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domenica 26 marzo 2017

SELFIE E BOCCACCE



Sorridere? Assolutamente no. Meglio una linguaccia. Le foto sui red carpet e quelle delle vacanze si riempiono di boccacce. L’ultima moda, non solo tra le star, è farsi immortalare con una smorfia sul viso: nasi arricciati, sopracciglia aggrottate, bocca spalancata e occhi storti. Gli scatti negli album di famiglia e sui social network sono quasi da film horror. Ma questo poco importa. Secondo uno studio del Dipartimento di psicologia dell’Università di Portsmouth, nel Regno Unito, le espressioni non alterano i lineamenti. Quindi chi è bello di natura, lo sarà sempre.

Le donne, però, non sono le sole a «esibirsi». Anche gli uomini si divertono. E sui social network i «comuni mortali» seguono la tendenza. «Il web ha un effetto moltiplicatore. Quindi la foto di un’attrice che fa una boccaccia sul tappeto rosso rimbalza ovunque. Viene visualizzata un’infinità di volte e si diffonde . E per il fenomeno dell’emulazione si tende a volerne fare una uguale», dice Gianluca Calì, psicologo e psicoterapeuta.
Secondo una ricerca condotta da Nadja Reissland della Durham University, si comincia a giocare con le espressioni già nella pancia della mamma. I ricercatori hanno monitorato quindici feti (sette maschi e otto femmine) attraverso le ecografie 4D e hanno dimostrato che i bebé sono capaci di quei movimenti del volto che contraddistinguo rabbia, tristezza o gioia. Una sorta di allenamento per quello che li attende dopo la nascita. I bambini, infatti, comunicano le sensazioni che provano con la mimica facciale. Quindi - dicono gli esperti - una linguaccia non dovrebbe mai essere punita, ma piuttosto andrebbe compresa.



«Online ci sono regole che rispecchiano solo in parte quelle della società offline - dice Calì -. Siamo più disposti a trasgredire e a regredire con comportamenti infantili perché non abbiamo la consapevolezza dei controlli. In realtà non è affatto così. Sappiamo bene quanto siano sotto osservazione i siti. Comunque si tratta di una trasgressione innocente rispetto ad altre di cui il web si nutre. La boccaccia ci permette di infrangere le regole, ma in modo innocuo».

Per la stragrande maggioranza i protagonisti dei selfie hanno tutti le stesse caratteristiche: donne, adolescenti, con il telefonino messo di lato in modo da fare la foto di profilo o al massimo di tre quarti, con un occhio strizzato o con i capelli tutti da un lato. L’espressione è per lo più una smorfia, ma l’ampia gamma va dal bacetto allo stupore  fino al sorrisetto con labbra arricciate, che è il grande classico.
Il fatto di nascondersi dietro ai capelli lunghi, o di farsi la foto includendo solo metà faccia è proprio il sintomo che gli adolescenti si mostrano, sì, ma secondo le loro dosi.  "E’ l’opposto del narcisismo”, dice il professor Federico Tonioni, psichiatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile del primo ambulatorio in Italia per le dipendenze da Internet, presso il Policlinico Gemelli di Roma.




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sabato 9 luglio 2016

VOLERE E POTERE



Volere è potere è un libro didascalico pubblicato nel 1869 da Michele Lessona, sul modello dell'opera Self-help dello scrittore britannico Samuel Smiles tradotta in italiano nel 1865 con titolo Chi si aiuta Dio l'aiuta.

L'opera di Smiles non era altro che la raccolta dei testi di una serie di conferenze che l'autore aveva tenuto a un gruppo di giovani inglesi di umili origini per spingerli a migliorare la propria posizione sociale. La tesi dominante era dimostrare che la forza di volontà era in grado vincere ogni ostacolo e pertanto un uomo volenteroso era in grado sollevarsi dall'oscurità e dalla miseria alla fama e alla ricchezza. Il testo ebbe un successo travolgente anche in Italia: ne vennero vendute ben 150 000 copie in pochi mesi e lo stesso presidente del consiglio Luigi Federico Menabrea diede disposizione perché fosse fatta un'opera analoga con esempi di italiani di successo; Menabrea inviò addirittura una circolare ai diplomatici italiani perché raccogliessero notizie su italiani "che onestamente arricchirono, accennando segnatamente agli ostacoli della loro prima vita". L'editore Gaspero Barbèra si rivolse a Michele Lessona, un noto zoologo dell'Università di Torino che aveva dimostrato non comuni doti di divulgatore scientifico, il quale accettò per lo stesso spirito del Mazzini nei "Doveri dell'uomo".

Il concetto di intenzione è centrale per comprendere perchè riusciamo o non riusciamo a portare a termine qualcosa.
Troppo spesso si confonde l'intenzione con la volontà.

A causa di questa confusione nasce un paradosso: il mio fare è visto come conseguenza della mia volontà di fare, così, quando non riesco, devo per forza concludere che non ho voluto abbastanza.

Dover attribuire a me stesso le cause dell'insuccesso aumenta la tendenza a criticarmi e di conseguenza a scoraggiarmi: pone un serio ostacolo all'intenzione, riducendo la mia motivazione e quindi la probabilità di riuscire. Il solito circolo vizioso.

A lungo andare la constatazione di non riuscire mai a volere abbastanza, mi porta inevitabilmente a concludere che in me c'è qualcosa che non va, che sono difettoso, fatto male.
Ne conseguono sentimenti negativi di colpa, ostilità verso me stesso, disperazione alla prospettiva di un futuro nel quale mai riuscirò.
Tutto ciò ha un impatto devastante sulla considerazione che ho di me stesso. La mia autostima subisce un tracollo. Un nuovo circolo vizioso.

Il concetto di intenzione è diverso da quello di volontà.
Innanzi tutto non è riconducibile solo a me stesso. L'intenzione infatti è un puzzle di fattori, alcuni attribuibili alla persona, altri al contesto. La volontà è solo uno di questi fattori, che tra le altre cose non dipende esclusivamente dall'individuo.
Conosciamo poco riguardo a come funzioni la volontà, ma di sicuro sappiamo che non basta per riuscire a studiare o a seguire una dieta.
Non si può esercitare la propria volontà semplicemente volendolo. Essa dipende anche da circostanze che non sono sotto il nostro controllo. La volontà di studiare, esempio tra tutti, può venire a mancare perchè non siamo abbastanza motivati al compito.
Essere motivati significa che oltre a ritenere utile e necessario studiare, sappiamo anche crearci l'intenzione di farlo. Riusciamo cioè a predisporre le situazioni in modo tale che accendano in noi lo scopo di studiare.

Con il termine intenzione ci riferiamo alla predisposizione dell'organismo quando si trova orientato verso un fine. Nella mente di questo organismo è presente un'idea che questo fine sia apprezzabile, abbia cioè un valore conseguirlo. Inoltre il pensiero è orientato a disporre un disegno, un progetto, un piano per il suo conseguimento. L'orientamento all'azione mira alla meta, stimola la volontà, la voglia, dispone le risorse, l'animo e la fiducia nella riuscita.  Per creare l'intenzione quindi non basta volerlo, occorre agire in maniera strategica sull'idea, sul pensiero e sui meccanismi che governano l'azione dell'individuo.
Esistono differenti discipline che si occupano di creare l'intenzione. L'educazione e l'auto-disciplina sono un esempio. Nei casi migliori si riesce a tirare fuori l'intenzione, indirizzandola verso scopi utili e desiderabili.
Putroppo non sempre è così.



La volontà non può superare i limiti della sfera psichica; non è in grado di costringere l’istinto, e non ha potere sullo spirito.
(C.G.Jung – 1947)

“L’unica cosa che ci rifiutiamo di ammettere è di essere in balia di «forze» che non siano riducibili al nostro controllo. Il motto «Volere è potere» è la superstizione dell’uomo moderno.
Eppure l’uomo contemporaneo, pur di mantener viva questa fede, paga lo scotto di una grave mancanza di introspezione. Egli resta cieco al fatto che, pur con tutta la sua razionalità e la sua efficienza, «forze» non controllabili lo tengono ancora in loro balia. I suoi dèi e i suoi demoni non sono affatto scomparsi: hanno solo cambiato nome. Essi lo tengono in uno stato d’agitazione incessante attraverso vaghe apprensioni, complicazioni psicologiche, un bisogno insaziabile di pillole, di alcool, di tabacco, di cibo e soprattutto imponendogli un pesante fardello di nevrosi.

