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giovedì 5 gennaio 2017

SIRENE E CANI



L’ululato è una vocalizzazione che ricorda all’essere umano il lupo che ulula alla luna e che, in un certo senso, mantiene il legame tra il cane e questo suo antenato selvaggio.

Succede spesso che i cani emettano questo suono quando sentono le sirene di un’ambulanza o il fischiare di un treno, ma in realtà gli stimoli che possono suscitare questa reazione possono essere anche altri, come la suoneria di un cellulare o il suono delle campane o di alcuni strumenti musicali. Analizzato nel suo significato profondo, l’ululato è un richiamo, il richiamo di un animale solo che sta cercando altri simili. Molto probabilmente, quindi, l’ululato emesso dal cane al passaggio di un’ambulanza a sirene spiegate deve essere interpretato come una sorta di risposta ad un segnale sonoro che esso interpreta come il richiamo di un suo simile, tenendo presente che l’animale percepisce un suono in uno spettro di frequenze molto più ampio di quando non faccia un essere umano, e può quindi trovare similitudini in rumori che al nostro orecchio sembrano molto diversi. Un’altra spiegazione a questo comportamento è che il fischio della sirena possa essere fastidioso per il cane, che quindi esprime ululando questo suo malessere fisico. Si tratta comunque di un segnale di disagio ed un padrone attento deve sempre cercare di risolverlo, soprattutto rassicurando il cane, ricordando che questo suono può essere emesso anche se l’animale si trova in un ambiente troppo piccolo o non salutare.

A volte un cane che ulula lo fa “ a catena” rispetto ad un altro suono che ha sentito e che non gli è piaciuto, anzi, gli ha dato fastidio. Potrebbe essere la suoneria di un telefono, il campanello di casa o il citofono. Anche dall’esterno suoni “cattivi” possono aver raggiunto il nostro cane che ulula, come il rumore di treni o elicotteri, le tante sirene che si sentono, per chi abita in città, dalla strada, per non parlare degli allarmi di appartamento o automobile, che in estate sembrano particolarmente accaniti sul nostro sonno, umano e canino.

Non per forza ad un altro cane, magari anche ad un essere umano, ma il cane che ulula spesso sta rispondendo ad un verso che ha individuato come primo ululato. Le sirene possono essergli sembrate un ululato, ma anche altri suoni in apparenza più distanti e che per questione di frequenze, destano il cane che ulula, anche se ultrasuoni.

E’ spesso questo il caso dei cani che rispondono con l’ululato ad una sirena che ascoltano in lontananza. Alcune sirene difatti possono avere frequenze di emissione simili all’ululato, e cani particolarmente sensibili e desiderosi di contatto sociale possono rispondere con una simile vocalizzazione, così come appunto i lupi fanno per riunire e consolidare il branco di un grande territorio. A volte il rispondere a stimoli sonori diversi come appunto sirene, campane, suonerie di cellulari potrebbe però avere un significato da ricercarsi nell’apprendimento che i cuccioli hanno avuto nei primi mesi di vita da parte del genitore che, a tali stimoli usa abbaiare o replicare con l’ululato.

Un cane che ulula quando cantiamo o suoniamo non è un atto di protesta per la scelta della melodia o per le eventuali stonature. Si tratta di un atto sociale, per il cane che ulula. Il significato in questo caso è quello più evidente: il cane che ulula intende cantare con noi. Unire le voci, per lui, è occasione di aggregazione, e avrebbe molto da insegnarci il cane che ulula, se avesse anche la parola, spiegando quanto è semplice ma intriso di significato questo gesto .

Un animale che sta senza nessuno con cui interagire per molto tempo, a volte anche per poco ulula. Può essere il desiderio di compagnia o di una specifica persona, un amante o una amante, o anche di una cosa. E lì si sfiora anche il capriccio: dipende che cosa è questo qualcosa. A volte è anche bisogno di compagnia per sentirsi protetto, come il lupo che ulula perchè non sente vicino il capobranco, il cane che ulula non sente vicino il padrone.



