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martedì 14 giugno 2016

RESILIENZA



Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

Si può concepire la resilienza come una funzione psichica, che si modifica nel tempo in rapporto all'esperienza, al vissuto e, soprattutto, al modificarsi dei processi mentali che ad essa sottendono.

Proprio per questo troviamo capacità resilienti di tipo:

istintivo: caratteristico dei primi anni di vita, quando i processi mentali sono dominati da egocentrismo e senso di onnipotenza;
affettivo: rispecchia la maturazione affettiva, il senso dei valori, il senso di sé e la socializzazione;
cognitivo: quando il soggetto può utilizzare le capacità intellettive simbolico-razionali.
Una resilienza adeguata è il risultato dell'integrazione di tali elementi libidico-istintivi, affettivi, emotivi e cognitivi.

La persona "resiliente" può essere considerata quella che ha avuto uno sviluppo psicoaffettivo e psicocognitivo sufficientemente integrati, sostenuti dall'esperienza, da capacità mentali sufficientemente valide, dalla possibilità di giudicare sempre non solo i benefici, ma anche le interferenze emotivo-affettive che si realizzano nel rapporto con gli altri.

Andrea Canevaro definisce la resilienza come «la capacità non tanto di resistere alle deformazioni, quanto di capire come possano essere ripristinate le proprie condizioni di conoscenza ampia, scoprendo uno spazio al di là di quello delle invasioni, scoprendo una dimensione che renda possibile la propria struttura».

È una capacità che può essere appresa e che riguarda prima di tutto la qualità degli ambienti di vita, in particolare i contesti educativi, qualora sappiano promuovere l'acquisizione di comportamenti resilienti:

« La resilienza è la capacità di un individuo di generare fattori biologici, psicologici e sociali che gli permettano di resistere, adattarsi e rafforzarsi, a fronte di una situazione di rischio, generando un risultato individuale, sociale e morale. »
(Oscar Chapital Colchado (2011))

Applicato a un'intera comunità, anziché a un singolo individuo, il concetto di resilienza si sta affermando nell'analisi dei contesti sociali successivi a gravi catastrofi naturali o dovute all'azione dell'uomo quali, ad esempio, attentati terroristici, rivoluzioni o guerre. Vi sono processi economici e sociali che, in conseguenza del trauma costituito da una catastrofe, cessano di svilupparsi restando in una continua instabilità e, alle volte, addirittura collassano, estinguendosi; in altri casi, al contrario, sopravvivono e, anzi, proprio in conseguenza del trauma, trovano la forza e le risorse per una nuova fase di crescita e di affermazione.

Un esempio del primo tipo è quello della comunità del Polesine che, a seguito della grande alluvione del Po del 1951, non riuscì a risollevarsi e subì una vera propria diaspora, disperdendosi nell'ambito di un grande processo migratorio che si spinse, tra l'altro, fino all'Australia. La città di Firenze, al contrario, pur avendo subito oltre 60 alluvioni dell'Arno nell'ultimo millennio, molte delle quali di intensità assolutamente eccezionale, ha conservato una straordinaria continuità nel tessuto economico, artistico e architettonico. I fattori identitari, la coesione sociale, la comunità di intenti e di valori costituiscono il fondamento essenziale della "comunità resiliente".

Fin dalle epoche più remote, gli esseri umani si sono distinti per la capacità di sopravvivere a disastri naturali, guerre, e a ogni sorta di carestia o malattia. Ciò è stato possibile perchè l’uomo è “programmato” per resistere alle sventure, superarle, e convivere quotidianamente con lo stress, al punto che si potrebbe dire che l’abilità di combattere e rialzarsi  più forti di prima (piuttosto che la fragilità) è la regola nel mondo umano.

La necessità di combattere ha la sua ragion d’essere nell’inevitabilità delle sconfitte, delle delusioni e dei conflitti quotidiani, fino a quegli sconvolgimenti esistenziali, come una violenza o la perdita di una persona cara, che, spezzando un equilibrio preesistente, pongono colui che li ha subiti di fronte a una serie di interrogativi: Perché proprio a me? Che senso ha quanto mi è accaduto?



Domande da cui non è possibile sfuggire: solo cercando una risposta chiarificatrice, un senso, seppur a volte mai definitivamente compiuto, è possibile infatti ridefinire la propria sofferenza, che, al di là del dolore gratuito, può essere vista come un valore aggiunto, e fonte di maggiore sensibilità verso le bellezze dell’esistenza, nonchè per le sofferenze altrui.