All’uomo piace credere di essere padrone della propria anima. Ma nella misura in cui egli si dimostra incapace di controllare i propri stati d’animo e le proprie emozioni, o di prendere coscienza degli infiniti modi segreti in cui i fattori inconsci arrivano a insinuarsi nei suoi propositi e nelle sue decisioni, egli non è affatto padrone di se stesso. Questi fattori inconsci debbono la loro esistenza all’autonomia degli archetipi.
L’uomo moderno cerca di evitare di prendere coscienza di questa spaccatura della sua personalità istituendo un sistema di compartimenti stagni. Certi aspetti della sua vita esteriore e del suo comportamento sono mantenuti, per così dire, in zone separate e non sono mai messi a confronto fra di loro.”
(C.G.Jung – L’uomo e i suoi simboli)

Una coscienza potenziata a spese di un’inevitabile unilateralità, in tutti i casi si allontana talmente dalle immagini archetipiche da provocare un crollo.
E già molto prima della catastrofe si annunciano i segni dell’errore, come assenza di istintualità, nervosismo e disorientamento, invischiamento in situazioni e problemi impossibili e così via. L’analisi del medico rivela subito un inconscio che, trovandosi in stato di completa ribellione contro i valori consci, non può dunque in nessun modo essere assimilato dalla coscienza; e il contrario è ancora più impossibile. A questo punto ha inizio dunque quella via che fu percorsa dall’Oriente fin da tempi immemorabili. E’ chiaro che il cinese potè percorrerla proprio perché non era mai stato in grado di separare gli opposti della natura umana in modo tale che andasse perduto ogni loro reciproco collegamento cosciente.»
(C.G.Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, Bollati Boringhieri, p.36)



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martedì 5 luglio 2016

LE CATENE DI SANT'ANTONIO



Le catene di sant'Antonio traggono il proprio nome (nella lingua italiana) dal fenomeno che consisteva nell'inviare per posta lettere ad amici e conoscenti allo scopo di ottenere un aiuto ultraterreno in cambio di preghiere e devozione ai santi (Sant'Antonio è considerato uno dei santi oggetto di maggiore devozione popolare).

Negli anni cinquanta del XX secolo erano infatti diffuse lettere che iniziavano con "Recita tre Ave Maria a Sant'Antonio" e proseguivano descrivendo le fortune capitate a chi l'aveva ricopiata e distribuita a parenti e amici e le disgrazie che avevano colpito chi invece ne aveva interrotto la diffusione. Ancor più antica è la versione che circolava durante la prima guerra mondiale sotto forma di preghiera per la pace, che fu interpretata da ministri e funzionari di pubblica sicurezza come propaganda nemica da sopprimere.

Un tipo di catena di Sant'Antonio molto diffuso tra ragazzi negli anni settanta ed ottanta del secolo scorso era quello di spedire una lettera ad un amico sulla quale erano riportati alcuni indirizzi di altre persone. L'amico, una volta ricevuta la lettera, avrebbe dovuto inviare una cartolina della sua città al primo degli indirizzi riportati ed una lettera identica a quella ricevuta ad un certo numero di persone di sua conoscenza, sulla quale avrebbe dovuto riscrivere l'elenco omettendo il primo indirizzo ed inserendo il proprio in fondo all'elenco. Ciò avrebbe dovuto consentire, dopo vari passaggi, di ricevere un gran numero di cartoline, in realtà era difficile che la catena in qualche modo non si rompesse.

Nei primi anni ottanta, inoltre, alcune ditte offrirono lavori di rappresentanza promettendo facili guadagni, che in realtà, salvo possedere un'abilità veramente grande, erano destinati a finire ben presto in una bolla di sapone, proprio perché basati sul principio della catena di Sant'Antonio, molto difficile da applicare a lungo.

Un mezzo alternativo di diffusione delle catene rispetto alla posta ordinaria era costituito dallo scrivere i messaggi sulle banconote (in particolare, in Italia, i biglietti da 1000 lire). I vantaggi risultavano evidenti: la carta moneta consente di passare attraverso un numero enorme di intermediari, evitando inoltre le spese postali.
Altro strumento molto utilizzato prima dell'avvento di Internet sono state le fotocopie, che eliminavano la trascrizione manuale, e in seguito i fax, che aggiunsero a questo vantaggio un notevole incremento nella rapidità di diffusione della catena.

In seguito anche gli SMS dei telefoni cellulari sono diventati veicolo di catene di sant'Antonio. Oggi, l'utilizzo di applicazioni per smartphone quali ad esempio Whatsapp, ha rinvigorito il fenomeno.

Le catene di Sant'Antonio sono un fenomeno che non solo è riuscito a sopravvivere fino ad oggi ma che ha visto una vera e propria esplosione grazie alla diffusione delle e-mail dalla metà degli anni novanta. Attraverso Internet è infatti possibile inoltrare un identico messaggio a tutti i propri conoscenti in pochi secondi, con una singola operazione.

Quella delle catene di sant'Antonio è fin dagli albori di Internet una pratica espressamente vietata dalla netiquette, ma rimane ugualmente diffusa attraverso persone che in tal modo dimostrano involontariamente, oltre ad una certa ingenuità, la loro scarsa o nulla conoscenza del mondo dell'informatica e della rete. È sufficiente del resto che solo una piccola percentuale dei destinatari aderisca per assicurare la propagazione della catena.



Le moderne catene di Sant'Antonio sono strettamente collegate ad altri fenomeni che hanno trovato diffusione anche su Internet come lo spam, le "bufale" (hoax) e i cosiddetti "sistemi piramidali".

Tra i metodi comunemente sfruttati dalle catene di sant'Antonio vi sono storie che manipolano le emozioni, sistemi piramidali che promettono un veloce arricchimento e l'uso della superstizione per minacciare il destinatario con sfortuna, malocchio o anche violenza fisica o morte se "rompe la catena" e rifiuta di aderire alle condizioni poste dalla lettera. È un fenomeno propagatosi anche su Internet attraverso le e-mail, malgrado diffondere questo tipo di messaggi sia una esplicita violazione della netiquette.

Le catene hanno precisi temi ricorrenti che possono essere ricondotti a:
la classica "lettera portafortuna", spesso corredata da un breve testo educativo e moraleggiante
la richiesta di aiuto per bambini malati, cuccioli da salvare, notizie sconvolgenti da diffondere
la promessa di un facile e rapido arricchimento.
la minaccia di sfortuna o di morte

Nella quasi totalità dei casi i messaggi delle catene contengono informazioni completamente false, inventate o riadattate, in special modo quelle storie che puntano a sfruttare il lato emotivo del destinatario. Possono essere appelli di vario tipo, da appelli umanitari ad allarmi per ipotetiche emergenze. La loro diffusione è basata sulla disattenzione di quella percentuale di destinatari che, dando per scontata la veridicità delle informazioni riportate nel messaggio, lo girano immediatamente ai propri conoscenti, senza effettuare verifiche. Le minacce (di sfortuna, malocchio, morte o altro) sono sempre completamente false.

Dato che è pressoché impossibile fermare una catena, anche nella minoranza dei casi in cui l'appello è genuino la catena produce dei danni. Non di rado i parenti di persone morte da tempo per gravi malattie vengono perseguitati per anni da messaggi di persone ignare e in buona fede.

In alcuni casi le catene di sant'Antonio che chiedono di inoltrare il messaggio ad un particolare indirizzo sono utilizzate per alimentare il fenomeno illegale dello spam. Avviando una catena di questo tipo, lo spammer può ricevere di ritorno, senza fatica, migliaia di messaggi, dai quali potrà estrarre (con l'utilizzo di appositi software) un gran numero di indirizzi e-mail validi, da rivendere a caro prezzo. Questi dati verranno utilizzati per l'invio di messaggi indesiderati pubblicitari o truffaldini.

Il fenomeno è aggravato dalla noncuranza degli utenti inesperti che inoltrano il messaggio lasciando gli indirizzi di tutti destinatari in chiaro, e/o senza cancellare i dati dei destinatari precedenti o anche la propria firma e indirizzo. In questo modo per un malintenzionato è anche possibile risalire all'identità degli utenti, ricostruire la loro cerchia di contatti e tentare vere e proprie truffe utilizzando i metodi dell'ingegneria sociale.

Questi ultimi sono delle varianti delle catene di Sant'Antonio in cui chi riceve la lettera deve spedire del denaro a chi è all'inizio della catena (o al vertice della piramide). Chi spedisce le lettere spera di diventare presto "vertice" e di arricchirsi velocemente e senza fatica.

I messaggi contenuti nelle catene di Sant’Antonio sono sempre inventati oppure traggono spunto da notizie vere ma poi subdolamente manipolate per impietosire il destinatario che, per la propria buona fede e ingenuità, casca nell’inganno.

L’unica cosa da fare quando si riceve una catena di Sant’Antonio è eliminarla subito, senza soffermarsi troppo sul contenuto e senza temere di essere colpiti da chissà quali sciagure.

Non diffondete mai una catena di Sant'Antonio dal posto di lavoro, altrimenti date l'impressione che l'azienda o l'istituto presso il quale lavorate confermino l'autenticità della catena. Molte persone sono state danneggiate da questo loro comportamento incauto: troverete le loro storie e vicissitudini nelle varie indagini.

Molti di questi appelli fanno leva sui sentimenti o sui pregiudizi: due aspetti della psicologia umana che notoriamente annebbiano la parte razionale del nostro modo di pensare.

Di conseguenza, abboccare a una bufala non è sintomo di stupidità o di scarso intelletto: è una normale reazione umana.

