Visualizzazione post con etichetta giovani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giovani. Mostra tutti i post

lunedì 8 agosto 2016

CAMMINARE CON LE SCARPE SLACCIATE



Camminare con le scarpe slacciate è un segno distintivo della generazione dei giovani.

Molti giovani di oggi sono soliti portare le scarpe slacciate e questo provoca delle domande negli adulti che, spesso, non riescono a capire questa moda.
Le scarpe tra i giovani non sono semplicemente “slacciate”, dietro a questa moda si nasconde in realtà un meccanismo molto più complesso che ha dei significati che, a volte, vanno ben oltre la comodità o meno.
Forse per capire meglio questo concetto bisogna rivolgersi direttamente agli interessati: le risposte sono varie e le spiegazioni differenti ma la maggior parte dei ragazzi alla domanda:”Perché porti le scarpe slacciate?”, ha risposto in questo modo:
“Non si slegano”,” Non le devo legare tutte le volte che le voglio mettere”, “Sono più comode”, “Non sono belli i lacci sotto i pantaloni, meno ancora sotto le gonne”, “Faccio prima ad indossarle” oppure: “Per adeguarmi, perché ormai lo fanno tutti, è diventato uno stile, un modo per riconoscersi” e poi:”Sono anni che le porto slacciate” altri ancora hanno aggiunto:” Mi sento bene così, sono più comode e più belle da vedere” o “E’ solo un modo come un altro di vestirsi”; insomma i motivi per cui si portano le scarpe slegate sono molteplici. In realtà il modo di vestire identifica anche le persone e le scarpe sono una componente importante perché gli alternativi le portano così solo per non unirsi al “gruppo”. La maggior parte dei ragazzi si adegua, perché lo fanno tutti, perché glielo ha detto un amico e così via. Non sempre le scarpe si portano slegate perché per fare sport sono scomode, cioè:”Non ti tengono ferma la caviglia o ti scappano mentre corri” così nello sport le scarpe si portano ancora allacciate.
Molti portano le scarpe legate all’intero, un po’ allentate; altri fanno passare i lacci più volte negli stessi buchi o li accorciano e qualcun altro le porta con i legacci sciolti all’interno del piede; altri ancora fanno dei nodini piccolissimi all’esterno, che quasi non si vedono.

Nessuno pensa all’importanza che una corretta allacciatura può il preservare il piede e nel contribuire a farlo muovere correttamente, indipendentemente dal tipo di scarpa che utilizziamo. C’è chi corre con le scarpe quasi slacciate, chi invece porta le stringhe così lasche che il piede “balla” e si sposta nella scarpa anche durante un esercizio di stratching da fermo. Chi usa scarpe larghissime oppure scarpe nelle quali le dita sono aderentissime al puntale.



Avere un piede che balla eccessivamente nella scarpa non è soltanto un buon modo per farsi venire vesciche, ma può essere anche l’inizio di tanti guai, anche molto seri.

Correndo con le scarpe male allacciate è molto più facile che i comandi di corsa inviati dal nostro cervello alle scarpe vengano falsati ottenendo una corsa più scomposta.

Ciò nulla toglie alla regola che la scarpa debba essere comunque spaziosa soprattutto nell’avampiede per evitare di “giocarsi le unghie”.

Allacciare la scarpa correttamente non è soltanto una buona regola, ma un elemento di prevenzione, oltre che un modo per apprezzare al meglio il proprio stile di corsa, senza “interferenze” ed errori.

Tutti i ragazzi non sanno che è una moda lanciata in America dagli obesi per cui è difficile allacciarsi le scarpe.

L'occhio di pernice è un'area di pelle ispessita, dura o molle, simile a un callo e situata tipicamente nei piedi.
In merito a quest'ultimi, i punti interessati più di frequente sono: tra le dita, sulla parte superiore delle dita e sulla pianta del piede.

La maggior parte dei casi di occhio di pernice è dovuta a uno sfregamento continuo e ripetuto o a un'eccessiva pressione dell'area di piede affetta.
Sfregamenti o pressioni con le suddette caratteristiche sono spesso legati alle calzature indossate: scarpe di cattiva fattura, scarpe col tacco e scarpe troppo larghe o non allacciate sono le principali cause di occhio di pernice.

