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sabato 2 aprile 2016

AMORE E SACERDOTI




Pochi preti italiani si attengono fedelmente alla norma celibataria. Un buon numero di loro, qualcuno dice addirittura i tre quarti del totale, è omosessuale e usa il celibato come uno splendido alibi per non dover fornire giustificazioni del desiderio di non avere relazioni sentimentali con le donne e di non sposarsi. Tra gli eterosessuali ve ne sono molti che hanno relazioni regolari e durature, anche con figli. Molti altri hanno solo relazioni occasionali, più o meno numerose. Una vita di assoluta castità non è comunque, anche per quei pochi under settanta che la praticano, sintomo di serenità spirituale o di pace interiore. Perché spesso dà luogo a fenomeni patologici, come l’alcolismo (molto diffuso) o altre forme di dipendenza, e si accompagna ad uno stato depressivo e di profonda infelicità.

In ogni caso, una condotta sessuale attiva può essere vissuta dai preti in modi molto diversi: talvolta con terrificanti sensi di colpa, talaltra con la serenità di chi invece ha compreso di aver diritto a una vita affettiva autonoma dalle imposizioni dell’istituzione. E questo non dipende dagli orientamenti sessuali. In un'intervista un prete gay ha rivelato il desiderio di vivere il suo amore alla luce del sole. Oggi ha lasciato anche lui. L’idea che il celibato sia lo strumento principale per avere dei presbiteri completamente devoti alla loro comunità e che questa loro devozione soddisfi i bisogni affettivi dei sacerdoti, che li gratifichi come li gratificherebbe l’amore di una compagna o di un compagno e di una famiglia, è una menzogna assoluta.

Il celibato diventa la premessa della sacralizzazione della figura asessuata del prete, la condizione della sua superiorità rispetto agli altri fedeli, il segno più tangibile che egli è più puro di loro e che la sua vita coincide con il suo ruolo pubblico. In questa metamorfosi egli si disumanizza, riducendosi a mero simbolo, privato del diritto ad avere una vita privata. Per qualche prete questo regime psichico è la premessa di un narcisismo incontenibile, della convinzione di essere più simile a Gesù che ai propri simili. E di avere un naturale diritto a comandare. Per altri è una terribile camicia di forza che spinge verso il dolore e la morte interiore.

Quando si prende in considerazione l’abuso sessuale di minori da parte di preti, (o di "celibi" in genere), innumerevoli volte ci si chiede: "Ma come possono arrivare a fare questo?" Domanda legittima, che la Chiesa non affronta né direttamente né esaurientemente. 