Se il cane è spesso chiuso in un ambiente troppo stretto, con poca aria, poca luce, o in un posto troppo caldo o troppo freddo, è un cane che ulula per questo motivo.

Quando un cane che ulula è perché è troppo rinchiuso è bene che ripensiamo al suo ambiente guardando che sia innanzitutto salubre, ben areato e pulito. Se teniamo il cane in un appartamento, cerchiamo di portalo spesso fuori, in spazi aperti: ha la necessità, comprensibile, di sfogare la sua energia e ulula per dirlo.

Secondo un’antica credenza popolare, un cane che ulula è il segnale inequivocabile di morte, come se l’animale avesse poteri particolari, da preveggente. Quando poi lo fa in modo insolito e improvviso, secondo molto antichi, ma anche per qualche moderno credulone, il cane che ulula “chiama” la morte, avvisa che il pericolo è alle porte, saluta l’anima che se ne sta andando e che solo lui vede.

Un’altra leggenda sul cane che ulula, se lo fa per tre giorni, è che l’animale stia avvisando che in famiglia sta per arrivare un lutto. Il cane che ulula nella smorfia napoletana, è il 62.



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domenica 24 luglio 2016

IL CANE ALLA CATENA



Legare un cane alla catena equivale a privarlo della sua libertà di movimento, della sua vita: spesso si vedono cani di grossa taglia, con lo sguardo triste, perennemente legati ad una catena di ferro, sempre troppo corta per le loro esigenze.

Purtroppo non esiste una norma nazionale di riferimento, ma unicamente dei regolamenti comunali che ogni singolo comune deve applicare per il benessere e la tutela degli animali domestici. In particolare vi sono degli standard che devono essere rispettati se si decide di mantenere un cane legato alla catena per alcune ore al giorno.

La catena deve essere sufficientemente lunga da consentire all’animale i normali movimenti del cane come sedersi, sdraiarsi, camminare;
deve essere dotata di due moschettoni rotanti ad entrambe le estremità, per evitare lo strangolamento nel caso in cui l‘amico a quattro zampe tiri;
la catena deve avere un’estremità agganciata al collare del cane e l’altra estremità agganciata ad un filo metallico teso tra due punti, attraverso un anello scorrevole: il filo deve essere lungo essere lungo da 3, 6 o 8 metri a seconda dei regolamenti comunali, in maniera tale da evitare che la catena si attorcigli intorno ad un palo impedendo così i normali movimenti del cane;
il collare del cane a cui è agganciata la catena deve essere del tipo morbido, inoltre lo stesso ha comunque diritto ad almeno due passeggiate giornaliere libero dalla catena;
il cane legato alla catena deve poter raggiungere liberamente la propria cuccia, la cui presenza è obbligatoria per proteggerlo da pioggia, vento, caldo o altri eventi atmosferici: nel caso in cui questo sia detenuto in una zona senza riparo dal sole è obbligatoria la presenza di una tettoia che dia riparo sia al cane che alla cuccia;
nella zona di detenzione del cane deve essere presente sempre una ciotola contenente acqua fresca che si possa raggiungere senza difficoltà.

Se il giardino o proprietà sono “aperti”, basterebbe recintarli o almeno creare un grande “serraglio” con tutte le comodità per il nostro amico a 4 zampe, così che possa comunque correre e sgambettare in uno spazio tutto suo. Altrimenti, se non s’intende recintare o costruire un recinto adeguato è meglio non adottare un cane o sceglierne uno di taglia piccola da tenere in casa con sé.

Una credenza popolare vuole che legando il cane alla catena diventi un guardiano migliore, capace di scoraggiare qualsiasi malintenzionato. Non è vero. Si tratta invece di una crudeltà ingiustificata, una vera e propria tortura psicologica, capace di provocare danni irreparabili nel carattere dell’animale.
Se legato, il cane non migliora la sua capacità di fare la guardia ma al contrario può diventare pericoloso, non solo per gli estranei ma anche per il padrone stesso. Viene completamente alterato il suo equilibrio e il suo senso della proprietà per cui, incapace di riconoscere l’amico del nemico, pensa solo a difendere il poco spazio che ha a disposizione, a volte con una esagerata aggressività.



