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domenica 10 luglio 2016

A CHE ETA' LA PRIMA VOLTA?



La famosa e tremenda prima volta rappresenta uno dei principali momenti di passaggio verso il diventare adulti: dà il via ufficialmente alla grande e bellissima avventura dell'amore e della sessualità. Un episodio che magari tra 10 anni neppure ti ricorderai così bene,il tutto dipende dalla tua testa e dalla tua educazione, religione, mentalità, eccetera.

Secondo alcune ricerche in Italia, in media si aspetta la maggiore età per «consumare». I maschi aspettano i 18 anni, le femmine al massimo un anno in più.

E questo trend vale per l'Italia, ma anche per la Francia, Gran Bretagna, Austria. Anche negli Usa, Canada e Messico i giovani e le giovani si concedono per la prima volta a 18 anni. In Brasile invece si anticipa a 17, mentre in Bulgaria, Svezia, Norvegia e Finlandia il sesso non ha più segreti già a sedici anni. Le cifre non sembrano rispecchiare però la realtà fatta di quindicenni cubiste o quattordicenni disinibite che già alle medie si prestano ad incontri ravvicinati in bagno con i compagni di classe (casi confermati da presidi di istituti milanesi).

Un'inchiesta nelle scuole milanesi aveva rivelato che una quattordicenne su sei aveva già avuto il primo rapporto sessuale e uno studio per l'Osservatorio Nazionale sulla salute dell'Infanzia e dell'Adolecenza ha scoperto che per un adolescente su cinque l'età della prima volta è sceso a 14 anni contro i 16-17 di qualche anno fa. Ma anche le statistiche più accreditate a volte non concordano. Gli specialisti del Congresso Europeo di ginecologia pediatrica e adolescenziale, per esempio, dicono che la «prima volta» delle ragazzine italiane avviene in media a 17 anni, con un trend in crescita rispetto al passato. La Società italiana di Andrologia, anticipa a 14 anni l'esperienza sessuale di molti maschi. Con gravi ricadute sanitarie: gli adolescenti che scoprono il sesso troppo presto snobbano gli anticoncezionali (il 42,5%) e vengono colpiti da patologie riproduttive e infiammazioni genitali di vario grado (il 52%).

A ciò si aggiunge, come conseguenza, che le gravidanze precoci e gli aborti tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 sono aumentati negli ultimi 5 anni. Sono soprattutto i maschi, però, a non affrontare con serenità i problemi sessuali. Mentre le ragazze si rivolgono al ginecologo, i loro coetanei si consultano solo con gli amici, con il web. E si consolano con la Tv (per il 46% dei diciottenni è meglio una notte con una velina che con la propria fidanzata). Proprio la televisione, del resto, è complice di un'attività sessuale precoce, perché parte integrante della cultura degli adolescenti. Secondo studi Usa, i giovanissimi stanno incollati alla tv fino a 3 ore al giorno e il 64% di tutti i programmi contengono riferimenti più o meno espliciti al sesso. Da qui uno studio ha concluso che il 90% degli adolescenti che guardano programmi ad alto contenuto sessuale ha una probabilità doppia di iniziare precocemente l'attività sessuale rispetto a coloro che guardano la tv in modo meno assiduo.

Ancora più insidioso è il cellulare, usato per trasmettere messaggi erotici. Ricercatori dell'Università dello Utah hanno distribuito dei questionari anonimi a 606 liceali dai 15 ai 17 anni: quasi il 20% del campione (il 18% dei ragazzi e il 17% delle ragazze) ha già inviato delle immagini delle proprie parti intime tramite cellulare. Nell'argomento sesso anche Internet diventa un veicolo inquietante. On line si possono trovare droghe facilmente acquistabili, utilizzate per prestazioni migliori o per affrontare il sesso da «sballati». Sempre sul web molti minorenni si procurano pure il Viagra. Non per problemi di erezione, ma per paura di andare in bianco.

Meglio aspettare lo sviluppo sessuale, in modo che anche il corpo sia pronto per vivere questa esperienza. Poi ci vuole anche un po' di maturità, perché fare sesso  è pur sempre qualcosa di coinvolgente ma anche rischioso, potenzialmente.

cipiri9.blogspot.it


Il consiglio è  dunque farlo quando si pensa di essere abbastanza capaci di provvedere a sé stesse e di affrontare le conseguenze possibili, anche verso i genitori.
Non importano le storie che le tue amiche ti raccontano per bullarsi, e le cinque o dieci ragazzine precoci della scuola che l'anno già fatto prima di compiere 16 anni non fanno molta statistica: la cosa più importante è non precipitarsi e aspettare il momento giusto. Perché la tua prima volta vada bene, evita ogni tipo di pressione: lo stress non ti aiuta a rilassarti. I tuoi muscoli potrebbero contrarsi e rendere difficile la penetrazione.
Ma alla fine, l'unica e sola verità è che non esiste un'età giusta: non devi sentirti inferiore se sei rimasta l'unica della classe a non averlo ancora fatto. E anche cedere perché lui insiste tanto non è una grande idea, alla fine e potresti pentirtene.
Il sesso vissuto in maniera imposta o non profondamente desiderata si può rivelare negativo, rovinando un'esperienza che, se scelta consapevolmente, può essere splendida.
Soprattutto se vissuta con trasporto e sentimento.

Tutto il mondo ha le sue regole: la soglia è 13 anni in Giappone, 14 in Cina, Italia (ma nel nostro paese si può iniziare anche a 13 purchè in partner non abbia più di 16 anni) e Ungheria, 15 in Argentina e in Francia, 16 in Gran Bretagna e alle Bahamas. Ci sono poi gli Stati che differenziano tra maschi e femmine, tra tipi di rapporti e tra orientamento sessuale. In Perù e Colombia l'età è 12 anni per le donne e 14 per i maschi, in Indonesia 16 per donne e 19 per gli uomini. In Venezuela è possibile iniziare a fare sesso a 16 anni ma può diventare reato qualora lui abbia più di 21 anni e lei sia vergine. In Tunisia, dove non è possibile neppure baciarsi in pubblico tra adulti, la soglia è 20 anni. Quanto agli Stati Uniti, ogni stato ha una diversa legislazione ma pare che i giovani non le tengano minimamente in considerazione. Esistono poi i casi incredibili come lo Yemen, in cui bisogna essere sposati per avere rapporti ma un uomo può prendere in moglie anche una bambina di nove anni.

Può sembrare assurdo, ma esistono anche leggi che contemplano il differente orientamento sessuale: in Burkina Faso l'età si può iniziare ad avere rapporti eterosessuali a 13 anni ma bisogna aspettare i 21 per quelli omosessuali. In Canada l'età è 16 anni, ma si alza a 18 per i rapporti anali. E che dire del Vaticano? Anche in questo caso si discosta dall'Italia: l'età del consenso è fissata a 12 anni mentre a 15 in caso di disparità, per esempio in una relazione tra alunno e insegnante.




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mercoledì 17 febbraio 2016

QUANTE VOLTE LO FAI?



Ci sono quelli che lo fanno ogni giorno e coppie che si fanno andar bene la fatidica volta a settimana. Il maschio rude e testosteronico difende la dose (più si fa, meglio è) mentre la donna, almeno quella romantica, ribatte: meglio poco ma buono. Non mancano poi le dovute eccezioni. Mogli e fidanzate che hanno voglia di farlo ogni notte (di solito per i primi 3 mesi della relazione, poi ricominciano a pensare a non stropicciare vestiti e capelli) e uomini che dopo un paio di anni si stancano (di farlo con voi, perchè un uomo non si stanca mai).

Va bene, fare l'amore è una delle cose più belle della vita. E diciamo pure che per i primi quattro/cinque mesi di una relazione appassionante farlo più volte al giorno, dove e come capita è sano e naturale. Il problema di tanto ardore inizia a presentarsi se uno dei due partner, di solito lei, non regge il ritmo o subisce la cosa come un po' meccanica ed eccessiva. In questo caso c'è poco da fare, bisogna solo sperare nel suo buon senso, nella sua capacità di ascoltare i vostri profondi bisogni o nelle convocazioni per il calcetto.
Se lui vuole farlo sempre, ogni vostro rifiuto vi metterà addosso il panico del tradimento, e anche quando lui sarà tanto gentile da non farvelo pesare troppo voi vi sentirete in colpa. Inoltre, superata la prima fase della vostra storia, una frequenza del genere inizia a diventare un po' compulsiva.

Se la fase tutti i giorni è successiva a quella più volte al giorno forse state solo lentamente scivolando verso la normalità. Se invece è il vostro normale ritmo, anche dopo la prima fase della storia, forse siete solo molto fortunate - o molto stanche - a seconda dei punti di vista. Fare l'amore è bello e fa bene all'umore e alla pelle, quindi a meno che per voi non rappresenti un obbligo o che lui non lo faccia in modo frettoloso ed egoista non c'è nulla di male in questo tipo di frequenza. L'importante è che non diventi un chiodo fisso doverlo fare per forza, e che non rappresenti, per voi o per il vostro partner, l'unica misura del vostro sentimento. Perchè la stanchezza, lo stress e anche della sana occasionale non voglia sono all'ordine dei giorno e non fanno male a nessuno. Neanche alle vostre lenzuola

Secondo uno studio del Censis le italiane adorano farlo una volta a settimana. E sono anche molto soddisfatte. Le lenzuola hanno il tempo di asciugarsi al sole. E voi di andare in palestra, dal parrucchiere o di provare nuova lingerie ogni volta. La fantasia verrà stuzzicata al giusto punto, e la baby sitter per una sera ogni sette giorni potrete permettervela anche in tempo di crisi. Il sesso una volta a settimana sembra essere veramente una buona soluzione, almeno per le donne. Attenzione però a non farlo diventare la regola tipo timbro sul cartellino.