Le scuse e giustificazioni che i preti sessualmente attivi adducono per i loro comportamenti sono quanto mai sorprendenti e sbalorditive, e, per quanto si sforzino di spacciarle per buone, restano soltanto dei tentativi di razionalizzazione, cioè, di un meccanismo di difesa per tentar di nascondere le vere intenzioni ed emozioni del loro comportamento irrazionale e inaccettabile. Sono testimonianze sbalorditive, incredibili, che è perfino penoso ascoltare: 
"un prete conforta la vittima, dopo aver fatto sesso: "Che vuoi? Anche il prete è soltanto un essere umano. 
Un altro, dopo avere stuprato analmente un ragazzo di 13 anni: "Tutto OK. Siamo semplicemente uomini. Tutti abbiamo diritto di soddisfare le nostre necessità e desideri. 
Un altro dice ad un giovane che ha invitato a letto: "Che male c’è che un uomo dimostri fisicamente il suo affetto ad un l’altro. 
Un prete tenta di spiegare alla sua vittima che il sesso anale è una cosa normale: "Non è un peccato. Siccome non c’è nessuna possibilità di procreazione o di gravidanza, i nostri atti non sono peccaminosi. 
Un altro prete invita un ragazzo: "I preti hanno bisogno di abbracci; noi siamo solitari ed abbiamo delle necessità." Questo fu l’inizio di una lunga relazione sessuale anale ed orale. 
Ci sono molti esempi di preti che dicono al loro partner e a se stessi che il comportamento fa parte del volersi bene: "Questo è un esempio di quanto Dio ti ama!" 
Un prete dice ad una adolescente mentre la abusa sessualmente: "Questo ti mostrerà quanto Gesù ti ama, perché io sono un prete." 
Un altro prete tenta di dimostrare la stessa cosa ad una ragazzina, dicendo, quando le tocca i genitali che lo faceva con un’ostia consacrata. 
Un altro prete, con una perversione particolare, dice alle sue vittime di dare e ricevere clisteri, usando Acqua Santa e che si tratta di una benedizione interna."
Direzione spirituale e Confessione non sono aree incolumi o esenti da pericoli per collaborare con un prete. Questi può fare un servizio di grande utilità a un gran numero di persone e, magari, avere solo qualche caso di trasgressione. Ma in queste circostanze e in situazioni di clima spirituale l’abuso è particolarmente devastatore. Il prete che abusa della fragilità di un penitente vulnerabile è particolarmente colpevole. I preti giustificano il loro tradimento con queste espressioni: "L’ha voluto lui (la vittima)”; "Era un iniziato"; “Gli ho dato solo quello che voleva". Quest’ultima affermazione registrata è di un prete che ha ammesso di avere abusato di 300 vittime minorenni. 
"L’amicizia" è la scusa per coprire molti abusi. L’iniziazione in seminario è occasione di abbondante attività sessuale in quanto non è identificata come abuso, perché il prete e lo studente sono amici. L’amicizia e il linguaggio spirituale giustificano un tale comportamento. Queste stesse dinamiche si manifestano anche tra il prete e le donne nubili o sposate. 
"Io stavo solo tentando di istruirla per un buon rapporto sessuale", disse un prete. Un altro sulla medesima linea: "Io volevo farle vedere che il sesso è buono e santo." 
La segretezza serve anche come scusa per la loro attività sessuale. "È del tutto giusto per noi finché nessun altro lo sa. Quindi nessuno viene offeso". 
Un prete ha una grande capacità di razionalizzazione e chiama il suo rapporto sessuale con una minorenne "abbraccio contenuto". Poi spiega: anche se ha avuto la eiaculazione, non avendo manifestato emozioni, la sua azione non viola il celibato. 
Anche alcuni teologi riducono la trasgressione sessuale di un prete ad un peccato contro la castità (come per ogni altro fedele) e non una violazione del celibato. Questa interpretazione è direttamente contraria al canone 277 e sfida il senso comune di persone normali. Un cattolico ben informato considera normale che un prete, come un celibe qualunque, abbia rapporti con una donna, un uomo e tanto meno con un bambino. Eppure un prete, insegnante di diritto in un’Università Cattolica (2006), produce esattamente questa interpretazione. 
C’è una spiegazione teologica molto sofisticata, che un prete riporta. Il famoso Gesuita Bernardo Lonergan tenne una conferenza a Roma sul "Celibe solo". Egli fece la distinzione tra atti buoni, cattivi ed indifferenti, distinguendo tra “actus humanus”, (è un atto di volontà la cui fonte è la conoscenza razionale e la libera volontà) e “actus hominum” (un atto di un essere umano che involontariamente accade senza responsabilità, come una funzione naturale). Questo è quel genere di distinzione filosofica, sulla quale si appoggia la doppiezza del clero. 
Un prete, ogni anno, ha l’abitudine di scegliere delle ragazze di prima media per aiutarlo nella parrocchia. Sdraiandosi con una o l’altra sul divano e tenendola stretta si provoca l’eiaculazione. Interrogato sul suo senso di responsabilità, dice: "E’ successo cosi". E volendo giustificarsi a tutti i costi prosegui: "Ma eravamo vestiti!". Insiste che tutto va via liscio, anche quando le ragazze dicono di essere infastidite, perché avvertono la sua erezione. 
Molti preti quando vengono messi a confronto con le loro azioni, si scusano: "Lui (lei) ha capito male". Questa è la scusa del prete molestatore del Parlamentare Mark Foley quando viene interrogato sulla sua “amicizia” con Foley, che aveva 11 - 12 anni. Il prete, come molti preti violentatori, insiste che non c’era nulla di sbagliato nel nuotare o dormire nudi insieme. La maggior parte dei genitori però direbbe: "Non con mio figlio", "Non con mia figlia!"











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lunedì 1 febbraio 2016

LA SCHIAVITU'



La schiavitù non fa parte della storia del passato ma sotto varie forme è ancora troppo presente tra la popolazione mondiale. Un recente rapporto della Walk Free Foundation, un'organizzazione per i diritti umani, ha stimato che 35,8 milioni di persone sono ridotte in schiavitù in tutto il mondo. E 10 paesi detengono il 70% della quota totale.