La catena riduce infatti la cosiddetta “distanza critica”, uno spazio vitale superato il quale il cane si sente talmente minacciato da attaccare senza esitazione. Ecco la ragione di alcuni tragici incidenti. Il cane azzanna il padrone e questo si dimostra allibito di fronte al tradimento del proprio animale. In questi casi l’opinione pubblica punta spesso il dito contro il cane, bollandolo con termini tipo “assassino” e “traditore”. Ma la responsabilità non è del cane. Come scrive Desmond Morris, il grande etologo inglese, “Non esistono cani cattivi. Solo cattivi padroni.”
E’ difficile comprendere le torture che un cane subisce quando viene legato. Vive in uno stato di perenne abbattimento, frustrazione e mortificazione. Gli è impossibile, per esempio, soddisfare le esigenze del suo olfatto sviluppatissimo. Al posto del naso il cane ha un vero computer: il suo olfatto è un milione di volte più sviluppato del nostro. E’ in grado di capire addirittura l’umore delle persone dal cambiamento del loro odore. Quando poi un estraneo arriva in casa, il cane si precipita ad annusarlo, in modo da “schedarlo”, come se avesse letto il suo biglietto da visita. Gli odori rappresentano un mondo intero, a noi inaccessibile. Cercare e trovare nuovi odori, è per il cane come per una persona leggere un buon libro: lo arricchisce, stimola la sua intelligenza e la sua capacità di apprendere. Ma legato alla catena tutto questo gli viene negato. Gli odori che si trovano nello spazio a sua disposizione con il tempo diventano talmente familiari da perdere qualsiasi interesse. A pochi metri di distanza ce ne sono di sconosciuti e stimolanti ma è impossibile raggiungerli. Privato così della parte più importante del suo modo di essere, il cane diventa vittima della noia. Ogni diversivo si trasforma in un impellente bisogno. Il cane attende con ansia il momento del pasto, spesso l’unica occasione che ha di vedere il padrone. Mangiare diventa la sua occupazione. Ingrassa e non può smaltire le calorie in eccesso perché non può fare del moto. Spesso si ammala.
C’è anche un’altra cosa da tenere presente. Nessun cane sporca nei pressi dello spazio dove mangia e dorme. E’ un comportamento innato, che il cane impara a seguire fin da cucciolo senza alcun insegnamento. Un cane a catena è invece costretto a sporcare nelle vicinanze della cuccia, andando quindi contro la sua stessa natura.
Ma la più grande sofferenza è la mancanza di socialità che il restare alla catena comporta. Per il cane non esiste niente di peggiore. Jeffrey Masson, psicologo e autore di splendidi libri sugli animali, definisce la solitudine “la grande paura del cane”. E’ un animale altamente sociale, che si realizza pienamente solo quando è parte di un gruppo. Per un cane il contatto fisico è vitale. Per lui partecipare alle attività del suo gruppo è come l’aria per respirare. Ma legato alla catena, è escluso, messo da parte. Vede e sente gli altri membri del suo branco, la sua famiglia umana, interagire tra di loro ma lui è immobilizzato lontano. Il suo mondo è completamente distrutto.


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lunedì 12 ottobre 2015

IL POSTINO E IL CANE



Il portalettere al mattino scorre velocemente tutta la posta, guarda ogni indirizzo sulle buste, cataloga per prodotto e mette in ordine per recapitare i plichi  lungo il suo giro di clienti sul territorio a lui affidato.
Arriva quindi in strada e si reca all'indirizzo indicato sulla busta e qui cominciano i problemi...

