ecco cosa scrive la Figc: “L’approccio educativo del mondo del calcio è troppo spesso uno specchio attraverso cui si riflettono comportamenti ed atteggiamenti degli adulti. Quindi, competitività esasperata, esclusione dei più deboli e dei meno dotati, accentuazione dell’aspetto fisico ed agonistico. Questa Carta, tra i suoi diversi principi, ci ricorda invece quanto sia importante assumere il punto di vista dei bambini. Non solo prestazioni e ansia di vittoria, ma divertimento, partecipazione, festa. E il calcio è il tipico gioco di squadra che può anche far sviluppare il confronto, la cooperazione, lo scambio” .

Chi iscrive il proprio figlio a una scuola di calcio pensando che sia come un qualsiasi corso di nuoto, tennis o qualunque altro sport si rende conto ben presto che è tutta un’altra storia.
I bambini in campo giocano. I genitori ogni sabato e a volte pure la domenica vivono le partite dei figli come fossero squadre di Serie A.  Incitano i propri figli come fossero macchine da guerra. Ognuno dei papà  pensa di avere in campo il talento (inespresso per molteplici motivi…) Educazione, rispetto sportività non sono la regola.  E non sul campo, dove addirittura fino a una certa età non c’è neppure l’arbitro perché i bambini devono fare da soli. Paradossalmente proprio tra coloro che insegnano con il loro comportamento.

I genitori di squadre opposte si guardano in cagnesco (spesso),  Le urla rimbalzano sui piccoli giocatori che:  non possono sbagliare, perdere la palla (peggio) non fare gol portando la vittoria alla loro squadretta.

Andate a vedere un torneo under 10 di tennis. Fanno spavento. Sono alti poco più della rete e tirano certe botte impressionanti, per potenza e precisione. Se di là ci fosse Peppa Pig la vorrebbero morta. Sono prodigiosi in modo tenero e sconcertante. Non sorridono mai. Si allenano fino a sedici ore alla settimana, in quarta o quinta elementare, per quella partita del weekend. E se sbagliano un colpo, spesso vedrete questi Federer e Sharapova miniaturizzati guardare subito papà o mamma. Seduti su quelle tribune dove tanti genitori fanno molto più spavento di loro. "La mia squadra ideale è una squadra di orfani" è la vecchia battuta che gira tra allenatori. Un paradosso, ovviamente, come sono paradossali i casi di genitori aguzzini, disposti a tutto pur di vedere un figlio campione, che finiscono sui giornali. Ma la normalità che non fa più notizia è fatta di risse a bordocampo alle partite dei ragazzini, arbitri insultati e aggrediti, allenatori contestati. Ogni maledetta domenica, e il sabato pure. Qualsiasi istruttore giovanile, di qualsiasi sport, sa che una parte importante e difficile del suo lavoro è "allenare" i genitori.

La linea di campo tra gioco e stress per il bambino è sottile, quanto quella tra il buon genitore che si limita a far capire l'importanza formativa della disciplina e dell'impegno e quello che invece invade, soffoca, s'arrabbia, giustifica, pretende. "L'influenza negativa della famiglia è il nocciolo del problema" dice il pedagogo Emanuele Isidori, docente di etica e filosofia dello sport. "Troppi genitori proiettano sui loro figli le proprie frustrazioni e aspettative, caricandoli di ansie deleterie. Da una nostra ricerca del 2009 risulta che tra gli 8 e i 12 anni la maggioranza dei bambini pratica sport per vincere, come principale motivazione: questo è grave". Il caso Agassi ha fatto letteratura: il suo best seller Open ha alzato un velo sulle torture psicologiche subite dal padre. Lui però almeno è diventato Agassi. Uno su quanti? Nel calcio, in serie A arriva uno su cinquemila. "I genitori più pericolosi e invadenti sono quelli che non si sentono realizzati e hanno meno cose da fare nella vita" sostiene Isabella Gasperini, psicoterapeuta dell'età evolutiva che collabora con varie squadre di calcio. "E in dieci anni la situazione è peggiorata di pari passo con l'aberrazione del calcio professionistico. Senti questi genitori parlare delle partite dei figli come se fosse serie A: la tattica, il mister... Purtroppo avvertire che questi comportamenti fanno solo danni è inutile: sono meccanismi involontari. Quello che cerco di far capire è che i bisogni dei bambini sono diversi dai loro. I bambini accettano l'errore e il fatto che un altro sia più bravo come una cosa naturale, e invece li vedi costretti a impegnarsi per realizzare i sogni dei genitori dietro la rete secondo un loro tacito e insano accordo. Vanno invece lasciati liberi: di sbagliare, di creare, di calciare come gli viene, di sdraiarsi a guardare il cielo se non hanno voglia di correre, di seguire l'istinto. Liberi anche di assumere le proprie responsabilità e di cavarsela da soli, se un compagno gli ha messo le scarpette sotto la doccia ".

