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martedì 16 febbraio 2016

DIPENDENZA SMARTPHONE



La nascita e lo sviluppo del mercato della telefonia mobile ha avviato profonde trasformazioni sociali, attribuendo nuove funzioni psicologiche al telefonino rispetto a quelle assolte dal telefono tradizionale.
La tendenza di questo moderno e trasportabile strumento di comunicazione telefonica a diventare nel giro di poco tempo alla portata di tutti, indipendentemente dall’età o dallo status socio-economico, insieme allo sviluppo di crescenti ed innumerevoli caratteristiche tecniche, implicano delle riflessioni relative alle principali funzioni sociali e psicologiche che il telefonino attualmente assolve.

Inizialmente, infatti, il cellulare era uno strumento essenziale, alla portata di pochi, il cui possesso assolveva alla funzione di rendere costantemente rintracciabili in tempo reale un numero privilegiato di utenti “socialmente impegnati ed importanti”.

Ben presto il cellulare ha cominciato a rispondere e ad alimentare il bisogno comune di essere vicini, superando i confini dello spazio e del tempo, trasformando profondamente le possibilità delle relazioni quotidiane, favorendo la possibilità di aumentare le occasioni di intimità e, talvolta, anche quelle di violazione della libertà e degli spazi personali.

Così, di pari passo alla moltiplicazione delle funzioni tecniche di un telefonino si sono trasformate anche le sue funzioni sociali e psicologiche: il cellulare oggi è uno strumento che accompagna ogni momento della giornata e che aiuta ad organizzare ed a gestire ogni momento della vita, dal lavoro (con le agende, le sveglie, le rubriche, l’orologio) ai momenti di svago (con i giochi, le fotocamere, le videocamere).

Conseguentemente all’evoluzione del mondo della telefonia mobile oggi, oltre alla generica e tradizionale funzione di comunicazione, il telefonino rappresenta uno strumento che riveste almeno tre importanti funzioni psicologiche relative sia alla sfera individuale, che a quella relazionale.

Una delle principali funzioni psicologiche del cellulare è quella di regolare la distanza nella comunicazione e nelle relazioni. Attraverso il telefonino, infatti, ci si può avvicinare o allontanare dagli altri: ci si può proteggere dai rischi dell’impatto emotivo diretto, trovando una risposta alle proprie insicurezze relazionali, alla paura del rifiuto ed ai sentimenti di insicurezza; ma ci si può altresì mantenere vicini e presenti costantemente alle persone a cui si è legati affettivamente, gestendo l’ansia da separazione e la distanza, costruendo un “ponte telefonico” che attraversa infiniti spazi in pochissimo tempo.
Gli adolescenti sono più spesso esempio dell’utilizzo del telefonino come strumento di difesa per affrontare le insicurezze nella comunicazione, sia nella fase di iniziale di conoscenza che in quelle di trasformazione e gestione delle relazioni.
I genitori invece, sempre più spesso sostenitori del precoce possesso del telefonino da parte dei bambini e ragazzi, trovano nel telefonino una risposta al proprio bisogno di restare costantemente presenti nella vita dei propri figli, adoperando il cellulare come ciò che è stato definito un “guinzaglio tematico”.

Un rischio della estremizzazione della telefonino-mediazione delle relazioni è che il cellulare, piuttosto che diventare uno strumento di sostegno per affrontare le difficoltà di confronto con gli altri, diventi uno strumento per gestire abitualmente le relazioni. In tal modo è possibile che la “comunicazione telefonica” diventi un sostituto della “comunicazione reale” , che lo strumento tecnico prenda il sopravvento e finisca per sostituirsi alla realtà, creando e alimentando una equazione “comunicazione telefonica = comunicazione reale”.

Un altro rischio intimamente connesso al precedente è la possibilità che il contatto-distacco finisca per far idealizzare il referente delle comunicazioni telefoniche o via sms , sulla base di meccanismi di proiezione di desideri che possono innescarsi facilmente su comunicazioni fatte di brevi conversazioni o di pochi caratteri.
È altrettanto possibile che con l’abuso di comunicazione via cellulare si finisca per vivere relazioni esclusivamente legate alla sfera mentale-emotiva , che alimentano una frammentazione e un disconoscimento del corpo come irrinunciabile mezzo di contatto nelle relazioni interpersonali.

Infine, esiste il rischio che la facilità a prendere le distanze, quanto quella ad avvicinarsi, acceleri eccessivamente alcuni processi di distacco emotivo che prima avevano tempi più “umani” rispetto a quelli tecnologici offerti dal telefono mobile, nel corso dei quali gli irrinunciabili scambi faccia-a-faccia potevano portare a riflessioni importanti, oggi talvolta impossibili.



Un’altra importante moderna funzione psicologica del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per gestire la solitudine e l’isolamento , assumendo quasi il ruolo di “antidepressivo o ansiolitico multimediale”, nei confronti del quale diviene ben presto facile diventare dipendenti. In questo senso il telefonino diventa il simbolo della “presenza dell’altro”, che è un’entità sempre a portata di mano. Da ciò nasce conseguentemente un estremo investimento affettivo del telefonino che può trasformarlo in una specie di oggetto-feticcio ed il suo possesso può essere ribaltato verso la dimensione dell’“essere posseduti”, in cui spegnere il cellulare diventa quasi come diventare trasparenti e incapaci di entrare in altro modo in relazione. In tal modo, gli altri e la realtà, mantenuti costantemente presenti, non sono conseguentemente mai vissuti come assenti; ciò genera una mancanza della possibilità di sperimentare la dimensione del lutto e la sua possibile elaborazione , una esperienza centrale per la differenziazione tra “mondo interno” e “mondo esterno” che, soprattutto fra i giovani, può rendere confusi e persino “fusi”, con possibili conseguenze negative sulla capacità di mentalizzazione e di interiorizzare l’altro attraverso la rappresentazione fantastica della realtà. Si rischia altresì di trovare con difficoltà una separazione tra “pubblico” e “privato”, tra “intimo” e “condiviso” , una distinzione che è invece un aspetto fondamentale per la costruzione della propria identità attraverso la possibilità di stabilire dei confini che sono la base delle capacità di entrare in contatto.
Una terza funzione ormai crescente del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per vivere e dominare la realtà , con le sue innumerevoli possibilità tecniche in grado di regalare l’idea di poter essere presente e capace di “fermare il tempo”, con una o più immagini, un’illusione di potere che può essere spinta fino alla sensazione estrema di onnipotenza.

I rischi dell’abuso di queste funzioni sono maggiori nei ragazzi, in quanto l’età evolutiva è il momento dell’apprendimento delle modalità di contatto sociale reale e delle capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni.
La comunicazione attraverso il telefonino, infatti, potrebbe finire per divenire l’unica capacità di mettersi in relazione e contemporaneamente la sua perpetua possibilità di contatto non stimola né la capacità di controllare il rinvio della soddisfazione dei bisogni che si concretizza nell’attesa, né la conseguente creatività che si sviluppa nell’attesa.
In tal modo, il pensiero lascia sempre più spazio all’azione, al prezzo dell’incapacità crescente di reggere la lontananza e il distacco, perdendo di vista che essi non sono esclusivamente pesi da alleviare, ma anche spazi che è possibile colmare coltivando quelle importanti dimensioni psicologiche rappresentate dalla fantasia e dalle immagini interiori.
Inoltre, l’abuso della possibilità di superare le barriere spazio-temporali sembra rendere sempre di più approssimativi, ossia incapaci di prendere decisioni e impegni precisi, in virtù della possibilità di rinviare le scelte e gli appuntamenti a momenti successivi di contatto.

Le importanti possibilità di risposta a bisogni psicologici da parte del telefonino sottolineano come l’uso del cellulare si può muovere lungo il continuum “elemento risorsa – fattore di rischio”, in modo simile a molti altri strumenti multimediali.

Il sistema dei messaggini telefonici ha trovato ben presto grande diffusione in relazione alle possibilità di conciliare un mezzo di comunicazione economico, scritto (e quindi conservabile) e indiretto quanto una lettera. Prima, infatti, chi non riusciva ad esprimere qualcosa verbalmente, poteva farlo attraverso una cartolina o con una lettera.
Oggi ciò è possibile attraverso una e-mail o, più velocemente e più alla portata di tutti, attraverso un sms.
Ben presto la necessità di esprimere tanto attraverso uno short message ha portato allo sviluppo di un linguaggio sintetico, fatto di abbreviazioni e codici che è indubbiamente più diffuso tra i giovani e che rappresenta il vero rischio della dipendenza da sms, soprattutto in età evolutiva. Il linguaggio sintetico infatti rischia di prendere il sopravvento tra le funzioni cognitive ed emotive in via di sviluppo, predisponendo alla strutturazione di una forma di pensiero eccessivamente sintetico.

Nomofobia, è un termine, introdotto recentemente per indicare la condizione di forte ansia e di paura sconsiderata di rimanere senza connessione, senza telefoni cellulari e più in generale, la preoccupazione costante di non potere accedere, da un momento all’altro, alla rete e dunque, di non essere più in contatto con gli altri e col mondo.

Dietro questa “paura moderna”, si nasconde, talvolta, la paura di rimanere soli o ancora, si può presentare un’eccessiva forma di “attaccamento” alle nuove tecnologie, che spesso può sfociare in un vera e propria forma di dipendenza dalle nuove tecnologie.

