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domenica 8 maggio 2016

LAVORI DESIDERATI



La crisi che sta investendo l’Italia dal 2008 a questa parte ha cambiato, oltre che il mercato del lavoro, anche quelle che erano considerate le professioni più ambite dai giovani. Se una volta diventare ragioniere era l’aspirazione di molti, oggi dopo chiusure, fusioni e perdita di posti di lavoro, il nuovo trend è diventare cuoco, ristoratore o gestore di un agriturismo.

Un sondaggio condotto da Coldiretti ha messo in luce che questa tendenza privilegia sempre di più il settore dell’enogastronomia e dell’ospitalità ovvero i più ambiti per un concreto sbocco lavorativo. Il 54 per cento degli intervistati ha infatti dichiarato che preferirebbe gestire una agriturismo piuttosto che lavorare come dipendente in una banca (13 per cento) o in una multinazionale (21 per cento).

Dati confermati dal 50 per cento degli italiani secondo i quali intraprendere le professioni di agricoltore o di cuoco sia la scelta giusta perchè sono mestieri che risentono poco o nulla della crisi.

“Numeri che testimoniano una vera rivoluzione culturale, con i giovani che hanno visto prima e meglio di altri dove ci sono reali prospettive e di fiducia per l’Italia che per crescere deve tornare a fare l’Italia e puntare su quegli asset di distintività nazionale che garantiscono un valore aggiunto nella competizione globale come il territorio, il turismo, la cultura, l’arte, il cibo e la cucina” ha dichiarato Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti.



I tre lavori più desiderati in Gran Bretagna sono lo scrittore, il bibliotecario e l'accademico, come rivela un sondaggio YouGov, a cui hanno partecipato più di 14.000 persone.

L'indagine suggerisce che il paese, nelle sue aspirazioni di carriera, guarda ai libri, anche perché, sembrano dire i risultati, l'aura di prestigio collegata con una carriera percorsa con un mestiere intellettuale come l'autore di testi o al mondo accademico, è preferibile a lavori che portano solo promesse di ricchezza e status di celebrità.

Essere un autore è stata la scelta più popolare tra gli uomini e le donne: oltre il 60% dei partecipanti al sondaggio l'ha selezionato come il proprio 'lavoro da sogno'.

A seguire, la carriera come bibliotecario (54%) e nel mondo accademico (51%). L'avvocato arriva solo al quarto posto, il giornalista al sesto, dietro al più creativo interior design.

Qualche differenza nelle propensioni, tuttavia, permane se si guarda al genere. Gli uomini sono molto più propensi a voler diventare macchinisti, piloti di Formula 1 e astronauti, mentre le donne sono più propense a voler essere interior designer, bibliotecarie e docenti universitari. Né si disegna la politica. Più del 40% degli intervistati di sesso maschile ha detto che vorrebbe una carriera come parlamentare, rispetto ad appena il 21% delle donne.



Secondo un settimanale esistono lavori da sogno, lavori per i quali dedicheresti anche più di dieci ore al giorno.

Primo fra tutti: CUSTODE DI PARADISE ISLAND. Stipendio che va oltre i 110 mila dollari per sei mesi di lavoro, per svolgere cosa? Saper nuotare ed esplorare Hamilton Island, con tanto di alloggio pagato in una villa con piscina. Al secondo posto c’è la COLLAUDATRICE DI ALBERGHI DI LUSSO, lavoro svolto da Rhiannon Taylor, una donna di 29 anni che ha il compito di viaggiare e valutare gli alberghi a cinque stelle. E’ riuscito a realizzare un sito pieno di recensioni e ovviamente…di pubblicità.

Il terzo lavoro più desiderato è il TESTER DI ACQUA – SCIVOLI, ed è quello che svolge Tommy Linch, un inglese di 32 anni che testa gli scivoli nei parchi acquatici. In pratica il suo compito è quello di controllare l'altezza, la velocità, la quantità d'acqua e tutti gli aspetti di sicurezza degli scivoli prima che i turisti li prendano d'assalto.

Chi non vorrebbe essere un’ASSAGGIATRICE DI UOVA DI PASQUA?  Alex Emerson-White lo è e per guadagnarsi da vivere assaggia barrette di cioccolato come degustatore ufficiale delle uova di Pasqua per la catena di negozi Marks & Spencer.

Che fatica è essere un COLLAUDATORE PER PROFILATTICI: ne è alla ricerca una famosa casa produttrice di preservativi. L’unica nota dolente di questo lavoro è che la paga non è in denaro, ma è previsto un rimborso in prodotti dell’azienda….

Non ci crederete ma tra i lavori più belli al mondo c’è anche il GIARDINIERE, che ha tanti vantaggi: stare all'aria aperta e lavorare con la natura, tenersi lontani da una scrivania, la varietà del lavoro, gli effetti terapeutici del verde e anche la possibilità di creare paesaggi con le proprie mani.