Camminare con la scarpe slacciate fa sì che i piedi scivolino all'interno delle calzature e subiscano uno sfregamento continuo in uno o più punti.



Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

martedì 5 aprile 2016

SPUTARE PER TERRA



Camminando sui marciapiedi, assistiamo abbastanza frequentemente alla disinvolta liberazione della gola da ingorghi vari, che taluni preferiscono lasciare in strada piuttosto che in robusti fazzoletti di carta.

Lo "sputo" è un fenomeno frequente nei giovani.

Forse abbiamo notato come, con tranquillità i giovani sputano per terra, da soli o in presenza di amici coetanei. Trattasi generalmente di saliva, una specie di dispersione salivare emessa con decisione......

Evidentemente non è una necessità, un bisogno fisiologico impellente e incontrollabile. E' piuttosto un'espressione che poggia su basi personali, psicologiche e antropologiche.

Se andiamo a guardare anzitutto le componenti dello sputo, trattasi di saliva. E' prodotto tutti i giorni in bocca; è per la maggior parte costituito da acqua a cui si aggiunge un muco prodotto dalle ghiandole salivari, più alcuni altri prodotti chimici tra cui ossitocina e cortisolo. E, come sappiamo, possiamo trovarvi l'aggiunta di batteri vari....

Sputare ha una connotazione indubbiamente aggressiva.

Ha il significato di disprezzare, respingere..

Sputare è anche un atto liberatorio di qualcosa di dannoso o pericoloso. Più di 3.000 anni fa nelle pratiche magiche degli antichi egizi erano contemplati gli "sputi", come azioni efficaci per incantesimi e liberazione dai demoni.

Ancora oggi, alcuni stregoni africani si cimentano in rituali e formule magiche che includono soffi e sputi.

Nello sputare c'è senza dubbio un simbolismo ; come altre funzioni corporee di base, è intrisa di un proprio contenuto simbolico. "Sputare" è un atto di "spurgo", si può dire che sputare significa liberare se stessi da una brutta sensazione o da una paura paralizzante. Questo simbolismo è ancora molto forte e alcuni che sono superstiziosi credono, ad esempio, che sputare tre volte al risveglio da un brutto sogno, possa essere utile a sbarazzarsi dalla sfortuna.

Proprio come era in uso presso gli antichi egizi e in molte culture che seguirono, ancora oggi lo sputo è simile, si avvicina al significato di incantesimo su di una persona perché sputare può rappresentare rabbia e odio (allontanare).

Alcuni sociologi danno allo sputo anche una connotazione più maschile, di marcatura del territorio. Molto simile a ciò che fanno gli animali con la pipì. E' un modo di apparire più forti e segnare il proprio spazio. Ciò naturalmente è un "atteggiamento" e non un'azione volta razionalmente a ciò.

Durante le competizioni sportive e nei campi di calcio in particolare, gli sputi dei giocatori e degli atleti sono quasi parte integrante della situazione. Non sono fastidiosi agli occhi degli spettatori ma sono accettati come se in quel momento i protagonisti potessero permettersi qualunque cosa, purché funzionale al successo. E' visto come una preparazione, un rinfrescarsi, un liberarsi, un concentrarsi. Anche qui i significati magici e scaramantici sembrano prevalere e dominare sia i protagonisti che gli spettatori.

Questo uso "pubblico" e quasi naturale dello sputo da parte degli idoli sportivi, rinforza lo stesso comportamento nei giovani attraverso un processo imitativo dei propri "eroi".