Lo stimolo irrestibile a diffondere un appello ricevuto deriva anche da un altro fattore: il piacere di far sapere. La bufala si presenta in genere come un'informazione importante che pochi sanno: ricevendola e inoltrandola, crediamo di entrare a far parte di una cerchia elitaria di "coloro che sanno", e ci nasce dentro irresistibile la voglia di farci belli con amici e colleghi ostentando il nostro nuovo sapere. Non importa se il "nuovo sapere" è in realtà una bufala: l'effetto gratificante si ha lo stesso, anche perché praticamente tutti coloro che riceveranno la nostra comunicazione la riterranno autentica.

C'è anche un altro aspetto psicologico curioso: essere coinvolti in una bufala, sia come disseminatori sia come suoi "garanti" (per esempio apponendo volontariamente o involontariamente il proprio nome o indirizzo in calce a un appello), ci fa sentire importanti. Ci sono persone così sole o bisognose di protagonismo da trarre piacere dal fatto di essere tempestate di telefonate di sconosciuti che chiedono notizie sull'argomento della bufala che hanno sottoscritto.




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martedì 14 giugno 2016

RESILIENZA



Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

Si può concepire la resilienza come una funzione psichica, che si modifica nel tempo in rapporto all'esperienza, al vissuto e, soprattutto, al modificarsi dei processi mentali che ad essa sottendono.

Proprio per questo troviamo capacità resilienti di tipo:

istintivo: caratteristico dei primi anni di vita, quando i processi mentali sono dominati da egocentrismo e senso di onnipotenza;
affettivo: rispecchia la maturazione affettiva, il senso dei valori, il senso di sé e la socializzazione;
cognitivo: quando il soggetto può utilizzare le capacità intellettive simbolico-razionali.
Una resilienza adeguata è il risultato dell'integrazione di tali elementi libidico-istintivi, affettivi, emotivi e cognitivi.

La persona "resiliente" può essere considerata quella che ha avuto uno sviluppo psicoaffettivo e psicocognitivo sufficientemente integrati, sostenuti dall'esperienza, da capacità mentali sufficientemente valide, dalla possibilità di giudicare sempre non solo i benefici, ma anche le interferenze emotivo-affettive che si realizzano nel rapporto con gli altri.

Andrea Canevaro definisce la resilienza come «la capacità non tanto di resistere alle deformazioni, quanto di capire come possano essere ripristinate le proprie condizioni di conoscenza ampia, scoprendo uno spazio al di là di quello delle invasioni, scoprendo una dimensione che renda possibile la propria struttura».

È una capacità che può essere appresa e che riguarda prima di tutto la qualità degli ambienti di vita, in particolare i contesti educativi, qualora sappiano promuovere l'acquisizione di comportamenti resilienti:

« La resilienza è la capacità di un individuo di generare fattori biologici, psicologici e sociali che gli permettano di resistere, adattarsi e rafforzarsi, a fronte di una situazione di rischio, generando un risultato individuale, sociale e morale. »
(Oscar Chapital Colchado (2011))

Applicato a un'intera comunità, anziché a un singolo individuo, il concetto di resilienza si sta affermando nell'analisi dei contesti sociali successivi a gravi catastrofi naturali o dovute all'azione dell'uomo quali, ad esempio, attentati terroristici, rivoluzioni o guerre. Vi sono processi economici e sociali che, in conseguenza del trauma costituito da una catastrofe, cessano di svilupparsi restando in una continua instabilità e, alle volte, addirittura collassano, estinguendosi; in altri casi, al contrario, sopravvivono e, anzi, proprio in conseguenza del trauma, trovano la forza e le risorse per una nuova fase di crescita e di affermazione.

Un esempio del primo tipo è quello della comunità del Polesine che, a seguito della grande alluvione del Po del 1951, non riuscì a risollevarsi e subì una vera propria diaspora, disperdendosi nell'ambito di un grande processo migratorio che si spinse, tra l'altro, fino all'Australia. La città di Firenze, al contrario, pur avendo subito oltre 60 alluvioni dell'Arno nell'ultimo millennio, molte delle quali di intensità assolutamente eccezionale, ha conservato una straordinaria continuità nel tessuto economico, artistico e architettonico. I fattori identitari, la coesione sociale, la comunità di intenti e di valori costituiscono il fondamento essenziale della "comunità resiliente".

Fin dalle epoche più remote, gli esseri umani si sono distinti per la capacità di sopravvivere a disastri naturali, guerre, e a ogni sorta di carestia o malattia. Ciò è stato possibile perchè l’uomo è “programmato” per resistere alle sventure, superarle, e convivere quotidianamente con lo stress, al punto che si potrebbe dire che l’abilità di combattere e rialzarsi  più forti di prima (piuttosto che la fragilità) è la regola nel mondo umano.

La necessità di combattere ha la sua ragion d’essere nell’inevitabilità delle sconfitte, delle delusioni e dei conflitti quotidiani, fino a quegli sconvolgimenti esistenziali, come una violenza o la perdita di una persona cara, che, spezzando un equilibrio preesistente, pongono colui che li ha subiti di fronte a una serie di interrogativi: Perché proprio a me? Che senso ha quanto mi è accaduto?



Domande da cui non è possibile sfuggire: solo cercando una risposta chiarificatrice, un senso, seppur a volte mai definitivamente compiuto, è possibile infatti ridefinire la propria sofferenza, che, al di là del dolore gratuito, può essere vista come un valore aggiunto, e fonte di maggiore sensibilità verso le bellezze dell’esistenza, nonchè per le sofferenze altrui.

Se è vero che certe ferite non si rimargineranno mai completamente, qualunque trauma, se non vissuto passivamente come punizione o negazione della felicità, può rappresentare, nel suo accadere repentino e imprevedibile, un’occasione di realizzazione superiore, al pari della condizione del cigno che si è sviluppato a partire dal brutto anatroccolo della nota favola di Andersen (Cyrulnik, 2002).

Le difficoltà quindi come opportunità, come sfida, che mobilita le proprie risorse, sia interne che esterne, una sfida dalla quale non ci si può esimere, in nome del raggiungimento di un equilibrio più funzionale.

Affrontare le inevitabili calamità della vita mette in moto un’abilità nota come resilienza, termine ripreso dall’ambito ingegneristico per indicare la capacità di un materiale di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi (De Filippo, 2007). La sua azione può essere paragonata a quella del nostro sistema immunitario chiamato a proteggerci dalle aggressioni esterne.

Tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, diminuendo la resilienza, secondo Werner e Smith (1982) troviamo i fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura), familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione), di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).


Tra i fattori protettivi, invece, gli autori ne individuano di individuali e familiari. Tra i primi, l’essere primogenito, un buon temperamento, la sensibilità, l’autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, l’autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno). A questi si aggiunge una risorsa di estrema importanza: il comportamenti seduttivo, che consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti dall’esterno.

I fattori protettivi familiari comprendono l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, la qualità delle relazioni tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto di parenti e vicini di casa, o comunque di figure di riferimento affettivo.

Esplorando i fattori protettivi, è possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza (Cantoni, 2014).

La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).
Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

La Robustezza psicologica è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!”

 In ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica;
in informatica, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d'uso e di resistere all'usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati
in ecologia e biologia, la resilienza è la capacità di una materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato.

Nell'arte la resilienza è la capacità dell'opera di conservare attraverso l'estetica la sua particolarità, nonostante la crescente soggettivazione.



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sabato 7 maggio 2016

L'ARROGANZA IN DIVISA



Ogni capo di abbigliamento può essere considerato un’estensione del proprio essere, infatti, anche la percezione che si ha di se stessi, può essere modificata dall’abbigliamento che indossiamo.

All’epoca dell’Ancien règime, per strada, “si indossavano abiti che rendevano riconoscibile il proprio rango, e che per funzionare, dovevano essere sufficientemente familiari e conosciuti”. Quindi, il modo di vestire “era un tentativo di utilizzare schemi noti per identificare l’appartenenza sociale, in modo da conferire un ordine alla vita nella strada”.

Anche ai nostri giorni, ci viene spontaneo, almeno nel primo approccio, cercare di carpire la personalità degli altri osservandone il loro aspetto esteriore e l’abbigliamento. Questa osservazione, fornisce ancora un indizio potente e serve come una scorciatoia mentale per identificare: il sesso di una persona, lo status, l'appartenenza al gruppo, la legittimità, l'autorità e il lavoro che svolge. Abbigliamento e aspetto fisico, come abbiamo visto, sembrano quindi importanti nello sviluppo iniziale delle relazioni sociali. Alcuni studi fatti in America, hanno rivelato che l’esteriorità (compreso il modo di vestire), rimane ancora il maggiore indicatore utilizzato per la prima impressione delle persone.

Nate inizialmente per distinguere i nemici dagli amici sul campo di battaglia, le divise militari e quelle delle forze dell'ordine sono diventate uno dei modi per sottolineare esteriormente la propria identità. Un'identità che punta tutto sul gruppo, sullo spirito di corpo, sulla storia che quella divisa incarna. Accanto all'abito d'ordinanza, infatti, c'è un insieme di accessori, di atteggiamenti, di comportamenti e di regole che spiegano per filo e per segno chi è, e che cosa deve pensare, chi lo indossa. Un edificio di norme difficili da catalogare come il frutto di processi storici, visto che molti di questi aspetti appartengono a eserciti di culture ben diverse tra loro sia per epoca sia per collocazione geografica.
Ma, al di là agli aspetti esteriori, tutti gli appartenenti alle forze armate condividono la stessa esigenza psicologica: sembrare più forti e potenti di quanto, individualmente, non si sia. E infatti fin dalla loro comparsa le divise militari e quelle delle forze dell'ordine sono state confezionate con un obiettivo
preciso: esaltare la virilità di chi le indossa, stabilire una distanza con il resto del mondo e segnalare l'appartenenza a un gruppo.