E a non farlo sempre e solo lo stesso giorno senza riuscire a darsi altri tempi, altri momenti o a capire le esigenze altrui. Perchè in coppia è fondamentale e bello continuare a sorprendersi e magari concedersi del piacere extra, quando capita e dove capita. Anche sulla lavatrice dove avete appena messo le lenzuola...

Farlo una volta al mese può andare bene solo se abitate molto lontani e non riuscite a vedervi mai. Altrimenti potrebbe essere la spia di un malessere, anche se le vostre lenzuola stanno meglio perchè subiscono pochi candeggi. Certo, se siete una coppia di lunga data potrebbe capitarvi una fase di stallo sessuale, un momento, lungo mesi o anche anni, in cui la relazione si basa più su altri tipi di scambi. In ogni caso, anche se il rapporto fratello/sorella va bene ad entrambi, cercate di parlarne e di capire le cause di quello che vi succede.



Italiani, popolo di pigri… anche a letto. Con il passare degli anni – sia anagrafici, sia per quanto riguarda la durata della coppia – si fa sempre meno l’amore. La fotografia poco esaltante è scattata dall’Osservatorio Tradapharma in collaborazione con Doxa Duepuntozero, con un’indagine condotta tra più di 1.500 persone, uomini e donne, di un’età compresa tra i 25 e i 65 anni.

I più attivi sono gli under 35 e coloro che sono impegnati in una relazione da meno di 5 anni, che fanno sesso due o più volte la settimana. La situazione cambia drasticamente dopo i quarant’anni: solo 3 coppie su 10 continuano ad avere più di un rapporto alla settimana e addirittura il 9% della popolazione non ha fatto sesso negli ultimi 6 mesi.

La maggior parte delle donne non è soddisfatta: il 73% delle intervistate sostiene di non raggiungere sempre l’orgasmo; il 20% lo raggiunge meno della metà delle volte. Spesso la causa riguarda le performance maschili: l’uomo arriva al traguardo troppo velocemente (lo pensano il 69% degli uomini contro il 61% delle donne) oppure non riesce a mantenere l’erezione durante l’intero rapporto (il 46% vs 33%) problema evidente già a partire dai 35 anni (48%).

A minare l'intesa sessuale della coppia è il calo del desiderio da parte di uno dei due partner: lo pensano sia gli uomini (74%) che le donne (76%).  E quando ci sono defaillance o problemi, non sempre si affrontano: 1 uomo su 4,  e 1 donna su 3 non ne parla con la/il partner, con conseguenze sul benessere sessuale della coppia. In generale, dall’indagine emerge una mancanza di attenzione al proprio benessere sessuale. Il 50% delle donne che hanno avuto problemi durante un rapporto sessuale, non ha fatto nulla per capirne le cause, e lo stesso comportamento si è avuto nel 40% degli uomini. Chi ha cercato informazioni lo ha fatto su internet mentre pochi uomini si sono rivolti al medico di famiglia o allo specialista, dato che trova conferma quando si scopre che il 79% dei maschi italiani non è mai stato dall’andrologo (addirittura il 5% non sa nemmeno chi sia).

Resta il fatto che siamo inguaribili romantici e che il sesso per noi è sinonimo di amore: l’85% degli uomini e il 91% delle donne pensa che il sesso migliore sia quello fatto, appunto, per amore.



Per essere una coppia felice, di quelle che funzionano, quante volte a settimana bisogna fare sesso? Tutti i giorni? 5 volte a settimana? O ne bastano meno? Il risultato di una nuova ricerca scientifica ha dato la risposta. Che è sconvolgente. Nel senso che stravolge completamente l’idea che, finora, hanno cercato di inculcarci in testa.

Le coppie più felici, stando alla ricerca, fanno sesso giusto una volta a settimana. La felicità dei partner, secondo quanto sostengono i ricercatori, non aumenterebbe con l'aumentare della frequenza dei rapporti sessuali. "È proprio vero che una volta a settimana non è mai abbastanza?", i ricercatori sono partiti da qui e sono arrivati a una conclusione: "Nonostante frequenza e felicità vengano spesso associate, questo collegamento non è significativo quando si oltrepassa la soglia di una volta a settimana. Oltre quella soglia non si registra nessun avanzamento in termini di benessere", ha spiegato la ricercatrice e autrice dello studio Amy Muise della University of Toronto. La ricerca si basa sull'analisi di sondaggi condotti su più di 30mila volontari americani nell'arco di quarant'anni. Per la maggior parte degli interpellati, "abbastanza sesso" corrispondeva a cinque volte al mese.

Gli studiosi, c’è da dirlo, si sono concentrati su individui con una relazione stabile, non prendendo in considerazione i single. "Una volta a settimana sembra essere la frequenza media dei rapporti sessuali in coppie di persone che stanno insieme da tempo - ha detto l'autrice dello studio - È possibile che costituisca la media perché una frequenza maggiore, semplicemente, non è associata a un benessere maggiore. Una volta a settimana potrebbe essere anche la frequenza giusta per mantenere abbastanza intimità tra i partner. È importante che si mantenga questa 'connessione' senza caricare l'altro di troppe aspettative, senza fargli pressione o obbligarlo a fare più sesso".

Ma c’è già chi critica la ricerca, per esempio George Loewenstein, professore alla Carnegie Mellon University: ‘’Per qualche ragione, sembra che le coppie che siano riuscite a trovare l'equilibrio in una sola volta a settimana siano le più felici. Ma fare sesso può significare tantissime cose: c'è il sesso fatto bene, quello fatto male e la qualità potrebbe essere ancora più importante della frequenza nel determinare la felicità di una coppia. In questo caso, invece, i ricercatori non hanno misurato la qualità".



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giovedì 12 novembre 2015

ADDIO MONDO......



Sociologicamente il suicidio è stato trattato in modo molto approfondito da Émile Durkheim, il quale individua quattro tipi di suicidio collegati ai gradi di integrazione e regolamentazione sociale: egoistico, altruistico, anomico, fatalista.

Nella genesi del suicidio, gioca un ruolo importante la componente emulativa: è noto, già dall'Ottocento, il cosiddetto effetto Werther, l'incremento di suicidi seguito alla pubblicazione del romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe. Per questo motivo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha diramato delle linee guida per indirizzare il comportamento degli operatori dell'informazione e dei mezzi di comunicazione di massa, ai quali è affidata la richiesta di un comportamento responsabile.

Nell'antica Atene, a una persona che si toglieva la vita senza l'approvazione dello Stato, veniva negato l'onore di una sepoltura normale. Essa sarebbe stata sepolta da sola, alla periferia della città, senza una lapide o un segno distintivo. Nell'antica Grecia e nell'antica Roma, il suicidio era considerato un metodo accettabile per affrontare una sconfitta militare. A Roma, mentre il suicidio era stato inizialmente ammesso, fu poi considerato un crimine contro lo Stato per i suoi costi economici.

Un decreto penale emesso da Luigi XIV di Francia nel 1670 puniva gravemente chi si toglieva la vita: il corpo della persona morta veniva trascinato lungo le strade, a faccia in giù, per poi essere appeso o gettato nei rifiuti. Inoltre, tutte le proprietà di un suicida venivano confiscate. Storicamente la chiesa cristiana scomunicava chi tentava il suicidio e coloro che si erano tolti la vita venivano sepolti fuori dai cimiteri consacrati. Nel tardo XIX secolo, in Gran Bretagna, il tentato suicidio era considerato equivalente al tentato omicidio e poteva essere punito per impiccagione. Nell'Europa del XIX secolo, l'atto suicidario veniva visto come una dimostrazione di infermità mentale.

Nei suoi risvolti morali esso era legato in origine, presso le antiche religioni misteriche, anche alla prospettiva della reincarnazione, in vista di un'evoluzione spirituale come nel caso di Empedocle. Nell'Etica Nicomachea Aristotele definisce tuttavia il suicidio un atto di viltà; del resto, già il suo maestro Platone non ammetteva il suicidio se non per qualche necessità assolutamente ineluttabile, condannando i suicidi e considerandoli dei vigliacchi, meritevoli di sepolture senza un nome e in luoghi solitari. Cicerone ribadisce le idee di Pitagora secondo il quale l'uomo non appartiene che alle divinità.

Lo stoicismo è invece uno degli esempi più noti di filosofia che accetta il suicidio e, anzi, in determinate condizioni, lo descrive come un atto naturale. Avendo imparato che i mali sono tali solo in apparenza, infatti, lo stoico può accettare il suicidio come atto conclusivo del compito riservatogli dal destino, purché sia una scelta deliberata e non dettata da un impulso momentaneo: dev'essere cioè un atto razionalmente giustificato. Seneca ad esempio ammette la liceità della scelta suicida partendo dal presupposto che «non è un bene vivere, ma vivere bene». Per lui solo la virtù e la saggezza hanno valore, mentre la vita, sebbene preferibile alla morte, è un bene indifferente come la ricchezza, gli onori, e gli affetti.

Tra gli stoici che scelsero il suicidio vi furono, oltre allo stesso Seneca, il fondatore della scuola Zenone di Cizio; Catone Uticense, per evitare la cattura da parte di Cesare, e il suo genero Marco Giunio Bruto, uno dei cesaricidi, per evitare analogamente di cadere vivo nelle mani di Ottaviano.