Infine il lavoro dei sogni è quello che non ti aspetti: il MATEMATICO, senza il quale il mondo potrebbe anche fermarsi.



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lunedì 1 febbraio 2016

LA SCHIAVITU'



La schiavitù non fa parte della storia del passato ma sotto varie forme è ancora troppo presente tra la popolazione mondiale. Un recente rapporto della Walk Free Foundation, un'organizzazione per i diritti umani, ha stimato che 35,8 milioni di persone sono ridotte in schiavitù in tutto il mondo. E 10 paesi detengono il 70% della quota totale.

La schiavitù moderna differisce da quella tradizionale. Quest'ultima, illegale in ciascuno dei 167 paesi esaminati nel 2014 Global Slavery Index, considera le persone al pari di una proprietà. La schiavitù moderna, definita come il possesso o il controllo di una persona privata dei propri diritti con l'intenzione di sfruttamento, esiste in ciascuna delle 167 nazioni.

In alcuni paesi, il numero di schiavi è particolarmente elevato. Cinque paesi rappresentano da soli il 61% del totale di chi vive nella moderna condizione di schiavitù, e il 70% di tutte le persone schiavizzate vive in 10 paesi. È l'India il paese che ospita il maggior numero di schiavi, oltre 14 milioni.

Al secondo posto mondiale per popolazione, l'India ha il più grande numero assoluto di residenti che vivono in condizioni di schiavitù moderna. I 14,3 milioni di schiavi presenti qui sono quattro volte di più rispetto a quello della Cina, in seconda posizione. La prevalenza della schiavitù in India, come in altri paesi situati nella regione Asia-Pacifico, è in gran parte dovuta alla dipendenza dell'economia sul lavoro poco qualificato e poco costoso.

In Cina la popolazione ridotta in schiavitù è pari a 3,2 milioni. Questa cifra elevata può essere commisurata in parte al fatto che la Cina è il paese più popoloso del mondo, con oltre 1,3 miliardi di abitanti. Tuttavia, negli Stati Uniti, il terzo paese più popoloso del mondo, poco più di 60.000 persone vivono in condizioni di schiavitù moderna, secondo la Walk Free Foundation. La rapida modernizzazione della Cina e l'urbanizzazione unita ai grandi flussi migratori nazionali sarebbe alla base della riduzione in schiavitù di molte persone, soprattutto nel settore delle costruzioni e in quello minerario.

In Pakistan vivono in condizioni di schiavitù 2,1 milioni di persone, circa l'1% della popolazione. La forma più comune è la schiavitù per debiti, una tecnica spesso utilizzata dai datori di lavoro. Se i lavoratori aumentano ulteriormente i loro debiti, gli altri membri della famiglia sono spesso costretti ad aiutare il datore di lavoro gratuitamente. Secondo la Walk Free Foundation, ci sono circa 10 milioni di bambini lavoratori in Pakistan.

Circa il 4% di tutte le persone che vivono in Uzbekistan sono in condizioni di schiavitù moderna, quasi la più alta percentuale al mondo, con più di un milione di persone costrette a raccogliere il cotone per due mesi ogni anno.

La Russia è uno dei cinque paesi nel mondo con più di un milione di persone che vivono come schiavi moderni, secondo la Walk Free Foundation. Tra questi lavoratori nati nei paesi dell'ex Unione Sovietica, anche le donne e i bambini che sono vittime della tratta del sesso. La fondazione è anche abbastanza critica sulla risposta del governo russo al problema, e osserva che la corruzione dilagante nell'applicazione della legge aumenta la vulnerabilità dei russi che vivono in condizioni di schiavitù moderna.

La Nigeria ha 834.200 persone ridotte in schiavitù. La Nigeria non soffre di guerra e disordini civili nella stessa misura di altre nazioni africane. Tuttavia, il paese lotta ancora con la schiavitù moderna. Circa un abitante su 200 vive in stato di schiavitù, uno dei tassi più elevati di tutto il mondo. Il governo nigeriano è quello che meglio sta rispondendo al problema. La Nigeria è stato uno dei soli 8 paesi subsahariani, ad avere un bilancio chiaro - 11,9 milioni dollari - per il finanziamento delle risposte al traffico di esseri umani. Questo è stato anche il più grande budget regionale, che probabilmente ha aiutato il governo della Nigeria a ricevere la migliore valutazione dell'indice tra i paesi africani per la sua risposta alla schiavitù.