Il primo rischio concerne lo sviluppo di un “attaccamento” morboso nei confronti del cellulare, alcune persone non riescono a separarsi dal proprio telefonino neanche per pochi minuti poiché tale condizione li proietta in uno stato di ansia, irrequietezza ed insicurezza. Questo tipo di persone, a rischio dipendenza o già dipendenti, sfidano norme e buon senso pur di non separarsi dal proprio cellulare neanche in luoghi dove l’uso ne è proibito o sconsigliato (ospedali, aerei, ristoranti, cinema, teatri ecc.); tipicamente le persone a rischio possiedono più apparecchi o li cambiano in continuazione, passano un eccessiva quantità di tempo al telefono o ne utilizzano i servizi (specie sms) in modo spropositato.

Sul piano più strettamente psicologico, la persona dipendente da cellulare  si caratterizza per alcune peculiarità come preferire la comunicazione telefonica all’interazione dal “vivo”, uso compulsivo del mezzo, tendenza ad utilizzare il cellulare come strumento consolatorio (una specie di ansiolitico che permette di rassicurarsi dinnanzi ad eventi percepiti come minacciosi), scarsa tolleranza per le separazioni, scarsa capacità di sopportare la solitudine e l’incertezza, bisogno di controllare gli altri significativi attraverso frequenti chiamate, scarsa spontaneità, tendenza a preferire le relazioni virtuali alle relazioni concrete. In conclusione si può ipotizzare che l’uso eccessivo del cellulare e di altri strumenti di comunicazione tecnologica possono avere l’effetto di “disabituarci” a tollerare le separazioni, la solitudine e l’incertezza che la vita normalmente comporta e questa disabituazione produce il ricorso, in una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta, al cellulare per lenire questi stati di sofferenza.




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domenica 14 febbraio 2016

INTERNET DIPENDENZA



La comunicazione sociale è sostenuta oggi da moderni strumenti che consentono di superare le barriere e i vincoli di tempo e di spazio e, fra i nuovi modi di comunicare, Internet è certamente uno dei mezzi che offre maggiori opportunità.
Tra atteggiamenti sociali di attrazione e diffidenza, il popolo di navigatori quotidiani è cresciuto e comprende ormai ogni razza ed ogni età e, grazie alla rete, i bambini trovano nuove opportunità di gioco e i giovani, gli adulti e perfino i nonni telematici si informano, comunicano, commerciano e sperimentano se stessi attraverso la cosiddetta comunicazione virtuale.
Ma come tutti gli strumenti di comunicazione, anche la rete non è esente da cattivi usi e da abusi che, negli ultimi anni, hanno talvolta portato ad osservare nel campo della salute mentale, una moderna forma di dipendenza, definita internet-dipendenza , retomania o anche Internet Addiction Disorder (I.A.D.).

Il contatto sociale attraverso chat, IRC, Comunity ed e-mails se utilizzato con prudenza, si configura come un utile strumento per superare le difficoltà di comunicazione, in quanto consente di mettersi in gioco mediante una graduale conoscenza che, tuttavia, non è esente da rischi connessi al cattivo uso (es. incontri al buio pericolosi) e all'abuso (IAD).

L'abuso nell'utilizzo delle informazioni disponibili in rete può portare ad un sovraccarico cognitivo che satura il cervello, riducendo l'attenzione razionale; contemporaneamente il conseguente isolamento sociale sostiene il ricorso ad Internet per cercare occasioni di socializzazione virtuale che possono sconvolgere i delicati equilibri dell'identità, creando la possibilità di sperimentare ruoli e parti del Sé altrimenti non sperimentabili nella vita reale che, tuttavia, accrescono il numero di ore trascorso on-line, con il risultato che si può finire incollati ad una sedia e ad un monitor per giornate intere, rinunciando a salutari e reali esperienze di vita. Alla base di un ricorso frequente alla Rete da parte di alcune persone che non mostrano segni psichiatrici è stata riscontrata spesso una tendenza comportamentale definita solipsismo telematico , ossia la propensione ad eleggere il web come luogo di rifugio in cui appartarsi per trovare sollievo da problemi quotidiani, secondo una modalità che potenzialmente potrebbe aumentare le possibilità che la Rete conquisti fette sempre più ampie del tempo delle proprie giornate.
Si aggiunge a tutto questo che la Rete, in virtù delle sue enormi risorse, possiede delle cosiddette potenzialità psicopatologiche, quali la capacità di indurre sensazioni di onnipotenza, come vincere le distanze e il tempo, o cambiare perfino identità e personalità, si comprende come sia necessario utilizzare questo potente strumento rimanendo padroni di tutte le proprie capacità razionali di controllo del proprio comportamento.

Al di là delle diverse componenti che possono contribuire ad originare i diversi casi di rete-dipendenza, la caratteristica costante che fa da sfondo ad ogni Dipendenza da Internet è la capacità della rete di rispondere (o illudere di rispondere) a molti bisogni umani, consentendo di sperimentare dei vissuti importanti per la costruzione del Sé e di vivere delle emozioni sentendosi, al contempo, protetti.
Internet, infatti, annulla lo spazio e consente ciò che nella realtà non si può realizzare o che si può fare in molto tempo, viaggiando per ore ed interagendo più lentamente e spesso in strutture diadiche o in piccoli gruppi. Le chat, invece, abbattono le frontiere e consentono di parlare con gruppi numerosi in stanze che la realtà difficilmente rende disponibili, consentendo spesso discorsi paralleli, solo virtualmente possibili. Inoltre, le comunity più stabili creano, più o meno vere, sensazioni di appartenenza, rispondendo ad un grande bisogno umano e consentendo di esercitare quella che è stata definita la moratoria psico-sociale, ossia l'allenamento ai ruoli e alle interazioni che sospende le conseguenze e quindi le responsabilità, le scelte e i vincoli definitivi.
Nelle stanze virtuali si può sperimentare la propria identità in tutte le sue sfumature, cambiando l'età, la professione e perfino il sesso di appartenenza, ascoltando le reazioni degli altri e maturando delle convinzioni, attraverso il confronto con altre personalità più o meno reali. La recita nel teatro on-line diventa perfino dichiarata e condivisa nelle Mud (Multi User Dimensions), in cui il gioco di ruolo viene esaltato ai limiti della fantasticheria e in cui, all'ombra del personaggio che si interpreta, si possono tirare fuori, rimanendo al sicuro, perfino gli istinti più crudeli.
I rischi sono quelli legati ad ogni situazione che consenta di far emergere e di soddisfare i bisogni più profondi e inconsapevoli: si sperimentano parti di sé che potrebbero sfuggire al controllo, soprattutto quando si dispone di uno strumento di comunicazione che consente di rimanere uomini e donne senza volto, una condizione che potenzialmente può favorire la comparsa di comportamenti guidati da una minima morale.
Per i più giovani in età di sviluppo e per alcuni soggetti predisposti, il rischio è che l'abuso della rete per comunicare crei confusione nella distinzione tra reale e virtuale (soprattutto nel senso di Sé), che non sia più facile comprendere cosa fa parte di Sé realmente e cosa è possibile sperimentare solo virtualmente, poiché ciò che è concesso in Rete non ha le stesse conseguenze che si produrrebbero nella realtà. In considerazione di ciò, soprattutto i bambini e i giovani dovrebbero limitare il tempo trascorso su Internet ed integrare delle esperienze di comunicazione reale, al fine di evitare di sviluppare delle abilità emotive e sociali prevalentemente attraverso questo strumento tecnologico che, in questo caso, risulterebbero estremamente limitate o deformate rispetto a quelle poi richieste per adattarsi nella vita reale.

Negli anni '90, il famoso psichiatra Goldberg propose dei criteri diagnostici molto discussi per diagnosticare la I.A.D., rifacendosi ai sintomi abitualmente osservati per isolare le dipendenze più comuni. Egli, più precisamente, sottolineò l'importanza per la diagnosi dei segni clinici di tolleranza, di astinenza e di danno in aree del funzionamento sociale, occupazionale o in altri ambiti importanti.
Più recentemente, per individuare e distinguere i segni di rete-dipendenza dal consumo non patologico di Internet, si fa riferimento ad alcuni comportamenti, che rappresentano indicatori qualitativi o quantitativi di differenza tra normalità e patologia e che hanno permesso di distinguere 3 tappe nel percorso verso la forma più stabile della Dipendenza Patologica dalla Rete.