Gli adolescenti sputano per terra in continuazione. Possono essere in gruppi numerosi, e allora sputano tutti insieme, oppure a coppie o da soli, e sputano lo stesso come lama. Con le facce serie un po’ disgustate, con gesti di disprezzo. Del tipo, prima sputo poi mi calco il berretto di più sulla testa, oppure, prima sputo e poi tiro un calcio a un sasso. Non tutti gli onesti cittadini sanno di questo passatempo giovanile…ma purtroppo oltre al tipico vecchietto che si diletta nell’arte dell’espettoramento, sono numerosi i teenagers che passano molto del loro tempo in questa sgradita attività. Ve lo ricordate il film dell’Archibugi “Lezioni di volo”? Dove i due amici Pollo e Curry hanno il passatempo di centrare con lo sputo i passanti dall’alto? Beh, i due ragazzi sono il riflesso di tanti altri, già annoiati dalla vita, senza interessi e responsabilità. Forse. Una lettura potrebbe essere questa. Oppure il mondo animale potrebbe suggerire l’idea di marcare il terreno, nel loro immenso bisogno di conquistarsi un piccolo spazio in questo mondo. Se lo chiedete ai diretti interessati vi sentirete rispondere che “gli viene così, senza un perchè”. Magari perchè “ne hanno bisogno”… ma è un bisogno fisico? Un’ipersecrezione di muco e saliva come conseguenza del fumo di sigaretta e cibi grassi da loro tanto amati? Oppure un bisogno psicologico per attirare l’attenzione e darsi un’importanza di menefreghismo? Chissà. Forse lo fanno semplicemente per essere un gruppo, o perchè lo fanno i calciatori, per loro maestri di stile e di vita, fatto sta che resta l’idea di denigrazione e, ahimè, di tanto disagio.

Sputare sul bene di altri è reato. Il reato che scatta è quello di “deturpamento e imbrattamento di cose altrui” previsto dall’articolo 639 del Codice Penale, in quanto questo gesto determina l’“insudiciamento” – e dunque l’“imbrattamento” – della cosa altrui. Questo è quanto affermato dalla Corte di Cassazione, massimo Giudice in Italia, nella Sentenza n. 5828 del 24.10.2012.

Va ricordato che per il reato in questione l’articolo 639 applica la multa fino ad euro 103; opera invece la pena della reclusione fino a sei mesi o la multa da euro 300 ad euro 1.000 se il bene è un immobile o un mezzo di trasporto (tipo un’auto); mentre, la pena è la reclusione da tre mesi ad un anno più la multa da 1.000 a 3.000 euro se il bene è di interesse storico od artistico.

Non costituisce invece reato lo sputare per terra. Vi è comunque la possibilità, per i singoli Comuni italiani, di applicare delle multe a chi lo fa (in tal caso però scatterebbe un illecito amministrativo e non un reato penale).


Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

sabato 19 marzo 2016

LA FUITINA



La fuitina, dialettismo estratto dal siciliano con il significato di "piccola fuga", identifica l'allontanamento di una coppia di giovani aspiranti coniugi dai rispettivi nuclei familiari di appartenenza, allo scopo di rendere esplicita (o far presumere) l'avvenuta consumazione di un atto sessuale completo, in modo da porre le famiglie di fronte al "fatto compiuto" inducendole a concedere il consenso per le nozze dei fuggitivi.

Tale fuga prematrimoniale, precedentemente in uso nelle regioni del sud Italia, veniva sovente compiuta in accordo con una o entrambe le famiglie dei transfughi le quali, in tale frangente, erano giustificate alla celebrazione di immediate nozze riparatrici, prive dei rituali e dei costosi ricevimenti di un matrimonio in piena regola.

Fino all’inizio degli anni Novanta, in tutto il Sud d’Italia prese piede il cosiddetto fenomeno della ‘fuitina’.

Più anticamente però, questo fenomeno di costume riguardava anche i ceti più abbienti, e, soprattutto, non era una pratica che veniva portata avanti di nascosto, bensì molto spesso organizzata in concerto, con parenti e genitori. Questo perché una volta, le famiglie erano notevolmente più numerose; le prime a sposarsi erano le figlie, poi i maschi, in ordine d’età.

Anticamente il matrimonio veniva organizzato con un grande dispendio di energie e di denaro. Una tradizione, che ove possibile continua a rimanere viva e presente in tutto il Sud, Sicilia compresa. Quello che però non è più uso preparare, è la dote: spesso biancheria finissima oppure mobili, che gli sposi dovevano portare come offerta il giorno del matrimonio; era una sorta di contributo, che ognuna delle due famiglie coinvolte nel contratto, si doveva preparare a rispettare, pena il non compimento del matrimonio.