Giordano Consolini, responsabile del settore giovanile della Virtus Bologna, uno dei più titolati vivai del basket italiano, osserva: "Ci sono famiglie che combinano disastri. Un esempio: siamo andati a giocare le finali nazionali under 17 con due ragazzi, amici d'infanzia, che non si parlavano più e non si passavano neanche più la palla per questioni di invidie tra famiglie. Roba di convocazioni in Nazionale e premi che uno aveva ricevuto e l'altro no. I due ragazzi li ho messi in camera assieme, ci ho parlato, ho ottenuto che almeno si rispettassero in campo e abbiamo vinto quello scudetto. Ma con le famiglie i risultati sono stati scarsi, non hanno cambiato atteggiamento. Figurarsi quando subentrano anche i procuratori. Purtroppo molti genitori provocano la cosiddetta "sindrome da campione": il ragazzo viene sopravvalutato, si sente già arrivato e si blocca il processo di crescita. Considera che sia tutto scontato e dovuto, pensa solo che gli basti far passare il tempo e andrà nella Nba. È come se entrasse in una realtà virtuale e non considera più l'opzione dell'insuccesso: se arriva una sconfitta la vive come un fattore imprevedibile, non trova una via d'uscita, resta disarmato perché è stato programmato solo per vincere. Ed è difficile a quel punto farsi ascoltare. Perché è più comodo dar retta a chi ti regala un alibi dando la colpa a un altro: all'ambiente, al tecnico, ai compagni, agli arbitri. Il talento non basta per diventare giocatori".

La mala educación tocca l'apoteosi intorno al campo da calcio, dove rispetto ad altri sport il miraggio di ricchezza è più abbacinante. "Quando i genitori vedono il bambino solo come una possibile fonte di guadagno, è finita - dice Devis Mangia, ex ct dell'Under 21 - . Tutti pensano di avere il campione in casa. Quando un ragazzino si comporta male costa meno fatica etichettarlo come piantagrane e abbandonarlo al suo destino, mentre parlandoci si scoprono spesso situazioni famigliari alle spalle che spiegano gli atteggiamenti deviati. Ma, al contrario di quanto si possa credere, non è detto che subisca maggiori pressioni chi viene da contesti culturali e sociali inferiori, dove un contratto da professionista potrebbe rappresentare una svolta per tutta la famiglia". Lo conferma anche Roberto Meneschincheri, responsabile dell'attività agonistica under 16 dello storico Tennis Club Parioli di Roma, il circolo che ha sfornato Pietrangeli, Panatta e Barazzutti: ultimo titolo vinto, il campionato italiano under 12 femminile. "È questione di istinto e carattere, non di denaro o laurea: i genitori troppo pressanti che chiedono ai figli solo il risultato sono molto diffusi. Col dialogo di solito si riesce a ottenere collaborazione, a far capire che non va data troppa importanza alla partita e a evitare così interferenze o intemperanze durante il gioco".

Molte società fissano un decalogo dell'ovvio. Sdrammatizzate, incoraggiate, esaltate i risultati positivi e alleggerite le sconfitte, non entrate in campo e negli spogliatoi, lasciate che la borsa se la portino da soli, non discutete con l'allenatore di schemi e ruoli, rispettate gli arbitri, non parlate male al ragazzo del suo allenatore e dei suoi compagni. Eccetera. Ma il pedagogo Isidori non assolve nemmeno le società: "Dicono pensate a divertirvi ma il messaggio che di fatto viene trasmesso implicitamente dal sistema è un altro: conta solo vincere. Accade perché è completamente sbagliato il modello del Coni: le federazioni per avere soldi devono portare risultati. In Italia manca educazione sportiva perché non esiste lo sport per tutti: gratuito".