Se è vero che certe ferite non si rimargineranno mai completamente, qualunque trauma, se non vissuto passivamente come punizione o negazione della felicità, può rappresentare, nel suo accadere repentino e imprevedibile, un’occasione di realizzazione superiore, al pari della condizione del cigno che si è sviluppato a partire dal brutto anatroccolo della nota favola di Andersen (Cyrulnik, 2002).

Le difficoltà quindi come opportunità, come sfida, che mobilita le proprie risorse, sia interne che esterne, una sfida dalla quale non ci si può esimere, in nome del raggiungimento di un equilibrio più funzionale.

Affrontare le inevitabili calamità della vita mette in moto un’abilità nota come resilienza, termine ripreso dall’ambito ingegneristico per indicare la capacità di un materiale di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi (De Filippo, 2007). La sua azione può essere paragonata a quella del nostro sistema immunitario chiamato a proteggerci dalle aggressioni esterne.

Tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, diminuendo la resilienza, secondo Werner e Smith (1982) troviamo i fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura), familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione), di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).


Tra i fattori protettivi, invece, gli autori ne individuano di individuali e familiari. Tra i primi, l’essere primogenito, un buon temperamento, la sensibilità, l’autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, l’autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno). A questi si aggiunge una risorsa di estrema importanza: il comportamenti seduttivo, che consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti dall’esterno.

I fattori protettivi familiari comprendono l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, la qualità delle relazioni tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto di parenti e vicini di casa, o comunque di figure di riferimento affettivo.

Esplorando i fattori protettivi, è possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza (Cantoni, 2014).

La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).
Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

La Robustezza psicologica è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!”

 In ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica;
in informatica, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d'uso e di resistere all'usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati
in ecologia e biologia, la resilienza è la capacità di una materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato.

Nell'arte la resilienza è la capacità dell'opera di conservare attraverso l'estetica la sua particolarità, nonostante la crescente soggettivazione.



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lunedì 14 marzo 2016

LA COPPIA PERFETTA



E' emerso che la felicità coniugale passa attraverso a 22 "momenti di qualità" ogni mese, comprensivi di serate a cena fuori e al pub, passeggiatine romantiche e fine settimana fuori porta. Momenti che, in alcuni casi, sembrano andare completamente in un'altra direzione rispetto alla vita frenetica di oggi, come il primo, lapidario "4 momenti al giorno dedicati alle coccole".

Coccole: 4 volte al giorno
Praticamente, è un'impresa impossibile. Per fortuna seguono diktat un po' più praticabili.

Gesti romantici: 3 al mese
Il segreto, in questo caso, stia nel concetto di non dare mai l'altro per scontato. Non è molto difficile o molto dispendioso in termini di tempo acquistare un cioccolatino al bar insieme al tramezzino per la pausa pranzo e offrirlo al partner in un momento in cui necessita di essere "addolcito".

Appuntamenti a cena fuori: 2 al mese
Non tutti possono permetterselo, ma a volte anche un trancio di pizza su una panchina nel parco può essere molto romantico.

Passeggiate romantiche: 2 al mese
La situazione della passeggiata amorosa è controversa, dipende sicuramente dalla zona dove si abita, ma l'amore ha il potere di rendere romantica anche una camminata in zona industriale, o almeno dovrebbe.

Regali romantici: 2 al mese
Non credo che il concetto del regalo romantico sia condivisibile da tutti, visto che ha a che fare con l'aspetto economico-materiale che non dovrebbe avere molto a che fare con i sentimenti. Io personalmente voto per il gesto romantico più che per il regalo.

Cene romantiche in casa propria: 3 al mese
.... dove a volte anche solo accendere una candela può fare la differenza.

Colazione a letto: 1 al mese
Fa molto "soap-opera", ma , a quanto pare, riveste una certa importanza ai fini della felicità coniugale.

Buone conversazioni: 6 al mese
"Parlare è importante", quante volte abbiamo letto questa frase o concetti correlati sulle riviste femminili? Oggi arriva anche un indicatore di quantità: almeno sei conversazioni buone ogni mese.

Un giro al pub: 1 al mese
Un altro luogo e un altro momento da dedicare soltanto alla coppia.

Serate intime: 7 al mese
La media di circa 1,8 volte alla settimana è la formula per l'intimità ideale secondo la ricerca.

Pulire casa da cima a fondo: 3 volte al mese
Diversi uomini preferiscono avere la casa più sporca ma la compagna meno stanca, o disponibile a trascorrere il weekend in totale relax insieme, ma sono solo opinioni.

Uscite senza il partner: 1 al mese
Arriviamo all'altra legge non scritta dei rapporti di oggi: quella di mantenere un barlume di indipendenza frequentando altre persone separatamente. Moderatamente, però: una sola volta al mese.