Nella Repubblica Democratica del Congo, 762.900 persone sono ridotte in schiavitù. Nonostante la forte economia, il paese è ancora tra i meno sviluppati del mondo. La RDC è stato il terreno di una guerra sanguinosa che ha coinvolto numerosi paesi africani tra il 1998 e il 2003, e che è costata milioni di vite. Vari conflitti armati continuano anche oggi. secondo la Walk Free Foundation decenni di instabilità politica e una violenta guerra civile hanno lasciato molti cittadini della Repubblica Democratica del Congo vulnerabili alla schiavitù moderna. Un altro fattore è la ricca quantità di risorse del paese, per questo si contanto numerosi schiavi impiegati nelll'estrazione di materie prime come diamanti, rame e oro.

Sono 714.100 le persone in schiavitù moderna. L'Indonesia è uno dei paesi più popolosi del mondo, con quasi 250 milioni di cittadini. Secondo la Walk Free Foundation, la schiavitù moderna in Indonesia è caratterizzata da lavoro forzato in ambito domestico, agricolo, e nel settore della pesca. In particolare, la relazione individua la produzione di olio di palma come problematica, affermando che è spesso prodotto da lavoratori che sono intrappolati nelle piantagioni. L'olio di palma è usato in molti prodotti americani di consumo, dal rossetto al gelato. E gran parte proviene proprio da qui.

In Bangladesh sono 680.900 le persone in schiavitù moderna. Secondo la Walk Free Foundation, il crollo di una fabbrica di abbigliamento di otto piani, ha ucciso più di 1.000 lavoratori. L'incidente ha evidenziato la difficile situazione dei cittadini che lavorano in ambienti pericolosi e senza tutele.

In Thailandia la popolazione in stato di schiavitù moderna è pari a 475.300 unità. Come molti altri paesi della regione Asia-Pacifico - dove vivono quasi due terzi di schiavi moderni del mondo - l'economia della Thailandia si basa molto sul lavoro poco qualificato, in particolare nella pesca, e le industrie di abbigliamento. Inoltre, i lavoratori migranti provenienti da paesi limitrofi costituiscono una parte considerevole della forza lavoro della Thailandia e sono forse anche i più propensi ad accettare lavoro forzato o di sfruttamento sessuale.

La schiavitù contemporanea prende molte forme e riguarda persone di tutte le età, sesso e razza.

Alcune caratteristiche diffuse distinguono la schiavitù da altre violazioni dei diritti umani.Uno schiavo è:
obbligato a lavorare - sotto minacce fisiche o psicologiche;
posseduto o controllato da un "datore di lavoro", di solito per mezzo di maltrattamenti fisici o psicologici o la minaccia di tali maltrattamenti;
privato della sua dignità umana, trattato come un oggetto o comprato e venduto come una proprietà privata;
fisicamente limitato o con una libertà di movimento limitata.

La schiavitù per debito riguarda almeno 20 milioni di persone in tutto il mondo. Le persone diventano lavoratori per debito essendo stati indotti, talvolta con l'inganno, a contrarre un prestito piccolissimo, a volte solo per acquistare medicinali per un figlio malato. Per saldare questo debito, sono poi costretti a lavorare moltissime ore al giorno, sette giorni a settimana, 365 giorni l'anno. In cambio del loro lavoro ricevono il minimo per alimentarsi e ripararsi, ma non potranno mai estinguere il debito, che può essere trasmesso a varie generazioni successive.



Il lavoro forzato riguarda persone che vengono illegalmente reclutate da governi, partiti politici o privati e costrette a lavorare, di solito sotto minaccia di violenze o altre punizioni.

Le forme peggiori di lavoro minorile riguardano i bambini che lavorano in condizioni di pericolo o sfruttamento. Decine di milioni di bambini nel mondo lavorano a tempo pieno, e pertanto privati dell'istruzione e del gioco, elementi fondamentali per il loro sviluppo individuale e sociale.

Sfruttamento commerciale e sessuale dei minori. I bambini vengono sfruttati per il loro valore commerciale attraverso la prostituzione, la vendita e la pornografia. Sono spesso rapiti, comprati o spinti ad entrare nel mercato del sesso.

Il commercio si riferisce al trasporto e/o alla tratta di esseri umani, di solito donne e bambini costretti con la forza o con l'inganno, finalizzato al guadagno economico. Spesso, donne migranti vengono ingannate e costrette a lavorare come domestiche o prostitute.

Il matrimonio precoce e forzato riguarda donne e ragazze che vengono fatte sposare senza poter scegliere, e costrette a vivere come serve e spesso sottoposte a violenze fisiche.

La schiavitù "classica" o "schiavitù-merce" comprende la compravendita degli esseri umani, che sono spesso rapiti dalle loro case, ereditati o regalati.