Prima tappa verso la rete-dipendenza o fase iniziale è caratterizzata dall'attenzione ossessiva e ideo-affettiva a temi e strumenti inerenti l'uso della rete, che genera comportamenti quali controllo ripetuto della posta elettronica durante la stessa giornata, ricerca di programmi e strumenti di comunicazione particolari, prolungati periodi in chat.
Seconda tappa o tossicofilia è caratterizzata dall'aumento del tempo trascorso on-line, con un crescente senso di malessere, di agitazione, di mancanza di qualcosa o di basso livello di attivazione quando si è scollegati (una condizione paragonabile all'astinenza). Inizialmente ciò era accompagnato anche da un notevole aumento delle spese, che spesso rappresentava un lieve fattore di inibizione della tossicofilia, oggi pressoché irrilevante, date le numerose possibilità di rimanere a lungo collegati a basso costo. Restano, tuttavia, importanti indicatori di tossicofilia il malessere soggettivo off-line e l'abuso on-line, spesso anche nelle ore lavorative e nelle ore notturne, in cui si è disposti a rinunciare anche al sonno.
Terza tappa o tossicomania è la fase in cui la rete-dipendenza agisce ad ampio raggio, danneggiando diverse aree di vita, quali quella lavorativa, delle relazioni reali e quella scolastico-lavorativa e in cui si rilevano problemi di scarso profitto, di assenteismo scolastico-lavorativo e di isolamento sociale anche totale.
Dalla classificazione precedente, è facile intuire che più sono presenti comportamenti tossicomanici, che indicano la cronicizzazione e l'aggravamento del disturbo, più difficile e lungo potrebbe risultare ripercorrere a ritroso la via della guarigione, tornando verso un utilizzo non patologico della Rete.
Un'altra importante distinzione che viene operata nella descrizione della sintomatologia associata alla rete-dipendenza concerne la differenziazione tra:

condizioni on line
condizioni off line
Nella prima classe di sintomi si fanno rientrare in genere i comportamenti relativi all'abuso del tempo in rete (in genere anche 60-70 ore settimanali); nella seconda categoria si comprendono invece i sintomi di ansia e irrequietezza, nonché le predette problematiche relazionali, lavorative o scolastiche che permangono tra un collegamento ed un altro, accompagnando il corteo sintomatologico che caratterizza la sindrome multimediale.

Alcuni studiosi statunitensi hanno evidenziato un cambiamento nelle modalità di comunicazione del linguaggio parlato degli adolescenti in relazione all’uso dell’informatica. Sempre più spesso questi adolescenti terminano le frasi in tono crescente e lievemente dubitativo, come per suggerire che tutto quanto dicono sia una domanda più che un’affermazione (fenomeno battezzato come upspeak). La natura condizionale e aperta di questo nuovo modo di parlare sembra suggerire che i pensieri di ciascuno, per avere un senso ed essere convalidati, debbano essere sempre collegati alle relazioni altrui.

L’utilizzo della rete e delle varie applicazioni è in grado di determinare un ampliamento ed una errata percezione dei confini del Sé. Presi nel vortice dei rapporti sociali, dividiamo disperatamente la nostra limitata attenzione, concedendo frammenti della nostra coscienza a ogni cosa o persona che richieda il nostro tempo. Nel farlo, rischiamo di perderci pian piano nella rete labirintica di connessioni mutevoli e temporanee in cui siamo sempre più integrati.
Gergen scrive: “Questa frammentazione della percezione di sé corrisponde a una molteplicità di relazioni incoerenti e fra loro sconnesse. Queste relazioni ci spingono in una miriade di direzioni, invitandoci a interpretare una varietà di ruoli tale da far sfumare il concetto stesso di sé autentico, dotato di caratteristiche conoscibili. Il sé completamente saturato diventa un non sé.
D’altro canto la mancanza di una reale presenza fisica e l’impossibilità di poter accedere a tutta una serie di messaggi non verbali ai quali siamo abituati nelle relazioni interpersonali diminuisce la possibilità di accesso a tutta una serie d’informazioni fondamentali nell’interazione tra due individui. Questi due fenomeni appena descritti sono alla base di sensazioni d’onnipotenza legate all’uso di Internet e ai vissuti di depersonalizzazione spesso descritti nelle situazioni di grave intossicazione.
Elemento fondamentale per comprendere le dinamiche legate alla dipendenza da Internet è il fenomeno della “distorsione del tempo” prodotta dalle chat. La comunicazione in chat possiede “l’interattività” che le permette di essere assimilata alle altre forme di comunicazione verbale.
Ciò porta istintivamente a confrontarla con esse e a considerare come unità di misura del tempo il volume di informazioni trasmesse e ricevute. Purtroppo nonostante l’interattività, la chat è comunque più lenta di una comunicazione verbale, per cui alla fine di una conversazione in cui ci si sono scambiate “tot” informazioni il tempo trascorso sarà molto maggiore di quanto sarebbe stato se la comunicazione fosse avvenuta a voce.
Questo però viene percepito solo successivamente quando controllando l’orologio si vede che, come sempre, si è stati in chat molto più tempo di quanto non ci si era prefissati. Non è solo la chat a possedere questa peculiarità ma a nostro avviso tutta la struttura del net, sebbene con forme diverse, amplifica il problema tempo. Fra tutti ricordiamo l’ipertesto, elemento fondamentale della rete, costituito da una serie infinita di collegamenti che ci portano a navigare per ore e ore ricercando e reperendo una quantità così vasta d’informazioni che la mente umana non può “contenere” e rendendo in questo modo il nostro “viaggio” vano.

Alcuni pazienti vanno incontro ad un’ inversione del ritmo sonno veglia e a veri e propri stati deliranti in rapporto al costante utilizzo della rete.



Le modificazioni psicologiche che si producono nell'individuo che diviene dipendente dalla rete sono : perdita delle relazioni interpersonali, modificazioni dell'umore, alterazione del vissuto temporale, cognitività completamente orientata all'utilizzo compulsivo del mezzo; il soggetto tende a sostituire il mondo reale con un oggetto artificioso, quasi una sorta di “feticismo tecnologico”, con il quale riesce a costruire un proprio mondo personale e in questo caso virtuale analogo al mondo del tossicodipendente che ha un proprio linguaggio, uno specifico abbigliamento, atteggiamenti e comportamenti diversi e differenti rispetto al mondo reale nel quale è abituato a vivere.

Ogni dipendenza implica dei meccanismi: la tolleranza (per cui si è costretti ad aumentare le dosi di una sostanza per ottenere lo stesso effetto), l'astinenza (con comparsa di sintomi specifici in seguito alla riduzione o sospensione di una particolare sostanza) e "craving" o smania che porta a un fortissimo e irresistibile desiderio di assumere una sostanza, desiderio che, se non soddisfatto, causa intensa sofferenza psichica e a volte fisica, con fissazione del pensiero, malessere, alterazione del senso della fame e della sete, irritabilità, ansia, insonnia, depressione e, nei casi più gravi sensazioni di derealizzazione e depersonalizzazione.

Questi elementi sono tipici di droghe come tossicodipendenza, tabagismo, alcolismo, gioco d'azzardo, attività sessuale irrefrenabile, assunzione di cibo seguita da vomito e sono anche riconoscibili in quanti fanno un uso eccessivo di Internet per soddisfare sul piano virtuale quel che non riescono a ottenere sul piano della realtà, fino al punto di percepire il mondo reale come un semplice ostacolo o impedimento all'esercizio della propria onnipotenza che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale.

La dipendenza da Internet ha in comune con le altre droghe il tratto ossessivo-compulsivo, la compulsione da Internet si basa sul "piacere" anziché sulla "fobia". E proprio perché si basa sul piacere, anziché sul disagio e la sofferenza, eliminarla risulta molto difficile.
Il sesso virtuale, vera e propria dipendenza, dove la masturbazione individuale si accompagna alla condivisione. La possibilità di essere espliciti e diretti, nell'anonimato, porta a scoprire forme di eccitazione ignote e all'inserimento nelle proprie perversioni con potere seduttivo. In tal modo ci si allontana dai rapporti sessuali reali i quali appaiono insignificanti e troppo limitati.

Tra le varie posizioni assunte dal soggetto, quella perversa è quella che più “resiste” a un  approccio curativo. Nella maggioranza dei casi, questo tipo di declinazione della propria  sessualità assume l’aspetto più di una trasgressione personalizzata  che non viene percepita come problematica dal soggetto. La rete si presenta come un osservatorio privilegiato della perversione  per alcune sue peculiari caratteristiche.  Il suo mondo digitale e astratto, immaginario e virtuale, così  impalpabile, parallelo a quello reale pare trasfigurato in un palcoscenico  ideale sul quale il perverso mette in scena diverse identità,   coperto dall’anonimato e al riparo dalla contaminazione del contatto  e della vicinanza fisica, trovando una immediata corrispondenza  al suo mondo magico, artificiale nel quale ogni differenza tra  i sessi e le generazioni è annullata, per ritornare a una dimensione  fantasmatica in cui dominano la finzione e l’illusione che si possa in  qualche modo sfuggire alle leggi del vivere comune e al principio di  realtà.  La rete inoltre rappresenta uno spazio relazionale del tutto particolare,  in cui l’interazione avviene tramite tastiera e monitor.   Ciò costringe a una mancanza di contatto diretto con il proprio   interlocutore che, tuttavia, nel caso particolare delle perversioni,   rappresenta un vantaggio in quanto tale assetto consente una distanza  di “sicurezza” da chi si trova all’altro capo del collegamento.

La tossicodipendenza potrebbe essere vista come un bisogno dell'individuo di crearsi un mondo personale indipendentemente dalla sostanza o strumento che lo rende dipendente. E’ evidente che attraverso internet si possono provare intensi e piacevoli sentimenti di fuga, superando on-line i problemi della vita reale, con un effetto simile ai “viaggi”consentiti da alcune droghe e inoltre permette al soggetto di provare un senso di onnipotenza, connesse con il superamento di ogni limite personale e spazio temporale. Il tempo sembra fermarsi in rete, la parola fine non c’è mai.