C'è un cane sciolto intorno all'abitazione, il proprietario dice che è innocuo o peggio, non c'è nessuno ma c'è il cane ... il portalettere magari ha paura ma si fa forza e si fa avanti... il cane la morsica ad una gamba e non la molla... e così il postino o la postina si infortuna sul lavoro ed il giorno seguente non sarà presente per recapitare la posta.
Vi sarete senza dubbio chiesti perché il vostro amico a quattro zampe non sopporti la vista del postino. A spiegarlo è Mental Floss. Il segreto è semplice: la vista di un estraneo vestito con color sgargianti – quasi sempre i postini che si muovono in bicicletta o in scooter indossano un giubbotto con i catarifrangenti – eccita Fido, che si mette ad abbaiare. Anche se il vostro non è un cane da guardia, percepisce il postino come un intruso, e il suo compito è quello di cacciarlo via. Il postino si avvicina, il cane abbaia, il postino lascia le lettere nella cassetta e se ne va. Il cane, a questo punto, pensa qualcosa tipo: «Ehi, ha funzionato! Basta abbaiare e l’invasore si dà alla fuga!». Il giorno dopo la storia si ripete. Fido “sa” che basta abbaiare per cacciare via il postino, il cui compito, invece, è soltanto quello di consegnare la posta e girare i tacchi. E se pensate che la storia del vecchio cane che rincorre il postino sia falsa vale la pena snocciolare dei numeri: – nel 2014 sarebbero stati 5767 i postini che si sono presi un morso da un cane troppo zelante. Una media di 16 al giorno.

La presenza di una cospicua popolazione di cani rappresenta, ormai da tempo, un tratto distintivo delle nostre comunità. A chi svolge un servizio pubblico, come i portalettere, può capitare di trovarsi di fronte a situazioni che possono diventare sgradevoli o, addirittura, pericolose, come testimoniato dalle statistiche che rivelano che le aggressioni da cane rappresentano la seconda causa di infortunio sul lavoro.

Una delle cause della incidenza crescente di episodi pericolosi nella convivenza con i cani è individuata dagli addetti ai lavori nella inconsapevolezza con la quale si acquista un animale. Ogni razza canina ha proprie e ben definite caratteristiche comportamentali, delle quali bisogna tener conto al momento dell'acquisto, evitando scelte basate su valutazioni di carattere puramente estetico o ispirate alla moda del momento che, spesso, sono all’origine di successivi problemi di convivenza.


Il cane ha sviluppato una serie di segnali che, se conosciuti, possono essere utilizzati per prevenire le aggressioni e per ridurre la tensione. Questi segnali, detti per l’appunto calmanti, comprendono posture e movimenti particolari e possono essere utilizzati anche nella comunicazione uomo-cane.

Lo spostamento della testa in senso laterale, che comporta quindi l'assenza di contatto visivo, è una forma con cui si comunica che non si cerca il conflitto. Il cane può usare questo gesto quando un altro cane si sta avvicinando, magari troppo in fretta. Spesso il girare la testa di lato fa parte proprio del cerimoniale di saluto tra cani, due cani si incontrano, girano entrambi la testa per un attimo e poi si annusano felicemente. Altre volte il cane usa questo gesto per comunicare un disagio all'interno di una certa situazione, ad esempio se qualcuno gli posa la mano sulla testa, che è per lui un chiaro segnale di dominanza.

Due cani che si incontrano normalmente non si avvicinano in modo di retto tra loro, ma avanzeranno facendo un semicerchio. Tale gesto ha un forte potere calmante per il cane ed è facilmente fattibile anche da noi esseri umani. Avvicinandoci ad un cane sconosciuto o vistosamente preoccupato, potremmo fare un semicerchio per raggiungerlo, magari ruotando la testa di lato e senza guardarlo negli occhi.

Restringere gli occhi facendo diventare lo sguardo più dolce, abbassare le palpebre, non guardare in maniera minacciosa, sono segnali molto tranquillizzanti.