Cinema o teatro: 1 al mese
Il cinema e il teatro stimolano la comunione di interessi e il dialogo, per commentare e discutere insieme quanto si è appena visto. Una volta al mese è, tutto sommato, fattibile.

Fine settimana breve: 2 all’anno
In effetti, a volte anche un fine settimana può essere sufficiente per recuperare il piacere di stare insieme "lontano da tutto e da tutti". In questo caso, più se ne possono fare, meglio è, portafogli permettendo.

Vacanze: 2 all’anno
Anche quest'ultima voce non contempla minimamente il concetto di "povero e felice" ma tant'è. Della serie: se volete essere una coppia perfetta, risparmiate.

Stare insieme è bello ma diciamoci la verità: non è una passeggiata. Far funzionare un rapporto di coppia richiede pazienza e forza di volontà.

Se desiderate più di ogni altra cosa viaggiare o fare carriera, e desiderate una storia disimpegnata, assicuratevi che lui lo capisca. Le coppie possono sopravvivere a molte situazioni, ma non alle differenze radicali nei progetti di vita. Se lui non è un trombamico ma l’uomo della tua vita sarà meglio mettere in chiaro la vostra posizione sul tema “avere figli o no“. Ovviamente non sono discorsi da affrontare dopo una settimana che si sta insieme, ma la propria posizione sui bambini va espressa in maniera chiara.

C’è sempre qualcuno che vuole spiegarvi come ci si deve sentire quando si sta con qualcuno. Ignorate questi commenti e seguite il ritmo naturale della vostra storia. Le fasi dell’amore, delle cose che vi legano e vi dividono, sono solo una guida molto approssimativa, non pietre miliari che dovete raggiungere per forza a un certo punto. E non permettete ai vostri rispettivi genitori/suoceri di impicciarsi troppo delle vostre cose.

Non date per scontato che facciate sesso selvaggio per il semplice fatto di essere innamorati. Come ogni altra sfaccettatura dell’amore, anche il sesso merita attenzione e dedizione. Provate qualcosa di diverso ogni mese, sorprendetelo spesso e, soprattutto, non pensate che quando starete insieme da tanto tempo smetterete di fare sesso.

Siete innamorate e il mondo è meraviglioso, ma se volete restare felicemente con lui, abituatevi ad ascoltare quello che dice, da quello che trova irritante di voi, ai suoi desideri in termini d’amore e affetto.

Si fida tanto di voi da avervi confidato tutti i suoi timori e segreti più intimi; se volete rovinare tutto, basta che spifferiate tutto ai vostri amici più cari. Forse credete che sia come ai vecchi tempi, quando tra amici ci si raccontava tutto, ma per lui sarà come un tradimento. I suoi segreti e la vostra vita sessuale devono restare solo tra di voi.

Allentate il bisogno di controllare tutto e lasciate che sia lui a prendere l’iniziativa ogni tanto. È facile dare per scontato che tocchi a voi fare progetti, portare avanti le cose ed essere, genericamente, quella che tiene le redini della storia, ma la responsabilità di una relazione è qualcosa che deve essere condivisa, se volete che sia durevole.

L’amore più bello procede a piccoli passi e non è fatto di grandi gesti isolati, a dimostrazione dell’affetto e della felicità. Scordatevi rose e lume di candela, e amatelo come vi chiede di essere amato.

Potete sentirvi acide, irritabili, odiare il vostro corpo o avere la sindrome premestruale, ma non obbligatevi a soffrire da sole; siate aperte con il vostro compagno, e lasciate che vi dia una mano. Questo rafforzerà il vostro legame e lo incoraggerà ad aprirsi di più con voi quando si sente giù.

Le coppie che ridono si trovano reciprocamente divertenti e hanno sempre qualcosa di spiritoso da raccontarsi per far sorridere l’altro.

Se siete tentate di sospirare, singhiozzare e gridare ogni volta che litigate, nella perfetta convinzione che vi stiate lasciando, sappiate che un comportamento del genere alla lunga può davvero portarvi alla rottura. Evitate i drammi superflui per ogni discussione, perché questo atteggiamento non fa che screditare le vostre ragioni e indurre il vostro compagno a non prendervi più sul serio.



È fantastico che ciascuno di voi abbia degli interessi e decine di amici che preferite vedere per conto vostro, tuttavia cercate di trovare del tempo da dedicare l’una all’altro, soprattutto se vivete insieme, perché altrimenti rischiate di diventare coinquilini invece che amanti.

L’amore è saper chiedere scusa. Le coppie che non ne sono capaci (o non vogliono farlo) finiscono per accumulare un sacco di risentimento e di rabbia che esplode a ogni discussione. Mettete da parte l’orgoglio e imparate a chiedere scusa.