Agli stoici si oppose Plotino, che nel III secolo d.C. scrisse un trattato riguardante il suicidio. Poiché la vita per il filosofo è un percorso evolutivo, che permette di elevarsi attraverso la legge che regola il ciclo delle reincarnazioni, è necessario seguire il suo corso naturale: «E se il rango che ciascuno avrà lassù corrisponde alla sua condizione al momento della morte, non bisogna suicidarsi finché c'è la possibilità di progredire». La vita stessa, in quanto espressione dell'anima che illumina una natura inferiore, è concepita infatti come portatrice di una «presenza divina», quale prodotto ultimo della processione da Dio: «Non ti toglierai la vita, affinché l'anima non se ne vada». Il suicidio provoca, secondo questa impostazione, un danno all'anima che viene cacciata a forza e in maniera innaturale: non esiste per Plotino il suicidio razionale, poiché la violenza al proprio corpo è sempre accompagnata da «angoscia, dolore o ira».

Una ferma condanna del suicidio si ebbe in epoca cristiana da parte di filosofi come Agostino di Ippona e Tommaso d'Aquino.

In età illuminista si opposero al sucidio Immanuel Kant e, senza dubbio, John Stuart Mill. Proprio per Kant, il suicidio è da considerarsi immorale poiché non può diventare una legge universale.

Altri pensatori hanno considerato il suicidio come una questione legittima di scelta personale. I sostenitori di questa posizione sostengono che nessuno dovrebbe essere costretto a subire contro la propria volontà, in particolare da condizioni come una malattia incurabile, una malattia mentale e la vecchiaia, che non hanno alcuna possibilità di miglioramento. Essi rifiutano la convinzione che il suicidio sia sempre irrazionale, sostenendo invece che possa essere l'ultima risorsa valida per quelli che sperimentano un dolore prolungato. Per Epicuro, ad esempio, il suicidio è un'affermazione della libertà umana sulla legge della necessità che governa la natura. Epicuro scrive: "È una sventura vivere nella necessità, ma vivere nella necessità non è per niente necessario".

Secondo Schopenhauer l'obiettivo per liberarsi dal dolore dell'esistenza è superare la volontà di vivere, ma non attraverso il suicidio, il quale non è una soluzione ma una delle massime manifestazioni della volontà di vivere. Schopenhauer sostiene che proprio perché si ama troppo la vita e non la si vuole vivere in una condizione sgradevole ci si libera con il suicidio.

« Il suicida vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate. »
(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, par 69, 1818.)
Emil Cioran, in qualche modo ricollegandosi al pensiero di Martin Heidegger, intende il costante riferimento alla morte come indispensabile alla fondazione della morale soggettiva; caratteristica è quindi la sua posizione sul suicidio, senza il pensiero del quale, egli dice esplicitamente, non sarei riuscito a sopravvivere. Il suicidio è interpretato così non come gesto effettivo, ma come possibilità estrema che, in quanto mantenuta nella sua possibilità e non attuata, rende possibile ogni altra azione.

Una presa di posizione forte è quella di coloro che sostengono che le persone dovrebbero poter scegliere autonomamente di morire, indipendentemente dalla loro condizione. Nietzsche scrive: "Muori al momento giusto. Io lodo la mia morte che giunge perché la voglio io". I maggiori sostenitori di questa scuola di pensiero sono l'empirista scozzese David Hume e il bioeticista statunitense Jacob Appel.



Una delle ultime e più belle opere di van Gogh è il Campo di grano con corvi, del luglio 1890, realizzata poco tempo prima del suicidio e giudicata dalla critica il suo "testamento spirituale" e si presta a rappresentare, anche attraverso la descrizione di seguito il tema trattato. Cupa è l'atmosfera. L'artista infatti non vede futuro per la sua esistenza immediata, anche se la sua anima continua ad ardere di un fuoco divoratore.
Il campo di grano è così mosso che sembra una foresta in fiamme, in cui strade vuote, che portano verso l'ignoto, cercano di farsi largo e su cui volteggiano tristi presagi: i corvi neri appunto, che sembrano arrivare come avvoltoi su un cadavere.
La strada è senza via d'uscita perché i campi, che esprimono i valori rurali del passato, nulla possono contro i nuovi valori borghesi, rappresentati da un cielo che pare un oceano in tempesta, in cui il chiaro si mescola allo scuro confondendo ogni cosa.
In mezzo a questo cielo tenebroso macchie bianche indistinte, misticheggianti, sembrano voler indicare gli astri o nuvole minacciose, ma in realtà raffigurano la solitudine dell'artista, ripiegato su se stesso.
Il campo di grano è l'elegia di uno sconfitto.
La strada infatti non porta da nessuna parte ed è virtualmente percorsa da una persona, l'artista, che non sa dove andare, né cosa cercare.
Da notare che prima di realizzare il quadro, van Gogh era andato a far visita al fratello Theo che viveva a Parigi ed era rimasto scosso per le difficoltà professionali di lui e per la salute cagionevole del nipotino Vincent.
Qualche giorno dopo aver finito l'opera, van Gogh scriverà l'ultima lettera a Theo, in cui dirà espressamente che la sua morte avrebbe posto fine al travaglio della famiglia del fratello: le sue opere sarebbero aumentate di valore e Theo - insieme alla moglie e al figlioletto Vincent - avrebbero potuto condurre una vita migliore (purtroppo anche Theo si ucciderà sei mesi dopo, angosciato per la morte del fratello).
Insomma van Gogh - se guardassimo l'aspetto contingente della sua esistenza - si sarebbe ucciso prendendo questa nota familiare come occasione per realizzare l'ultima missione della sua vita: lui che non era riuscito, in vita, a realizzare alcunché di socialmente utile, pensava di farlo da morto. In realtà l'occasione è solo un pretesto, in quanto è tipico dei folli trovare delle motivazioni etiche al proprio agire disperato.



La notizia di un suicidio lascia sempre un senso di smarrimento in chi la riceve. E la domanda spontanea che ci si pone è Perche?

Innanzitutto va detto che solo in pochi casi la persona che si suicida lo decide in maniera repentina ed improvvisa. Ciò avviene solo in persone che hanno un grave disturbo psichiatrico (ad esempio depressione) o si trovano ad affrontare situazioni di vita che ritengono estreme ed insopportabili (ad esempio un’improvvisa carcerazione). Il più delle volte il suicidio è la conclusione di un vissuto interiore personale, doloroso e dilaniante, in cui frequenti sono i dubbi sul porre in essere o meno il suicidio..

In un primo momento la persona che soffre comincia a prendere in considerazione l'idea di suicidarsi, non in maniera veramente intenzionale, ma come una possibile soluzione ai propri problemi ed al proprio dolore. Il suicidio viene visto come un’ultima via di fuga da percorrere nel caso che gli eventi e la propria situazione precipitasse. Ciò da la possibilità d’iniziare ad immaginare la propria morte in maniera positiva. Non si ha più paura di essa, ma la si vede come un’”amica” che ci darà conforto e sollievo. A volte si prendono anche ad esempio suicidi celebri, che hanno rivestito un alone romantico nell’immaginario collettivo. Non da ultimo ci s’immagina come le persone a noi più care e vicine vivranno la nostra morte.

Successivamente, quella che è un’idea di suicidio incomincia a prendere le sembianze di una vera e propria intenzione di porre termine alla propria esistenza. Si valutano pro e contro della scelta finale ci si trova a combattere contro sentimenti opposti , fra la voglia di vivere e quella di morire, fra disperazione e speranza. Ciò viene particolarmente vissuto dalla persona che soffre di depressione.

Infine, viene presa la decisione di suicidarsi. Spesso, però, anche se si è decisi e determinati, succede che all’ultimo momento l’istinto di sopravvivenza prevale e si ritorna indietro sulla propria decisione.

Taluni ad in certo punto della loro vita non riescono più a trovare un senso alla propria esistenza, non provano più desiderio od emozione per niente. Hanno una vita normale o addirittura soddisfacente, ma è solo apparenza, dietro c’è una profonda insoddisfazione. Queste persone non credono più in niente e in nessuno: si sentono ciniche, disincantate, senza più sogni, soprattutto non provano più amore. Non c’è una grave depressione dietro questo ma uno stato di latente malessere, che nasconde uno stato depressivo diffuso e non conclamato. Ma, mentre nella depressione classica rimane un anelito di protesta e di ribellione verso la propria situazione, in questo caso l' aridità della propria esistenza viene accettata come l'emblema della condizione umana. La persona in questo stato non soffre più, perchè non si lascia più coinvolgere in niente, non si sente più delusa, perché non spera più niente.

Il suicidio come "reazione": in questo caso la persona che pensa di suicidarsi, reagisce ad una situazione che ritiene disperata. Ha subito un trauma, ha perso una persona cara, ha avuto una delusione professionale o personale. A volte i motivi del suicidio possono sembrare banali soprattutto quando posti in essere da un giovane che si può suicidare per una bocciatura a scuola, per una delusione sentimentale o altro. Quello che è importante non è tanto l'evento in sé, ma il significato che questo assume per la persona che sta male. Perciò, può succedere che quello che agli occhi del mondo può apparire come un piccolo insuccesso, abbia un effetto devastante sull' autostima in costruzione del giovane. Un fallimento scolastico diventa allora la prova che si è dei falliti, una delusione d'amore diventa la prova che si ha un carattere poco amabile e che nessuno potrà mai amarci. Si può essere depressi, anche senza che ci sia stato un evento esterno scatenante. Alla base di molte depressioni c'è la mancanza d'amore : chi prende in considerazione il suicidio, sente che a nessuno importa se lui vive o muore. La persona depressa fa un bilancio totalmente negativo della sua esistenza che non offre nessun prospettiva di miglioramento : il futuro sarà orribile come il presente o anche peggio. Il suicidio appare, allora, come l'unico mezzo per porre fine alle proprie sofferenze che vengono vissute come intollerabili. Alcune volte, il suicidio può avere un fine "altruistico": chi si toglie la vita, è sinceramente convinto di essere un fallito e di aver deluso le aspettative degli altri. E' persuaso di essere un peso per i propri cari ed è convinto che gli altri starebbero meglio senza di lui o di lei.