Di solito i cani trovano molto rilassante girarsi di lato o dare le spalle. Quando un cane ringhia ad un altro è facile vedere questo ultimo girarsi di schiena; spesso i cani lo fanno anche quando vogliono essere coccolati dal padrone, si appoggiano alle gambe del proprietario con il fianco. Le persone potrebbero a loro volta usare questo atteggiamento proprio per calmare una situazione, ad esempio quando un cane sta giocando un po' troppo irruentemente, oppure quando il cane salta addosso ripetutamente anche solo per fare le feste.

Lo stare immobile è una tipica tattica per sfuggire ad una aggressione ed è innata in tutti gli animali. Stando fermo davanti ad un altro cane, magari più grande per mole o età, l'animale cerca di dimostrarsi passivo, inoffensivo. Una persona, che non conosce il cane che gli sta venendo incontro, stando ferma e facendosi annusare, darà un segno calmante all'animale.

Il movimento lento ha per il cane un forte senso calmante. Spesso il cane lo mette in atto quando vede un altro cane sconosciuto o quando stanno succedendo troppe cose intorno a lui. Fare gesti lenti al proprio cane, specialmente se vogliamo fargli fare qualcosa che non ama particolarmente, ad esempio mettergli la pettorina, può aiutarlo.

Il cane può usare lo sbadiglio quando è ansioso, spaventato, stressato, agitato. In ogni caso sta comunicando un disagio abbastanza forte. Essendo questo un segnale calmante di forte intensità può essere usato anche dagli uomini per far rilassare i cani, un proprietario può cominciare a sbadigliare se il cane gioca troppo irruentemente, se vede il cane impaurito da qualcosa o da qualcuno.

Quasi sempre se un cane morde, prima di farlo dà un segnale.



Se un cane ci morde è perché, quasi sicuramente, l’abbiamo infastidito, ad esempio entrando in casa sua senza le dovute cautele o provocandolo con giochi e attenzioni non gradite; insomma nella maggior parte dei casi il cane non morde per bizzarria ma risponde ad un atteggiamento umano.

Nel rapporto uomo cane, dunque, è l’uomo, cioè quello dei due che ha una comunicazione più complessa a dover capire e interpretare il linguaggio dell’animale per prevenire spiacevoli situazioni e far si che il rapporto sia sempre sereno. Ad un messaggio preciso e coerente da parte dell’uomo ci si può aspettare sempre una risposta precisa e coerente del cane. Viceversa se si riesce ad interpretare correttamente il linguaggio del cane, questo non riserverà brutte sorprese. I linguaggio del cane può essere paragonato allo studio di una lingua straniera. Il cane si esprime solo parzialmente utilizzando la voce con abbai, ringhi, guaiti, ululati mentre la maggior parte della comunicazione avviene per via non verbale utilizzando il corpo. Il primo errore in cui non si deve incorrere è quello di umanizzare il cane. Non attribuire, dunque, a un animale sentimenti, reazioni, emozioni, pensieri e intelligenza di tipo umano. L’interpretazione degli atteggiamenti del cane deve quindi liberarsi da qualsiasi tentazione di definire umani un atteggiamento, un comportamento, un’espressione dell’animale. Le principali zone del corpo utilizzate dal cane per comunicare sono coda, orecchie, muso (occhi, naso, bocca) e il pelo. All’analisi delle singole parti deve poi seguire un’interpretazione. Capendo cosa ci sta comunicando il cane saremo in grado di comportarci in maniera corretta con lui evitando situazioni spiacevoli.

Un cane tranquillo, in una situazione di attenzione ma non di eccitabilità, di solito porta la coda abbassata, senza alcuna tensione nel corpo. Ha le mascelle rilassate, magari la bocca semi aperta. Si muove liberamente e tiene la testa alta. Le orecchie possono essere erette.

Quando vuole giocare il cane tende ad abbassarsi con la parte anteriore del corpo, quasi fino ad accovacciarsi. In questa situazione può emettere latrati, di solito caratterizzati da note alte, può scodinzolare, o saltare avanti ed indietro. Il pelo della groppa può essere eretto, in segno di eccitazione. Con questa postura il cane sta avvisando l’altro che tutto ciò che farà dopo sarà un gioco, uno scherzo, un modo per divertirsi insieme. Le orecchie possono essere erette o indietro.