La schiavitù per debito, o lavoro vincolato, è oggi la forma probabilmente meno conosciuta di schiavitù, e tuttavia rappresenta il metodo in assoluto più usato per la messa in schiavitù. Una persona diviene un lavoratore vincolato quando il suo lavoro è preteso come mezzo di restituzione di un prestito. La persona in questione è costretta, attraverso un imbroglio o con una trappola, a lavorare gratis o per una paga misera, spesso anche per sette giorni a settimana. Il valore del lavoro supera sempre il prestito iniziale. Nel 1999 il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù ha stimato in 20 milioni il numero delle persone nel mondo tenute sotto lavoro vincolato.

La schiavitù per debito esiste da migliaia di anni. Nell'Asia meridionale essa si è radicata nel sistema delle caste e continua a prosperare nei rapporti agricoli feudali. È stata usata anche come metodo di reclutamento della manodopera coloniale per molte piantagioni in Africa, nei Caraibi e nel Sud-Est asiatico.

I lavoratori vincolati sono costantemente minacciati e soggetti a violenze fisiche e sessuali. Sono tenuti sotto varie forme di sorveglianza, in alcuni casi da guardie armate. Pochi sono i casi in cui vengono usate delle vere e proprie catene (sebbene possa succedere), e tuttavia tale sorveglianza è altrettanto reale ed efficace.

La povertà, e la predisposizione di alcune persone a sfruttare la disperazione di altre, rappresentano le cause alla base del lavoro vincolato. Il bisogno di denaro per la sopravvivenza giornaliera spinge persone spesso senza terra e senza un'istruzione a vendere il proprio lavoro in cambio di una piccola somma di denaro o di un prestito.

Sebbene il lavoro vincolato sia illegale nella maggior parte dei paesi in cui esiste, raramente i governi sono disposti ad applicare la legge o a punire chi ne trae profitto.



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domenica 27 dicembre 2015

L'ABBANDONO SCOLASTICO



I giovani in età lavorativa (16-29 anni) con scarse competenze in lettura infatti, sono il 19,7%, mentre gli adulti (30-54 anni) con la stessa difficoltà toccano il 26,36%. Le percentuali sono contenute nell’ultimo rapporto Ocse su giovani e occupazione, basato su dati 2012-2013.

Se guardiamo alle competenze matematiche, l’Italia non è messa meglio. Il nostro Paese ha infatti la percentuale più elevata di adulti con scarse abilità in matematica, sono il 29,76%. Mentre i giovani italiani si piazzano al secondo posto per basse capacità con i numeri. Sono dietro solo agli Stati Uniti, con una percentale del 25,91%. La conclusione generale dell’Ocse non fa ben sperare: l’Italia è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

L’Italia è uno dei paesi europei con il tasso di abbandono scolastico più alto: quasi il 20% dei giovani italiani (il 5% in più rispetto alla media europea in base ai dati Eurostat) lascia la scuola senza conseguire un diploma di istruzione superiore. La riduzione dell’abbandono scolastico è uno dei cinque obiettivi chiave del piano decennale per la crescita dell’Unione Europea. Infatti, in una prospettiva di social investment, puntare sul capitale umano costituisce una strategia efficiente per prevenire i rischi di futuri svantaggi nel mercato del lavoro.

L’abbandono scolastico è problematico innanzitutto perché è causa della presenza sul mercato del lavoro di una fetta cospicua di individui con competenze insufficienti per far fronte alla crescente domanda di lavoro qualificato. In Italia il sistema di formazione lungo il corso della vita è poco sviluppato, perciò una volta usciti dal sistema scolastico sono poche le opportunità di riqualificazione. Inoltre, a differenza di altri paesi, come la Germania, in cui la diffusione della formazione professionale argina l’abbandono, in Italia la disponibilità di alternative professionalizzanti che portano a una qualifica secondaria è scarsa e fortemente differenziata a livello regionale. Non solo: il fenomeno dell’abbandono non colpisce in modo indiscriminato, ma penalizza i gruppi sociali più deboli. Secondo un tipico meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze, gli studenti provenienti da famiglie con minori risorse economiche, sociali e culturali sono più esposti al rischio di interrompere precocemente il percorso scolastico. In questo modo una scelta compiuta in giovane età potrebbe avere conseguenze negative anche nel lungo periodo.

E’ noto che in Italia le disuguaglianze nelle opportunità di vita legate all’origine familiare sono ampie, ma lo sono anche le differenze di genere nel mercato del lavoro: bassa partecipazione femminile e differenziali salariali e probabilità di avere contratti a tempo indeterminato a svantaggio delle donne. Tuttavia sia per quanto riguarda la performance scolastica che i livelli di istruzione finali, le ragazze superano ormai i loro compagni maschi, anche nel nostro paese. Non è quindi evidente come il genere influenzi le dinamiche dell’abbandono scolastico e come questo interagisca con risorse chiave sia a livello familiare che di contesto.