Ogni sei mesi, mettetevi comodi e immaginate insieme le cose che vorreste fare e vedere nei sei mesi successivi. Lasciate perdere le cose veramente importanti e fatelo solo per divertimento, organizzando fine settimana, serate mondane e appuntamenti con amici che volete vedere. È un modo per garantire che lo svago sia parte integrante della vostra storia, indipendentemente da tutto il resto.

Non andate mai a dormire arrabbiati è un consiglio vetusto ma efficace. Fate il patto che, prima di andare a letto, si fa sempre la pace; in questo modo, non accumulerete fardelli di liti irrisolte.

Date fuori di matto ogni volta che il vostro compagno fa una certa cosa che il vostro ex faceva sempre. Modificate immediatamente il vostro comportamento. Non potete arrabbiarvi con il vostro attuale compagno per problemi che appartengono al passato.

Abbiate fiducia nella vostra storia se non volete che ogni piccolo ostacolo si trasformi in una via di fuga. Essere ottimista, inoltre, darà al vostro compagno la sicurezza della vostra dedizione e la volontà di investire perché la storia funzioni.

Non c’è bisogno di stare insieme 24 ore al giorno, sette giorni su sette, per essere una vera coppia. Anzi, avere degli interessi che vanno oltre è salutare, ammesso che ci siano anche interessi che condividete.

Sembra ridicolo da dire, ma sareste sorprese sapendo quante coppie che non si parlano per giorni e giorni. Ovviamente non si tratta di parlare del programma alla TV o delle faccende di casa, ma di uno scambio più intimo sulle cose che vi stanno a cuore. Cercate di affrontare discussioni profonde per almeno dieci minuti tutti i giorni.

Ditevi sempre cosa sentite l’una per l’altro è qualcosa di più che dirsi “ti amo”; è comunicare all’altro la felicità di stare insieme, la serenità e l’affetto che l’altro ci dà.

È molto importante passare del tempo di qualità insieme. Dedicarsi a delle attività che piacciano ad entrambi, sviluppare passioni comuni, è un fantastico rinforzante per il vostro rapporto. L'intesa è una cosa fondamentale per due persone che intendono passare la loro vita insieme, e solo tramite la condivisione può essere sviluppata in maniera ottima. Anche cimentarsi in nuove cose, sperimentare, ovviamente insieme, salderà ancora di più la vostra unione (compreso il ridere insieme delle difficoltà che l'approccio ad una nuova attività, un nuovo hobby può portare).

Ricordatevi sempre di dirvi cosa sentite l'uno per l'altra. Sentirsi amati non sempre è così scontato, abbiamo bisogno di essere rassicurati, di sentircelo dire, per essere felici. Non cadete nella tentazione di pensare che ormai per voi, coppia consolidata, queste cose siano scontate. Inoltre, in ogni coppia possono sorgere dubbi, piccoli motivi di insoddisfazione, e cose del genere. Non pensiate che tacere, e aspettare che le cose vadano a posto da sole, così da evitare una discussione, sia la via migliore. Cercate sempre di mettere a parte il vostro partner di ciò che vi angustia.

Sebbene per molti la voglia di vivere in simbiosi con il proprio partner, essendo innamoratissimi, è una tentazione grande, cercate di ricordarvi che è importante per ognuno mantenere, anche all'interno della coppia, la propria identità. E, con essa, ovviamente, anche i propri spazi, indipendenti da quelli del compagno/a. Perciò non spaventatevi nè scandalizzatevi se l'altro vi chiede dei tempi per sè, per esercitare i propri personali hobby o per qualsiasi altra cosa, anzi, siate voi a proporlo se notate che questa fetta di vita gli manca, poiché prima o poi se ne renderà conto, e ciò potrebbe creare inutili problemi all'interno della coppia. In più, è importante cedere, e venirsi incontro.

Un altro punto su cui focalizzarsi trattando della vita di coppia è quello della gelosia. Dovete considerarla assolutamente come una cosa stupida e dannosa. Tenere legato a voi il partner in ogni momento della giornata, controllarlo a vista qualsiasi cosa faccia, violarne la privacy spiando i suoi sms, le sue chiamate o i suoi account nei social network... Sono solo alcuni dei comportamenti sbagliatissimi che gli innamorati assumono per gelosia. La fiducia è fondamentale, ed è la prima e più grande manifestazione d'amore.