Una delle strategie psicologiche più comuni per “dominare” senza colpo ferire è quella di esagerare, enfatizzare, quegli elementi del corpo e del portamento che hanno un significato diretto di superiorità. Persone alte, ad esempio, incutono più rispetto e soggezione di persone basse. Anche le spalle larghe, accompagnate da un girovita stretto, che attribuisce al busto un profilo a V, una muscolatura sviluppata, una voce bassa e profonda, un portamento eretto, con lo sguardo alto, e la visibilità nel gruppo sono fattori decisivi nel trasmettere dominanza. Le uniformi, specialmente quelle da cerimonia, presentano una serie di accorgimenti tesi ad enfatizzare proprio questi aspetti corporei.
L’uso di copricapi alti non ha solo la funzione di proteggere il militare dalle avversità atmosferiche, ma anche e soprattutto quella di aumentarne l’altezza percepita. Copricapi alti si trovano in eserciti appartenenti a culture molto distanti (si pensi ai capi indiani) e possono raggiungere altezze considerevoli. Possono essere di pelliccia, stoffa, metallo lucente, come nei corazzieri, e decorati con piume, come nel caso degli alpini e dei bersaglieri. Per quanto riguarda la larghezza delle spalle, notiamo l’uso di giubbe con spalline più o meno decorative ed evidenti, a seconda del grado. Nei casi più eclatanti, sono in metallo con frange, mentre a volte sono costituite da semplici imbottiture o risvolti di stoffa su cui sono appuntati i gradi sotto forma di galloni, barre, stellette, torri, greche. Tutto ciò favorisce l’impressione di spalle possenti e larghe e, come per il copricapo, il loro uso è stato riscontrato in culture molto diverse fra loro.

Per favorire la forma a V, sopra la giubba c’è un cinturone, spesso di colore bianco, di stoffa o pelle, che stringe il girovita, e i bottoni metallici e lucenti della giubba sono disposti in modo divergente verso l’alto.

Per quanto riguarda la visibilità, si può notare nelle uniformi l’uso frequente di colori contrastanti, come il rosso della giubba ed il nero dei pantaloni delle guardie reali inglesi, l’uso della sciarpa azzurra degli ufficiali italiani, posta trasversalmente sul busto, l’adozione di bottoni in metallo lucente , l’uso di ghette bianche. La dominanza è anche trasmessa da un’elevata ornamentazione e ciò si traduce, nelle uniformi militari, nell’uso di mostrine e fregi, che identificano il corpo d’appartenenza, e di cordoni, cordelline, placche, pendagli, dragoni, ed anche nell’adozione di armi bianche come lo spadino o la sciabola, nel caso di ufficiali e sottufficiali. L’abbigliamento con grosse giubbe, cinturoni e copricapi pesanti contribuisce, tra l’altro, a rendere i movimenti più rigidi e per questo più marziali.

Ormai è abbastanza noto, specialmente per i sempre più numerosi studiosi del linguaggio non verbale e della prossemica, che l’abbigliamento e l’apparenza fisica, sono importanti nello sviluppo iniziale di una relazione sociale e hanno addirittura più effetto della personalità, quindi nelle relazioni iniziali, l’uso, in particolare, dell’uniforme, che identifica una persona con un potere coercitivo, una potenziale capacità di arrestare e usare la forza per ristabilire l’ordine ha un significativo impatto psicologico.

La divisa della polizia rappresenta una tradizione antica come la Legge e alcune ricerche svolte negli Stati Uniti d’America, hanno dimostrato che l’abbigliamento ha un notevole impatto nel modo in cui le persone percepiscono gli altri.

Secondo questo studio, l’uniforme delle forze  di polizia ha un profondo impatto psicologico sugli altri e, anche una lieve alterazione allo stile della stessa può cambiare la percezione del cittadino nei confronti di chi la indossa.

Nel 1829, la London Metropolitan Police, fu la prima forza di polizia moderna, ad adottare un abbigliamento particolare per la propria forza di polizia. L’uniforme di questi poliziotti (i famosi "Bobbies" di Londra) era di colore blu scuro, in stile paramilitare. Il colore blu, in quell’epoca, serviva soprattutto per distinguere la polizia dai militari inglesi, che indossavano uniformi di altri colori.

Nel 1845, la città di New York ha istituito il primo corpo di polizia negli Stati Uniti e, successivamente, prendendo esempio dalla polizia di Londra, il New York City Police Department adottò la divisa blu scuro nel 1853. A breve, anche altre città, come Filadelfia, Boston, Cincinnati, Cleveland, Buffalo e Detroit, istituirono i dipartimenti di polizia sul modello di Londra inclusa l'adozione del colore blu scuro, in stile paramilitare per le uniformi.

In uno studio, sono state classificati venticinque diversi modelli di uniformi, afferenti a varie professioni, chiedendo ai partecipanti di inserirle in diverse categorie di sentimenti già prefissate in una griglia.



I soggetti che hanno partecipato al sondaggio, hanno confermato che la divisa della polizia rimane quella che maggiormente trasmette sensazioni di sicurezza.

In un altro esperimento, i partecipanti hanno dichiarato di ritenere uno dei modelli effigiati, più competente, affidabile, intelligente e socialmente utile, quando era raffigurato con l'uniforme della polizia, rispetto a quando, lo stesso modello, era ritratto con abiti civili.

Ancora un altro esperimento americano, ha rilevato che, la sola presenza di un individuo, che indossava una divisa simile a quella della polizia, lasciato sostare a piedi su un marciapiede vicino a un incrocio, aveva permesso l’allontanamento dei personaggi che erano soliti commettere infrazioni, i quali si vedevano circolare di meno in quella intersezione. Ciò era avvenuto, anche se l'uniforme non era di un vero e proprio poliziotto e l'individuo non indossava né un distintivo né un’arma.

In un esperimento per testare la potenza della divisa da poliziotto, un ricercatore, avvicinando casualmente alcuni pedoni su una strada di città, ordinava loro di raccogliere un sacchetto di carta buttato dagli stessi in terra, o stare un passo indietro a una fermata dell'autobus, o altri ordini simili. Il ricercatore, nel fare ciò, indossava alternativamente, abiti casual, una divisa di addetto alla consegna del latte o un uniforme grigio simile a quella della polizia completa di un distintivo, ma senza armi.

Solo l'uniforme simile a quella della polizia ha provocato un’alta percentuale di cooperazione da parte dei cittadini. Le persone inoltre, hanno continuato a obbedire a quanto detto dal ricercatore in uniforme, anche dopo che questi si era allontanato e non c’era nessuno a valutare le ulteriori azioni dei cittadini.

Detto questo, gli importanti risultati dei test americani, hanno permesso di rilevare che anche alcuni dettagli dello stile dell’uniforme possono influenzare il livello di autorevolezza del pubblico ufficiale. Al campione che ha partecipato all’esperimento, sono state fatte valutare fotografie di agenti di polizia in uniforme maschile e femminile, che indossavano diversi stili di copricapo e altre foto nelle quali gli stessi agenti non indossavano alcun berretto.

Anche se i test psicologici hanno dimostrato che i partecipanti hanno comunque percepito gli agenti come autorevoli in tutte le circostanze, il tipo di cappello ne variava il livello attribuito all’agente. Il tradizionale berretto della divisa (detto Tesa), o il basco dell’uniforme da combattimento, avevano suscitato un senso di maggiore autorità rispetto al berretto con visiera modello “baseball” o l’assenza di copricapo.

Altri studi, in passato, hanno affrontato l’ipotesi di eliminare lo stile paramilitare della divisa della polizia. In un esperimento, gli studenti dovevano visionare disegni in bianco e nero di tre stili di uniformi della polizia. Due delle uniformi rappresentavano uno stile paramilitare tradizionale, ma mancavano o il cinturone o le armi. Il terzo modello, era un uniforme non tradizionale, composta da pantaloni, una camicia con la cravatta e una giacca o blazer. Sebbene gli studenti abbiano espresso per tutte e tre le divise, un giudizio analogo rispetto all'obiettività e l'affidabilità, la divisa con la giacca blazer, veniva classificata leggermente superiore per professionalità.

Lo stesso esperimento, fatto con foto a colori, ha invece favorito lo stile tradizionale, le uniformi stile paramilitare venivano classificate come quelle che suscitavano un senso di onesto, buono, utile, autorevole e competente rispetto al blazer.

Gli esperimenti sopra citati, concernenti la foggia dei berretti e delle divise della polizia, suggeriscono che i cambiamenti dello stile possono avere un importante effetto sulla percezione dell’autorità e del potere da parte dei cittadini e sulle capacità di controllo da parte degli operatori di polizia, ma anche il colore della divisa può influenzare psicologicamente le persone.