I soggetti che utilizzano le rete, oltre a non rendersi conto delle diverse ore già trascorse dinanzi allo schermo, tendono ad alterarsi facilmente con chi disturba il loro “viaggio”; esperienza questa che può essere paragonata alla risposta che un alcolista da ad un amico trovandosi ad una festa “soltanto un biccherino”, o a quella del fumatore che dice a se stesso “solo un’ultima sigaretta e andrò a dormire; lo stesso procedimento viene messo in atto dagli internet dipendenti che risponderanno irritati a chi gli chiede di disconnettersi “ancora un minuto e spengo”, oppure diranno a se stessi razionalizzando “un altro minuto non farà molta differenza” ma poi rimarranno connessi ancora per ore e ore.

Altra caratteristica importante tra gli internet dipendenti è la negazione del problema come spesso accade con qualunque altro tipo di dipendenza; differenza questa ancor più difficile da riconoscere.

E’ molto difficile infatti chiedere aiuto per qualcosa che la maggior parte delle persone apprezza per la sua potenza e il suo potere innovativo; e quando questi soggetti vengono messi di fronte alla chiara evidenza di un comportamento tossicomanico si trincerano dietro l’opinione comune secondo la quale internet è grandioso, “non può far male”.



Curioso è il ruolo degli operatori nei canali chat. Questi particolari utenti del canale, hanno determinati "poteri" come ad es. eliminare altri utenti dal canale o impedirne l'accesso, dare il ruolo di operatori ad altri utenti, etc. Il ruolo degli operatori dovrebbe essere quello di moderare il canale stesso, "kikkare" ovvero togliere dal canale utenti che disturbano la chat, "bannare" (impedire l'accesso al canale) utenti che effettuano spam (messaggi pubblicitari, testo ripetuto, etc.). Ogni utente in chat  ha la facoltà di creare una stanza, diventando operatore non appena accede per primo alla stanza stessa. Essere operatore  non è un titolo per grazia ricevuta, è un titolo acquisito da sè quando si crea una stanza o dato da un altro operatore . Tutti possono creare una stanza! Nessuna laurea, nessun esame, nessun altro particolare merito! Molto spesso si da questo titolo per semplice simpatia verso un utente, per amicizia nella vita reale. Essere operatore, quindi, deve essere considerato un titolo ben lungi da far pensare alla persona che lo detiene, come "speciale", "particolare", "superiore".

Per chi usa il proprio "titolo" di operatore con fini diversi da quelli di moderare il canale, potrebbe creare due aspetti negativi :

aver bisogno del titolo di operatore per sentirsi superiore e più "interessante" verso gli altri utenti della chat e verso se stessi. Questo accresce la propria autostima in modo del tutto ingiustificato anche nella realtà, danneggiando la psiche di chi da troppa importanza al proprio titolo.

Gli operatori che mal usano la loro posizione , distorcendo il mondo della chat e avvicinandolo al mondo reale, acquisiscono una specie di titolo "dittatoriale", decidendo della "vita" o della "morte" di un utente del canale chat. L'operatore che fa mal uso del suo titolo, quindi si sente padrone-dittatore del proprio mondo (canale chat), li dentro può dettar legge, eliminare utenti "antipatici", scrivere quello che vuole nel canale (senza timore di essere eliminato da nessuno), far credere ad altri utente del canale che lui è degno di maggior attenzione, è interiormente superiore per il solo motivo di essere operatore. Può screditare altri utenti o parlare male di loro, in pubblico o privato. Tutti comportamenti scorretti, maleducati, infantili, non da "operatore corretto" e che invece di enfatizzare la persona per il titolo che ha, ha l'effetto completamente opposto.

In realtà bisogna rendersi conto che è soltanto una chat e non la vita reale.

Ovviamente chi si vuol fregiare degnamente del titolo di operatore di un determinato canale della chat, si dovrebbe limitare al ruolo che gli compete, ovvero quello di moderare la chat, di essere utile al canale, senza limitare la libertà di parlare se non nuoce al pubblico del canale stesso, senza abusare del proprio ruolo, senza crearsi falsi aloni di "superiorità" (del tutto ingiustificati), senza eliminare utenti che sono a lui personalmente antipatici. Vi immaginate un simile individuo che abusa del proprio potere nella realtà?  Non è certo questo il corretto modo di "controllare" qualcosa, né il internet né nella realtà.

E' facile essere preda di minacce e di insulti di ogni tipo in chat, proprio per la peculiarità del mezzo, infatti la propria identità è nascosta. Non bisogna però dimenticare che si può risalire attraverso il numero ip al computer dal quale si sta chattando. Minacciare in chat, usare violenza attraverso una chat con parole e metodi psicologici, può essere perseguito. Attraverso il "log" del provider attraverso il quale si ha accesso ad internet e il "log" del server attraverso il quale si chatta, si può risalire all'identità. Se ci si sente minacciati, offesi ed in qualche modo lesi, è consigliabile contattare il servizio "abuse" del provider. E' facile rendersi conto di come sia vile colui che minaccia usando l'anonimato e credendo di non essere perseguibile per il solo motivo che si trova su Internet. Il mondo ideale di queste persone sole e vili può essere proprio quello di Internet. Non lasciatevi quindi infastidire o impaurire di colui che usa il media Internet in questo meschino modo.

Una certa percentuale di persone trova un profondo senso di appagamento quando raccoglie tanti "mi piace", i soggetti che hanno più successo sui social network come Facebook sono quelli che rischiano di più la dipendenza.

L'eccesso porta l'individuo fuori dalla realtà, in un turbinio di ostentazione di sé, di sovraesposizione della propria identità la quale è però fittizia.

Fa pensare l'affermazione del filosofo francese Pierre Zaoui "si esiste più intensamente quando non si appare"; già Baudelaire diceva che solo nella folla di una grande metropoli era possibile perdersi, in un villaggio medievale, dove tutti si conoscevano, era molto più difficile essere discreti.

Il filosofo francese inoltre dice "è necessario liberarsi da una delle grandi paure contemporanee: non è vero che quando non si appare non si esiste. Anzi, spesso si esiste più intensamente quando non si appare. Come quando assaporiamo il piacere di guardare l’amata che dorme o i figli che giocano. O la soddisfazione che provavamo, da ragazzi, a stare in fondo alla classe a sonnecchiare accanto al termosifone mentre veniva interrogato qualcun altro".

Per sottrarsi all'ansia di apparire a tutti i costi, è utile riscoprire il valore della separatezza, la capacità di stare bene anche da soli, riprendendosi gli spazi e i momenti da tenere solo per sé e da custodire gelosamente.

L'uso errato dei social network potrebbe trasformarci in tanti esibizionisti sul set virtuale, in qualcosa che potremmo definire "follia autopubblicitaria".

In realtà siamo noi stessi a violare la nostra privacy, il nostro diritto alla riservatezza.

I social network seducono e ci chiedono, una volta inscritti o in fase di iscrizione, di mettere più possibile a nudo la nostra identità e i nostri fatti privati.

Ma attenzione, il divulgare tutto di noi significa anche una cosa :  rinunciare ad ogni privacy.

Se si andrà verso la cosiddetta "condivisione automatica" la nostra privacy non esisterà più.

E questa sarà regalata o svenduta a una cerchia di persone proprietaria che saprà tutto di noi, con la possibilità, questa volta, di vendere tutte le informazioni a caro prezzo ad esempio per uso pubblicitario o di marketing.

E' molto difficile, e probabilmente impossibile, vivere una vita piena e felice senza riconoscimento, cioè senza alcuna conferma o attestazione affettiva, ti stima e di rispetto da parte degli altri essere umani che vivono sul nostro pianeta.

I social network sembrano aver rivoluzionato gli schemi sull'essere e sull'apparire.

L'interazione immediata "faccia a faccia" con il prossimo, quella in cui ci si incontra fisicamente con gli altri e si rischia l'imprevisto, ovvero "perdere la maschera", si sta riducendo, mentre aumentano le possibilità di manipolare la propria faccia "stando dietro le quinte" dello schermo.

E' molto più facile quindi "portare maschere", fingere.

Bisogna essere ben consci però che nessuno ci costringe a usare i social network o a iscriverci ad essi.

E' anche possibile affermare che ormai essere inscritti a questi siti è normale ed è utile perché i lati positivi ci sono indubbiamente.




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domenica 27 dicembre 2015

L'ABBANDONO SCOLASTICO



I giovani in età lavorativa (16-29 anni) con scarse competenze in lettura infatti, sono il 19,7%, mentre gli adulti (30-54 anni) con la stessa difficoltà toccano il 26,36%. Le percentuali sono contenute nell’ultimo rapporto Ocse su giovani e occupazione, basato su dati 2012-2013.

Se guardiamo alle competenze matematiche, l’Italia non è messa meglio. Il nostro Paese ha infatti la percentuale più elevata di adulti con scarse abilità in matematica, sono il 29,76%. Mentre i giovani italiani si piazzano al secondo posto per basse capacità con i numeri. Sono dietro solo agli Stati Uniti, con una percentale del 25,91%. La conclusione generale dell’Ocse non fa ben sperare: l’Italia è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

L’Italia è uno dei paesi europei con il tasso di abbandono scolastico più alto: quasi il 20% dei giovani italiani (il 5% in più rispetto alla media europea in base ai dati Eurostat) lascia la scuola senza conseguire un diploma di istruzione superiore. La riduzione dell’abbandono scolastico è uno dei cinque obiettivi chiave del piano decennale per la crescita dell’Unione Europea. Infatti, in una prospettiva di social investment, puntare sul capitale umano costituisce una strategia efficiente per prevenire i rischi di futuri svantaggi nel mercato del lavoro.