L’abbandono è l’esito finale di un processo di progressivo disimpegno e distacco dalla scuola. La letteratura internazionale individua vari fattori scatenanti di questo processo. Da un lato, vi sono i cosiddetti fattori push, che spingono gli studenti fuori dal sistema scolastico, come il basso rendimento e le difficoltà di integrazione con i compagni e con l’istituzione scuola. Dall’altro, i ragazzi possono abbandonare la scuola attratti dalla prospettiva di indipendenza. Uno dei principali fattori pull è certamente il lavoro.

In un nostro recente lavoro su dati ISFOL PLUS mostriamo che, considerando i giovani nati a cavallo degli anni ’80 e ’90, in Italia le ragazze hanno una minore propensione all’abbandono, anche a parità di altre caratteristiche (status migratorio, titolo di studio dei genitori, area geografica di residenza). Per via dei loro migliori risultati scolastici, le ragazze potrebbero essere meno esposte a fattori push. Allo stesso tempo, i fattori pull potrebbero essere rilevanti soprattutto per i maschi, che hanno più facilità a trovare un impiego. Entrambi i meccanismi sembrano essere in atto per le coorti osservate: infatti, anche tra gli studenti che hanno ottenuto una bassa valutazione all’uscita dalle medie inferiori, la propensione delle ragazze all’abbandono si conferma minore.



Le differenze di genere non sono però uniformi sul territorio nazionale. La minore propensione all’abbandono da parte delle ragazze è più accentuata al Sud e nelle Isole rispetto alle altre aree del paese. Addirittura, nel Nord Est le differenze di genere non sono statisticamente significative. Le differenze regionali potrebbero essere legate alle diverse opportunità che il mercato del lavoro offre a maschi e femmine: il maggiore attaccamento mostrato dalle ragazze nel Meridione potrebbe derivare da una loro debolezza sul mercato del lavoro che si traduce in una minore attrattività dei fattori pull. Quindi, il minor tasso di abbandono delle ragazze si può spiegare, da un lato, con l’assenza di potenziali incentivi economici legati alla partecipazione attiva al mercato del lavoro e, dall’altro, con il tentativo di controbilanciare il proprio svantaggio relativo sul mercato del lavoro acquisendo un titolo di studio superiore. Questa spiegazione pare plausibile dato che le differenze fra aree territoriali sono ancora più evidenti sugli quando si considerano gli studenti con bassa performance scolastica precedente: rispetto a questi ultimi, infatti, i maschi sono significativamente più esposti al rischio di abbandono solo al Sud e nelle Isole.

Anche la disponibilità di risorse familiari potrebbe avere un diverso effetto di genere sull’interruzione del percorso scolastico. In effetti, per chi ha genitori con la laurea le differenze di genere nella propensione all’abbandono si annullano, mentre le differenze di genere persistono quando ci si concentra su chi ha genitori con titolo di studio secondario inferiore o superiore. Tale risultato è coerente con precedenti ricerche sulla transizione dalla scuola media alla scuola superiore, che mostrano che provenire da una famiglia svantaggiata orienta verso percorsi meno prestigiosi soprattutto i maschi rispetto alle femmine. Al contrario, i genitori laureati potrebbero avere alte aspettative scolastiche sia nei confronti dei figli che delle figlie e i genitori altamente istruiti hanno le risorse economiche e culturali per contrastare eventuali difficoltà che, per scarso rendimento o per problemi relazionali, la prole dovesse incontrare a scuola. E se è vero che i maschi con più probabilità si trovano in questa condizione, loro più delle femmine beneficeranno di sostegno aggiuntivo (ad esempio lezioni private di recupero), chiarendo così perché i figli maschi di genitori più istruiti non sono relativamente più esposti al rischio di abbandono.

In conclusione, in Italia, l’abbandono scolastico si innesta su dinamiche di stratificazione sociale che incidono già fortemente sulle opportunità di vita. Inoltre, anche se in molti casi l’abbandono risponde a una necessità o un desiderio di indipendenza economica, coloro che si affacciano sul mercato del lavoro senza un diploma o una qualifica professionale si trovano generalmente in condizioni più sfavorevoli rispetto a coloro che hanno portato a termine gli studi superiori. Chi abbandona è più esposto al rischio di disoccupazione e a quello di inattività e, quando occupato, ha più probabilità di lavorare senza un regolare contratto. Questo svantaggio persiste anche a parità di background familiare, di genere, di area di residenza e di anni trascorsi dal momento dell’abbandono.