La schiavitù moderna differisce da quella tradizionale. Quest'ultima, illegale in ciascuno dei 167 paesi esaminati nel 2014 Global Slavery Index, considera le persone al pari di una proprietà. La schiavitù moderna, definita come il possesso o il controllo di una persona privata dei propri diritti con l'intenzione di sfruttamento, esiste in ciascuna delle 167 nazioni.

In alcuni paesi, il numero di schiavi è particolarmente elevato. Cinque paesi rappresentano da soli il 61% del totale di chi vive nella moderna condizione di schiavitù, e il 70% di tutte le persone schiavizzate vive in 10 paesi. È l'India il paese che ospita il maggior numero di schiavi, oltre 14 milioni.

Al secondo posto mondiale per popolazione, l'India ha il più grande numero assoluto di residenti che vivono in condizioni di schiavitù moderna. I 14,3 milioni di schiavi presenti qui sono quattro volte di più rispetto a quello della Cina, in seconda posizione. La prevalenza della schiavitù in India, come in altri paesi situati nella regione Asia-Pacifico, è in gran parte dovuta alla dipendenza dell'economia sul lavoro poco qualificato e poco costoso.

In Cina la popolazione ridotta in schiavitù è pari a 3,2 milioni. Questa cifra elevata può essere commisurata in parte al fatto che la Cina è il paese più popoloso del mondo, con oltre 1,3 miliardi di abitanti. Tuttavia, negli Stati Uniti, il terzo paese più popoloso del mondo, poco più di 60.000 persone vivono in condizioni di schiavitù moderna, secondo la Walk Free Foundation. La rapida modernizzazione della Cina e l'urbanizzazione unita ai grandi flussi migratori nazionali sarebbe alla base della riduzione in schiavitù di molte persone, soprattutto nel settore delle costruzioni e in quello minerario.

In Pakistan vivono in condizioni di schiavitù 2,1 milioni di persone, circa l'1% della popolazione. La forma più comune è la schiavitù per debiti, una tecnica spesso utilizzata dai datori di lavoro. Se i lavoratori aumentano ulteriormente i loro debiti, gli altri membri della famiglia sono spesso costretti ad aiutare il datore di lavoro gratuitamente. Secondo la Walk Free Foundation, ci sono circa 10 milioni di bambini lavoratori in Pakistan.

Circa il 4% di tutte le persone che vivono in Uzbekistan sono in condizioni di schiavitù moderna, quasi la più alta percentuale al mondo, con più di un milione di persone costrette a raccogliere il cotone per due mesi ogni anno.

La Russia è uno dei cinque paesi nel mondo con più di un milione di persone che vivono come schiavi moderni, secondo la Walk Free Foundation. Tra questi lavoratori nati nei paesi dell'ex Unione Sovietica, anche le donne e i bambini che sono vittime della tratta del sesso. La fondazione è anche abbastanza critica sulla risposta del governo russo al problema, e osserva che la corruzione dilagante nell'applicazione della legge aumenta la vulnerabilità dei russi che vivono in condizioni di schiavitù moderna.

La Nigeria ha 834.200 persone ridotte in schiavitù. La Nigeria non soffre di guerra e disordini civili nella stessa misura di altre nazioni africane. Tuttavia, il paese lotta ancora con la schiavitù moderna. Circa un abitante su 200 vive in stato di schiavitù, uno dei tassi più elevati di tutto il mondo. Il governo nigeriano è quello che meglio sta rispondendo al problema. La Nigeria è stato uno dei soli 8 paesi subsahariani, ad avere un bilancio chiaro - 11,9 milioni dollari - per il finanziamento delle risposte al traffico di esseri umani. Questo è stato anche il più grande budget regionale, che probabilmente ha aiutato il governo della Nigeria a ricevere la migliore valutazione dell'indice tra i paesi africani per la sua risposta alla schiavitù.

Nella Repubblica Democratica del Congo, 762.900 persone sono ridotte in schiavitù. Nonostante la forte economia, il paese è ancora tra i meno sviluppati del mondo. La RDC è stato il terreno di una guerra sanguinosa che ha coinvolto numerosi paesi africani tra il 1998 e il 2003, e che è costata milioni di vite. Vari conflitti armati continuano anche oggi. secondo la Walk Free Foundation decenni di instabilità politica e una violenta guerra civile hanno lasciato molti cittadini della Repubblica Democratica del Congo vulnerabili alla schiavitù moderna. Un altro fattore è la ricca quantità di risorse del paese, per questo si contanto numerosi schiavi impiegati nelll'estrazione di materie prime come diamanti, rame e oro.