L’abbandono scolastico è problematico innanzitutto perché è causa della presenza sul mercato del lavoro di una fetta cospicua di individui con competenze insufficienti per far fronte alla crescente domanda di lavoro qualificato. In Italia il sistema di formazione lungo il corso della vita è poco sviluppato, perciò una volta usciti dal sistema scolastico sono poche le opportunità di riqualificazione. Inoltre, a differenza di altri paesi, come la Germania, in cui la diffusione della formazione professionale argina l’abbandono, in Italia la disponibilità di alternative professionalizzanti che portano a una qualifica secondaria è scarsa e fortemente differenziata a livello regionale. Non solo: il fenomeno dell’abbandono non colpisce in modo indiscriminato, ma penalizza i gruppi sociali più deboli. Secondo un tipico meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze, gli studenti provenienti da famiglie con minori risorse economiche, sociali e culturali sono più esposti al rischio di interrompere precocemente il percorso scolastico. In questo modo una scelta compiuta in giovane età potrebbe avere conseguenze negative anche nel lungo periodo.

E’ noto che in Italia le disuguaglianze nelle opportunità di vita legate all’origine familiare sono ampie, ma lo sono anche le differenze di genere nel mercato del lavoro: bassa partecipazione femminile e differenziali salariali e probabilità di avere contratti a tempo indeterminato a svantaggio delle donne. Tuttavia sia per quanto riguarda la performance scolastica che i livelli di istruzione finali, le ragazze superano ormai i loro compagni maschi, anche nel nostro paese. Non è quindi evidente come il genere influenzi le dinamiche dell’abbandono scolastico e come questo interagisca con risorse chiave sia a livello familiare che di contesto.

L’abbandono è l’esito finale di un processo di progressivo disimpegno e distacco dalla scuola. La letteratura internazionale individua vari fattori scatenanti di questo processo. Da un lato, vi sono i cosiddetti fattori push, che spingono gli studenti fuori dal sistema scolastico, come il basso rendimento e le difficoltà di integrazione con i compagni e con l’istituzione scuola. Dall’altro, i ragazzi possono abbandonare la scuola attratti dalla prospettiva di indipendenza. Uno dei principali fattori pull è certamente il lavoro.

In un nostro recente lavoro su dati ISFOL PLUS mostriamo che, considerando i giovani nati a cavallo degli anni ’80 e ’90, in Italia le ragazze hanno una minore propensione all’abbandono, anche a parità di altre caratteristiche (status migratorio, titolo di studio dei genitori, area geografica di residenza). Per via dei loro migliori risultati scolastici, le ragazze potrebbero essere meno esposte a fattori push. Allo stesso tempo, i fattori pull potrebbero essere rilevanti soprattutto per i maschi, che hanno più facilità a trovare un impiego. Entrambi i meccanismi sembrano essere in atto per le coorti osservate: infatti, anche tra gli studenti che hanno ottenuto una bassa valutazione all’uscita dalle medie inferiori, la propensione delle ragazze all’abbandono si conferma minore.



Le differenze di genere non sono però uniformi sul territorio nazionale. La minore propensione all’abbandono da parte delle ragazze è più accentuata al Sud e nelle Isole rispetto alle altre aree del paese. Addirittura, nel Nord Est le differenze di genere non sono statisticamente significative. Le differenze regionali potrebbero essere legate alle diverse opportunità che il mercato del lavoro offre a maschi e femmine: il maggiore attaccamento mostrato dalle ragazze nel Meridione potrebbe derivare da una loro debolezza sul mercato del lavoro che si traduce in una minore attrattività dei fattori pull. Quindi, il minor tasso di abbandono delle ragazze si può spiegare, da un lato, con l’assenza di potenziali incentivi economici legati alla partecipazione attiva al mercato del lavoro e, dall’altro, con il tentativo di controbilanciare il proprio svantaggio relativo sul mercato del lavoro acquisendo un titolo di studio superiore. Questa spiegazione pare plausibile dato che le differenze fra aree territoriali sono ancora più evidenti sugli quando si considerano gli studenti con bassa performance scolastica precedente: rispetto a questi ultimi, infatti, i maschi sono significativamente più esposti al rischio di abbandono solo al Sud e nelle Isole.

Anche la disponibilità di risorse familiari potrebbe avere un diverso effetto di genere sull’interruzione del percorso scolastico. In effetti, per chi ha genitori con la laurea le differenze di genere nella propensione all’abbandono si annullano, mentre le differenze di genere persistono quando ci si concentra su chi ha genitori con titolo di studio secondario inferiore o superiore. Tale risultato è coerente con precedenti ricerche sulla transizione dalla scuola media alla scuola superiore, che mostrano che provenire da una famiglia svantaggiata orienta verso percorsi meno prestigiosi soprattutto i maschi rispetto alle femmine. Al contrario, i genitori laureati potrebbero avere alte aspettative scolastiche sia nei confronti dei figli che delle figlie e i genitori altamente istruiti hanno le risorse economiche e culturali per contrastare eventuali difficoltà che, per scarso rendimento o per problemi relazionali, la prole dovesse incontrare a scuola. E se è vero che i maschi con più probabilità si trovano in questa condizione, loro più delle femmine beneficeranno di sostegno aggiuntivo (ad esempio lezioni private di recupero), chiarendo così perché i figli maschi di genitori più istruiti non sono relativamente più esposti al rischio di abbandono.

In conclusione, in Italia, l’abbandono scolastico si innesta su dinamiche di stratificazione sociale che incidono già fortemente sulle opportunità di vita. Inoltre, anche se in molti casi l’abbandono risponde a una necessità o un desiderio di indipendenza economica, coloro che si affacciano sul mercato del lavoro senza un diploma o una qualifica professionale si trovano generalmente in condizioni più sfavorevoli rispetto a coloro che hanno portato a termine gli studi superiori. Chi abbandona è più esposto al rischio di disoccupazione e a quello di inattività e, quando occupato, ha più probabilità di lavorare senza un regolare contratto. Questo svantaggio persiste anche a parità di background familiare, di genere, di area di residenza e di anni trascorsi dal momento dell’abbandono.

Soltanto osservando le complesse interazioni tra le risorse a disposizione di studenti e studentesse è possibile andare oltre la semplice conclusione che le differenze di genere nell’abbandono scolastico costituiscano un vantaggio effettivo per le ragazze. Infatti, questo apparente vantaggio può nascondere una maggiore vulnerabilità delle donne lungo il corso di vita. Sarebbe illusorio pensare di combattere i problemi connessi all’abbandono scolastico senza affrontare i nodi irrisolti nel nostro paese, primi fra tutti le differenze di genere sul mercato del lavoro e le disparità territoriali.

Maschio. Età media 19 anni. Del sud. Questo è l’identikit dello studente che in Italia abbandona la scuola. Succede soprattutto alle superiori di secondo grado. E soprattutto nel centro-sud (ma non solo). Ma tanti i casi di abbandoni anche alle scuole medie. Il numero di laureati doveva raggiungere almeno il 40 per cento e invece il nostro Paese ha abbassato l’asticella al 26.
La ricerca «Lost», realizzata dalla Fondazione Giovanni Agnelli, WeWorld Intervita, Associazione Bruno Trentin in collaborazione con Csvnet che ha «misurato» il costo per la collettività di tanti abbandoni scolastici ed è andata a vedere cosa (e se) le scuole fanno per combatterli. Non solo. Lo studio sottolinea l’importante ruolo del Terzo settore. Associazioni, onlus, gruppi parrocchiali, volontari o meno: fondamentale è il loro impegno per recuperare ragazzi e ragazze quasi ex studenti. I risultati sono significativi. Lo studio, condotto dallo scorso febbraio a maggio in 248 scuole e 229 enti nelle città di Roma, Napoli, Milano e Palermo (le grandi metropoli sono quelle con i giovani più a rischio), evidenzia che perdere ogni anno decine di migliaia di studenti costi, in termini di mancato lavoro negli anni, dai 21 ai 106 miliardi di euro (a seconda della crescita del Pil), e che il Terzo settore da solo ne investe 60 per aiutare i ragazzi contro i 55 del ministero dell’Istruzione destinati a progetti nelle scuole.