Non tutti però se lo potevano permettere, specialmente dopo aver sposato altri 5 figli. Ed ecco che entrava in campo la ‘fuitina’, una maniera ben accordata e articolata, di permettere alle proprie figlie femmine una posizione, e mettere a tacere i pettegolezzi di paese.
Una volta infatti era parte del costume delle celebrazioni, dare bella mostra della ricchezza e dello sfarzo, di cui era capace la propria famiglia; la ‘fuitina’ avrebbe eliminato ogni dubbio circa l’eventuale povertà dei ragazzi e dei loro genitori, che con la forza del sentimento avrebbero potuto giustificare la loro fuga agli occhi indiscreti dei compaesani.

Ecco quindi la messinscena, che veniva organizzata con grande dispiego di forze: prima, un rapido rapido di messaggi tra i due amanti, che attestava il luogo dell’incontro preposto al viaggio, solitamente breve; poi, il coinvolgimento di parenti prossimi, coloro i quali offrivano alla giovane coppia il luogo in cui rifugiarsi, molto spesso vicino casa.
Normalmente, alla ‘fuitina’ occorrevano solo poche ore. Una volta consumato il matrimonio, infatti, i giovani avvisavano casa, confermando i finti sospetti che serpeggiavano in famiglia sulla loro ‘fuga d’amore’.

Tornati a casa dopo lo ‘sdillinchio’ del padre della ragazza, a volte ‘con pagnotta già nel forno’, i due giovani erano ora tenuti a sposarsi. Solo così infatti il ragazzo avrebbe ‘protetto il buon onore’ della di lei, che altrimenti non avrebbe voluto più nessuno, in quanto già ‘fuiuta’. Dopo i dovuti complimenti
di rito, anche da parte degli altri abitanti della città o del paese, il matrimonio poteva essere celebrato.



La fuitina sembrerebbe trovare spiegazione non tanto nel carattere romantico che in genere viene attribuito all’azione, ma in ragioni prettamente sociali che affondano le ragioni in meccanismi di gestione dei rapporti umani all’interno di un gruppo. La fuga d’amore è un modo per dirimere conflitti sociali attraverso la messa in atto di un evento che interrompe il corso consueto degli rapporti contrastanti tra due famiglie.

Per questo nel suo carattere intrinseco la fuitina è un evento”straordinario”, che esula dal consueto e si oppone ad esso. Ma fa anche di più: riesce a rivedere il consueto e a modificarlo, applicando ad esso un altro corso, che differisce da quello seguito fino a quel momento. Con la fuitina anche le famiglie rivedranno i loro schemi di interazione, apportando ad essi sostanziali cambiamenti.

Vi sono stati casi in cui si è cercato di adombrare l'ipotesi della fuitina al fine di nascondere una più grave circostanza di rilievo penale. Nel 1966, ad esempio, durante il processo per il caso Franca Viola, la difesa del rapitore tentò invano di screditare l'immagine della ragazza, sostenendo che avesse acconsentito ad una fuitina. Franca Viola aveva invece rifiutato il matrimonio riparatore previsto dalle leggi dell'epoca dopo il rapimento e lo stupro.

Va aggiunto che, nel caso in cui uno dei fuggitivi sia minorenne, verrebbe a configurarsi il reato di sottrazione di minorenne consenziente, previsto dall'art. 573 del Codice penale.

Le responsabilità penali e civili derivanti da tale disposto sono state applicate ad esempio da una sentenza del Tribunale di Ancona, confermata dalla sentenza n. 43191/04 della Corte di Cassazione. Detta sentenza è stata emessa, nonostante lo stesso sostituto procuratore generale della Cassazione avesse denunciato l'incostituzionalità della norma contenuta nell'art. 573. In merito, la VI sezione penale non ha ritenuto di interpellare la Consulta, affermando che la fuitina coinvolgente un minore è tuttora da considerare validamente un atto penalmente illecito.



Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

mercoledì 10 febbraio 2016

USCIRE DALL'ALCOLISMO



Un milione e mezzo di italiani che, secondo un’indagine dell’Eurispes abusa ogni giorno dell’alcol. In realtà, il numero s’innalza di molto se si considerano anche quanti si ubriacano «solo» più volte nello stesso mese: in tal caso si arriverebbe agli oltre tre milioni e mezzo di persone. Gente qualunque, con una famiglia, un lavoro spesso stressante e che si rifugia nella bottiglia per trovare la forza di superare i problemi di ogni giorno.
Fino a qualche decennio fa l’alcolista era soprattutto maschio e anziano. Oggi è esploso l’alcolismo giovanile e anche tra le donne è in aumento. Le donne cominciano a bere nel silenzio delle loro case, soprattutto per combattere la solitudine. I giovani, invece, iniziano a bere in compagnia, spesso già negli anni dell’adolescenza. Così hanno l’illusione che l’alcol li aiuti a superare la timidezza, li faccia diventare euforici e si convincono che possa semplificare loro la vita.
L’aumento dell’alcolismo giovanile è contraddetto da altri dati diffusi dall’Osservatorio permanente sui giovani, un organismo supportato anche dall’Assobirra, l’associazione nazionale dei produttori di birra, secondo i quali vi sarebbe una diminuzione dell’abuso di bevande alcoliche tra i giovani. Di altro avviso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che in un dossier diffuso a Stoccolma lo scorso febbraio denuncia che l’alcol è la principale causa di morte tra i ragazzi (maschi) europei. Sono infatti 55mila i giovani tra i 15 e i 29 anni che ogni anno muoiono per incidenti automobilistici, avvelenamento, suicidi o omicidi, legati all’abuso di sostanze alcoliche.

L’alcolismo lascia segni irreparabili nell’organismo e nella psiche. Però, nel 70 o 80 per cento dei casi, dall’alcolismo, non associato ad altre dipendenze, si può uscire: importante è chiedere aiuto non appena ci si rende conto del problema.
Gli esperti, i medici e gli operatori che lavorano con gli alcolisti concordano nell’affermare che il modo più efficace per uscirne è la terapia di gruppo e, se il gruppo da solo all’inizio non basta, il ricovero in una comunità.
La guarigione non è mai veloce. L’alcol non è solo un problema di assunzione, ma di stile di vita. Devono arrivare a comprendere che il concetto di salute non riguarda solo il fisico, ma anche il sistema di relazioni, la psiche, lo spirito. E che il benessere globale della persona è una conquista che si fa giorno per giorno. In ogni istante noi facciamo delle scelte che possono dare salute o mancanza di salute e i cui effetti si vedranno anche a distanza di tempo.

L’alcol è un problema sociale che va affrontato come tale, in sintonia con la famiglia e i servizi pubblici del territorio. All’origine del bere c’è un disagio: se non lo si cancella, la persona prima o poi ricomincerà a ubriacarsi. Per questo è importante modificare l’ambiente in cui l’alcolista vive: maggiore è il numero di persone attorno a lui che stanno bene, maggiore sarà il suo livello di benessere, minore il bisogno di bere.

Gli alcolisti tendono a nascondere a se stessi e agli altri il loro problema, almeno per il primo periodo. Ci sono però dei segnali dai quali i familiari possono intuire l’esistenza di un problema legato all’abuso di alcol.

I parenti e gli amici  sono sempre le prime persone che si accorgono che il loro familiare o amico ha sviluppato una dipendenza da alcol. E sono i primi che cercano di convincerlo a cambiare quel rapporto con l’alcol diventato ormai problematico. Ma la persona con dipendenza da alcol difficilmente all’inizio riesce a vedere il suo problema con la stessa chiarezza con cui lo vedono i familiari.

Per descrivere questa situazione si parla spesso dell’ elefante invisibile ovvero di un grosso problema il cui diretto interessato, in questo caso la persona che ha problemi con l’alcol, non riesce assolutamente a vedere ma che piano piano diventa visibile ai familiari e agli amici e diventa visibile in tutta la sua grandezza.

Ecco perché il ruolo del familiare o amico diventa fondamentale nel percorso di cura di una persona con problemi legati al consumo di alcol perché è proprio il familiare/amico che identifica in primis il problema e che aiuta la persona con problemi legati al consumo di alcol a “vedere l’elefante” e ad iniziare un trattamento.



L’Osservatorio Digitale Media For Health (Analisi web delle fonti e dei forum che trattano problemi di abuso di alcol, realizzato per Lundbeck, 2012) ha mostrato come il percorso del familiare/amico di una persona con alcoldipendenza è un percorso fatto di tappe molto sofferte che possono essere rappresentate dalla figura sottostante.