Sono 714.100 le persone in schiavitù moderna. L'Indonesia è uno dei paesi più popolosi del mondo, con quasi 250 milioni di cittadini. Secondo la Walk Free Foundation, la schiavitù moderna in Indonesia è caratterizzata da lavoro forzato in ambito domestico, agricolo, e nel settore della pesca. In particolare, la relazione individua la produzione di olio di palma come problematica, affermando che è spesso prodotto da lavoratori che sono intrappolati nelle piantagioni. L'olio di palma è usato in molti prodotti americani di consumo, dal rossetto al gelato. E gran parte proviene proprio da qui.

In Bangladesh sono 680.900 le persone in schiavitù moderna. Secondo la Walk Free Foundation, il crollo di una fabbrica di abbigliamento di otto piani, ha ucciso più di 1.000 lavoratori. L'incidente ha evidenziato la difficile situazione dei cittadini che lavorano in ambienti pericolosi e senza tutele.

In Thailandia la popolazione in stato di schiavitù moderna è pari a 475.300 unità. Come molti altri paesi della regione Asia-Pacifico - dove vivono quasi due terzi di schiavi moderni del mondo - l'economia della Thailandia si basa molto sul lavoro poco qualificato, in particolare nella pesca, e le industrie di abbigliamento. Inoltre, i lavoratori migranti provenienti da paesi limitrofi costituiscono una parte considerevole della forza lavoro della Thailandia e sono forse anche i più propensi ad accettare lavoro forzato o di sfruttamento sessuale.

La schiavitù contemporanea prende molte forme e riguarda persone di tutte le età, sesso e razza.

Alcune caratteristiche diffuse distinguono la schiavitù da altre violazioni dei diritti umani.Uno schiavo è:
obbligato a lavorare - sotto minacce fisiche o psicologiche;
posseduto o controllato da un "datore di lavoro", di solito per mezzo di maltrattamenti fisici o psicologici o la minaccia di tali maltrattamenti;
privato della sua dignità umana, trattato come un oggetto o comprato e venduto come una proprietà privata;
fisicamente limitato o con una libertà di movimento limitata.

La schiavitù per debito riguarda almeno 20 milioni di persone in tutto il mondo. Le persone diventano lavoratori per debito essendo stati indotti, talvolta con l'inganno, a contrarre un prestito piccolissimo, a volte solo per acquistare medicinali per un figlio malato. Per saldare questo debito, sono poi costretti a lavorare moltissime ore al giorno, sette giorni a settimana, 365 giorni l'anno. In cambio del loro lavoro ricevono il minimo per alimentarsi e ripararsi, ma non potranno mai estinguere il debito, che può essere trasmesso a varie generazioni successive.



Il lavoro forzato riguarda persone che vengono illegalmente reclutate da governi, partiti politici o privati e costrette a lavorare, di solito sotto minaccia di violenze o altre punizioni.

Le forme peggiori di lavoro minorile riguardano i bambini che lavorano in condizioni di pericolo o sfruttamento. Decine di milioni di bambini nel mondo lavorano a tempo pieno, e pertanto privati dell'istruzione e del gioco, elementi fondamentali per il loro sviluppo individuale e sociale.

Sfruttamento commerciale e sessuale dei minori. I bambini vengono sfruttati per il loro valore commerciale attraverso la prostituzione, la vendita e la pornografia. Sono spesso rapiti, comprati o spinti ad entrare nel mercato del sesso.

Il commercio si riferisce al trasporto e/o alla tratta di esseri umani, di solito donne e bambini costretti con la forza o con l'inganno, finalizzato al guadagno economico. Spesso, donne migranti vengono ingannate e costrette a lavorare come domestiche o prostitute.

Il matrimonio precoce e forzato riguarda donne e ragazze che vengono fatte sposare senza poter scegliere, e costrette a vivere come serve e spesso sottoposte a violenze fisiche.

La schiavitù "classica" o "schiavitù-merce" comprende la compravendita degli esseri umani, che sono spesso rapiti dalle loro case, ereditati o regalati.