Spesso le persone che pensano al suicidio non si sentono amate e considerate. Il suicidio diventa l'unico modo per essere finalmente visti e apprezzati dalle persone che li circondano. L'aspirante suicida è convinto che solo con un gesto estremo come quello di togliersi la vita, potrà far sì che gli altri si accorgano finalmente di lui. Il suicidio diventa un modo per vendicarsi dell'indifferenza o della cattiveria di amici e parenti:costoro saranno costretti a vivere tutta la loro vita, portandosi dietro il peso insostenibile della colpa e del rimorso. Spesso, con la propria morte, il suicida vuole colpire la persona che più l'ha fatto soffrire in vita. Ma dietro alla rabbia, c'è sempre una richiesta d'amore: l' aspirante suicida spera di ottenere con la sua morte quell' affetto e quella considerazione che non è riuscito ad ottenere da vivo.

Quando si perde una persona (sia come morte che come distacco) che si è amato tanto, la mancanza ed il dolore può essere così forte da decidere di porre fine alla propria esistenza. Ciò è particolarmente vero se si era anche dipendente affettivamente dall’altro.

Il suicida non desidera realmente morire: vuole solo porre fine ad un dolore insopportabile. Ma quando si è disperati, non si vedono le cose in un modo obiettivo: si pensa che perché il passato è stato brutto e il presente è duro, il futuro sarà altrettanto solitario e privo di amore. Ma nella vita tutto può cambiare, non bisogna mai perdere la speranza. Chi pensa al suicidio vede nella morte la soluzione ai propri problemi, ma il suicidio non è la risposta.



Tra circa lo 0,5% e l'1,4% delle persone muore per suicidio. A livello globale, a partire dal 2008/2009, il suicidio è la decima causa di morte, con circa da 800.000 a un milione di persone che muoiono ogni anno, fornendo un tasso di mortalità dell'11,6 per 100.000 persone per anno. I tassi di suicidio sono aumentati del 60% dal 1960 al 2012, con aumenti visti soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Per ogni suicidio vi sono tra i 10 e i 40 tentativi.

I tassi di suicidio variano significativamente tra i paesi e nel tempo. La percentuale dei decessi nel 2008 era: Africa 0,5%, Sud-Est asiatico 1,9%, Americhe 1,2% ed Europa 1,4%. I tassi per 100.000 individui erano: Australia 8.6, Canada 11.1, Cina 12,7, India 23,2, Regno Unito 7,6, Stati Uniti 11.4. Il suicidio è stata classificata come la 10° causa di morte negli Stati Uniti nel 2009 con circa 36.000 casi e con circa 650.000 persone che sono state accettate nei dipartimenti di emergenza seguito di un tentativo. Lituania, Giappone e Ungheria hanno i tassi più elevati. I paesi con il maggior numero assoluto di suicidi sono la Cina e l'India che rappresentano oltre la metà del totale. In Cina il suicidio è la quinta causa di morte.

Nel mondo occidentale, i maschi muoiono da tre a quattro volte più spesso per suicidio di quanto non facciano le femmine, anche se le femmine lo tentano quattro volte più spesso. Ciò è stato attribuito al fatto che i maschi utilizzino mezzi più letali per togliersi la vita. Questa differenza è ancora più marcata negli individui di età superiore ai 65 anni, con i maschi che si tolgono la vita dieci volte di più rispetto alle femmine. La Cina ha uno dei più alti tassi di suicidio femminile nel mondo ed è l'unico paese in cui la percentuale è più alta rispetto a quella degli uomini (rapporto di 0,9). I tassi di suicidio nella zona del Mediterraneo orientale sono quasi equivalenti tra maschi e femmine. Per le donne il più alto tasso di suicidi si trova in Corea del Sud con 22 casi per 100.000, con alti tassi del sud-est asiatico e nel pacifico occidentale in generale.

In molti paesi il tasso di suicidio è più alto nella mezza età o negli anziani. Il numero assoluto di suicidi è però più grande tra quelli tra i 15 e i 29 anni, a causa del numero più elevato di persone in questa fascia di età. Negli Stati Uniti è più frequente negli uomini caucasici di età superiore a 80 anni, anche se i più giovani lo tentano più frequentemente. Il suicidio è la seconda più comune causa di morte tra gli adolescenti e nei giovani maschi viene solo dopo la morte accidentale. Per i giovani maschi del mondo sviluppato è la causa di quasi il 30% della mortalità. I tassi riscontrabili nei paesi in via di sviluppo sono simili, ma vi è una minore percentuale di decessi complessivi per via dell'alto numero di morti per altri tipi di traumi. Nel Sud-Est asiatico, a differenza di altre aree del mondo, i decessi per suicidio si verificano più frequentemente nelle giovani donne rispetto alle anziane.

In Italia la regione con il numero più basso di suicidi è la Campania con 2,6 suicidi per 100.000 abitanti, e la più alta il Friuli-Venezia Giulia (9,8 per 100.000 abitanti), nel 2007, seguita da Valle d'Aosta (9 su 100.000), Sardegna (8,9 su 100.000) e Trentino-Alto Adige (8,7 su 100.000) rispetto a una media nazionale di 5,6.

Contrariamente alle notizie diffuse dagli organi di informazione, la crisi economica iniziata nel 2008 non ha prodotto un netto e chiaro incremento nel tasso di suicidi dovuti a cause economiche: questi eventi, secondo dati ISTAT, sono stati in numero di 150 nel 2008, passando a 198 nel 2009 (con un aumento del 24,8%), e scendendo a 187 nel 2010 (con un calo del 6%). Il rapporto tra crisi economica e ricorso al suicidio è smentito, inoltre, dal fatto che paesi europei come la Germania e la Finlandia, in cui la crisi è meno sentita, registrano tassi tra i più alti di suicidio, mentre la Grecia, in assoluto il paese colpito in maniera più grave dalla crisi, esibisce i tassi di suicidio più bassi d'Europa.

Peraltro, dato il ruolo importante della componente emulativa nel determinare decisioni di suicidio (ad esempio, è noto dall'Ottocento il cosiddetto effetto Werther), l'insistere, da parte dei mezzi di comunicazione di massa, su notizie di suicidi dovuti, in apparenza, a cause economiche, può avere l'effetto di incentivare la scelta di persone che si trovino in situazioni analoghe di difficoltà.



I fattori che influenzano il rischio di suicidio comprendono disturbi psichiatrici, abuso di droga, stati psicologici alterati, situazioni culturali, familiari e sociali e la genetica. Malattie mentali e abuso di sostanze spesso coesistono. Altri fattori di rischio includono l'aver già tentato un suicidio, la pronta disponibilità di un mezzo per commettere l'atto, una storia familiare di suicidio o la presenza di lesioni cerebrali traumatiche. Ad esempio, i tassi di suicidio sono stati trovati a essere maggiori nelle famiglie con armi da fuoco rispetto a quelle prive. I fattori socio-economici, come la disoccupazione, la povertà, essere senza fissa dimora e la discriminazione possono scatenare pensieri suicidi. Circa tra il 15 e il 40% delle persone che si tolgono la vita lasciano un biglietto d'addio. La genetica sembra rappresentare tra il 38 % e il 55% dei comportamenti suicidari. I veterani di guerra hanno un elevato rischio di suicidio dovuto in parte a più alti tassi di malattie mentali e problemi di salute fisici legati all'esperienza subita.

Disturbi mentali sono spesso presenti al momento del suicidio con stime che vanno dal 27% a oltre il 90%. Tra coloro che sono stati ammessi a un'unità psichiatrica, il rischio di suicidio è di circa l'8,6%. La metà di tutte le persone che muoiono per suicidio può soffrire di disturbo depressivo maggiore, o uno degli altri disturbi dell'umore, come ad esempio il disturbo bipolare che aumenta il rischio di suicidio di 20 volte. Altre condizioni aggravanti comprendono la schizofrenia (14%), disturbi di personalità (14%) e il disturbo post traumatico da stress. Circa il 5% delle persone affette da schizofrenia muoiono di suicidio. I disturbi alimentari sono un'altra condizione di rischio elevato.

Una storia di precedenti tentativi di suicidio è il più grande fattore predittivo di un ulteriore tentativo. Circa il 20% dei suicidi ha avuto un precedente tentativo e, fra coloro che hanno tentato il suicidio, l'1% lo realizza entro un anno e più del 5% entro 10 anni. Mentre gli atti di autolesionismo non sono visti come tentativi di suicidio, la presenza di un comportamento autolesionistico è correlato a un aumento del rischio di suicidio.

In circa l'80% dei suicidi completati l'individuo ha visto un medico entro l'anno prima della sua morte, tra cui il 45% entro il mese precedente. Circa il 25-40% di coloro che hanno completato il suicidio hanno avuto contatti con i servizi di salute mentale entro l'anno precedente.