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giovedì 1 ottobre 2015

ABBRACCIAMOCI



Un abbraccio è un gesto volto ad esprimere affetto o amore che consiste nello stringere le braccia e le mani attorno al corpo di un'altra persona. L'abbraccio richiede che il busto delle persone interessate sia combaciante reciprocamente.

Si tratta di una delle forme di effusione più diffuse fra gli umani, insieme al bacio. Rispetto a quest'ultimo, però, viene di norma considerato un'espressione di generico affetto, tanto è vero che nella maggior parte delle culture e società può essere praticato indifferentemente fra familiari e amici, oltre ovviamente che fra amanti, senza limitazioni di sesso o di età e tanto in pubblico quanto in privato senza incorrere in alcuna forma di stigmatizzazione o riprovazione sociale.

In generale, un abbraccio può rappresentare un'effusione romantica o una generica forma di affetto verso una persona, ad esempio un modo per manifestare gioia o felicità nell'incontrare o salutare qualcuno. Alternativamente, un abbraccio può essere volto a confortare o rincuorare qualcuno. In definitiva, si tratta di un gesto che esprime affetto in una vasta gamma di gradi.

Esistono evidenze scientifiche secondo le quali gli abbracci avrebbero un effetto benefico a livello fisiologico: alcuni studi avrebbero infatti dimostrato come essere abbracciati aumenti il livello di ossitocina e abbassi contemporaneamente la pressione sanguigna.



L'abbraccio è una vera e propria terapia per il mantenimento della salute e del benessere. E' un gesto primordiale e rappresenta il primo momento di contatto tra la mamma e il bambino dopo la sua nascita.

Un semplice abbraccio ha effetti benefici sull'ossigenazione del sangue. Il potere dell'abbraccio è nel contatto tra due corpi. Quando abbracciamo una persona, rafforziamo il suo organismo stimolando la produzione di emoglobina, che trasporta l'ossigeno ai tessuti. Quando essi ricevono ossigeno, hanno con sé una nuova energia che permette al nostro corpo di ringiovanire.

L'abbraccio è parte di un vero e proprio percorso di guarigione. E' per questo che si parla talvolta di abbraccio-terapia. Gli abbracci stimolano nel nostro organismo la produzione di sostanze benefiche che permettono l'autoguarigione e l'autoriparazione delle cellule e dei tessuti. Abbracciare un ammalato, dal punto di vista interiore, regala un piccolo momento di sollievo.

L'abbraccio è un gesto reciproco e gratuito. Un abbraccio non costa nulla e non richiede molto tempo. E' un vero e proprio dono reciproco, benefico per entrambe le persone che si abbracciano, che si donano calore e conforto a vicenda. E' inoltre un gesto positivo di riappacificazione. Aiuta le persone a sfogarsi e ad aprirsi agli altri.

Ricevere e donare un abbraccio migliora l'autostima e le capacità intellettive, oltre che le competenze linguistiche e il QI nei bambini. Studi scientifici hanno dimostrato che in generale questo gesto reciproco favorisce l'autostima e le capacità mentali sia della persona che abbraccia che di chi viene abbracciato.



L'abbraccio può essere considerato come una terapia naturale e completamente gratuita contro la depressione. Gli scienziati del Canadian Community Health Survey hanno scoperto che coloro che ricevono frequenti dimostrazioni di affetto, che si manifestano con abbracci e carezze, presentano un rischio inferiore di andare incontro a depressione e disturbi mentali rispetto a coloro a cui non vengono mai dedicati gesti gentili.

Abbracciarsi è un ottimo rimedio per alleviare lo stress. Lo hanno dimostrato gli scienziati della Medical University di Vienna. Il merito è dell'ossitocina, una sostanza conosciuta come ormone del buonumore. L'ossitocina viene rilasciata dal nostro organismo durante gli abbracci, contribuendo a contrastare lo stress. L'effetto antistress dell'abbraccio sarebbe maggiore tra persone che si conoscono e che si vogliono bene.