Soltanto osservando le complesse interazioni tra le risorse a disposizione di studenti e studentesse è possibile andare oltre la semplice conclusione che le differenze di genere nell’abbandono scolastico costituiscano un vantaggio effettivo per le ragazze. Infatti, questo apparente vantaggio può nascondere una maggiore vulnerabilità delle donne lungo il corso di vita. Sarebbe illusorio pensare di combattere i problemi connessi all’abbandono scolastico senza affrontare i nodi irrisolti nel nostro paese, primi fra tutti le differenze di genere sul mercato del lavoro e le disparità territoriali.

Maschio. Età media 19 anni. Del sud. Questo è l’identikit dello studente che in Italia abbandona la scuola. Succede soprattutto alle superiori di secondo grado. E soprattutto nel centro-sud (ma non solo). Ma tanti i casi di abbandoni anche alle scuole medie. Il numero di laureati doveva raggiungere almeno il 40 per cento e invece il nostro Paese ha abbassato l’asticella al 26.
La ricerca «Lost», realizzata dalla Fondazione Giovanni Agnelli, WeWorld Intervita, Associazione Bruno Trentin in collaborazione con Csvnet che ha «misurato» il costo per la collettività di tanti abbandoni scolastici ed è andata a vedere cosa (e se) le scuole fanno per combatterli. Non solo. Lo studio sottolinea l’importante ruolo del Terzo settore. Associazioni, onlus, gruppi parrocchiali, volontari o meno: fondamentale è il loro impegno per recuperare ragazzi e ragazze quasi ex studenti. I risultati sono significativi. Lo studio, condotto dallo scorso febbraio a maggio in 248 scuole e 229 enti nelle città di Roma, Napoli, Milano e Palermo (le grandi metropoli sono quelle con i giovani più a rischio), evidenzia che perdere ogni anno decine di migliaia di studenti costi, in termini di mancato lavoro negli anni, dai 21 ai 106 miliardi di euro (a seconda della crescita del Pil), e che il Terzo settore da solo ne investe 60 per aiutare i ragazzi contro i 55 del ministero dell’Istruzione destinati a progetti nelle scuole.

«Sono numeri preoccupanti», dice il professore Daniele Checchi, curatore della ricerca. E sottolinea come dallo studio sia emersa «la poca correlazione tra gli interventi della scuola e quelli del Terzo settore e come il no profit produca ogni anno interventi per un valore di 80 milioni di euro». Purtroppo, non c’è coordinamento tra le due realtà, sostiene Checchi: «Le linee di intervento del Miur ad esempio sono seguite soprattutto nel Sud Italia, mentre il no profit svolge un ruolo suppletivo soprattutto al Nord». Al Sud, la dispersione scolastica si combatte principalmente spingendo sulle attività extrascolastiche, i centri di aggregazione sociale. Al Nord si traduce con attività di doposcuola, cioè aiuto nei compiti e offerta di spazi per lo studio. Ma, dice Marco Chiesara, presidente di WeWorld Intervita, «oggi più che mai abbiamo l’esigenza che scuole e Terzo settore lavorino insieme in modo complementare per essere sempre più efficaci: chiediamo che le scuole si aprano maggiormente al nostro intervento e, al contempo, che Miur ed enti pubblici favoriscano il processo di collaborazione tra scuole e terzo settore, sostenendo la nascita di reti durevoli nel tempo e capaci di mostrare risultati concreti».
E anche l’Anief lancia l’allarme con il segretario Marcello Pacifico che evidenzia: «L’Italia non può permettersi di perdere per strada 2 milioni e 900mila giovani delle superiori, come è accaduto negli ultimi 15 anni, ragazzi tra i 16 e i 19 anni quasi sempre destinati ad allargare il numero dei «Neet», i giovani che non studiano né lavorano e che nei territori più difficili diventano non di rado potenziali nuove leve al servizio della criminalità organizzata». Meglio allora, rilancia Pacifico, alzare «di due anni la scuola dell’obbligo, come aveva provato a fare 15 anni fa l’allora ministro Luigi Berlinguer». La stessa proposta la rilancia Gianna Fracassi, della Cgil: «È il primo passo per combattere l’abbandono scolastico».
La ricerca «Lost» sottolinea quindi l’urgenza di un intervento. Come spiega Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli: «È importante cominciare già nella scuola media: è soprattutto in questo ciclo scolastico che si vince la battaglia contro l’abbandono, limitandolo o scongiurandolo nei primi anni delle superiori». Fondamentale per Gavosto il ruolo del Terzo settore, «ma può diventare decisivo a condizione che si rafforzi la sua capacità di coordinarsi e fare massa critica con gli interventi promossi dal settore pubblico e dalle scuole stesse». Ora purtroppo, «questo coordinamento non c’è, a scapito delle azioni messe in campo».