L'abuso di sostanze è il secondo fattore di rischio più comune per il suicidio dopo la depressione maggiore e disturbo bipolare. Sia l'abuso cronico di sostanze, così come intossicazione acuta sono associate. In combinazione con il dolore personale, come il lutto, il rischio è ulteriormente aumentato. Inoltre l'abuso di sostanze è associato a disturbi di salute mentale.

La maggior parte delle persone sono sotto l'effetto di droghe sedativo-ipnotiche (ad esempio alcol o benzodiazepine) quando commettono suicidio. Una situazione di alcolismo è presente in tra il 15% e il 61% dei casi. I paesi che hanno tassi più elevati di consumo di alcol e una maggiore densità di bar in genere hanno anche alti tassi di suicidio. Circa tra il 2,2% e il 3,4% di coloro che sono stati trattati per l'alcolismo a un certo punto muoiono nella loro vita per suicidio. Gli alcolisti che tentano il suicidio sono di solito di sesso maschile, anziani e hanno già tentato il suicidio in passato. Tra il 3% e il 35% dei decessi tra coloro che usano eroina sono dovuti al suicidio (un valore circa 14 volte superiore rispetto a quelli che non ne fanno uso).

L'abuso di cocaina e metanfetamine ha un'alta correlazione con il suicidio. In coloro che usano la cocaina il rischio è maggiore durante la fase di abbandono. Coloro che hanno utilizzato droghe inalanti sono a rischio significativo, con circa il 20% che tenta il suicidio a un certo punto. Il fumo di sigarette è associato con il rischio di suicidio. Vi sono poche prove sul perché esiste questa associazione, tuttavia è stato ipotizzato che coloro che sono predisposti a fumare sono inoltre predisposti al suicidio. Tuttavia la cannabis non sembra aumentare il rischio in modo indipendente.

Il problema del gioco d'azzardo è associato ad aumento dell'ideazione suicidaria e dei tentativi, rispetto alla popolazione generale. Tra il 12% e il 24% dei giocatori d'azzardo patologico tentano il suicidio. Tra i coniugi dei giocatori d'azzardo il tasso di suicidi è di tre volte superiore a quella della popolazione generale. Altri fattori che aumentano il rischio dei giocatori con problemi comprendono la malattia mentale, l'alcolismo e la tossicodipendenza.

Esiste un'associazione tra suicidio e problemi di salute fisica tra cui: il dolore cronico, danno cerebrale traumatico, cancro, pazienti sottoposti a emodialisi, affetti da HIV, da lupus eritematoso sistemico e altre condizioni mediche debilitanti. La diagnosi di cancro raddoppia approssimativamente il conseguente rischio di suicidio. La prevalenza di una maggiore tendenza al suicidio persisteva anche dopo la cura per la malattia depressiva e per l'abuso di alcol. Nelle persone con più di una condizione medica il rischio era particolarmente elevato. In Giappone i problemi di salute sono elencati come la giustificazione primaria per il suicidio.

I disturbi del sonno come l'insonnia e l'apnea del sonno sono fattori di rischio per la depressione e il suicidio. In alcuni casi i disturbi del sonno possono essere un fattore di rischio indipendente di depressione. Un certo numero di altre condizioni mediche possono presentare sintomi simili ai disturbi dell'umore, tra cui: ipotiroidismo, malattia di Alzheimer, tumori cerebrali, lupus eritematoso sistemico e gli effetti negativi di un numero di farmaci (come i beta-bloccanti e gli steroidi).



Un certo numero di stati psicologici aumentano il rischio di suicidio, tra cui disperazione, perdita di piacere nella vita, depressione e una progressiva impotenza. Una scarsa capacità di risolvere problemi, la perdita della capacità e lo scarso controllo degli impulsi possono anch'essi svolgere un ruolo. Negli anziani la percezione di essere un peso per gli altri è importante.

Episodi come la perdita recente di un familiare o di un amico, la perdita di un posto di lavoro o di l'isolamento sociale (come vivere da solo) aumentano notevolmente il rischio. Essere religiosi può ridurre il proprio rischio di suicidio, un fattore che è stato attribuito alle posizioni negative che molte religioni intraprendono contro il suicidio; tra i credenti, i musulmani sembrano essere quelli con un tasso più basso.

Alcuni possono togliersi la vita per sfuggire al bullismo o ai pregiudizi. Una storia di abuso sessuale infantile e un periodo trascorso in affidamento, possono essere anch'essi fattori di rischio: si ritiene che l'abuso sessuale possa contribuire a circa il 20% del rischio complessivo.

L'aumento della povertà relativa rispetto alla media della società in cui si vive aumenta il rischio di suicidio. Oltre 200.000 contadini in India si sono tolti la vita dal 1997, in parte a causa di problemi di debito. In Cina il suicidio è tre volte più probabile nelle regioni rurali rispetto a quelle urbane in parte a causa delle difficoltà finanziarie in queste zone del paese.

I mezzi di comunicazione, compreso internet, possono giocare un ruolo importante nei casi di suicidio. Il modo in cui il suicidio viene presentato può avere un effetto negativo, glorificandolo e romanticizzandolo con un grande impatto emotivo e mediatico.

Questo contagio di suicidio è noto come effetto Werther, dal nome del protagonista de I dolori del giovane Werther, di Goethe, che appunto finisce con l'uccidersi. Questo rischio è maggiore negli adolescenti che possono idealizzare la morte. Sembra che mentre le notizie dei media abbiano un effetto significativo, quello dei mezzi di intrattenimento sia equivoco. L'opposto dell'effetto Werther è l'effetto Papageno la cui presenza di efficaci meccanismi di adattamento, può avere un effetto protettivo. Il termine si basa su un personaggio presente nell'opera di Mozart Il flauto magico, che temendo la perdita di una persona cara stava per togliersi la vita, ma l'aiuto degli amici riuscì a salvarlo.

Suicidio razionale è il motivato abbandono della propria vita, anche se alcuni ritengono che il suicidio non è mai logico. L'atto di perdere la vita per il bene degli altri è noto come suicidio altruistico. Un esempio di questo è quando un anziano termina la propria vita per lasciare una maggiore quantità di cibo per i più giovani della comunità. In alcune culture eschimesi questo è visto come un atto di rispetto, di coraggio e di saggezza.

Un attacco suicida è un atto politico in cui un attaccante perpetra la violenza contro gli altri sapendo che ciò provocherà la propria morte. Alcuni attentatori suicidi sono motivati dal desiderio di essere considerati dei martiri. Le missioni kamikaze sono state effettuate come un dovere per una causa superiore o come un obbligo morale. L'omicidio-suicidio è un atto in cui a un omicidio segue il suicidio del colpevole entro una settimana dall'atto. Tra il gennaio e il dicembre 2003, in Italia, i casi di suicidio a opera dell'autore del delitto erano stati 42, di cui 38 commessi da uomini e quattro da donne. Solo in uno dei casi l'omicidio-suicidio era concordato da entrambe le parti. I suicidi di massa sono spesso eseguiti sotto la pressione sociale in cui i membri rinunciano alla propria autonomia per seguire un leader. Un suicidio di massa può avvenire con un minimo di due persone, spesso definito come un patto suicida.

Come attenuante alle situazioni in cui continuare a vivere sarebbe intollerabile, alcune persone usano il suicidio come una via di fuga. Alcuni detenuti nei campi di concentramento nazisti sono noti per essersi uccisi deliberatamente toccando le recinzioni elettrificate.

Il metodo principale utilizzato per suicidarsi, varia da paese a paese. I più frequenti nelle diverse regioni sono l'impiccagione, l'avvelenamento da pesticidi e l'utilizzo di armi da fuoco. Queste differenze sono da ritenersi parzialmente dovute alle disponibilità dei diversi metodi. Uno studio effettuato su 56 paesi, ha rilevato che l'impiccagione è stato il sistema più comune, messo in pratica dal 53% dei suicidi di maschi e dal 39% dei suicidi di femmine.

Il 30% dei suicidi a livello mondiale avviene mediante l'assunzione di pesticidi. Tuttavia l'utilizzo di questo metodo varia geograficamente notevolmente, da un 4% in Europa a oltre il 50% nella regione del Pacifico. È comune anche in America Latina per via del suo facile accesso all'interno delle popolazioni agricole. In molti paesi, l'overdose di droga rappresenta circa il 60% dei suicidi tra le donne e del 30% tra gli uomini. Molti sono pianificati e si verificano durante un periodo acuto di ambivalenza.

Il tasso di mortalità varia a seconda del metodo utilizzato. Per le armi da fuoco vi è una mortalità dell'80-90%, l'annegamento tra il 65 e l'80%, l'impiccagione tra il 60% e l'85%, l'inalazione degli scarichi dell'auto tra il 40% e il 60%, il gettarsi da altezze variabili tra il 35% e il 60%, l'assunzione di pesticidi e l'overdose di farmaci hanno un tasso che varia dall'1,5% al 4%. I metodi più comuni di suicidio differiscono dai metodi spesso differiscono da quelli con più probabilità di successo: ad esempio, nei paesi più sviluppati l'85 dei tentativi avviene tramite overdose di droga, che è uno dei metodi meno effettivi.