L'abbraccio è il più naturale e spontaneo gesto d'affetto tra mamma e bambino. Se il bambino piange, non c'è nulla di più efficace di un abbraccio per calmarlo. Solo l'abbraccio della mamma può calmare realmente il neonato. La psicoterapeuta statunitense Virginia Satir diceva: "Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere. Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute. Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere".

Abbracciarsi migliora la memoria. Per stimolare il nostro cervello a ricordare meglio ciò che di importante ci accade, impariamo ad abbracciarci più spesso. Come nel caso dell'effetto antistress dell'abbraccio, il merito sarebbe ancora una volta della produzione di ossitocina, come sottolineato da parte dei ricercatori austriaci. Se tra le due persone che si abbracciano esiste una fiducia reciproca, la terapia dell'abbraccio funziona meglio.



Un semplice abbraccio contribuisce a migliorare la salute del cuore. Uno studio pubblicato su Psychosomatic Medicine ha evidenziato che gli abbracci producono degli effetti positivi sulla salute del cuore, con particolare riferimento alle donne. Nelle donne, dopo una serie di abbracci, è stato evidenziato un calo della pressione sanguigna e del cortisolo, a beneficio del cuore e della circolazione sanguigna.

In caso di ansia e panico l'abbraccio può diventare una vera e propria terapia. La produzione di ormoni del benessere nel corso di un abbraccio è in grado di stimolare una sensazione di maggiore calma e di pace. La stimolazione della produzione di endorfine avviene grazie agli abbracci frequenti. Per ottenere degli effetti positivi dagli abbracci, a parere degli esperti, ne sono necessari da 4 a 12 al giorno. 4 abbracci al giorno sono sufficienti per mantenere la normale tranquillità, mentre la dose massima di abbracci contribuisce ad alleviare ansia e angoscia.

Nella nostra società il contatto fisico è di frequente ridotto al minimo: lentamente ci siamo disabituati a toccare ed essere toccati. Al contrario, diversi studi hanno dimostrato l'importanza degli abbracci, non solo per lo sviluppo dell'autostima dei bambini, bensì come terapia anti-ansia, capace di influire positivamente sull'umore e aumentare il senso di sicurezza di cui ha bisogno ognuno di noi.

Un team di ricerca appartenente alla School of Medicine dell'Università della California, San Diego, ha sottolineato che esperienze piacevoli collegato al tatto, quale l'abbraccio, provocano una risposta positiva da parte dell'organismo. Lo stimolo emotivo agirebbe direttamente sull'amigdala, con il conseguente aumento nella produzione di ossitocina.



Fondamentale nella sessualità e comunicazione umana, l'ossitocina è un ormone secreto dalla neuroipofisi, il cui ruolo si rivela centrale durante il parto e nell'allattamento. Grazie all'ossitocina, infatti, la muscolatura dell'utero viene sollecitata dando origine alle contrazioni del travaglio e del parto. Secondo gli studi una donna possiede in media livelli di ossitocina superiori del 30% rispetto all'uomo. In generale, in entrambi i sessi la presenza di ossitocina è stata messa in relazione con la presenza e la capacità di sviluppare legami in senso emotivo e sociale, oltre che dal punto di vista sessuale.

Quando agitazione e inquietudine ci assalgono un abbraccio può essere salvifico. Abbracciare non costa nulla, non si fa per senso del dovere, né può essere imposto. Al contrario, quando un braccio diventa totale allora produce una risposta emotiva potente. Impara a ricevere e dare gli abbracci con tutto te stesso: abbandonati all'altro, lasciati cullare e avvolgere. Quando sei tu a farlo, abbraccia facendo sentire all'altro la forza del contatto, dalla pancia alle braccia. Una terapia a base di emozioni è capace di scuotere e far uscire dall'isolamento, combatte il senso di solitudine, riattiva la connessione fra noi e gli altri.

Secondo i ricercatori della Canadian Community Health Survey chi riceve frequenti abbracci e carezze ha un rischio inferiore di cadere vittima della depressione. Abbraccia rafforza l'autostima e aumenta la fiducia, sia durante l'infanzia, sia nell'età adulta. Perché in fondo ciò di cui abbiamo tutti bisogno in certe giornate è semplicemente un abbraccio che viene dal cuore: un gesto primordiale che vale più di mille parole.
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