Molti dipartimenti di polizia negli Stati Uniti utilizzano colori più scuri per le loro uniformi, come il nero, blu, marrone, verde o grigio. Proprio come si è detto circa lo stile delle uniformi della polizia, anche il colore della divisa ha un significato.

I test psicologici hanno rivelato che tutti noi tendiamo ad associare i colori con specifici stati d'animo, ad esempio il rosso o arancione per l'eccitazione e la stimolazione, il che spiega perché sia usato spesso per lampeggianti dei veicoli d'emergenza, il blu per sentimenti di sicurezza e comfort e il colore nero è spesso associato a potenza forza e negatività.

Studi effettuati presso scuole degli Stati Uniti (superiori e università), hanno dimostrato che gli studenti, percepiscono i colori chiari, tipo il bianco e giallo, come deboli, ma anche come buoni e attivi. Gli stessi studenti percepivano colori scuri, tipo il nero e il marrone, come forti e passivi, ma anche come cattivi. Le differenze culturali non hanno influenzato questi risultati, che non variavano neanche con la razza diversa degli studenti. La gente in Europa, Asia occidentale, Africa centrale e il Medio Oriente ha la percezione di colori simile, quindi queste ricerche dovrebbero valere anche in casa nostra.

In tutte le culture osservate, le persone hanno costantemente associato colori chiari con sentimenti di bontà e di debolezza e colori scuri come forza, ma di fatto cattivi o comunque temibili.

Molti studi psicologici, indicano i colori più chiari, come più piacevoli e meno dominanti, i colori scuri, invece, suscitano emozioni di rabbia, ostilità, dominio, e aggressione.

Il colore sembra avere anche un impatto considerevole sui vestiti e le percezioni di chi lo indossa. Quando la gente sceglie le foto di modelli in base alla loro attrattività, il colore dell’abbigliamento è apparso determinante.

Sempre in tema di colori, un altro interessante studio ha rilevato ad esempio che gli arbitri di calcio, sanzionano più severamente i giocatori di una squadra che indossa una divisa scura, rispetto a una squadra che indossa la divisa dai colori vivaci.

L'esperimento americano circa la squadra con la maglia scura, suggerisce inoltre che gli agenti di polizia in uniforme scura inconsciamente potrebbero agire in modo più aggressivo, quindi, accogliendo questo assunto, si dovrebbe trovare un compromesso per azzeccare la giusta combinazione di colori per l’uniforme perfetta, in grado di trasferire sentimenti di autorevolezza, potere e nello stesso tempo cordialità e disponibilità. Un’impresa ardua, ma non impossibile, giacché potremmo prendere spunto da un altro esperimento americano.

In un test, sono stati presentati soggetti in foto a colori, indossanti due divise tradizionali in stile paramilitare. Una delle divise con camicia blu scuro e pantaloni blu (indossati dalla polizia americana oggi), l’altra divisa tradizionale, era simile a quella degli agenti dello stato della California, costituita da una camicia cachi e pantaloni verde scuro.

Anche se i soggetti intervistati, avevano classificato entrambe le uniformi allo stesso modo, con aggettivi del tipo: buono, onesto, utile e competente, l’uniforme Californiana di colore più chiaro veniva valutato sensibilmente superiore per il calore e la cordialità che sembrava suscitare.

Quindi, l’uniforme con una metà chiara e l’altra metà scura, inviava comunque un messaggio migliore delle rimanenti uniformi tradizionali americane di colore blu scuro o nero.

Anche in America, dove si è molto investito sul concetto di polizia di prossimità e tanti sono gli sforzi per presentare un'immagine più amichevole per il pubblico, trascurare il significato del colore dell’uniforme della polizia potrebbe rendere il compito più difficile del necessario.

A causa della percezione negativa in termini psicologici, da parte dei cittadini dei colori scuri, gli stessi, possono percepire un agente di polizia in modo negativo anche a causa del colore dell’uniforme. Infatti, se è vero, come abbiamo visto, che gli arbitri, ritengono che atleti che indossavano divise scure mostravano un comportamento più aggressivo, i cittadini potrebbero percepire gli agenti in divisa scura, come più autoritari rispetto a quelli che indossano divise più chiare.

L'uniforme della polizia, come abbiamo visto, può determinare anche il livello di sicurezza dell’operatore che la indossa. Le divise di colore nero, possono provocare sentimenti inconsciamente negativi nei cittadini, qualora, per questo, percepissero l’agente come aggressivo, e addirittura potrebbero incoraggiare o suscitare una reazione ostile o violenta nei confronti della polizia.

Oltre al colore, però, anche la cura e il modo di indossare l’uniforme e l'equipaggiamento a essa abbinato, costituiscono un fattore importante per la sicurezza dell'operatore di polizia. Alcune interviste con detenuti che avevano ucciso agenti di polizia in America, hanno fatto emergere che gli assassini, prima di decidere di usare la violenza, osservano il comportamento dell’agente e ne valutano la pericolosità.

Se un operatore delle forze dell’Ordine, dimostra di avere scarsa cura dell’uniforme e degli accessori della divisa o per le armi in dotazione e contemporaneamente non si mostra professionale, attento, fermo e autorevole durante un controllo, incoraggia l’aggressore che ne percepisce la debolezza e quindi facilità la scelta di affrontare l’agente.

In molte situazioni che comportano l'uso della forza, il fatto che un agente di polizia abbia un’uniforme in ordine e il portamento è composto e adeguato alla circostanza può aiutare a prevenire danni allo stesso operatore o addirittura a evitarne la morte, in pratica questo vuol dire che il cittadino è portato a rispondere in maniera differente secondo il tipo di pubblico ufficiale che si trova davanti.




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lunedì 18 aprile 2016

LO SPANKING



Lo spanking è un gioco erotico che consiste nello sculacciare il partner allo scopo di provocare l'eccitazione sessuale di entrambe o anche di una sola delle due parti in causa.

Lo spanking è di norma considerato una delle discipline tipicamente appartenenti al BDSM (sadomasochistiche in particolare) ma non tutti i praticanti la interpretano in tal modo; per alcuni infatti tale pratica può essere considerata gratificante anche all'interno di una relazione sessuale tradizionale o addirittura al di fuori di ogni contesto di coppia, come pratica del tutto a sé stante.

La pratica della sculacciata erotica è comunemente combinata con altre forme di preliminari sessuali, quali ad esempio il sesso orale; ma può anche esser combinato col bondage, al fine d'aumentar l'eccitazione ed il senso di sottomissione. Le forme più "avanzate" di spanking, come il swiching, paddling, belting, bastonatura, flagellazione e birching comportano invece della mano l'uso d'un attrezzo apposito.

La storia della sculacciata come gioco erotico, nasce sicuramente con la progressiva consapevolezza femminile (limitata ad alcune specialissime donne, è chiaro) di voglie e fantasie erotiche molto prossime a quelle correzioni che realmente ma non certo volontariamente venivano subite da larghe fasce della popolazione.
Essere frustate sul sedere, ricevere gli stessi colpi degli schiavi e degli alunni indisciplinati, oppure, essere sculacciate. Nel 1786, Lady Henriette P. Montagne, scrisse nel suo diario come dovrebbe comportarsi l'amante ideale: «Sollecito e comprensivo, ma non eccessivamente perspicace. Detesterei un uomo con sensibilità femminile, quel modo di indagare nei pensieri che fa sentire l'indagato colpevole anche se non lo è, bugiardo anche se sta recitando un versetto della Bibbia. Le punizioni dovrebbero avvenire invece per cause futili e sciocche, ed essere comminate dall'uomo sulla donna che ama con sguardo enfaticamente burbero - che la donna fingerà di prendere sul serio, naturalmente - e mano leggera. Una sculacciata può essere molto divertente e anche straordinariamente eccitante, se data e ricevuta con queste premesse.»

Molte donne covano in segreto il desiderio di essere "punite" dal proprio partner e per l'uomo non c'è niente di più gratificante che poter disporre del lato b di una donna sottomessa. Come in tutti i giochi fetish, è fondamentale che entrambi i partner condividano i medesimi orizzonti di gioco; calatevi nei personaggi che rispecchiano la vostra personalità e sperimentate i ruoli che meglio si addicono alla vostra coppia.

Molte antichissime culture descrivono d'altra parte il dolore fisico come altamente afrodisiaco, ad esempio il Kama Sutra vi si sofferma con particolare accuratezza, descrivendo nei dettagli su come colpire correttamente il partner durante il rapporto sessuale.

Le origini, la portata ed il "valore" da attribuire alla sculacciata come consensuale pratica erotica rimangono in gran parte occultati ai più, e la sua storia, esistente fin dalle epoche più remote, quasi del tutto sconosciuta. Raffigurazioni di flagellazioni a scopo sessuale si trovano all'interno di tombe etrusche databili al VI secolo a.C., denominate per l'occasione Tombe della fustigazione.