Non dimenticate mai le romanticherie. Dimostrarvi reciprocamente l'amore spesso anche con sorprese, gesti carini, messaggi dolci e cose del genere è essenziale per la vita del vostro rapporto. Poi, non dimenticate le date. Per ogni coppia ci sono delle ricorrenze importanti (S. Valentino, ad esempio, o il giorno che vi siete incontrati), che sono fantastiche ed imperdibili occasioni per stare insieme e sentirsi amati. Anche nella vita sessuale, sperimentare nuove cose può spezzare la noia della quotidianità e dare nuove scintille alla vostra via a due.



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giovedì 1 ottobre 2015

ABBRACCIAMOCI



Un abbraccio è un gesto volto ad esprimere affetto o amore che consiste nello stringere le braccia e le mani attorno al corpo di un'altra persona. L'abbraccio richiede che il busto delle persone interessate sia combaciante reciprocamente.

Si tratta di una delle forme di effusione più diffuse fra gli umani, insieme al bacio. Rispetto a quest'ultimo, però, viene di norma considerato un'espressione di generico affetto, tanto è vero che nella maggior parte delle culture e società può essere praticato indifferentemente fra familiari e amici, oltre ovviamente che fra amanti, senza limitazioni di sesso o di età e tanto in pubblico quanto in privato senza incorrere in alcuna forma di stigmatizzazione o riprovazione sociale.

In generale, un abbraccio può rappresentare un'effusione romantica o una generica forma di affetto verso una persona, ad esempio un modo per manifestare gioia o felicità nell'incontrare o salutare qualcuno. Alternativamente, un abbraccio può essere volto a confortare o rincuorare qualcuno. In definitiva, si tratta di un gesto che esprime affetto in una vasta gamma di gradi.

Esistono evidenze scientifiche secondo le quali gli abbracci avrebbero un effetto benefico a livello fisiologico: alcuni studi avrebbero infatti dimostrato come essere abbracciati aumenti il livello di ossitocina e abbassi contemporaneamente la pressione sanguigna.



L'abbraccio è una vera e propria terapia per il mantenimento della salute e del benessere. E' un gesto primordiale e rappresenta il primo momento di contatto tra la mamma e il bambino dopo la sua nascita.

Un semplice abbraccio ha effetti benefici sull'ossigenazione del sangue. Il potere dell'abbraccio è nel contatto tra due corpi. Quando abbracciamo una persona, rafforziamo il suo organismo stimolando la produzione di emoglobina, che trasporta l'ossigeno ai tessuti. Quando essi ricevono ossigeno, hanno con sé una nuova energia che permette al nostro corpo di ringiovanire.

L'abbraccio è parte di un vero e proprio percorso di guarigione. E' per questo che si parla talvolta di abbraccio-terapia. Gli abbracci stimolano nel nostro organismo la produzione di sostanze benefiche che permettono l'autoguarigione e l'autoriparazione delle cellule e dei tessuti. Abbracciare un ammalato, dal punto di vista interiore, regala un piccolo momento di sollievo.

L'abbraccio è un gesto reciproco e gratuito. Un abbraccio non costa nulla e non richiede molto tempo. E' un vero e proprio dono reciproco, benefico per entrambe le persone che si abbracciano, che si donano calore e conforto a vicenda. E' inoltre un gesto positivo di riappacificazione. Aiuta le persone a sfogarsi e ad aprirsi agli altri.

Ricevere e donare un abbraccio migliora l'autostima e le capacità intellettive, oltre che le competenze linguistiche e il QI nei bambini. Studi scientifici hanno dimostrato che in generale questo gesto reciproco favorisce l'autostima e le capacità mentali sia della persona che abbraccia che di chi viene abbracciato.



L'abbraccio può essere considerato come una terapia naturale e completamente gratuita contro la depressione. Gli scienziati del Canadian Community Health Survey hanno scoperto che coloro che ricevono frequenti dimostrazioni di affetto, che si manifestano con abbracci e carezze, presentano un rischio inferiore di andare incontro a depressione e disturbi mentali rispetto a coloro a cui non vengono mai dedicati gesti gentili.

Abbracciarsi è un ottimo rimedio per alleviare lo stress. Lo hanno dimostrato gli scienziati della Medical University di Vienna. Il merito è dell'ossitocina, una sostanza conosciuta come ormone del buonumore. L'ossitocina viene rilasciata dal nostro organismo durante gli abbracci, contribuendo a contrastare lo stress. L'effetto antistress dell'abbraccio sarebbe maggiore tra persone che si conoscono e che si vogliono bene.

L'abbraccio è il più naturale e spontaneo gesto d'affetto tra mamma e bambino. Se il bambino piange, non c'è nulla di più efficace di un abbraccio per calmarlo. Solo l'abbraccio della mamma può calmare realmente il neonato. La psicoterapeuta statunitense Virginia Satir diceva: "Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere. Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute. Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere".