Nell’atto di sottomissione il cane si metterà su un fianco, mostrando il ventre. Spesso tenderà ad alzare anche la gamba posteriore, in segno di resa e di vulnerabilità. Le orecchie sono indietro. La coda è abbassata o in mezzo agli arti posteriori. La testa è abbassata per evitare qualsiasi contatto visivo. Con questo comportamento il cane sta dimostrando il suo essere inerme, la sua totale mancanza di aggressività.

Il cane mostra i denti ed emette di solito un ringhio sordo e prolungato. Le orecchie sono abbassate e portate indietro. L’intero corpo è teso e pronto al movimento. Il pelo del dorso è eretto. La coda è tenuta bassa e rigida. Con questo comportamento il cane sta dicendo che si sente minacciato da qualcosa o qualcuno; ha paura e per questo sta cercando a sua volta di intimorire l’avversario.





lunedì 28 settembre 2015

AMICO CANE



La storia d’amicizia tra cane e uomo si perde nella notte dei tempi, ma le innumerevoli conseguenze di questa “unione” sono, oggi più che mai, sotto i nostri occhi.
Il verbo“addomesticare”,di derivazione latina, nasce da “domesticus” che significa “appartenente alla casa”. La parola stessa ci suggerisce, quindi, che “addomesticare un animale”, vuol dire qualcosa di più che “renderlo sottomesso ai nostri bisogni”, o “assoggettarlo alle nostre volontà”, bensì indica la possibilità di farlo entrare nella casa e quindi nei luoghi prettamente umani. E’ da notare che usualmente, questo verbo viene, infatti, usato solo per razze quali cane e gatto, quelle con il quale l’uomo, negli anni, ha istaurato un rapporto tipicamente affettivo e non solo utilitaristico.

I primi tentativi d’addomesticamento del cane sembra risalgano probabilmente ad almeno 12000 anni fa, alla fine del Pleistocene. Le prime tracce pittoriche, rinvenute in una caverna in Iraq, raffiguranti un cane, sembrano confermare la datazione: nel Neozoico, è quindi lecito pensare che, l’antenato dell’uomo e quello del cane, condividessero territori e, probabilmente, cibo e spazi.



Molte erano le similitudini che accomunavano i due mammiferi:

le loro strutture sociali erano simili, gli uomini si radunavano in tribù o gruppi, i cani in branchi; così come comuni erano alcune loro modalità di comunicazione, quali le espressioni mimiche e gli atteggiamenti di posizione del corpo; sovente entrambi attaccavano prede più grandi loro, impresa questa, che richiedeva uno sforzo di squadra e la divisione dei compiti tra i membri del gruppo.

Quando, nel tardo Paleolitico e all’inizio del Mesolitico, i ghiacci cominciarono a ritirarsi, cani e uomini seguirono la dispersione delle mandrie di grossi animali; attirati dalle carogne cacciate, i cani possono essersi avvicinati agli agglomerati degli uomini, i quali li uccisero per cibarsene; i cuccioli, ormai orfani, possono essere stati presi ed addomesticati, per farne, magari, compagni di caccia.

Dalla sua probabile origine, nel sud-est asiatico, l’addomesticamento del cane si diffuse, ciò spiegherebbe la comparsa, del tutto improvvisa, di cani in Europa ed in Africa, arrivati con le migrazioni umane ed impiantati sul territorio al seguito dei “padroni”.

Introdotto in nuovi territori, il cane si è accoppiato con gli esemplari selvatici autoctoni dando così vita ai diversi ceppi che, negli anni, hanno prodotto le razze più antiche, quali i levrieri, i cani da pastore, i bracchi ed i molossi.