«Sono numeri preoccupanti», dice il professore Daniele Checchi, curatore della ricerca. E sottolinea come dallo studio sia emersa «la poca correlazione tra gli interventi della scuola e quelli del Terzo settore e come il no profit produca ogni anno interventi per un valore di 80 milioni di euro». Purtroppo, non c’è coordinamento tra le due realtà, sostiene Checchi: «Le linee di intervento del Miur ad esempio sono seguite soprattutto nel Sud Italia, mentre il no profit svolge un ruolo suppletivo soprattutto al Nord». Al Sud, la dispersione scolastica si combatte principalmente spingendo sulle attività extrascolastiche, i centri di aggregazione sociale. Al Nord si traduce con attività di doposcuola, cioè aiuto nei compiti e offerta di spazi per lo studio. Ma, dice Marco Chiesara, presidente di WeWorld Intervita, «oggi più che mai abbiamo l’esigenza che scuole e Terzo settore lavorino insieme in modo complementare per essere sempre più efficaci: chiediamo che le scuole si aprano maggiormente al nostro intervento e, al contempo, che Miur ed enti pubblici favoriscano il processo di collaborazione tra scuole e terzo settore, sostenendo la nascita di reti durevoli nel tempo e capaci di mostrare risultati concreti».
E anche l’Anief lancia l’allarme con il segretario Marcello Pacifico che evidenzia: «L’Italia non può permettersi di perdere per strada 2 milioni e 900mila giovani delle superiori, come è accaduto negli ultimi 15 anni, ragazzi tra i 16 e i 19 anni quasi sempre destinati ad allargare il numero dei «Neet», i giovani che non studiano né lavorano e che nei territori più difficili diventano non di rado potenziali nuove leve al servizio della criminalità organizzata». Meglio allora, rilancia Pacifico, alzare «di due anni la scuola dell’obbligo, come aveva provato a fare 15 anni fa l’allora ministro Luigi Berlinguer». La stessa proposta la rilancia Gianna Fracassi, della Cgil: «È il primo passo per combattere l’abbandono scolastico».
La ricerca «Lost» sottolinea quindi l’urgenza di un intervento. Come spiega Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli: «È importante cominciare già nella scuola media: è soprattutto in questo ciclo scolastico che si vince la battaglia contro l’abbandono, limitandolo o scongiurandolo nei primi anni delle superiori». Fondamentale per Gavosto il ruolo del Terzo settore, «ma può diventare decisivo a condizione che si rafforzi la sua capacità di coordinarsi e fare massa critica con gli interventi promossi dal settore pubblico e dalle scuole stesse». Ora purtroppo, «questo coordinamento non c’è, a scapito delle azioni messe in campo».





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martedì 17 novembre 2015

IL DESIDERIO NEI NONNI



La sessualità rappresenta una energia vitale che accompagna, evolvendosi continuamente, l’uomo per tutto l’arco della sua esistenza. La fase degli over 65/70  non e’ asessuata. Il climaterio maschile e femminile non segna assolutamente il termine dell’attività sessuale.

Una percentuale significativa di persone over 65/70, nonostante la repressione, i condizionamenti, la censura morale, le difficoltà obiettive continua ad avere rapporti sessuali regolari e soddisfacenti. I veri, autentici e sofferti motivi di cessazione dell’attività sessuale sono per la maggior parte di natura PSICOLOGICA e SOCIALE.

La popolazione italiana di ogni livello di età e condizione socio-culturale spesso non ha informazioni corrette sulla fisiologia, la patologia, i bisogni, i desideri e le attese sessuali degli over60. In ogni fase della vita esistono pregiudizi e stereotipi rigidi che hanno un significato, un valore ed un effetto repressivo ed inibitorio nei confronti dell’attività sessuale degli anziani. Negli over60 esiste spesso una immagine deformata e deformante per quanto riguarda le proprie esigenze, bisogni e rapporti.

Negli over 65/70  si mette spesso in atto un MECCANISMO SUBLIMATORIO, perchè risulta troppo grande, per effetto dei condizionamenti socio- culturali, morali, religiosi, la distanza tra la realtà dell’impulso libico e la fiducia nelle proprie capacità sessuali. Non va inoltre dimenticata una connotazione tipica della società odierna: in ogni età della vita esistono due differenti modelli comportamentali, quello MASCHILE e quello FEMMINILE. Il primo relativamente più permissivo rispetto al secondo, entro cui si perpetuano limitazioni e repressioni ancestrali. E’ tradizione culturale considerare la vecchiaia come periodo di rimpianto e di decadenza, tanto a livello di interesse quanto a livello di attività sessuale vera e propria. In questo processo di negazione sociale della sessualità gli over60 trovano poi spazio alcuni stereotipi molto diffusi e cioè la convinzione che:
l’attrazione erotica possa essere suscitata esclusivamente da un corpo giovane ed esteticamente perfetto;
la funzionalità degli organi genitali sia sottoposta alla usura del tempo e vada quindi incontro ad un decadimento in termini di qualità oltre che di quantità;
l’assenza della capacità o di un fine procreativo generi una caduta della pulsione sessuale;
il piacere sessuale rappresenti dopo una certa età più una “perversione” che una sana e naturale esigenza psicofisica, atta anche a contrastare il processo di invecchiamento psicofisico dell’organismo.
Da queste e da altre false credenze deriva spesso una auto-esclusione dell’anziano, che si trova a rifiutare la propria sessualità o a considerarla in maniera clandestina, come se il desiderio o l’attività sessuale fossero debolezze da nascondere o colpe di cui vergognarsi….. da cui le ritirate “strategiche” dall’universo della eroticità.

Dietro il comune ritornello “ormai sono vecchio“, traspare la seduzione della rinuncia, del disimpegno progressivo, che consente di evitare ogni timore di insuccesso o di frustrazione, una vera e propria autocastrazione preventiva.

Per cui la funzione sex (più che dal rallentamento biologico) può essere frenata da come il singolo anziano si percepisce ed inconsciamente si condiziona.

Le difficoltà sono inerenti al problema del cambiamento e pertanto ad una modificata rappresentazione del sé del proprio corpo-involucro cioè quello che viene percepito dall’altro e del proprio vissuto corporeo in quanto oggetto di desiderio ed in quanto soggetto che può ancora desiderare e godere.

E’ evidente che in questa fascia d’età le condizioni fisiologiche dell’organismo sono cambiate sia dal punto di vista emodinamico che metabolico (per esempio frequenza cardiaca, tono muscolare, equilibrio ormonale). Cosi come a livello muscolare le prestazioni fisiche sono in evidente diminuzione, analogamente le performance sessuali risentono delle variazioni fisiologiche della terza età.

Per esempio, alla ipotonia muscolare e riduzione della gettata cardiaca, che determina evidente diminuzione delle prestazioni fisiche, si associa una ipotonia del sistema venocclusivo erettile ed una diminuzione del flusso ematico cavernoso, che creano alterazioni della capacità erettile e della capacità di mantenere l’erezione.



La fase di eccitamento risulta più prolungata e questo in relazione alle diverse condizioni emodinamiche, infatti si nota un significativo ritardo ad ottenere l’erezione (diminuzione flusso ematico cavernoso ed ipotonia venocclusiva); questa puo’ essere parziale o venire perduta facilmente: la risposta erettiva subisce pertanto un rallentamento globale.

Se l’anziano non fosse a conoscenza di questa normale condizione fisiologica, potrebbe essere portato a pensare di essere affetto da impotenza, alimentando il circuito dell’ansia, con la possibilità di uno scatenamento di impotenza secondaria. Per questo motivo i successivi tentativi di forzare la situazione attraverso un controllo cosciente e i reiterati insuccessi portano l’anziano ad esperire l’ansia della prestazione, precludendogli la possibilità di recepire le stimolazioni in modo adeguato. Si riduce così il “potenziale erotico” che lascia spazio ad un “potenziale inibitorio”.

Nella fase di Plateau si notano varianti meno spiccate ma particolarmente significative in quanto sono in grado di rendere vantaggiosi alcuni aspetti dell’invecchiamento.

La durata d questa fase tende a prolungarsi e ciò in relazione ad un rallentamento della conduzione nervosa nei circuiti di controllo erezione/eiaculazione e si osserva un allungamento del tempo di inevitabilità eiaculatoria, che in giovane età costituisce un aspetto preoccupante per la sua precocità: spesso si verifica addirittura una correzione spontanea di una pregressa eiaculazione precoce. L’anziano ha, una volta raggiunta la fase di plateau, delle erezioni più prolungate nel tempo, spesso impara ad avere rapporti sessuali soddisfacenti senza che questi terminino necessariamente ogni volta con l’eiaculazione.

La terza fase , l’esperienza orgasmica, si effettua in un periodo di tempo più breve. Questo fenomeno è da mettere in relazione alle patologie prostatiche, che in questa fascia di età sono la regola (ipertrofia prostatica benigna, prostatite, tumore della prostata). In questi casi l’inevitabilità eiaculatoria può ridursi, fino a scomparire, per cui la durata dell’orgasmo può essere abbreviato o prolungato mentre il volume del fluido seminale si riduce notevolmente, per ipotrofia delle vescichette seminali.

La quarta fase (di risoluzione) si caratterizza per la rapidità della detumescenza dopo l’eiaculazione e per il prolungamento del periodo refrattario. Dobbiamo ricordare che questi fenomeni sono anche innescati dal diminuito trofismo e tono del tessuto erettile, che risente della variazioni ormonali correlati all’età.



Per la donna l’inizio dell’invecchiamento sessuale può coincidere con la menopausa che presenta segni clinici e biologici specifici: la caduta degli estrogeni , perdita della capacità riproduttiva , riduzione significativa del tasso degli ormoni sessuali presenti nel sangue.

Analogamente a quanto succede per le sue prestazioni fisiche che risentono della ipotonia muscolare (pensiamo alla incontinenza urinaria da sforzo, espressione di cedimento della muscolatura perineale) anche dal punto di vista sessuale assistiamo a dei cambiamenti.