Abbracciarsi migliora la memoria. Per stimolare il nostro cervello a ricordare meglio ciò che di importante ci accade, impariamo ad abbracciarci più spesso. Come nel caso dell'effetto antistress dell'abbraccio, il merito sarebbe ancora una volta della produzione di ossitocina, come sottolineato da parte dei ricercatori austriaci. Se tra le due persone che si abbracciano esiste una fiducia reciproca, la terapia dell'abbraccio funziona meglio.



Un semplice abbraccio contribuisce a migliorare la salute del cuore. Uno studio pubblicato su Psychosomatic Medicine ha evidenziato che gli abbracci producono degli effetti positivi sulla salute del cuore, con particolare riferimento alle donne. Nelle donne, dopo una serie di abbracci, è stato evidenziato un calo della pressione sanguigna e del cortisolo, a beneficio del cuore e della circolazione sanguigna.

In caso di ansia e panico l'abbraccio può diventare una vera e propria terapia. La produzione di ormoni del benessere nel corso di un abbraccio è in grado di stimolare una sensazione di maggiore calma e di pace. La stimolazione della produzione di endorfine avviene grazie agli abbracci frequenti. Per ottenere degli effetti positivi dagli abbracci, a parere degli esperti, ne sono necessari da 4 a 12 al giorno. 4 abbracci al giorno sono sufficienti per mantenere la normale tranquillità, mentre la dose massima di abbracci contribuisce ad alleviare ansia e angoscia.

Nella nostra società il contatto fisico è di frequente ridotto al minimo: lentamente ci siamo disabituati a toccare ed essere toccati. Al contrario, diversi studi hanno dimostrato l'importanza degli abbracci, non solo per lo sviluppo dell'autostima dei bambini, bensì come terapia anti-ansia, capace di influire positivamente sull'umore e aumentare il senso di sicurezza di cui ha bisogno ognuno di noi.

Un team di ricerca appartenente alla School of Medicine dell'Università della California, San Diego, ha sottolineato che esperienze piacevoli collegato al tatto, quale l'abbraccio, provocano una risposta positiva da parte dell'organismo. Lo stimolo emotivo agirebbe direttamente sull'amigdala, con il conseguente aumento nella produzione di ossitocina.



Fondamentale nella sessualità e comunicazione umana, l'ossitocina è un ormone secreto dalla neuroipofisi, il cui ruolo si rivela centrale durante il parto e nell'allattamento. Grazie all'ossitocina, infatti, la muscolatura dell'utero viene sollecitata dando origine alle contrazioni del travaglio e del parto. Secondo gli studi una donna possiede in media livelli di ossitocina superiori del 30% rispetto all'uomo. In generale, in entrambi i sessi la presenza di ossitocina è stata messa in relazione con la presenza e la capacità di sviluppare legami in senso emotivo e sociale, oltre che dal punto di vista sessuale.

Quando agitazione e inquietudine ci assalgono un abbraccio può essere salvifico. Abbracciare non costa nulla, non si fa per senso del dovere, né può essere imposto. Al contrario, quando un braccio diventa totale allora produce una risposta emotiva potente. Impara a ricevere e dare gli abbracci con tutto te stesso: abbandonati all'altro, lasciati cullare e avvolgere. Quando sei tu a farlo, abbraccia facendo sentire all'altro la forza del contatto, dalla pancia alle braccia. Una terapia a base di emozioni è capace di scuotere e far uscire dall'isolamento, combatte il senso di solitudine, riattiva la connessione fra noi e gli altri.

Secondo i ricercatori della Canadian Community Health Survey chi riceve frequenti abbracci e carezze ha un rischio inferiore di cadere vittima della depressione. Abbraccia rafforza l'autostima e aumenta la fiducia, sia durante l'infanzia, sia nell'età adulta. Perché in fondo ciò di cui abbiamo tutti bisogno in certe giornate è semplicemente un abbraccio che viene dal cuore: un gesto primordiale che vale più di mille parole.
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lunedì 28 settembre 2015

AMICO CANE



La storia d’amicizia tra cane e uomo si perde nella notte dei tempi, ma le innumerevoli conseguenze di questa “unione” sono, oggi più che mai, sotto i nostri occhi.
Il verbo“addomesticare”,di derivazione latina, nasce da “domesticus” che significa “appartenente alla casa”. La parola stessa ci suggerisce, quindi, che “addomesticare un animale”, vuol dire qualcosa di più che “renderlo sottomesso ai nostri bisogni”, o “assoggettarlo alle nostre volontà”, bensì indica la possibilità di farlo entrare nella casa e quindi nei luoghi prettamente umani. E’ da notare che usualmente, questo verbo viene, infatti, usato solo per razze quali cane e gatto, quelle con il quale l’uomo, negli anni, ha istaurato un rapporto tipicamente affettivo e non solo utilitaristico.