La schiavitù per debito, o lavoro vincolato, è oggi la forma probabilmente meno conosciuta di schiavitù, e tuttavia rappresenta il metodo in assoluto più usato per la messa in schiavitù. Una persona diviene un lavoratore vincolato quando il suo lavoro è preteso come mezzo di restituzione di un prestito. La persona in questione è costretta, attraverso un imbroglio o con una trappola, a lavorare gratis o per una paga misera, spesso anche per sette giorni a settimana. Il valore del lavoro supera sempre il prestito iniziale. Nel 1999 il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù ha stimato in 20 milioni il numero delle persone nel mondo tenute sotto lavoro vincolato.

La schiavitù per debito esiste da migliaia di anni. Nell'Asia meridionale essa si è radicata nel sistema delle caste e continua a prosperare nei rapporti agricoli feudali. È stata usata anche come metodo di reclutamento della manodopera coloniale per molte piantagioni in Africa, nei Caraibi e nel Sud-Est asiatico.

I lavoratori vincolati sono costantemente minacciati e soggetti a violenze fisiche e sessuali. Sono tenuti sotto varie forme di sorveglianza, in alcuni casi da guardie armate. Pochi sono i casi in cui vengono usate delle vere e proprie catene (sebbene possa succedere), e tuttavia tale sorveglianza è altrettanto reale ed efficace.

La povertà, e la predisposizione di alcune persone a sfruttare la disperazione di altre, rappresentano le cause alla base del lavoro vincolato. Il bisogno di denaro per la sopravvivenza giornaliera spinge persone spesso senza terra e senza un'istruzione a vendere il proprio lavoro in cambio di una piccola somma di denaro o di un prestito.

Sebbene il lavoro vincolato sia illegale nella maggior parte dei paesi in cui esiste, raramente i governi sono disposti ad applicare la legge o a punire chi ne trae profitto.



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mercoledì 4 novembre 2015

SPARIRE NEL NULLA



Per persona scomparsa si intende, ai sensi della l.n. 203/2012, la persona allontanatasi dall'abitazione o dal luogo di temporanea dimora che, per le circostanze in cui è avvenuto il fatto, sia in pericolo di vita o per l'incolumità personale. L'ufficio di polizia che ha ricevuto la denuncia promuove l'immediato avvio delle ricerche, ferme restando le competenze dell'autorità giudiziaria.

Nella maggior parte dei casi una persona scomparsa può essere dichiarata “legalmente morta”, dopo sette anni. Questo lasso di tempo può essere ridotto in alcuni casi, come nelle grandi battaglie o nei disastri di massa, come accadde l'11 settembre 2001.

Gli strumenti per prevenire le scomparse sono rappresentati dalla possibilità di coordinare subito le indagini, la dichiarazione di scomparsa, e l'utilizzo di un sistema informativo ricerca scomparsi (RISC), un grande archivio elettronico che cataloga e gestisce tutte le informazioni sulle persone scomparse.

La scomparsa di una persona può essere addotta a diverse ragioni, volontarie e/o involontarie/incidentali.

La casistica vede scomparse di persone di breve periodo (allontanamento temporaneo o smarrimento) e di lungo periodo (permanente). Più nello specifico le motivazioni possono includere:

smarrimento;
volontà di abbandonare la situazione sociale attuale (familiare, lavorativa/di studio, di relazioni sociali) divenuta incompatibile con il proprio benessere per ricercarne una diversa (o anche evitandone l'inclusione in altre);
adesione a comunità religiose o filosofiche totalizzanti o ad organizzazioni clandestine;
presenza di malattie mentali o problemi causanti vuoti o perdita di memoria;
fuga da situazioni post traumatiche o di abuso (o per paura di subirle);
fuga dalle autorità giudiziarie o di polizia per il timore di subire una pena restrittiva;
fuga da emergenze umanitarie e naturali (es. persecuzioni, carestie, calamità);
subire il reato di sequestro di persona (a fini estorsivi o per riduzione in schiavitù);
subire il reato di sottrazione (di minore o altro soggetto sotto tutela) da parte di genitore o altro parente non affidatario;
subire una ritenzione da parte di autorità di polizia in assenza di provvedimenti legittimi;
essere vittima di omicidio, con conseguente occultamento e/o soppressione del cadavere oppure con abbandono del cadavere in località remota (o comunque non ancora rinvenuto);
morte accidentale in località remota (o comunque in area ove non si è ancora rinvenuto il cadavere) oppure in assenza di riferimenti utili per un'identificazione;
suicidio in località remota (o comunque in area ove non si è ancora rinvenuto il cadavere) oppure in assenza di riferimenti utili per un'identificazione;
morte accidentale in situazioni calamitose (naturali o belliche).