La donna va incontro ad un rallentamento ed indebolimento della risposta sessuale, infatti durante le quattro fasi del ciclo sessuale riduce sia l’intensità della reazione fisiologica che la durata della risposta alla stimolazione sessuale.

Nella fase di eccitamento la lubrificazione della regione vaginale richiede per prodursi tempi più lunghi e la quantità di lubrificazione è minore rispetto alla donna più giovane (ciò in relazione alla carenza estrogenica della menopausa). Queste difficoltà possono essere mitigate allungando i tempi di stimolazione clitoridea antecedenti alla penetrazione o attraverso l’utilizzo di creme o liquidi lubrificanti o sostitutivi ormonali.

Nella fase di Plateau l’intensità della vasocongestione locale del terzo esterno della vagina si riduce notevolmente per il diminuito trofismo tissutale dovuto alla carenza ormonale che determina anche una fibrosi delle pareti vaginali ed il il restringimento del lume .

La diminuzione di spessore della mucosa e la diminuita elasticità dei tessuti in questa area (attraversata dall’uretra e dal collo vescicale) può determinare, durante il rapporto sessuale, una irritazione della vescica e dell’uretra, provocando eventuali uretrocistiti. Queste reazioni fisiologiche possono essere attenuate o eliminate con cure ormonali sostitutive, anche naturali, a base di estrogeni sia per os , sia per applicazioni locali sotto forma di creme.

La fase orgasmica risulta abbreviata, le contrazione della piattaforma orgasmica nel terzo esterno della vagina sono meno frequenti , spesso la risposta contrattile ritmica dell’utero è sostituita da una contrazione spastica percepita dalla donna anziana come dolore riflesso nell’addome inferiore. Il dolore può essere alleviato con opportune tecniche di sostituzioni degli steroidi sessuali

Sostanzialmente nella donna la capacità orgasmica resta invariata fino a tarda età, è soprattutto l’elaborazione a posteriore dell’ esperienza vissuta che favorisce o frena il desiderio.

Nella fase di risoluzione si ha un collasso rapido della vasocongestione dell’intero condotto vaginale (a differenza delle giovani, nelle quali si ha una depressione graduale e normale), attribuita alla minore entità della risposta vasocongestizia pelvica e alla minore elasticità dei tessuti.

La sessualità dell’anziano è arricchita di sfumature sessuali ed erotiche più complete.
La terza età può offrire l’occasione di vivere una sessualità diversa, maggiormente eccitante, in quanto diversa dalla quotidianità, svincolata da impegni stressanti.
Una sessualità più ricca perfezionata dalle esperienze passate e presenti condivise da un lessico comune e costruito nel tempo.

L’ansia da prestazione accomuna tutti gli uomini di tutte le età, ma colpisce soprattutto i maschi anziani: “Chissà se riuscirò”. Numerosi fattori, infatti, possono influire in maniera diversa sui problemi sessuali dell’uomo anziano.

Nella vecchiaia si verificano due importanti categorie di fenomeni: il cambiamento corporeo e le modificazioni fisiologiche e psicologiche.

Il corpo cambia nelle proporzioni, nell’elasticità della pelle e nella tonicità muscolare. E’ chiaro come l’uomo che faccia costantemente attività fisica, senza ansia da prestazione, che curi la sua salute, che mangi in modo sano…. limiti notevolmente i danni del decadimento fisico.

A ciò si aggiunge una diminuzione delle capacità sensoriali, che però possono oggigiorno venire ovviate, vedi occhiali da vista ed eventuali apparecchi acustici molto funzionali. Se la persona mantiene attiva la mente, mostrandosi aperta, flessibile e continuando ad apprendere e a cercare di migliorare se stessa, questi stessi cambiamenti sensoriali vengono ad essere meno percepiti.

Le convinzioni psicologiche sono le più deleterie e colpiscono negativamente gli anziani, soprattutto gli uomini nella sfera sessuale, ad esempio: la paura di invecchiare, di perdere la memoria, di non essere più attraenti, di perdere la capacità erettile, ecc.

L’attuale generazione di anziani ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre hanno subito l’influsso di costumi sessuali molto conservatori. Potrebbe però anche essere che più la persona invecchi più diventi conservatrice e in tale direzione sussistono specifiche ricerche longitudinali, pertanto la prossima generazione potrebbe subire altri tipi di condizionamenti.

E’ chiaro come più un anziano rimanga mentalmente aperto e flessibile più risulterà in grado di contrastare anche gli effetti coorte.

Gli anziani possono vedersi ridurre le opportunità di avere una vita sessuale, perché magari vivono con i figli oppure vivono in case di riposo e non vivono più da soli.

Molti fanno una vita casalinga perché hanno paura di uscire da soli, perché sono vissuti per troppo tempo isolati tra casa e lavoro ed hanno trascurato hobbies ed amicizie. Da qui l’importanza di non isolarsi nella coppia, ma di rimanere aperti alle proprie amicizie e passatempi in tutte le età della vita. La condivisione sconfigge la solitudine e l’isolamento ed aiuta la crescita intellettuale e personale.



Nella terza età si assiste frequentemente ad una scissione tra mente e corpo, con una conseguente focalizzazione dell'attenzione sulle funzioni somatiche, che in alcuni casi può arrivare ad ipocondria, cioè ad un'eccessiva e patologica preoccupazione per le proprie condizioni di salute. Alla base di questa eccessiva preoccupazione c'è molto spesso la perdita d'interesse per il mondo esterno, un dispiacere in campo affettivo o la ridotta attività.Uno dei disturbi più comuni tra le persone anziane è la depressione, che molto spesso non viene riconosciuta perché si manifesta con sintomi molto diversi. Oltre a tristezza e malinconia, altri sintomi depressivi sono: nervosismo, ansia, facile irritabilità, perdita di appetito, sonno irregolare, incapacità di prendere decisioni, senso di colpa e di inutilità, riduzione del desiderio sessuale e rallentamento verbale e psico-motorio. Tali disturbi psichici e in particolare la depressione comportano gravi problemi sessuali nell'anziano, e molto spesso l'uso di farmaci (antidepressivi) può causare disfunzioni sessuali, creando un circolo vizioso. Vi sono persone che in questi casi rifiutano di curarsi.
Anche i fattori socio culturali svolgono un ruolo determinante sul comportamento sessuale. Processi di socializzazione influenzano notevolmente la sessualità delle persone, il loro ruolo sessuale all'interno di un gruppo, come anche le norme e i valori del gruppo ai quali aderiscono.Anche se i ruoli sessuali sono cambiati e abbiamo assistito sin dagli anni '60 ad una maggior libertà nell'espressione sessuale, continuano ad esistere vari stereotipi sulle persone anziane che le descrivono come non attraenti, incapaci di raggiungere piacere sessuale e soprattutto non interessate al sesso. Molto spesso gli anziani interiorizzano tali stereotipi e vivono la sessualità come riprovevole da un punto di vista morale e sociale. In molti casi queste motivazioni spingono la coppia a non esporre i propri problemi sessuali al medico di famiglia o allo specialista.

Quando sia radicato che gli anziani non ricorranno all'attività sessuale o che per lo meno non ne necessitano è testimoniato dal fatto che le stesse organizzazioni o strutture sociali che si sono sviluppate a tutela degli anziani non hanno predisposto spazi che favoriscano le relazioni sociali intese in senso lato, né hanno adeguatamente riconosciuto le necessità sessuali o relazionali che indirettamente o direttamente possono favorire le relazioni sociali e quindi l'attività sessuale dei loro clienti.I differenti ruoli sociali che l'uomo e la donna hanno avuto si riflette sulla loro sessualità. Gli uomini anziani hanno più probabilità rispetto alle donne di sposarsi e di risposarsi in caso di divorzio o di morte del partner. Ruoli convenzionali enfatizzano l'iniziativa, la prestazione, nel lavoro e nelle relazioni sociali. Dopo il pensionamento e le naturali variazioni fisiologiche che accompagnano l'invecchiamento gli uomini possono sperimentare una perdita di autostima.





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domenica 1 novembre 2015

PEDEMONTANA



L'autostrada A36 (detta Pedemontana Lombarda) è un'opera viabilistica autostradale italiana che ha l'obiettivo di velocizzare gli spostamenti nell'area nord di Milano, realizzando una via esterna alla provincia di Milano per collegare la provincia di Varese con quella di Bergamo, oltre che l'Aeroporto di Milano-Malpensa con l'Aeroporto di Bergamo-Orio al Serio. La prima tratta è aperta al traffico dal 26 gennaio 2015.

Il progetto, approvato dal CIPE, prevede una spesa totale di € 4.115.000.000 (il contributo statale ammonta a 1,2 miliardi di euro) per un totale di 87 km di autostrada e 70 km di nuova viabilità provinciale e comunale, comprendente anche le nuove tangenziali di Como e Varese.