Negli Stati Uniti, il 57% dei suicidi comportano l'uso di armi da fuoco, un metodo leggermente più comune negli uomini rispetto alle donne. Il secondo più frequente è l'impiccagione nei maschi e l'avvelenamento nelle femmine. Messi insieme, questi metodi comprendevano circa il 40% di tutti i suicidi compiuti negli Stati Uniti. In Svizzera, dove quasi tutti possiedono un'arma da fuoco, il maggior numero di suicidi avviene per impiccagione. Gettarsi dall'alto è comune sia a Hong Kong sia a Singapore con percentuali rispettivamente del 50% e dell'80%. In Cina l'assunzione di pesticidi è il metodo più comune. In Giappone, il tradizionale seppuku (o harakiri) si verifica ancora tuttavia l'impiccagione rimane il metodo più frequente.

Nella maggior parte dei paesi occidentali, il suicidio non è più considerato un reato, tuttavia lo era in molti paesi europei dal Medioevo fino almeno al XIX secolo. Molti paesi islamici lo considerano un reato.

In Australia il suicidio non è un reato, tuttavia è un crimine consigliarlo, incitarlo o aiutare un altro nel tentativo di attuarlo. La legge canadese consente esplicitamente a chiunque di utilizzare "la forza che possa ragionevolmente essere necessaria" per evitare che un individuo si suicidi. Il Territorio del Nord dell'Australia aveva brevemente legalizzato il suicidio assistito tra il 1996 e il 1997.

Nessun paese europeo attualmente considera il suicidio o il tentato suicidio un crimine. L'Inghilterra e il Galles lo hanno depenalizzato tramite il Suicide Act del 1961 e la Repubblica d'Irlanda nel 1993.

In India, il suicidio è illegale e i famigliari sopravvissuti possono dover affrontare difficoltà di ordine giuridico. In Germania, l'eutanasia attiva è illegale e chiunque dei presenti durante la pratica può essere perseguito per il mancato aiuto. La Svizzera ha recentemente preso provvedimenti per legalizzare il suicidio assistito per i malati mentali cronici. L'alta corte di Losanna, con una sentenza del 2006, ha concesso a un individuo anonimo con una lunga storia di problemi psichiatrici il diritto di porre fine alla sua vita.

Negli Stati Uniti, il suicidio non è illegale, ma può essere associato a sanzioni per coloro che lo tentano. Il suicidio assistito è legale negli Stati di Oregon e di Washington.

Nella maggior parte delle confessioni cristiane, il suicidio è considerato un peccato. Ciò si basa in particolare su autorevoli scritti di pensatori Medioevali, come Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino. Tuttavia il suicidio non era considerato un peccato sotto il codice Corpus iuris civilis dell'imperatore bizantino Giustiniano. Nella dottrina cattolica, la tesi si basa sul comandamento "non uccidere" applicabile ai sensi della Nuova Alleanza da Gesù in Matteo 19:18), così come l'idea che la vita sia un dono dato da Dio, la quale non deve essere disprezzata e che il suicidio è contro l'"ordine naturale" e interferisce con il piano di Dio per l'umanità.

Tuttavia, si ritiene che la malattia mentale o il timore grave della sofferenza diminuisca la responsabilità di chi lo attua. Una controdeduzione è che il quinto comandamento è più esattamente tradotto come "non uccidere", non necessariamente applicato a sé e che Dio ha dato il libero arbitrio per l'uomo. Prendere la propria vita non violerebbe la legge di Dio e che un certo numero di suicidi, da parte dei seguaci di Dio, sono registrati nella Bibbia con nessuna terribile condanna.

L'Ebraismo si concentra sull'importanza di valorizzare questa vita, e come tale, il suicidio equivale a negare la bontà di Dio nel mondo. Nonostante questo, in circostanze estreme, quando vi è altra scelta che uccidersi o essere uccisi o costretti a tradire la propria religione, gli ebrei si sono tolti la vita o individualmente o in suicidi di massa (ad esempio assedio di Masada) e come un severo monito vi è anche una preghiera della liturgia ebraica per "quando il coltello è alla gola", per coloro che muoiono "per santificare il Nome di Dio" (Martirio). Questi atti hanno ricevuto risposte contrastanti dalle autorità ebraiche, considerati da alcuni come esempi di martirio eroico, mentre altre affermano che era sbagliato togliersi la vita in previsione di un martirio.

Il suicidio non è consentito nell'Islam. Nell'Induismo, il suicidio è generalmente malvisto e viene considerato ugualmente peccaminoso come uccidere un altro individuo. Scritture indù affermano che chi si suicida entrerà a far parte del mondo degli spiriti, vagando in terra fino a quando sarebbe altrimenti morto, se non avesse commesso l'atto. Tuttavia, l'induismo accetta il diritto di un uomo di porre fine alla propria vita attraverso la non violenta pratica del digiuno fino alla morte, pratica chiamata Prayopavesa. Tuttavia tale pratica è strettamente limitata alle persone che non hanno alcun desiderio o ambizione e nessuna responsabilità ai rimanenti in questa vita. Il giainismo ha una pratica simile di nome Santhara. La pratica del Sati o di auto-immolazione della vedova, era prevalente nella società indù durante il Medioevo.





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sabato 7 novembre 2015

LE MACCHINE ROTTAMATE



L’esercito delle vetture Euro0, Euro1 ed Euro2 è allo sbando, travolto da una sola parola d’ordine: rottamazione. I numeri di questa Caporetto automobilistica sono impietosi.
La regione che ha radiato più vetture è la Lombardia, con 244.500 rottamazioni, seguita da Lazio (160.370) e Campania (circa 148mila). Mentre la classifica delle marche è stata guidata da Fiat (569mila), seguita da Ford (154mila) e Renault (114mila). Le meno rottamate in assoluto sono invece Ferrari, con 13 radiazioni di auto evidentemente incidentate in modo irrimediabile, e l’Hummer con un solo veicolo tolto dalla circolazione.
Una crociata combattuta in nome dell’ecologia e della riduzione delle immissioni inquinanti nell’atmosfera, che ha però l’effetto collaterale di circa 1,2 milioni di tonnellate di auto da smaltire ogni anno. Già, ma che fine fa questa montagna composta da materiali di ogni genere? Fino a un paio di decenni fa quella fine era sotto gli occhi di tutti e aveva l’aspetto degli sfasciacarrozze che operavano su quasi tutte le direttrici in uscita dalle città, grandi, piccole o medie che fossero. Si arrivava al cancello d’ingresso con la vettura a fine carriera, si contrattava un prezzo di poche, anzi pochissime, centinaia di migliaia di lire, si dava l’ultima occhiata alla compagna di tante migliaia di chilometri di strade e, se si ripassava di lì qualche giorno dopo, era facile vederla impilata su tante altre veterane in congedo, spogliata di tutto ciò che poteva servire a un mercato parallelo dei ricambi alimentato da studenti squattrinati e famiglie indigenti, ma anche da meccanici furbastri che montavano pompe dell’acqua o semiassi dalla notevole anzianità di servizio spacciandoli per nuovi di zecca.
Quei suk della meccanica sono stati chiusi definitivamente dalle normative europee che hanno prima imposto standard piuttosto severi ai centri autorizzati allo smaltimento delle auto e, poi, obbligato le case automobilistiche a farsi carico in prima persona dello smaltimento delle vetture ritirate dalla loro rete di vendita.

Per capire, in concreto, dove va a finire quel milione e 200mila tonnellate di automobili rottamate ogni anno vediamo che cosa prevede il protocollo interno di Fiat, tenendo presente che gli altri costruttori presenti in Italia si comportano in un modo assolutamente simile.
Partiamo dal caso di chi voglia disfarsi della sua automobile senza acquistarne un’altra: il concessionario Fiat (o Alfa Romeo o Lancia) non è tenuto a ritirarla, ma a indicare il centro di smaltimento convenzionato con la marca della vettura da rottamare. Sarà poi il proprietario a recarsi sul posto di persona, un po’ come accadeva ai tempi dei vecchi sfasciacarrozze. Si tratta, comunque, di un evento oggi molto raro, perché gli incentivi statali portano la stragrande maggioranza degli italiani a operare in un mercato di sostituzione, ovvero ad acquistare un’auto nuova in sostituzione di quella arrivata al capolinea. In questo caso, ogni concessionario del gruppo Fiat diventa un centro di raccolta e, dunque, ritira i mezzi per poi conferirli a un centro di smaltimento autorizzato.
Eppure la domanda «dove vanno a finire le auto rottamate?» non ha trovato la sua risposta definitiva, e per capirlo occorre spostarsi sulla tangenziale di Mestre, un tratto di strada ormai purtroppo leggendario per la congestione del traffico che lo affligge. Ebbene, gli automobilisti che lo percorrono ogni giorno possono testimoniare di quante bisarche possono vedere, di solito di piccola taglia e con scritte in lingue straniere sulle carrozzerie. Su quei mezzi ci sono auto radiate in Italia e, quindi, prive di targa, ma che possono essere reimmatricolate all’estero nella più perfetta legalità: non sempre chi firma i documenti negli uffici del concessionario, a maggior ragione con il miraggio del ritiro di un modello nuovo, fa caso al documento che gli viene messo davanti, che spesso reca l’intestazione “Annotata cessazione della circolazione per trasferimento all’estero”. Così auto che farebbero inorridire le telecamere delle zone a traffico limitato delle città italiane tornano a far garrire le loro polveri sottili in Bulgaria, Romania o Polonia, Paesi dove la coscienza ecologica è sacrificata alla ragion di stato, e uno dei pilastri su cui si basa il concetto stesso della rottamazione, cioè svecchiare il parco-macchine, si rivela scricchiolante dato che spostare il problema qualche centinaio di chilometri più in là non è certo il massimo dell’ambientalismo.