Coloro che sono interessati alla pratica del dare o ricevere sculacciate son detti in ambito anglosassone spankophiles: un esempio in tal senso lo abbiamo dal poeta Algernon Swinburne (più volte implicita nella sua poesia è tal pratica). Famose sono poi Le confessioni di Jean-Jacques Rousseau della seconda metà del Settecento in cui il filosofo, nel primo capitolo dell'opera, parlando della sua infanzia racconta di quando fu sculacciato per la prima volta dalla cameriera di casa per una marachella commessa: da allora e per tutta la vita seguitò poi a cercar questa (a suo dire) deliziosa forma di punizione che doveva essergli inflitta rigorosamente da una giovane donna.

Il marchese De Sade descrive questa pratica nei suoi romanzi, così come lo scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch. Per avvicinarsi a tempi più recenti, la stragrande maggioranza della pornografia inglese dell'epoca vittoriana è costituita da centinaia di migliaia d'incisioni e fotografie di donne e uomini frustati e/o sculacciati. Ma non mancano neppure, per tutto l'800 (quando i giochi di sottomissione sessuale d'un uomo verso la donna eran definiti come vizio inglese) molteplici e variegate rappresentazioni letterarie di flagellazione (birching)e spanking: i romanzi erotici dell'epoca The whippingam papers, The birchen bouquet ed Exibition of female flagellants, assieme all'opera buffa pornografica Lady Bumtickler's revels han alimentato le fantasie d'intere generazioni.

Di molti personaggi noti è stata scoperta, solo dopo la morte, questa loro predilezione e gusto particolare, tra cui il più famoso di tutti è certamente T.E. Lawrence (Lawrence d'Arabia). Un moderno romanzo francese del 1988 è intitolato L'arte della sculacciata. La sculacciata è presente spesso e volentieri nella letteratura erotica, passata e contemporanea.



Della pratica erotica dello spanking possiamo trovar tracce fin dall'antichità romana, si possono citar come esempio gli affreschi che si trovano a Pompei ed il romanzo di Petronio Satyricon.

Un celebre dipinto di Max Ernst del 1926 è intitolato La Madonna sculaccia Gesù bambino. C'è' poi un film erotico francese del 1976 di Claude Bernard-Aubert; Spanking è una canzone di George Brassens del 1966 in cui narra di come una sculacciata somministrata come punizione corporale possa trasformarsi in gioco erotico. Milo Manara ha illustrato un'opera erotica di Jean-Pierre Enard intitolata L'arte dello spanking.

Un libro di Pierre Gripari si chiama Il mercante di sculacciate: in questa storia si racconta di come un "somministratore di sculacciate" si trovi ad aver la somma sfortuna di vivere in un paese dove i bambini non commettono mai marachelle, e pertanto i genitori non debbono mai richieder il suo aiuto correttivo. In tal modo nessuno ha mai bisogno dei suoi servigi e lui rischia di morir di fame: ma il bisogno aguzza l'ingegno, e troverà presto una felice soluzione.

In altre culture sculacciare le donne fino ed oltre l'età adulta, da parte del maschio capo famiglia (padre, marito, fratello maggiore) continua ad esser ancor oggi uso e costume comune ed approvato di disciplina domestica. È difatti convinzione che l'uomo in quanto guida dell'istituzione famiglia abbia il diritto, oltre che il dovere, di punire adeguatamente moglie e figli quando se ne presenti il giusto motivo.

Nella maggior parte dei paesi occidentali moderni, questa pratica di coercizione fisica ha finito col tempo per esser considerata illegittima, oltreché socialmente inaccettabile, in quanto violenza domestica e abuso. Punizioni corporali di routine da parte di mariti nei confronti delle mogli esiste tuttavia in alcune parti del mondo in via di sviluppo (e si verifica ancora, in casi isolati, anche nei paesi occidentali). È rimasta al giorno d'oggi come modo consensuale di erotizzazione del rapporto di coppia in ambito privato e che prelude al sesso più completo; il suo uso è specifico all'interno della galassia SM più soft.

Il tipo più comune di spanking viene somministrato sulle natiche scoperte: è eseguito principalmente usando le mani nude, ma spesso ci si può avvalere anche di una varietà di strumenti specifici quali: palette, canne di legno o cuoio, cinture, righelli scolastici, frustini, (Paddle, Cane, Hairbrush, Ruler, Strap); ma anche altri strumenti sono molto popolari, tra i quali possiamo certamente citare rami flessibili di betulla, fruste e frustini, scarpe da ginnastica o zoccoli, spazzole per capelli, padelle da cucina, giornali arrotolati ed infine anche il martinet (un flagello a più strisce di pelle dura).

La posizione classica è quella Over the Knee(OTK), ovvero con il partner sottomesso alla sculacciata (Spankee) posto sulle ginocchia del partner dominante sculacciatore (Spanker). Altre posizioni vedono colui, o colei, che riceve la sculacciata appoggiato alla spalliera di una sedia o poltrona con il busto piegato in avanti a 90°, oppure toccarsi le caviglie con le mani, o in tante altre posizioni anche in relazione allo strumento utilizzato.

La posizione può anche esser scelta per aumentar certi effetti specifici, quali l'aumento dell'umiliazione e del sentirsi completamente alla mercé dell'altro; questi sentimenti s'aggiungono così alla semplice sofferenza fisica, accrescendo alla fine il soddisfacimento.

La maggioranza degli appassionati del genere preferisce ricevere lo spanking direttamente dalle ginocchia del partner. Questa posizione riporta alla mente le punizioni dell'infanzia ed il piacere, oltre ad essere amplificato dal contatto fisico, deriva soprattutto dalla sensazione di vulnerabilità e di sottomissione. La pozione sulle ginocchia è particolarmente gradita alle donne, in quanto ogni sculacciata provoca la stimolazione del clitoride, a stretto contatto con il corpo del partner.Lo spankee (colui che riceve) può adagiarsi su entrambe le ginocchia dello spanker(colui che da) seduto a gambe strette su una sedia, oppure può stare su un solo ginocchio con entrambe le gambe bloccate dall'altra gamba dello spanker.

La testa tra le gambe altrimenti conosciuta come la posizione di Martin Van Maele (1863 -1926), illustratore erotico belga dal gusto macabro e grottesco. In questa posizione lo spanker è in piedi e tiene la testa dello spankee stretta tra le gambe mentre con la vita tra le gambe lo spanker è in piedi e tiene il busto dello spankee stretto tra le gambe, all'altezza della vita. Si può fare anche con lo spankee sdraiato e lo spanker seduto, a gambe divaricate, sulla schiena dello spankee; oppure con lo spankee a quattro zampee (doggie o pecorina) e lo spanker seduto su di lui.

In tutte le posizioni naturalmente spanker e spankee sono rivolti in direzioni opposte. Sdraiati sul letto, sul divano o in terra, lo spankee si posiziona a pancia in sotto, con un cuscino sotto il bacino, per offrire meglio il lato b allo spanker. Possono essere utilizzate anche manette e legacci per stringere l'un l'altra le gambe dello spankee, altrimenti divaricate all'estremo e legate ai bordi del letto.

Per rendere giustizia al lato erotico dello spanking bisogna prestare attenzione al come farlo. Innanzitutto è importante colpire nelle zone giuste: colpire troppo in alto o troppo in basso può risultare fastidioso e lesivo, dunque concentriamoci sulla zona centrale dei glutei, più carnosa e quindi meglio disposta ad essere picchiata. E' fondamentale mettere a proprio agio il partner. Prima di iniziare massaggiate con amore e passione i glutei che vi stanno offrendo; in questo modo aumenterete la circolazione facilitando il riscaldamento della zona e quello del partner, che pregiustando il trattamento inizierà ad eccitarsi.

Chiaramente nessuno vi impedisce di allungare le mani oltre la zona dei glutei; un pò di masturbazione sarà utile a far rilassare il partner. Molto importante è variare l'intensità della sculacciata e la posizione delle mani e delle dita. Una mano estremamente rilassata colpisce molto più forte di una mano rigida; le dita aperte, diminuendo la resistenza con l'aria, fanno più male delle dita serrate.Dopo aver riscaldato la zona a suon di sculacciate, usate le dita anche per pizzicare e graffiare la pelle. Bandite la monotonia e giocate sull'effetto sorpresa; il pathos subito dallo spankee nell'attesa tra un colpo e l'altro vi aiuterà moltissimo a far salire l'eccitazione.

Quando sono gli uomini che sculacciano le donne a volte richiedono ch'esse si travestano da studentesse, oppure che giochino a fare la "sorellina", la "segretaria", l'"infermiera" interpretando fino in fondo un ruolo che rende tutto più eccitante. In questi giochi la donna viene sculacciata per punizione, per qualcosa che ha commesso o per una mancanza. Lei inizialmente non accetta la punizione e tenta di ribellarsi ma alla fine cede ed offre il fondoschiena all'uomo per ricevere la sculacciata. Quando è invece la donna che sculaccia l'uomo questa sarà la maestra o la madre severa, la domestica o baby sitter, la sorella maggiore o, nello specifico BDSM, la mistress-padrona.