I primi tentativi d’addomesticamento del cane sembra risalgano probabilmente ad almeno 12000 anni fa, alla fine del Pleistocene. Le prime tracce pittoriche, rinvenute in una caverna in Iraq, raffiguranti un cane, sembrano confermare la datazione: nel Neozoico, è quindi lecito pensare che, l’antenato dell’uomo e quello del cane, condividessero territori e, probabilmente, cibo e spazi.



Molte erano le similitudini che accomunavano i due mammiferi:

le loro strutture sociali erano simili, gli uomini si radunavano in tribù o gruppi, i cani in branchi; così come comuni erano alcune loro modalità di comunicazione, quali le espressioni mimiche e gli atteggiamenti di posizione del corpo; sovente entrambi attaccavano prede più grandi loro, impresa questa, che richiedeva uno sforzo di squadra e la divisione dei compiti tra i membri del gruppo.

Quando, nel tardo Paleolitico e all’inizio del Mesolitico, i ghiacci cominciarono a ritirarsi, cani e uomini seguirono la dispersione delle mandrie di grossi animali; attirati dalle carogne cacciate, i cani possono essersi avvicinati agli agglomerati degli uomini, i quali li uccisero per cibarsene; i cuccioli, ormai orfani, possono essere stati presi ed addomesticati, per farne, magari, compagni di caccia.

Dalla sua probabile origine, nel sud-est asiatico, l’addomesticamento del cane si diffuse, ciò spiegherebbe la comparsa, del tutto improvvisa, di cani in Europa ed in Africa, arrivati con le migrazioni umane ed impiantati sul territorio al seguito dei “padroni”.

Introdotto in nuovi territori, il cane si è accoppiato con gli esemplari selvatici autoctoni dando così vita ai diversi ceppi che, negli anni, hanno prodotto le razze più antiche, quali i levrieri, i cani da pastore, i bracchi ed i molossi.

Numerosi studi cinofili, che tengono conto della morfologia delle razze odierne, ipotizzano che, il primo cane con cui l’uomo si è trovato a relazionarsi, non era, come è credenza comune, un lupoide, bensì un molossoide. I resti fossili delle ossa cranio mandibolari degli esemplari ritrovati, dimostrano chiaramente che ci si trovava di fronte ad un cane con muso corto, tozzo con mascella forte e quadrata, segni, questi, distintivi del cane molosso e non certo del lupo selvatico. Il tutto trova riscontro nelle rappresentazioni iconografiche che presentano cani di grande mole, con collo e torace possente e corporatura robusta. Da questi, grazie agli incroci fortuiti e forzati, sono derivate le numerose razze odierne. Da sottolineare che, un sicuro discendente di quegli esemplari tanto antichi e che ancora oggi porta gli inconfondibili tratti di quel cane che fu, è il nostro Mastino Napoletano, che fa parte delle razze autoctone italiane riconosciute.



Con il passare dei secoli e la nascita delle grandi civiltà, il ruolo sociale del cane appare sempre più delineato e rilevante.

Le raffigurazioni dell’animale sono numerose e disseminate in molti territori: bassorilievi Assiro-Babilonesi, ritraggono scene di caccia con uomini e mute di cani; soggiogata la Mesopotamia, Ciro Re di Persia, portò al seguito del suo esercito i quattro zampe trovati nei territori conquistati, tanto era grande la loro possenza.

Le tracce del cane si trovano nella cultura ateniese e, più avanti, in quella romana dove ne appaiono cenni nelle opere di Columella, di Varrone e nel terzo libro delle “Georgiche” di Virglio.

In questi testi, si fa riferimento all’uso e alla diffusione del cane nell’antica Urbe e nelle sue regione; se ne ricava così un quadro assai interessante: il cane, non solo era usato per la guerra o per i giochi con i gladiatori, ma ne è auspicato l’asilo nella propria casa, affinché possa svolgere il suo ruolo di guardiano vigile e fedele.

Nei manoscritti Medioevali, compare la dicitura “cane da pastore” e “cane da guardia”, segno che l’uomo ha imparato sempre meglio a conoscere e sfruttare le attitudini comportamentali di questo animale.

Dal XV secolo in avanti , le espressioni pittoriche mostrano chiaramente come il canis familiaris sia ormai una presenza costante nella vita umana: non c’è infatti tela che rappresenti banchetto reale o battuta di caccia in cui uomo e cane non siano insieme. Infatti in questo secolo, l’arte pittorica, si arricchisce sempre di più; la prevalenza di soggetti sacri decade ed i pittori cominciano a volgere il loro sguardo verso le scene di vita quotidiana. Il quadro diventa espressione e testimonianza di una società: l’artista rappresenta e, di conseguenza, tramanda ai posteri un pezzo di storia, aiuta ad interpretare i vizi e le virtù di un tempo.