Numerosi studi cinofili, che tengono conto della morfologia delle razze odierne, ipotizzano che, il primo cane con cui l’uomo si è trovato a relazionarsi, non era, come è credenza comune, un lupoide, bensì un molossoide. I resti fossili delle ossa cranio mandibolari degli esemplari ritrovati, dimostrano chiaramente che ci si trovava di fronte ad un cane con muso corto, tozzo con mascella forte e quadrata, segni, questi, distintivi del cane molosso e non certo del lupo selvatico. Il tutto trova riscontro nelle rappresentazioni iconografiche che presentano cani di grande mole, con collo e torace possente e corporatura robusta. Da questi, grazie agli incroci fortuiti e forzati, sono derivate le numerose razze odierne. Da sottolineare che, un sicuro discendente di quegli esemplari tanto antichi e che ancora oggi porta gli inconfondibili tratti di quel cane che fu, è il nostro Mastino Napoletano, che fa parte delle razze autoctone italiane riconosciute.



Con il passare dei secoli e la nascita delle grandi civiltà, il ruolo sociale del cane appare sempre più delineato e rilevante.

Le raffigurazioni dell’animale sono numerose e disseminate in molti territori: bassorilievi Assiro-Babilonesi, ritraggono scene di caccia con uomini e mute di cani; soggiogata la Mesopotamia, Ciro Re di Persia, portò al seguito del suo esercito i quattro zampe trovati nei territori conquistati, tanto era grande la loro possenza.

Le tracce del cane si trovano nella cultura ateniese e, più avanti, in quella romana dove ne appaiono cenni nelle opere di Columella, di Varrone e nel terzo libro delle “Georgiche” di Virglio.

In questi testi, si fa riferimento all’uso e alla diffusione del cane nell’antica Urbe e nelle sue regione; se ne ricava così un quadro assai interessante: il cane, non solo era usato per la guerra o per i giochi con i gladiatori, ma ne è auspicato l’asilo nella propria casa, affinché possa svolgere il suo ruolo di guardiano vigile e fedele.

Nei manoscritti Medioevali, compare la dicitura “cane da pastore” e “cane da guardia”, segno che l’uomo ha imparato sempre meglio a conoscere e sfruttare le attitudini comportamentali di questo animale.

Dal XV secolo in avanti , le espressioni pittoriche mostrano chiaramente come il canis familiaris sia ormai una presenza costante nella vita umana: non c’è infatti tela che rappresenti banchetto reale o battuta di caccia in cui uomo e cane non siano insieme. Infatti in questo secolo, l’arte pittorica, si arricchisce sempre di più; la prevalenza di soggetti sacri decade ed i pittori cominciano a volgere il loro sguardo verso le scene di vita quotidiana. Il quadro diventa espressione e testimonianza di una società: l’artista rappresenta e, di conseguenza, tramanda ai posteri un pezzo di storia, aiuta ad interpretare i vizi e le virtù di un tempo.



In questo contesto va approfondito il filone dell’arte animale, ossia quella moda tanto in voga degli artisti che, a partire dal seicento, ritraggono cani e scene di vita quotidiana dove, con i loro padroni, sono protagonisti in discussi. Ovviamente nel seicento, l’unica classe in grado di commissionare opere, era ancora la nobiltà e sono quindi i Reali del secolo che si fanno ritrarre con i loro amati cani.

Nel settecento, la pittura animale si arricchisce di soggetti: non solo i nobili vogliono essere ritratti con i propri beniamini a quattro zampe, ma li vogliono anche come unici soggetti, per mostrarne la bellezza, la prestanza fisica e la bravura nella caccia, sport molto praticato dall’elitè nobiliare.

Tra settecento e ottocento, la borghesia in piena ascesa, rivendica il suo ruolo sociale. Gli artisti, ormai meno legati al mecenatismo nobiliare, cominciano a descrivere la vita giornaliera; i quadri diventano così specchi che catturano stralci di vita vissuta. Parte essenziale di questa società sono ancora i cani, che non vengono più rappresentati in scene di caccia o in posa con i loro padroni, ma sono ritratti all’interno della famiglia, nella casa di cui fanno parte.