In alcuni casi lo spanking può essere applicato come forma di correzione fisica all'interno di una relazione di dominazione, in cui il partner dominante, detto Master o Mistress, assume il compito di educatore o addestratore nei confronti del partner sottomesso, detto slave. In questi casi non necessariamente la pratica dello spanking comporta l'eccitazione sessuale di uno dei partner, ma può concretizzarsi in una vera e propria forma di tortura intenzionalmente diretta a provocare l'umiliazione psicologica (causata ad es. dall'esposizione imbarazzante e coattiva delle proprie parti intime al di fuori di un contesto sessuale) o il dolore fisico, anche persistente, nel soggetto che vi viene sottoposto.

La spank skirt (gonna da sculacciata) ha un'apertura aggiuntiva sul retro progettata espressamente per esporre più facilmente e velocemente il sedere al momento dello spanking: tipicamente aderente e realizzata con materiali di pelle sintetica (PVC, lattice), è considerata una delle vesti classiche del fetish in ambito BDSM.

La "panchina" o "cavallo per lo spanking" è un mobile utilizzato per posizionare lo Spankee, e può essere con o senza legacci: disponibile in varie dimensioni e stile, anche se il tipo più popolare è quello simile ad un cavalletto con la parte superiore su cui ci si appoggia imbottita ed anelli o corde ai lati per imprigionare. Familiarmente chiamato l'inginocchiatoio, in ricordo dell'uso comune medioevale monastico di fustigare o sculacciare i novizi e/o postulanti nei conventi proprio adagiandoli su un inginocchiatoio.

Molto cospicui sono gli studi sulla correlazione fra le pratiche di masochismo o sadismo, come lo spanking, e traumi, autolesionismo, attaccamento e abusi. Dalla letteratura psicologica e psichiatrica si evince come, al di là dei complessi profili psicologici degli interessati e delle motivazioni profonde che li possono condurre alla perversione, queste pratiche sono più spesso frequenti in soggetti di tipo borderline. In particolare, l'individuo che sceglie di assoggettarsi a pratiche di spanking, risulta mosso da un comportamento psicologico la cui causa emotiva è, a sua volta, il senso di colpa.



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UMILIAZIONE EROTICA



L’umiliazione erotica consiste nell'uso consensuale, sia psicologico/verbale che fisico, dell'umiliazione a scopo di eccitazione sessuale della persona che viene svilita o di quella umiliante; può essere parte di qualche pratica inclusa nel BDSM oppure realizzata all'interno di qualche altro gioco di ruolo sessuale, può infine avvenire sia in pubblico che in privato. Se svolto in un contesto pubblico può associarsi all'esibizionismo.

L'umiliazione erotica non dev'essere necessariamente di natura sessuale, in quanto sono le sensazioni derivate da essa che vengono ricercate, indipendentemente dalla natura dell'attività; queste sono di solito il sentimento di sottomissione per a persona che viene umiliata e un sentimento di dominio per chi invece attua l'umiliazione. Spesso può entrare a far parte di un rituale e venire facilmente effettuata anche su lunghe distanze, ad esempio online.

L'umiliazione erotica è poi un esempio della dinamicità esistente in un rapporto di dominazione-sottomissione o di Total Power Exchange: ad esempio, in un'attività come lo spanking l'effetto ricercato è principalmente il sentimento umiliante che ne deriva, l'attività specifica è solamente un mezzo per aggiungere tal fine.

Mentre la fascinazione scaturita dall'umiliazione erotica è parte rilevante nel sadomasochismo, relativamente poco è stato scritto su di essa. In certi casi diventa abbastanza estrema da essere considerata una forma di edgeplay, in tal caso si ritiene possa esser meglio affrontata anticipando una negoziazione riguardante i limiti che si possono raggiungere e l'utilizzo di una safeword.

La persona che viene umiliata viene spesso denominata Bottom, mentre quella che umilia è spesso chiamata Top (Master (BDSM) o Mistress). L'umiliazione può comprendere il feticismo del piede e il retifismo, il bondage e la maggior parte degli stili BDSM; può anche essere, per un determinato periodo di tempo una "scena" o aspetto costante di un rapporto: a volte costituisce uno dei preliminari sessuali.

L'umiliazione non è intrinseca all'atto o all'oggetto; piuttosto, è semioticamente rafforzata dall'atteggiamento condiviso dei soggetti coinvolti: essi investono atti specifici, oggetti o parti del corpo per ampliare l'aspetto umiliante della relazione.

Sono molti gli scenari che possono dar luogo a umiliazioni erotiche: alcuni possono esser basati su abusi verbali (insulto), altri su aspetti fisici. Il pony-play è uno dei più usati; l'ingiuria, lo scherno e la derisione, l'obbligo all'adulazione ed il trattare come bambini da rimproverare e punire sono alcuni degli altri modi usati. Per alcuni possono anche essere un modo per superare l'inibizione sessuale.

L'Ass worship, lo spanking, il caning e altri tipi di punizione corporale rientrano tra le umiliazioni erotiche che coinvolgono la persona fisica; il Cock and ball torture e la femminilizzazione (BDSM), la negazione dell'orgasmo (compreso l'uso di una cintura di castità (BDSM)), indossare segni esteriori indicanti la sottomissione a cui è sottoposto il soggetto (ad esempio un collare (BDSM)), l'essere trattati come meri oggetti sessuali o "poggiapiedi", l'esser costretti ad assistere o partecipare ad un cuckold, subire un bukkake ed infine venire obbligati alla masturbazione in modo degradante sono altre maniere di umiliazione fisica.

I sentimenti di umiliazione sono fondamentali poi per molti di coloro che s'impegnano nella Klismaphilia (o clisterofilia).

L'umiliazione, in generale, stimola le stesse regioni del cervello che sono associati con il dolore fisico. La fantasia sessuale relativa all'umiliazione erotica, alcuni giochi di ruolo sessuali come il pony-play e l'ageplay sono modi feticistici che si riconducono al sentimento di umiliazione e al piacere che da questa ne deriva, ma anche la fantasia di stupro può esserlo.

L’umiliazione, fra le emozioni, è una fra le meno studiate, anche se recentemente ha iniziato a ricevere attenzione come una emozione del “self conscious”, o dell’autoconsapevolezza, cioè quelle emozioni che si cominciano a provare una volta che si sia sviluppato il senso di sé.

Il senso di umiliazione è un’emozione che proviamo quando qualcuno ci fa notare una nostra grave mancanza, facendo risaltare pubblicamente questo suo giudizio sprezzante. Una umiliazione può avvenire solo quando ci si sente dipendenti dal giudizio e dal potere degli altri: non a caso, l’etimologia della parola deriva da “humus”, la terra, cioè il sentirsi abbassati fino a terra.

Un altro termine, un po’ più antico, ma ancora oggi usato, per definire questo stato di penosa vergogna e costrizione è “mortificazione”: in questo caso l’umiliazione subita ha l’effetto di uccidere, dare la morte, alla propria considerazione di sé, al proprio orgoglio.

Diametralmente opposta all’emozione dell’umiliazione è infatti quella dell’orgoglio, che si prova quando ci si sente autonomi, non dipendenti dalle risorse e dai giudizi di altri.

Le emozioni di umiliazione, vergogna e imbarazzo vengono considerate come appartenenti alla stessa “famiglia”, date le molte affinità fra loro. In particolare, l’imbarazzo o la vergogna vengono provati in presenza di situazioni spiacevoli, ma non sono in genere provocati da altri, come è invece spesso nel caso dell’umiliazione pubblica, quando cioè vi è la volontà di un’altra persona di umiliarne un’altra, degradandola e rendendola ridicola agli occhi degli altri.
Alcune persone sono particolarmente sensibili all’umiliazione, così come alla vergogna o ai potenziali rifiuti. In questi casi, anziché cercare di realizzare progetti che rafforzino la propria autostima, ci si chiude nei propri confini, limitandosi a “giocare in difesa” impegnandosi solo a limitare le perdite. Questo è tipico della personalità evitante, tendenzialmente pessimista, che anziché concentrarsi sui propri punti di forza, si contenta di minimizzare le proprie debolezze evitando i rischi di una possibile umiliazione.

La paura di subire umiliazioni si manifesta già in età molto giovane ed è particolarmente diffusa fra gli uomini, specialmente per quanto riguarda i rapporti con l’altro sesso. La riluttanza a stringere relazioni personali e nuove amicizie deriva dall’esagerazione e dalla esasperazione delle proprie potenziali difficoltà, oltre che dell’importanza che viene data al rifiuto dell’altro.

Ci sono, del resto, persone che non si fanno scrupoli nell’infliggere umiliazioni, al solo scopo di godere della dipendenza e della soggezione esercitata nell’altro, distrutto nell’onore e nel rispetto di sé, dequalificato come essere umano, per diventare niente più che un oggetto, un attrezzo, un animale. Il giudizio sprezzante, che arreca umiliazione, non riguarda un atto o una parola, ma il valore stesso della persona, ritenuta incapace di agire in altro modo, indegna di fiducia, di stima e di interesse. Una forte umiliazione subita rischia di lasciare una traccia indelebile nella propria vita.

In campo sessuale l’umiliazione del partner è frequente in presenza di un tentativo fallimentare di un rapporto sessuale: evento che può essere particolarmente traumatico e che potrebbe generare impotenza a causa dei sentimenti di vergogna e di umiliazione provati.