Minori e anziani, italiani e stranieri, uomini più che donne, di ogni classe sociale. E' un identikit molto generico quello della persona scomparsa, perché il "fenomeno drammatico", come lo ha definito il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, è diffuso in ogni fascia sociale e d'età e su tutto il territorio, dal Nord al Sud. L'ultimo numero che fotografa questa realtà è 29.763: tante sono le persone che risultano tuttora scomparse in Italia in una lista aperta nel 1974 ed alla quale solo nei primi mesi del 2014 si sono aggiunti altri 558 nomi.

Le loro foto sono affisse nelle pareti o sepolte nei cassetti delle questure di tutta Italia: assieme sono come una cittadina svanita nel nulla. Parlando al convegno internazionale "La scomparsa di persone: una sfida per i Paesi Ue", promosso presso la Scuola superiore dell'Amministrazione, Alfano lo ha definito un fenomeno che "desta allarme sociale", perché "dietro ognuno di quei numeri c'è una persona che non si trova e il pianto dei familiari disperati".

Le principali cause, ha spiegato il ministro, "sono l'allontanamento volontario, disturbi psicologici, il diventare vittime di reato e poi ci sono altri due fenomeni: gli anziani affetti da Alzheimer e la crisi economica che fa aumentare disturbi e crisi depressive portando i soggetti ad allontanarsi dal proprio ambiente". Negli ultimi due anni sono state registrare oltre 23mila denunce di scomparsa. In realtà, se si guarda alle cifre, la prima ragione è collegata al problema dell'immigrazione di massa degli ultimi due decenni ed al sistema di accoglienza dei cosiddetti minori non accompagnati.

Quasi 20mila, gli stranieri rappresentano il grosso degli scomparsi in Italia. Il numero è ancora più drammatico se si considera che quasi 13 mila di essi sono minorenni. "In grande maggioranza si tratta di ragazzi che si allontanano volontariamente dalle abitazioni o dalle comunità cui vengono affidati. Ma ci sono anche - ha spiegato Alfano - i minori sottratti da uno dei coniugi e quelli vittime di reato". Sul totale pesano altre incognite legate al fenomeno migratorio: di frequente i migranti fanno perdere le proprie tracce volontariamente per spostarsi in altri Paesi, ma sul destino dei minori in fuga molte associazioni hanno spesso lanciato l'allarme.

Spaventa anche il dato femminile. Soltanto nel 2012 sono sparite due donne ogni giorno, in media, dal 1974 a oggi più di 200 ogni anno; un terzo del totale delle persone di cui non si hanno più notizie. Anche in questo caso, la maggior parte delle denunce riguarda cittadine straniere (5.720), mentre le italiane sulla lista sono 580. Gli uomini sono 20.463, di cui 14.227 stranieri. Gli italiani spariti all'estero, invece, sono 178 dei quali 131 maggiorenni, 21 over 65 e 26 minorenni.

Sui casi femminili e sulla crisi, tra l'altro, insiste molto la relazione presentata dal commissario straordinario nominato dal governo sul fenomeno: "La crisi economica sta portando nel nostro Paese un aumento delle 'povertà sociali', materiali e immateriali - si legge nella relazione - . Prendiamo atto di operai in cassa integrazione, madri di famiglia che perdono il part time, ma anche manager, imprenditori, ricercatori che escono dal mondo del lavoro. Questa umanità ghermita dalla crisi - evidenzia ancora la Relazione - che qualche volta protesta e denuncia, spesso non traduce in processo sociale il proprio disagio e preferisce abbandonare tutto e tutti, anche la propria famiglia, forse a causa della indifferenza che accompagna il fenomeno. Si spiegano in tal modo i due terzi delle scomparse con motivazioni di 'allontanamento volontario'. Si spiega, inoltre, il fenomeno odioso della violenza di genere e del 'femminicidio' connesso alle numerose scomparse di donne".

Dall'anno della sua costituzione, nel 2007, l'Ufficio del Commissario di governo per le persone scomparse, "ne ha censito oltre 2.500, di cui la metà minorenni. Una percentuale pari al 40% circa del totale, sono donne straniere e/o comunitarie".