In questo contesto va approfondito il filone dell’arte animale, ossia quella moda tanto in voga degli artisti che, a partire dal seicento, ritraggono cani e scene di vita quotidiana dove, con i loro padroni, sono protagonisti in discussi. Ovviamente nel seicento, l’unica classe in grado di commissionare opere, era ancora la nobiltà e sono quindi i Reali del secolo che si fanno ritrarre con i loro amati cani.

Nel settecento, la pittura animale si arricchisce di soggetti: non solo i nobili vogliono essere ritratti con i propri beniamini a quattro zampe, ma li vogliono anche come unici soggetti, per mostrarne la bellezza, la prestanza fisica e la bravura nella caccia, sport molto praticato dall’elitè nobiliare.

Tra settecento e ottocento, la borghesia in piena ascesa, rivendica il suo ruolo sociale. Gli artisti, ormai meno legati al mecenatismo nobiliare, cominciano a descrivere la vita giornaliera; i quadri diventano così specchi che catturano stralci di vita vissuta. Parte essenziale di questa società sono ancora i cani, che non vengono più rappresentati in scene di caccia o in posa con i loro padroni, ma sono ritratti all’interno della famiglia, nella casa di cui fanno parte.

L’inserimento del cane come soggetto nei dipinti, è sintomatico di un atteggiamento psicologico e sociale della classe nobiliare prima e borghese poi, che fa di questo animale una parte essenziale della vita sociale e privata.

Dal Rinascimento in avanti qualcosa quindi cambia nelle dinamiche relazionali tra due e quattro zampe: il cane non è più un membro importante per l’economia della società umana, non si caccia più, se non per sport, l’arte della guerra si è affinata ed i morsi dell’antico mastino sembrano non essere più indispensabili per la vittoria.



È stato un gruppo di ricercatori giapponesi coordinati dal biologo Miho Nagasawa dell’Azabu University a scoprire questo meccanismo. Il loro studio svela che il cane è diventato il migliore amico dell’uomo imparando a guardarlo negli occhi, imitando cioè un comportamento tutto umano
Il sentimento tra noi e gli amici a quattro zampe ha una spiegazione scientifica. Cane e padrone si guardano con gli occhi dell’amore, proprio come fanno madre e figlio. Il forte legame che li unisce passa infatti dallo sguardo: il contatto visivo genera nel cervello di entrambi un’impennata dell’ormone chiamato ossitocina.
Ma non solo: i risultati della ricerca aprono nuovi orizzonti anche per quanto riguarda la pet therapy e in particolare l’uso dei cani nella riabilitazione delle persone autistiche o affette da sindrome post-traumatica da stress.

Per scoprire le radici biologiche dell’amicizia tra uomo e quattro zampe, i ricercatori hanno osservato per 30 minuti il comportamento di 30 cani (15 femmine e 15 maschi di ogni razza ed età) con i loro proprietari (24 donne e 6 uomini), documentando ogni genere di interazione (visiva, tattile o vocale) tra le due specie. Al termine dell’esperimento sono stati misurati i livelli di ossitocina nelle urine di cani e umani, confrontando i valori con quelli registrati prima dell’esperimento.

Dai risultati è emerso che più è prolungato il contatto visivo tra cane e padrone, più aumenta l’ossitocina nel cervello di entrambi.
Per capire se esistesse una relazione di causa-effetto, i ricercatori hanno fatto un secondo esperimento spruzzando l’ossitocina direttamente nel naso dei cani, lasciati poi liberi di avvicinarsi al proprietario come ad altre persone estranee.

Gli effetti sono stati subito evidenti: i cani di sesso femminile hanno risposto all’ormone dell’amore aumentando il tempo trascorso fissando lo sguardo del padrone. A distanza di 30 minuti, l’ossitocina è aumentata anche nel cervello dei loro proprietari, rendendo così evidente l’effetto a catena. Questa ‘corrispondenza di amorosi sensi’, però, non è innata, ma si è sviluppata nel corso dell’evoluzione. I ricercatori lo hanno scoperto sottoponendo agli stessi esperimenti alcuni lupi allevati dall’uomo: nessuno di loro ha mai mostrato comportamenti simili a quelli osservati nei cani. Ciò potrebbe significare che questo meccanismo biologico di attaccamento si è sviluppato contemporaneamente nell’uomo e nel cane nel corso della loro millenaria convivenza.






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