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lunedì 12 ottobre 2015

IL POSTINO E IL CANE



Il portalettere al mattino scorre velocemente tutta la posta, guarda ogni indirizzo sulle buste, cataloga per prodotto e mette in ordine per recapitare i plichi  lungo il suo giro di clienti sul territorio a lui affidato.
Arriva quindi in strada e si reca all'indirizzo indicato sulla busta e qui cominciano i problemi...

C'è un cane sciolto intorno all'abitazione, il proprietario dice che è innocuo o peggio, non c'è nessuno ma c'è il cane ... il portalettere magari ha paura ma si fa forza e si fa avanti... il cane la morsica ad una gamba e non la molla... e così il postino o la postina si infortuna sul lavoro ed il giorno seguente non sarà presente per recapitare la posta.
Vi sarete senza dubbio chiesti perché il vostro amico a quattro zampe non sopporti la vista del postino. A spiegarlo è Mental Floss. Il segreto è semplice: la vista di un estraneo vestito con color sgargianti – quasi sempre i postini che si muovono in bicicletta o in scooter indossano un giubbotto con i catarifrangenti – eccita Fido, che si mette ad abbaiare. Anche se il vostro non è un cane da guardia, percepisce il postino come un intruso, e il suo compito è quello di cacciarlo via. Il postino si avvicina, il cane abbaia, il postino lascia le lettere nella cassetta e se ne va. Il cane, a questo punto, pensa qualcosa tipo: «Ehi, ha funzionato! Basta abbaiare e l’invasore si dà alla fuga!». Il giorno dopo la storia si ripete. Fido “sa” che basta abbaiare per cacciare via il postino, il cui compito, invece, è soltanto quello di consegnare la posta e girare i tacchi. E se pensate che la storia del vecchio cane che rincorre il postino sia falsa vale la pena snocciolare dei numeri: – nel 2014 sarebbero stati 5767 i postini che si sono presi un morso da un cane troppo zelante. Una media di 16 al giorno.

La presenza di una cospicua popolazione di cani rappresenta, ormai da tempo, un tratto distintivo delle nostre comunità. A chi svolge un servizio pubblico, come i portalettere, può capitare di trovarsi di fronte a situazioni che possono diventare sgradevoli o, addirittura, pericolose, come testimoniato dalle statistiche che rivelano che le aggressioni da cane rappresentano la seconda causa di infortunio sul lavoro.

Una delle cause della incidenza crescente di episodi pericolosi nella convivenza con i cani è individuata dagli addetti ai lavori nella inconsapevolezza con la quale si acquista un animale. Ogni razza canina ha proprie e ben definite caratteristiche comportamentali, delle quali bisogna tener conto al momento dell'acquisto, evitando scelte basate su valutazioni di carattere puramente estetico o ispirate alla moda del momento che, spesso, sono all’origine di successivi problemi di convivenza.


Il cane ha sviluppato una serie di segnali che, se conosciuti, possono essere utilizzati per prevenire le aggressioni e per ridurre la tensione. Questi segnali, detti per l’appunto calmanti, comprendono posture e movimenti particolari e possono essere utilizzati anche nella comunicazione uomo-cane.

Lo spostamento della testa in senso laterale, che comporta quindi l'assenza di contatto visivo, è una forma con cui si comunica che non si cerca il conflitto. Il cane può usare questo gesto quando un altro cane si sta avvicinando, magari troppo in fretta. Spesso il girare la testa di lato fa parte proprio del cerimoniale di saluto tra cani, due cani si incontrano, girano entrambi la testa per un attimo e poi si annusano felicemente. Altre volte il cane usa questo gesto per comunicare un disagio all'interno di una certa situazione, ad esempio se qualcuno gli posa la mano sulla testa, che è per lui un chiaro segnale di dominanza.

Due cani che si incontrano normalmente non si avvicinano in modo di retto tra loro, ma avanzeranno facendo un semicerchio. Tale gesto ha un forte potere calmante per il cane ed è facilmente fattibile anche da noi esseri umani. Avvicinandoci ad un cane sconosciuto o vistosamente preoccupato, potremmo fare un semicerchio per raggiungerlo, magari ruotando la testa di lato e senza guardarlo negli occhi.

Restringere gli occhi facendo diventare lo sguardo più dolce, abbassare le palpebre, non guardare in maniera minacciosa, sono segnali molto tranquillizzanti.

Di solito i cani trovano molto rilassante girarsi di lato o dare le spalle. Quando un cane ringhia ad un altro è facile vedere questo ultimo girarsi di schiena; spesso i cani lo fanno anche quando vogliono essere coccolati dal padrone, si appoggiano alle gambe del proprietario con il fianco. Le persone potrebbero a loro volta usare questo atteggiamento proprio per calmare una situazione, ad esempio quando un cane sta giocando un po' troppo irruentemente, oppure quando il cane salta addosso ripetutamente anche solo per fare le feste.