Il Lazio è in testa nella triste classifica delle persone scomparse con 6.766 casi, seguito dalla Sicilia (3.900), dalla Lombardia (3.680), dalla Campania (3.146) e dalla Puglia (2.475). Ma per il ministro Alfano c'è una buona notizia, crescono i ritrovamenti: su 140 mila denunce di scomparsa dal 1994, sono state recuperate le tracce di 110 mila persone. Il commissario straordinario del governo per le persone sparite, il prefetto Vittorio Piscitelli, ha rilevato che "è un fenomeno non solo italiano, in altri Paesi le cifre sono ancora più allarmanti. Si registra un fortissimo aumento dei numeri negli ultimi due anni e occorre alzare il livello di guardia".

C'è un altro numero, nascosto dietro queste cifre: dal 30 giugno 2014 ci sono 1.283 corpi non ancora identificati nei vari obitori italiani, molti dei casi censiti sono rappresentati dai migranti annegati. Sono ancora 197 i corpi da identificare del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

La relazione del commissario straordinario ha preso in esame anche i suicidi, rilevando che "nel 2013 sono state 149 le persone che si sono tolte la vita per motivazioni di ordine economico, rispetto agli 89 casi registrati nel 2012: un suicidio ogni due giorni e mezzo". Secondo la Relazione, che tiene conto di analisi del Censis e di Link Lab (Laboratorio di ricerca socio-economica dell'Università Link Campus University), "sale quindi a 238 il numero complessivo dei suicidi per motivi legati alla crisi economica, registrati in Italia nel biennio 2012-2013". Dunque, "nell'ultimo quadrimestre del 2013, i suicidi riconducibili a motivazioni economiche rappresentano circa il 40% del totale registrato nell'intero anno". Non solo: "Un suicida su due è imprenditore, ma in un anno - segnala la relaziona- è raddoppiato il numero dei disoccupati suicidi", mentre "è triplicato anche quello degli 'occupati', per un fenomeno che non conosce più differenze geografiche" e si registra al Sud come al Nord.

Nel 2013, evidenzia infine la Relazione, anche "il numero più elevato dei tentativi di suicidio si registra ancora una volta tra coloro ai quali la crisi economica ha portato via il lavoro ma anche la speranza di proseguire o ricostruire altrove il proprio percorso professionale.
Seguono gli imprenditori e i lavoratori dipendenti".



Nel primo semestre del 2015 si è registrato un aumento di 7.993 casi. Positivo pero' il trend dei ritrovamenti: 125.657 al 30 giugno 2015, contro i 119.802 del 31 dicembre 2014 (+5.855). Sono i dati della tredicesima Relazione semestrale presentata al Viminale dal Commissario straordinario di Governo per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli, insieme al sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione.
Gli ultimi risultati, ha osservato Manzione, "indicano un discreto salto di qualità nei ritrovamenti, ma il numero degli scomparsi è significativo, pur se più basso rispetto ad altri Paesi europei". Il prefetto Piscitelli, da parte sua, ha voluto sottolineare "la crisi di valori, l'individualismo, che sono alla base di parte del fenomeno".

Mancano all'appello 22.848 stranieri e 8.524 italiani, di cui 13.085 maggiorenni (6.712 italiani e 6.373 stranieri) e 18.287 minorenni (1.812 italiani e 16.475 stranieri). I maschi sono 22.455, mentre le donne 8.917. Il Lazio è la regione più colpita (6.757 casi), seguita da Sicilia (4.821), Lombardia (3.504) e Campania (3.211).

I minorenni che scompaiono, ha sottolineato Piscitelli, "sono il problema dei problemi: si tratta in larga parte di stranieri non accompagnati (tra i 15 ed i 17 anni) che si allontanano dai centri di accoglienza e nelle comunità di affido per dirigersi verso i Paesi dove hanno parenti o altri appoggi, ma durante il viaggio possono incappare in disavventure".
Gli ultrasessantacinquenni scomparsi sono 1.298. Di questi 112 hanno come motivazione "possibili disturbi psicologico" e molto spesso di tratta di malati di Alzheimer o di persone affette da malattie neurologiche.

Altro capitolo rilevante della relazione sono i cadaveri non identificati. Il registro nazionale ne conta 1.421 (36 in più nell'ultimo semestre). Tra questi ci sono 760 corpi di migranti recuperati sulle coste italiane in seguito a naufragi.






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