Società coinvolte: la società Autostrada Pedemontana Lombarda S.p.A. (68% Milano Serravalle - Milano Tangenziali S.p.A., 20% Equiter S.p.A., 6% Banca Infrastrutture Innovazione Sviluppo S.p.A., 5% UBI Banca S.p.A., 1% Par. Cop. Soc. Cons. Ar. L.) ha per oggetto la promozione, lo studio, la progettazione, la costruzione e l'esercizio dell'autostrada mentre la società Concessioni Autostradali Lombarde S.p.A (50% ANAS, 50% Infrastrutture Lombarde al 100% della regione Lombardia) ha per oggetto il monitoraggio dell’iter approvativo della Convenzione Unica di Concessione, coordinamento e supporto alla società Pedemontana per la redazione degli atti di gara per l'individuazione del Contraente Generale (lotti CO1 e VA1) e per l'affidamento della progettazione definitiva (lotti A, B1, B2, C, D, CO2, VA2), attività tecniche connesse all'accordo di Programma promosso da Regione Lombardia, rilascio/diniego attestazioni di compatibilità tecnica di interventi urbanistici in fascia di salvaguardia.

Il primo lotto dei lavori è stato aggiudicato al raggruppamento di imprese formato da Impregilo (mandataria), Astaldi, Aci Scpa-Consorzio Stabile e Pizzarotti.

Il secondo lotto dei lavori è stato aggiudicato all'ATI guidata dall'austriaca Strabag con le italiane Maltauro, Fincosit e Adanti.

Alla fine degli anni cinquanta nasce l'idea della pedemontana come infrastruttura necessaria per lo sviluppo delle zone nord-occidentali lombarde. Questa pedemontana avrebbe collegato Bergamo a Biella (in base ai primi progetti degli anni successivi). Il progetto negli anni settanta viene fermato per il blocco della costruzione di nuove autostrade. Nel 1983 la regione Lombardia chiede di derogare alla legge e successivamente l'autostrada pedemontana rientra nel programma triennale ANAS. Il 14 novembre 1986 nasce la società Autostrada Pedemontana Lombarda S.p.A. costituita dalla Società Autostrade e dalla Società Serravalle - Milano - Ponte Chiasso.

Il 31 agosto 1990 con decreto interministeriale viene autorizzata la concessione per la realizzazione dell'infrastruttura.




Nel periodo dei primi anni 2000 il tracciato della pedemontana assume la fisionomia di quello in costruzione. Nel marzo del 2003 l'autostrada viene inserita nella legge obiettivo. Il progetto preliminare e la valutazione di impatto ambientale vengono pubblicati nel febbraio del 2004; il 29 marzo 2006 il CIPE approva il progetto preliminare.

Il 1º agosto 2007 la società Autostrada Pedemontana Lombarda S.p.A. e la concedente Cal S.p.A. firmano la convenzione che autorizza la concessione per la realizzazione dell'autostrada.

Nel corso del 2008, durante l'elaborazione del progetto definitivo, sono stati sviluppati approfondimenti di molte parti del tracciato finalizzate, da un lato, al rispetto delle prescrizioni dettate dal CIPE con l'approvazione del progetto preliminare e, dall’altro, a migliorare e ottimizzare le soluzioni progettuali, d'intesa con gli Enti locali territorialmente interessati.

Il progetto definitivo è stato pubblicato il 21 aprile 2009 e reso consultabile sul sito ufficiale: rispetto al preliminare, sono state accolte 384 prescrizioni del CIPE e introdotte ulteriori 22 varianti, approvate all'unanimità in seguito all'intensa attività sviluppata dai tavoli territoriali ed ambientali.

Il 29 maggio 2009 si è tenuta la Conferenza dei Servizi in Regione Lombardia, nel rispetto dei tempi programmati.

Il CIPE ha approvato il progetto definitivo e il piano finanziario il 6 novembre 2009.

I lavori del lotto 1, che comprende la tratta A e i primi lotti delle tangenziali di Como e di Varese, sono iniziati il 6 febbraio 2010.

Nel dicembre del 2013 si sono conclusi i lavori stradali della tratta A: l'apertura al traffico è avvenuta, per il primo lotto della tangenziale di Varese (autostrada A60) il 24 gennaio 2015, per la tratta A8 - A9 dell'A36 due giorni più tardi.

I lavori della tratta B1 sono stati avviati nel dicembre del 2013 e termineranno entro il 2015. I restanti lavori del lotto 2 (tratte B2, C e D), potranno invece essere avviati dal 2016 solo in relazione alla disponibilità economica.

Il tracciato di Pedemontana Lombarda si inserisce in un territorio a rilevante sensibilità, in quanto caratterizzato da elevate densità abitative ed insediative e dalla presenza di significativi vincoli ambientali e valori paesaggistici. Gli studi sviluppati nella fase di progettazione preliminare hanno orientato la concessionaria verso l'adozione di soluzioni che garantiscano una mitigazione strutturale degli impatti ambientali nei luoghi di massima criticità tramite la realizzazione di gallerie naturali e artificiali e adeguate misure di tutela e di inserimento ambientale e paesaggistico. Le situazioni di maggior criticità si hanno nella tratta da Lentate sul Seveso a Usmate Velate.

Circa la metà dell'intero percorso dell'autostrada è previsto in galleria naturale o artificiale mentre un altro terzo è previsto in trincea che è la conformazione che meglio consente di coniugare la minimizzazione dell'impatto ambientale con la sicurezza della circolazione.

Il progetto raccoglie plausi e critiche da parte delle popolazioni interessate dall'opera. In particolar modo le voci contrarie si concentrano sul fatto che nella sua zona centrale, in particolare nel comune di Meda, la costruzione del casello e la necessità di distruggere buona parte della superstrada Milano-Meda, provocherà probabilmente un aumento del traffico della zona. Inoltre i residenti della stessa zona chiedono rassicurazioni in merito a possibili rischi generati da scavi in zone dove sono seppelliti residui di diossina legati al disastro di Seveso. Le proteste contro il progetto e la Regione Lombardia hanno avuto voce in una manifestazione popolare in valle Olona il 28 novembre 2009. Un ulteriore punto controverso riguarda il consumo di suolo che questa nuova infrastruttura avrà ad impattare sul territorio, giudicato dai critici ampiamente eccessivo e non sempre necessario.



Se già stando alle previsioni percorrere Pedemontana sarebbe stato caro, dal 1 novembre diventerà effettivamente carissimo. La società ha infatti diffuso i costi del pedaggio che rispetto alle tariffe originariamente ipotizzati segnalano un aumento da capogiro, fino al 44%. Ecco il dettaglio
TANGENZIALE DI VARESE – Percorrere in auto o moto la A60 costerà 1,01, rispetto ad un costo iniziale previsto di 70 centesimi (+44%). A furgoni e camper il tratto di 4,5 chilometri tra Gazzada e Vedano Olona costerà 1,25 euro mentre i mezzi pesanti e autobus dovranno versare 1,75 euro. Per autotreni ed autoarticolati il costo sarà invece di 1 euro e 90.

PEDEMONTANA LOMBARDA – Anche la A36 sarà soggetta ad un vigoroso aumento delle tariffe. Il tratto compreso tra la A8 all’altezza di Cassano Magnano e l’imbocco di Lomazzo della autostrada A9 agli automobilisti costerà 3 euro e 8 centesimi, con un aumento del 40% rispetto ai 2,20 euro inizialmente previsti. Il costo delle tratte intermedie -sempre per le auto- sarà di 0,31 € tra la A8 e l’uscita di Solbiate Olona, 1,12 euro tra Solbiate e Mozzate, o,53 euro tra Mozzate e Cislago e 1,12 per raggiungere da Cislago l’interscambio con la A9 a Lomazzo. Da novembre dovrebbe essere aperto un nuovo tratto, fino a Lentate sul Seveso, che nel tratto fino a Lomazzo costerà 1,64 euro, portando così il pedaggio per l’intera tratta a 4,72 euro. Tariffe ancora più elevate per le altre categorie. Nel tratto tra Cassano e Lomazzo (A8-A9) furgoni e camper pagheranno 3,85 euro, camion e pullman 5,32 e autotreni e autoarticolati 5,77.
TANGENZIALE DI COMO – Percorrere interamente la A59, nel tratto tra Villa Guardia e Acquanegra, costerà agli automobilisti 62 centesimi (17 centesimi per il tratto tra Villa Guardia e la A9 e altri 45 per il secondo tratto). Furgoni e camper dovranno pagare 78 centesimi mentre i mezzi pesanti arriveranno a versare fino a 1,16 euro

In nessuna delle tratte ci saranno caselli. La pedemontana lombarda sarà infatti la prima autostrada in “free flow” in Italia e per questo prevederà modalità di pagamento elettroniche, collegate al proprio Telepass o sottoscrivendo un contratto.                                                                                                 L’autostrada è rimasta senza pedaggi in occasione della manifestazione Expo 2015.
Il costo è variabile. Ogni tratta avrà una sua propria tariffa, si va comunque da 40 centesimi fino a 2,20 euro.

Però nonna quercia non la paga nessuno.
Un secolare albero in meno e una comoda panchina in più. Ma gli abitanti di Gorla Minore, in provincia di Varese, continueranno a parlare di Nonna Quercia, prima mentre la guardavano svettare fiorita in primavera, ora mentre saranno comodamente seduti su di essa, nell’inedita versione di «panchina secolare». Inutili le petizioni promosse da centinaia di cittadini, nemmeno la mobilitazione dei giovanissimi studenti delle elementari che si erano rivolti alla stampa locale nel tentativo di evitare il taglio è servita a granché: il cantiere della Pedemontana, che l’assedia da tempo, l’ha infatti indebolita a tal punto da non consentire più alle radici di reggerne l’ingente peso. Resterà solo il ricordo e una «bella» e secolare panchina.

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