Lo stare immobile è una tipica tattica per sfuggire ad una aggressione ed è innata in tutti gli animali. Stando fermo davanti ad un altro cane, magari più grande per mole o età, l'animale cerca di dimostrarsi passivo, inoffensivo. Una persona, che non conosce il cane che gli sta venendo incontro, stando ferma e facendosi annusare, darà un segno calmante all'animale.

Il movimento lento ha per il cane un forte senso calmante. Spesso il cane lo mette in atto quando vede un altro cane sconosciuto o quando stanno succedendo troppe cose intorno a lui. Fare gesti lenti al proprio cane, specialmente se vogliamo fargli fare qualcosa che non ama particolarmente, ad esempio mettergli la pettorina, può aiutarlo.

Il cane può usare lo sbadiglio quando è ansioso, spaventato, stressato, agitato. In ogni caso sta comunicando un disagio abbastanza forte. Essendo questo un segnale calmante di forte intensità può essere usato anche dagli uomini per far rilassare i cani, un proprietario può cominciare a sbadigliare se il cane gioca troppo irruentemente, se vede il cane impaurito da qualcosa o da qualcuno.

Quasi sempre se un cane morde, prima di farlo dà un segnale.



Se un cane ci morde è perché, quasi sicuramente, l’abbiamo infastidito, ad esempio entrando in casa sua senza le dovute cautele o provocandolo con giochi e attenzioni non gradite; insomma nella maggior parte dei casi il cane non morde per bizzarria ma risponde ad un atteggiamento umano.

Nel rapporto uomo cane, dunque, è l’uomo, cioè quello dei due che ha una comunicazione più complessa a dover capire e interpretare il linguaggio dell’animale per prevenire spiacevoli situazioni e far si che il rapporto sia sempre sereno. Ad un messaggio preciso e coerente da parte dell’uomo ci si può aspettare sempre una risposta precisa e coerente del cane. Viceversa se si riesce ad interpretare correttamente il linguaggio del cane, questo non riserverà brutte sorprese. I linguaggio del cane può essere paragonato allo studio di una lingua straniera. Il cane si esprime solo parzialmente utilizzando la voce con abbai, ringhi, guaiti, ululati mentre la maggior parte della comunicazione avviene per via non verbale utilizzando il corpo. Il primo errore in cui non si deve incorrere è quello di umanizzare il cane. Non attribuire, dunque, a un animale sentimenti, reazioni, emozioni, pensieri e intelligenza di tipo umano. L’interpretazione degli atteggiamenti del cane deve quindi liberarsi da qualsiasi tentazione di definire umani un atteggiamento, un comportamento, un’espressione dell’animale. Le principali zone del corpo utilizzate dal cane per comunicare sono coda, orecchie, muso (occhi, naso, bocca) e il pelo. All’analisi delle singole parti deve poi seguire un’interpretazione. Capendo cosa ci sta comunicando il cane saremo in grado di comportarci in maniera corretta con lui evitando situazioni spiacevoli.

Un cane tranquillo, in una situazione di attenzione ma non di eccitabilità, di solito porta la coda abbassata, senza alcuna tensione nel corpo. Ha le mascelle rilassate, magari la bocca semi aperta. Si muove liberamente e tiene la testa alta. Le orecchie possono essere erette.

Quando vuole giocare il cane tende ad abbassarsi con la parte anteriore del corpo, quasi fino ad accovacciarsi. In questa situazione può emettere latrati, di solito caratterizzati da note alte, può scodinzolare, o saltare avanti ed indietro. Il pelo della groppa può essere eretto, in segno di eccitazione. Con questa postura il cane sta avvisando l’altro che tutto ciò che farà dopo sarà un gioco, uno scherzo, un modo per divertirsi insieme. Le orecchie possono essere erette o indietro.

Nell’atto di sottomissione il cane si metterà su un fianco, mostrando il ventre. Spesso tenderà ad alzare anche la gamba posteriore, in segno di resa e di vulnerabilità. Le orecchie sono indietro. La coda è abbassata o in mezzo agli arti posteriori. La testa è abbassata per evitare qualsiasi contatto visivo. Con questo comportamento il cane sta dimostrando il suo essere inerme, la sua totale mancanza di aggressività.

Il cane mostra i denti ed emette di solito un ringhio sordo e prolungato. Le orecchie sono abbassate e portate indietro. L’intero corpo è teso e pronto al movimento. Il pelo del dorso è eretto. La coda è tenuta bassa e rigida. Con questo comportamento il cane sta dicendo che si sente minacciato da qualcosa o qualcuno; ha paura e per questo sta cercando a sua volta di intimorire l’avversario.





venerdì 21 agosto 2015

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lunedì 15 giugno 2015

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martedì 1 luglio 2014

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