L’inserimento del cane come soggetto nei dipinti, è sintomatico di un atteggiamento psicologico e sociale della classe nobiliare prima e borghese poi, che fa di questo animale una parte essenziale della vita sociale e privata.

Dal Rinascimento in avanti qualcosa quindi cambia nelle dinamiche relazionali tra due e quattro zampe: il cane non è più un membro importante per l’economia della società umana, non si caccia più, se non per sport, l’arte della guerra si è affinata ed i morsi dell’antico mastino sembrano non essere più indispensabili per la vittoria.



È stato un gruppo di ricercatori giapponesi coordinati dal biologo Miho Nagasawa dell’Azabu University a scoprire questo meccanismo. Il loro studio svela che il cane è diventato il migliore amico dell’uomo imparando a guardarlo negli occhi, imitando cioè un comportamento tutto umano
Il sentimento tra noi e gli amici a quattro zampe ha una spiegazione scientifica. Cane e padrone si guardano con gli occhi dell’amore, proprio come fanno madre e figlio. Il forte legame che li unisce passa infatti dallo sguardo: il contatto visivo genera nel cervello di entrambi un’impennata dell’ormone chiamato ossitocina.
Ma non solo: i risultati della ricerca aprono nuovi orizzonti anche per quanto riguarda la pet therapy e in particolare l’uso dei cani nella riabilitazione delle persone autistiche o affette da sindrome post-traumatica da stress.

Per scoprire le radici biologiche dell’amicizia tra uomo e quattro zampe, i ricercatori hanno osservato per 30 minuti il comportamento di 30 cani (15 femmine e 15 maschi di ogni razza ed età) con i loro proprietari (24 donne e 6 uomini), documentando ogni genere di interazione (visiva, tattile o vocale) tra le due specie. Al termine dell’esperimento sono stati misurati i livelli di ossitocina nelle urine di cani e umani, confrontando i valori con quelli registrati prima dell’esperimento.

Dai risultati è emerso che più è prolungato il contatto visivo tra cane e padrone, più aumenta l’ossitocina nel cervello di entrambi.
Per capire se esistesse una relazione di causa-effetto, i ricercatori hanno fatto un secondo esperimento spruzzando l’ossitocina direttamente nel naso dei cani, lasciati poi liberi di avvicinarsi al proprietario come ad altre persone estranee.

Gli effetti sono stati subito evidenti: i cani di sesso femminile hanno risposto all’ormone dell’amore aumentando il tempo trascorso fissando lo sguardo del padrone. A distanza di 30 minuti, l’ossitocina è aumentata anche nel cervello dei loro proprietari, rendendo così evidente l’effetto a catena. Questa ‘corrispondenza di amorosi sensi’, però, non è innata, ma si è sviluppata nel corso dell’evoluzione. I ricercatori lo hanno scoperto sottoponendo agli stessi esperimenti alcuni lupi allevati dall’uomo: nessuno di loro ha mai mostrato comportamenti simili a quelli osservati nei cani. Ciò potrebbe significare che questo meccanismo biologico di attaccamento si è sviluppato contemporaneamente nell’uomo e nel cane nel corso della loro millenaria convivenza.






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mercoledì 5 giugno 2013

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giovedì 1 ottobre 2009

Un giorno un uomo va dal parroco con il suo cane

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Un giorno un uomo va dal parroco con il suo cane. "Don Patrizio, vorrei che battezzasse il mio cane".
"Ma cosa dice? Il cane? Ma è assurdo!"
"Don Patrizio, sono disposto a darle centomila euro!!"
"Nooo, ma non se ne parla, ma dove siamo?"
"E per duecentomila euro?"
"... mah, non so, devo chiedere consiglio al vescovo!"
Il parroco allora va dal vescovo e racconta tutto il fatto. Il vescovo allora: "Battezzare il cane? Ma non se ne parla nemmeno!"
"Ma mi voleva dare duecentomila euro!!!"
"Ah! E va bè, per questa volta ... però quando è ora della cresima gliela voglio fare io."

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