Nella pornografia invece, come nelle parafilie, si assiste di frequente a scene erotiche in cui il/la partner viene umiliato/a. Potrebbe sembrare strano che una persona consenta ad un altro di essere umiliata sessualmente, ma è tipica della parafilia una certa mescolanza fra piacere sadico e masochistico, che sono due facce della stessa medaglia. Ad esempio, la temuta sculacciata ricevuta da bambini in segno di umiliante punizione, potrebbe essere erotizzata attraverso la pratica dello spanking (farsi sculacciare).



A volte, quando la persona cade nell’abisso della umiliazione ha un sussulto di dignità e decide di ribellarsi. In questo caso può esservi rabbia, anche verso persone che non sono responsabili dell’umiliazione subita, e ricerca di giustizia, se non sete di vendetta. Altre volte invece si ricade nella tristezza e nella depressione e questo capita in particolare alle persone che hanno scarsa autostima e sentono maggiormente i sentimenti di vergogna e di umiliazione.

Chi ama servire, può detestare la punizione. Chi preferisce gli stimoli visivi, forse rinuncia volentieri all’essere toccato. Una persona masochista in certe circostanze non trova alcun piacere nello stare in ginocchio.”
Il dominante entra consapevolmente nel suo ruolo per godere del suo potere, mentre il sottomesso può esplorare la sua capacità di abbandonarsi e godere nell’essere “vittima”. Mettiamo vittima fra virgolette perché nella prassi il più delle volte è il sottomesso a godere di più: c’è qualcuno che si prende cura di lui, viene viziato e riceve molte più attenzioni e stimolazioni erotiche, che in altre occasioni. Se per il sottomesso la sfida più grande è quella di abbandonarsi e di concedere all’altro la regia del gioco, il compito per il dominante è molteplice. Molti principianti pensano che con quattro corde, due fruste e un’idea in testa si possa fare il dominante. Si meravigliano quando dopo un quarto d’ora non sanno più cosa fare, lasciano perdere la dominanza e passano a fare l’amore come hanno sempre fatto.

Una volta creata la sceneggiatura, nella dominazione ci sono alcuni punti da osservare:
preparazione degli attrezzi come corde, fruste, gel vaginale, preservativi, prima di iniziare il gioco per avere poi tutto a portata di mano. Come dominante ti metti gli abiti appropriati e ordini al sottomesso come deve vestirsi per arrivare al gioco, abbigliamento intimo compreso.
Dominare non significa essere crudele, ma implica una maggiore comprensione di quanto si pensa. I sentimenti sono sempre presenti. Ricordatevi che nessuno di voi è un oggetto ma una persona. Se invece fa parte della tua sceneggiatura trattare l’altro come un oggetto, va definito prima del gioco. Per rendere il gioco erotico, oltre alla determinazione ci vuole anche empatia, allora si può godere attraverso il contatto con il sottomesso dell’intensità che questo sta provando. Essere dominante vuol dire avere il controllo su quattro cose: su se stesso, sul sottomesso, sulla relazione tra voi due, sulla sceneggiatura. Dominare è divertente e al contempo impegnativo, perché il dominante porta simultaneamente sia se stesso che l’altro ai propri limiti.
Per entrambi durante i giochi hard è tassativo: niente alcool e nessuna altra droga, né legale né illegale. Tutti le droghe cambiano la sopportazione e la percezione ed estendono i limiti “normali”, possono ingannare sia te che il sottomesso senza che vi rendiate conto.
Tieni conto che tutti abbiamo dei limiti. Se il sottomesso ti dice “puoi fare tutto con me” si sta illudendo o non è consapevole dei propri limiti. La stessa persona dopo 20 frustate stillerà “basta, fa troppo male” Se lui non riesce a essere preciso, è il tuo compito specificare fin dove puoi veramente andare.
Almeno durante i primi giochi per allenare te e il sottomesso, puoi anticipare ogni azione a parole come: per questo errore ti do ora dieci sculacciate. Ti porterò un po’ più indietro per vederti meglio. Ti bendo gli occhi, allora non potrai più vedere, ma sentirai di più.
Il sottomesso può entrare in uno stato di coscienza offuscata per vari motivi: perché ha varcato il limite del piacere conosciuto, o per l’intensità dell’abbandono, o del dolore, o dell’eccitazione, o di tutti questi fattori messi insieme. Se osservi che ha uno sguardo strano, che non reagisce più in maniera chiara e non ti sembra del tutto presente, fagli delle domande per testare la sua presenza. Chiedigli per esempio: “cosa senti? Ti ricordi il codice di sicurezza? Vuoi che mi fermi un po’?” E fatti dare delle risposte chiare. Con questo gioco portiamo le ombre alla luce, ma le ombre non devono sopraffarci, dobbiamo rimanere integri nella nostra psiche e nel nostro corpo.
Dominare implica sedurre il sottomesso a esplorare i propri limiti, portarlo oltre a quello che da solo farebbe, portarlo oltre la prima soglia del coraggio e tenerlo nel gioco tra le due soglie. Perciò, una volta chiarita la linea generale del gioco, non chiedere troppo. Ricordati che tu hai la regia in mano, non lui! Questo riguarda anche le pratiche sessuali. Il sottomesso ti ha delegato di gestire il suo piacere e si aspetta di essere portato a esperienze nuove, si aspetta che tu lo fai eccitare, che attraverso la forza del tuo terzo chakra riesca ad aprire la sensualità del suo secondo e la passione del suo primo.
Dominare non vuol dire necessariamente far soffrire il sottomesso. Dominare significa soltanto che tu hai il comando, ma non implica cosa fai. Potresti anche legarlo a una sedia e ordinargli di masturbarsi, mentre tu mangi comodamente una fetta di cocomero. Ricordati però che per masturbarsi gli serve avere una mano libera. Oppure potresti provocargli tanto piacere come lui non si sarebbe mai permesso, in modo sottile e graduale, trattandolo con piume, carezze, parole eccitanti, ordinandogli di guardarti.
Se lo schiavo prova ad uscire dal suo ruolo con parole tipo “non farmi questo” o “vedi di stare attendo, dove mi tocchi” o “aspetta, sono un po’ stanco” o simili imposizioni o manipolazioni, dove cerca di riprendere la regia, come padrone ricordagli del suo ruolo con un tono sicuro e deciso. Lo devi fare subito, al primo segnale, altrimenti rischi che pian piano i ruoli si omogeneizzeranno e il gioco si trasformerà nel solito brodo. Ricordati, finché il sottomesso non dice il codice di sicurezza, la direzione del gioco spetta esclusivamente e te!
Ogni dominante ha un punto debole e ogni sottomesso ha dei momenti dove abbandonarsi è difficile. In questi momenti il sottomesso sarà tentato a togliere la forza al dominante manipolandolo. Donne sottomesse lo fanno spesso con delle battute ben piazzate, con sorrisi lusinganti, oppure ridendo. Se come dominante in questo momento non sei ben centrato, ti può tirare giù in un attimo. Per il dominante si tratta di riconoscere queste modalità e di tutelarsi per la prossima volta. Se per esempio il sottomesso ride, puoi punirlo severamente o usare un bavaglio.
Non ti stupire se ti trovi in imbarazzo a fare il dominante. Se sei una persona abituata a compiacere gli altri, entrare consapevolmente nel ruolo del dominante può essere una tra le sfide maggiori. E potrebbe succedere che il sottomesso dice “ancora, ancora” mentre il dominante esclama “non ce la faccio più” e getta la spugna.
Dominare non significa necessariamente duro lavoro. Molti dominanti all’inizio fanno l’errore di usare troppi strumenti, di fare nodi complicati, di perdersi nei dettagli tecnici, di preoccuparsi più dell’attrezzatura che della persona che ha di fronte. Finiscono con l’essere “gli indaffarati” e dimenticano di essere “i dominanti”. Non conta tanto la tecnica, ma il tuo stato interiore, che il tuo terzo chakra si espanda, che provi piacere nel comando, che respiri il tuo potere. Alla fine del gioco prendetevi una pausa, non condividetevi subito i vostri vissuti, ma fatelo con una certa distanza, per esempio il giorno dopo. Ditevi apertamente cosa avete provato nel sottomettersi e nel dominare, nel fidarvi di te stesso e dell’altro, cosa vi è piaciuto e cosa non, cosa era particolarmente eccitante, quali modifiche hai percepito nell’aura, quali chakra erano accesi e vibranti e quali non. Ma parlate anche di eventuali difficoltà, incomprensioni, vergogne, timori, sensi di colpa o altre ombre della passione. Ditevi come vi siete sentiti nel periodo dopo il gioco. Questo è un punto importante, perché talvolta la vera ombra non si rivela durante, ma dopo il gioco. Raccontatevi, se qualcosa è rimasto inconcluso e sarebbe da riprendere un’altra volta, se avete scoperto un nuovo desiderio, se il dominante in un certo punto poteva andare anche oltre, se la sceneggiatura sarebbe da revisionare. Così da ogni gioco potete anche imparare: ognuno per sé e per la vostra relazione di coppia.

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