Capire quante delle 1,5 milioni di auto italiane rottamate sulla carta ogni anno finiscano oltreconfine è impossibile. Quello che è certo è che il fenomeno è tutt’altro che marginale. E anche i centri di smaltimento autorizzati non devono essere efficaci come dicono i comunicati ufficiali delle associazioni di categoria. La dimostrazione di questa, almeno parziale, inefficacia è un accordo siglato tra i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico e le associazioni del settore automobilistico, il cui incipit è “Accordo di programma quadro per la gestione dei veicoli fuori uso” e il cui obiettivo dichiarato è «Ridurre al minimo l’impatto ambientale dei rifiuti che derivano dallo smaltimento di queste vetture».
Addentrarsi nei meandri dell’accordo sarebbe complicato. Basta dunque leggere i comuni intenti che ne sono la ragione d’essere per capire che le 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti a quattro ruote (depurate ovviamente delle veterane che percorrono sbuffando inquinanti le strade di Sofia, Cracovia o Bucarest) non devono essere proprio in mani ottimali. Al punto uno si dice che l’accordo vuole «Incrementare la qualità degli operatori e delle operazioni di trattamento», mentre il punto due recita: «Promuovere la stipula di controlli tra gli operatori», il tre auspica una «Verifica della realtà attuale della demolizione in Italia» e il quattro chiede con vigore «L’effettuazione di attività di ricerca finalizzata all’individuazione di tecnologie di post frantumazione e di recupero energetico con messa a punto di un impianto pilota».
Insomma: evidentemente la situazione è perfettibile. E lo ha fatto ben capire il ministro dell’Ambiente, che ha dichiarato: «Trovo che questo accordo sia un importante passo in avanti nella logica delle tre R (Raccolta, Riutilizzo, Riciclo), che permette di abbattere le cause di inquinamento dell’ecosistema e porta un concreto guadagno a chi vi si ispira», per poi aggiungere, «È bene che certi messaggi partano proprio dai settori più importanti del Paese, come quello dell’automobile».
Enunciati a metà 2008, tali ottimi propositi che, è bene sottolinearlo, mettono l’Italia nelle prime posizioni in Europa sul fronte della rottamazione virtuosa, fanno pensare che, se non siamo all’anno zero, poco ci manca.

Il fatto è che le politiche ambientali, per essere veramente efficaci, devono rifuggire dalle semplificazioni e tenere conto di un intero processo produttivo, dalla nascita alla “morte” di un determinato oggetto. Un esempio? Se doveste chiedere in giro se un’auto ibrida come la Toyota Prius è meglio per l’ambiente di una vecchia Fiat Bravo tutti direbbero di sì. Fatto vero solo in parte. Prendiamo il caso di un automobilista che faccia un chilometraggio medio con la sua Bravo e passi a una Prius per far del bene all’ambiente, quindi a se stesso e a tutti noi. Sulla carta tutto bene: grazie a una tecnologia d’avanguardia il nostro utente della strada si trova a guidare una berlina di stazza media che percorre 20 chilometri con un litro di benzina (cioè moltissimo) ed emette 104 grammi di anidride carbonica ogni chilometro, ovvero pochissimo. Peccato che per costruire una Prius occorra, anche a causa delle tecnologie sofisticate che la compongono, molta energia, che si traduce in notevoli emissioni in atmosfera. Risultato: l’automobilista medio italiano ripaga il debito energetico contratto alla nascita della sua vettura solo dopo aver percorso 73.600 chilometri.
Certo, se il nostro ambientalista a quattro ruote avesse scelto un Suv di grossa cilindrata sarebbe andata ancora peggio. Ma l’esempio della Prius dimostra come anche in campo ecologico le apparenze ingannino. E allora qualche ricercatore sta lanciando una provocazione: perché sostituire auto con pochi anni di anzianità di servizio con altre nuove se ormai le modifiche tra una normativa Euro e quella successiva sono fatte solo di dettagli? Un computer recente può essere adeguato nelle prestazioni a quelli di ultima generazione semplicemente cambiando qualche scheda e qualche decina di chip. E lo stesso potrebbe avvenire in campo automobilistico, dato che oggi sono soprattutto le centraline elettroniche a fare la differenza, per esempio, tra una Euro quattro e una delle future Euro cinque. La parola magica che potrebbe eliminare almeno il 40% degli 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti automobilistici prodotti ogni anno in Italia è “aggiornamento”. Una nuova centralina e poche altre modifiche tecniche porrebbero rimedio al fatto che ogni autovettura genera il 50% del suo impatto ambientale all’atto della costruzione e solo il restante 50% durante l’uso. A patto di capire che spostare l’inquinamento da un punto all’altro del pianeta, toglierne un pochino dall’area Ecopass di Milano per produrne altrettanto nella fabbrica giapponese della Toyota, per la Terra è un fatto assolutamente relativo.



R come rottamazione, R come recupero, riutilizzo, riciclo. Portelloni e cofani vengono smontati: possono essere rivenduti. Nell’«isola di bonifica» comincia una sequenza che è un po’ un’autopsia, un po’ un’imbalsamazione. Via la batteria, via le ruote, via le pastiglie dei freni, via i fari. Poi l'auto è issata su un ponte sollevatore. Si buca il serbatoio e una pompa tira via la benzina: ogni liquido — freni, antigelo, cambio, lavavetri, olio esausto — è tolto per aspirazione o per pressione e finisce risucchiato in una tanica dedicata. Totalmente recuperabili i 25 kg di plastica dei paraurti (diventeranno panchine o pezzi di nuove auto) e i 30 kg di vetri, buoni per far bicchieri. Mentre l'auto scola ancora, si svitano i bulloni di ancoraggio del motore, che viene imbragato con le cinture di sicurezza tagliate, estratto con l’argano e stoccato. Si incide il parabrezza e lo rimuove: resta un enorme buco, dal quale passa il cruscotto smontato.

Un’ora e dieci minuti, e l’auto è nuda e quasi dimezzata: la bonifica le ha tolto 331,5 kg. Il «polipo» di una gru la strizza e la carica sull’autocarro che la condurrà all’impianto di compattazione. Qui la adagia in quello che ha tutta l’aria di essere un sarcofago e in realtà è una pressa. Clang! , il coperchio si chiude. Che cosa stia accadendo adesso, in questi trenta secondi, lo si può soltanto immaginare da un rumore soffocato — il sistema idraulico raggiunge la pressione di 200 bar — simile a uno spasmo: la pressa schiaccia l’auto dall’alto, racconta l'addetto mentre la telecomanda, un pistone comprime il lato lungo.  Quel che ne resta dell'auto è un cuboide di lamiera accartocciata — in gergo si chiama «pacco». Vi resterà settimane, forse mesi: 430 kg di ferro, alla quotazione attuale, valgono appena 15 euro.

Dalle auto demolite si ricava di tutto, anche bicchieri in plastica e portachiavi. Se non vi siete mai chiesti dunque che fine facciano le auto demolite sappiate che nella maggioranza dei casi continuano a vivere, anche se lo fanno sotto un’altra forma; da alcuni anni infatti l'industria del riciclo ha preso piede anche nel settore dell’Automotive. Le vecchie auto sembrerebbero molto corteggiate dall’industria del lusso che utilizza numerose componenti per realizzare borse in gomma; ma anche portafogli, porta-documenti o portachiavi provengono da pneumatici di auto demolite. Anche molte scarpe hanno quest'origine, in particolare le suole.
Per non parlare di monili, gioielli, bracciali ed orecchini: anche questi possono provenire da un'automobile; frutto ad esempio del riciclo delle guarnizioni in gomma, ma anche cavi in acciaio, fili dell'alternatore o cinture di sicurezza.E ancora: da veicolo in movimento la vostra auto potrebbe diventare la sedia da giardino dove vi appisolate per rilassarvi. Infine, per non trascurare proprio nulla, mentre siete sotto la doccia date un’occhiata al vostro tappetino antiscivolo: anche questo potrebbe arrivare dal cruscotto della vostra auto demolita qualche tempo fa.




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mercoledì 4 novembre 2015

SPARIRE NEL NULLA



Per persona scomparsa si intende, ai sensi della l.n. 203/2012, la persona allontanatasi dall'abitazione o dal luogo di temporanea dimora che, per le circostanze in cui è avvenuto il fatto, sia in pericolo di vita o per l'incolumità personale. L'ufficio di polizia che ha ricevuto la denuncia promuove l'immediato avvio delle ricerche, ferme restando le competenze dell'autorità giudiziaria.

Nella maggior parte dei casi una persona scomparsa può essere dichiarata “legalmente morta”, dopo sette anni. Questo lasso di tempo può essere ridotto in alcuni casi, come nelle grandi battaglie o nei disastri di massa, come accadde l'11 settembre 2001.

Gli strumenti per prevenire le scomparse sono rappresentati dalla possibilità di coordinare subito le indagini, la dichiarazione di scomparsa, e l'utilizzo di un sistema informativo ricerca scomparsi (RISC), un grande archivio elettronico che cataloga e gestisce tutte le informazioni sulle persone scomparse.

La scomparsa di una persona può essere addotta a diverse ragioni, volontarie e/o involontarie/incidentali.

La casistica vede scomparse di persone di breve periodo (allontanamento temporaneo o smarrimento) e di lungo periodo (permanente). Più nello specifico le motivazioni possono includere:

smarrimento;
volontà di abbandonare la situazione sociale attuale (familiare, lavorativa/di studio, di relazioni sociali) divenuta incompatibile con il proprio benessere per ricercarne una diversa (o anche evitandone l'inclusione in altre);
adesione a comunità religiose o filosofiche totalizzanti o ad organizzazioni clandestine;
presenza di malattie mentali o problemi causanti vuoti o perdita di memoria;
fuga da situazioni post traumatiche o di abuso (o per paura di subirle);
fuga dalle autorità giudiziarie o di polizia per il timore di subire una pena restrittiva;
fuga da emergenze umanitarie e naturali (es. persecuzioni, carestie, calamità);
subire il reato di sequestro di persona (a fini estorsivi o per riduzione in schiavitù);
subire il reato di sottrazione (di minore o altro soggetto sotto tutela) da parte di genitore o altro parente non affidatario;
subire una ritenzione da parte di autorità di polizia in assenza di provvedimenti legittimi;
essere vittima di omicidio, con conseguente occultamento e/o soppressione del cadavere oppure con abbandono del cadavere in località remota (o comunque non ancora rinvenuto);
morte accidentale in località remota (o comunque in area ove non si è ancora rinvenuto il cadavere) oppure in assenza di riferimenti utili per un'identificazione;
suicidio in località remota (o comunque in area ove non si è ancora rinvenuto il cadavere) oppure in assenza di riferimenti utili per un'identificazione;
morte accidentale in situazioni calamitose (naturali o belliche).



Minori e anziani, italiani e stranieri, uomini più che donne, di ogni classe sociale. E' un identikit molto generico quello della persona scomparsa, perché il "fenomeno drammatico", come lo ha definito il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, è diffuso in ogni fascia sociale e d'età e su tutto il territorio, dal Nord al Sud. L'ultimo numero che fotografa questa realtà è 29.763: tante sono le persone che risultano tuttora scomparse in Italia in una lista aperta nel 1974 ed alla quale solo nei primi mesi del 2014 si sono aggiunti altri 558 nomi.

Le loro foto sono affisse nelle pareti o sepolte nei cassetti delle questure di tutta Italia: assieme sono come una cittadina svanita nel nulla. Parlando al convegno internazionale "La scomparsa di persone: una sfida per i Paesi Ue", promosso presso la Scuola superiore dell'Amministrazione, Alfano lo ha definito un fenomeno che "desta allarme sociale", perché "dietro ognuno di quei numeri c'è una persona che non si trova e il pianto dei familiari disperati".

Le principali cause, ha spiegato il ministro, "sono l'allontanamento volontario, disturbi psicologici, il diventare vittime di reato e poi ci sono altri due fenomeni: gli anziani affetti da Alzheimer e la crisi economica che fa aumentare disturbi e crisi depressive portando i soggetti ad allontanarsi dal proprio ambiente". Negli ultimi due anni sono state registrare oltre 23mila denunce di scomparsa. In realtà, se si guarda alle cifre, la prima ragione è collegata al problema dell'immigrazione di massa degli ultimi due decenni ed al sistema di accoglienza dei cosiddetti minori non accompagnati.

Quasi 20mila, gli stranieri rappresentano il grosso degli scomparsi in Italia. Il numero è ancora più drammatico se si considera che quasi 13 mila di essi sono minorenni. "In grande maggioranza si tratta di ragazzi che si allontanano volontariamente dalle abitazioni o dalle comunità cui vengono affidati. Ma ci sono anche - ha spiegato Alfano - i minori sottratti da uno dei coniugi e quelli vittime di reato". Sul totale pesano altre incognite legate al fenomeno migratorio: di frequente i migranti fanno perdere le proprie tracce volontariamente per spostarsi in altri Paesi, ma sul destino dei minori in fuga molte associazioni hanno spesso lanciato l'allarme.

Spaventa anche il dato femminile. Soltanto nel 2012 sono sparite due donne ogni giorno, in media, dal 1974 a oggi più di 200 ogni anno; un terzo del totale delle persone di cui non si hanno più notizie. Anche in questo caso, la maggior parte delle denunce riguarda cittadine straniere (5.720), mentre le italiane sulla lista sono 580. Gli uomini sono 20.463, di cui 14.227 stranieri. Gli italiani spariti all'estero, invece, sono 178 dei quali 131 maggiorenni, 21 over 65 e 26 minorenni.

Sui casi femminili e sulla crisi, tra l'altro, insiste molto la relazione presentata dal commissario straordinario nominato dal governo sul fenomeno: "La crisi economica sta portando nel nostro Paese un aumento delle 'povertà sociali', materiali e immateriali - si legge nella relazione - . Prendiamo atto di operai in cassa integrazione, madri di famiglia che perdono il part time, ma anche manager, imprenditori, ricercatori che escono dal mondo del lavoro. Questa umanità ghermita dalla crisi - evidenzia ancora la Relazione - che qualche volta protesta e denuncia, spesso non traduce in processo sociale il proprio disagio e preferisce abbandonare tutto e tutti, anche la propria famiglia, forse a causa della indifferenza che accompagna il fenomeno. Si spiegano in tal modo i due terzi delle scomparse con motivazioni di 'allontanamento volontario'. Si spiega, inoltre, il fenomeno odioso della violenza di genere e del 'femminicidio' connesso alle numerose scomparse di donne".

Dall'anno della sua costituzione, nel 2007, l'Ufficio del Commissario di governo per le persone scomparse, "ne ha censito oltre 2.500, di cui la metà minorenni. Una percentuale pari al 40% circa del totale, sono donne straniere e/o comunitarie".

Il Lazio è in testa nella triste classifica delle persone scomparse con 6.766 casi, seguito dalla Sicilia (3.900), dalla Lombardia (3.680), dalla Campania (3.146) e dalla Puglia (2.475). Ma per il ministro Alfano c'è una buona notizia, crescono i ritrovamenti: su 140 mila denunce di scomparsa dal 1994, sono state recuperate le tracce di 110 mila persone. Il commissario straordinario del governo per le persone sparite, il prefetto Vittorio Piscitelli, ha rilevato che "è un fenomeno non solo italiano, in altri Paesi le cifre sono ancora più allarmanti. Si registra un fortissimo aumento dei numeri negli ultimi due anni e occorre alzare il livello di guardia".

C'è un altro numero, nascosto dietro queste cifre: dal 30 giugno 2014 ci sono 1.283 corpi non ancora identificati nei vari obitori italiani, molti dei casi censiti sono rappresentati dai migranti annegati. Sono ancora 197 i corpi da identificare del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

La relazione del commissario straordinario ha preso in esame anche i suicidi, rilevando che "nel 2013 sono state 149 le persone che si sono tolte la vita per motivazioni di ordine economico, rispetto agli 89 casi registrati nel 2012: un suicidio ogni due giorni e mezzo". Secondo la Relazione, che tiene conto di analisi del Censis e di Link Lab (Laboratorio di ricerca socio-economica dell'Università Link Campus University), "sale quindi a 238 il numero complessivo dei suicidi per motivi legati alla crisi economica, registrati in Italia nel biennio 2012-2013". Dunque, "nell'ultimo quadrimestre del 2013, i suicidi riconducibili a motivazioni economiche rappresentano circa il 40% del totale registrato nell'intero anno". Non solo: "Un suicida su due è imprenditore, ma in un anno - segnala la relaziona- è raddoppiato il numero dei disoccupati suicidi", mentre "è triplicato anche quello degli 'occupati', per un fenomeno che non conosce più differenze geografiche" e si registra al Sud come al Nord.

Nel 2013, evidenzia infine la Relazione, anche "il numero più elevato dei tentativi di suicidio si registra ancora una volta tra coloro ai quali la crisi economica ha portato via il lavoro ma anche la speranza di proseguire o ricostruire altrove il proprio percorso professionale.
Seguono gli imprenditori e i lavoratori dipendenti".



Nel primo semestre del 2015 si è registrato un aumento di 7.993 casi. Positivo pero' il trend dei ritrovamenti: 125.657 al 30 giugno 2015, contro i 119.802 del 31 dicembre 2014 (+5.855). Sono i dati della tredicesima Relazione semestrale presentata al Viminale dal Commissario straordinario di Governo per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli, insieme al sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione.
Gli ultimi risultati, ha osservato Manzione, "indicano un discreto salto di qualità nei ritrovamenti, ma il numero degli scomparsi è significativo, pur se più basso rispetto ad altri Paesi europei". Il prefetto Piscitelli, da parte sua, ha voluto sottolineare "la crisi di valori, l'individualismo, che sono alla base di parte del fenomeno".

Mancano all'appello 22.848 stranieri e 8.524 italiani, di cui 13.085 maggiorenni (6.712 italiani e 6.373 stranieri) e 18.287 minorenni (1.812 italiani e 16.475 stranieri). I maschi sono 22.455, mentre le donne 8.917. Il Lazio è la regione più colpita (6.757 casi), seguita da Sicilia (4.821), Lombardia (3.504) e Campania (3.211).

I minorenni che scompaiono, ha sottolineato Piscitelli, "sono il problema dei problemi: si tratta in larga parte di stranieri non accompagnati (tra i 15 ed i 17 anni) che si allontanano dai centri di accoglienza e nelle comunità di affido per dirigersi verso i Paesi dove hanno parenti o altri appoggi, ma durante il viaggio possono incappare in disavventure".
Gli ultrasessantacinquenni scomparsi sono 1.298. Di questi 112 hanno come motivazione "possibili disturbi psicologico" e molto spesso di tratta di malati di Alzheimer o di persone affette da malattie neurologiche.

Altro capitolo rilevante della relazione sono i cadaveri non identificati. Il registro nazionale ne conta 1.421 (36 in più nell'ultimo semestre). Tra questi ci sono 760 corpi di migranti recuperati sulle coste italiane in seguito a naufragi.






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