Il familiare, sembra accorgersi o rilevare una situazione anomala nella relazione dopo molti anni o comunque non intercetta immediatamente il problema del proprio caro con l’alcol. Spesso perché il comportamento deviante viene messo in essere non continuamente ma in maniera altalenante, concentrando il bere magari nei fine settimana.  Inizialmente il familiare considera le tanto agognate bevute tra amici come delle simpatiche ed inevitabili bisbocce, sottovalutandone il significato e la portata, poi con il tempo riesce ad inquadrare correttamente la situazione valutandola da un’altra prospettiva.

La mancata intercettazione del problema  dipende soprattutto dalla non consapevolezza della misura accettabile del bere, perché molto spesso il familiare ha  tollerato per tanto tempo che il proprio caro bevesse una bottiglia di vino intera  dopo una giornata stressante di lavoro, o si concedesse di alzare il gomito con gli amici, ritenendo normale “quell’aver diritto ad un po’ di rilassamento” dopo una giornata stressante e faticosa.

Il problema, viene percepito dal familiare quando avverte la privazione affettiva-relazionale a cui lo confina il partner alcolizzato, quando cioè si accorge di trascorrere, seppur sotto lo stesso tetto, molto tempo non in compagnia ma in solitudine e si  sente privato di gioia, partecipazione ed interesse alla vita familiare, supporto e calore umano nella vita affettiva.

Ma sono soprattutto l’aggressività e la violenza a indurre il familiare a una più veloce riflessione sulla sua condizione, soprattutto laddove le scene di violenza verbale, psicologica e fisica abbiamo come spettatori i figli. Le madri, preoccupate che i figli crescendo imitino le gesta dei padri, decidono di andarsene o di far allontanare il padre.

La capacità di rendersi conto di essere stati privati di relazione affettiva e di stare male a causa del comportamento messo in essere dal proprio caro, varia da persona a persona e dipende dagli strumenti culturali a disposizione del familiare,  dall’informazione a cui ha accesso, dalla capacità di leggere con lucidità anche eventi spia – come il ritiro della patente, il fermo, saper riconoscere un  maltrattamento verbale, psicologico,  materiale – e di saperli giudicare correttamente, non come singoli eventi a sé stanti, ma come incipit probabili di involuzione della relazione.  Molti familiari raccontano di aver sopportato ingiurie e maltrattamenti per anni, sperando in un miracoloso ed improvviso rinsavimento dell’alcolista che “prima o poi” avrebbe smesso di bere per salvare la relazione di coppia, la famiglia, arrivando quasi a giustificare il comportamento molesto dell’alcolista, senza considerare che così facendo, hanno volontariamente abdicato alla propria dignità.

Una volta divenuto consapevole dell’esistenza del problema, il familiare prova a risolverlo da solo, adottando comportamenti, strategie e utilizzando parole che appartengono al suo bagaglio culturale e di conoscenze. Molto spesso questi suoi strumenti non sono efficaci e rischiano di rivelarsi non costruttivi.

Quando le sue strategie si rivelano inutili o inefficaci, molto spesso cade in depressione perché sente di non essere così importante per l’altro da determinare un cambiamento nello stile di vita. Il familiare si sente poco considerato, avverte di non esercitare nessuna influenza, rimane inascoltato, non utile nella vita della persona amata. Ma l’aspetto più grave di questo stato emotivo è rappresentato dal fatto che il familiare, esaurite le sue risorse interne, non pensi di ricorrere alle risorse esterne e di chiedere aiuto perché crede che nessuno possa fare altro per aiutare il proprio caro, avendo il familiare esperito qualsiasi tentativo di convincimento e soprattutto perché conosce la persona da tanto tempo e quindi crede di  capirla meglio di chiunque altro.

Spesso capita poi che il familiare sia reticente a chiedere aiuto perché prova vergogna ed imbarazzo per la propria condizione e quella della sua famiglia. Uscendo allo scoperto pensa di comprometterne la reputazione.

Molto spesso, l’alcolista è una persona che fa abuso anche di droghe e la comorbidità di due dipendenze disorienta maggiormente il caregiver e rende ancora  più difficile il suo tentativo di soccorso.

Quando il familiare realizza di non poter far fronte a queste difficoltà da solo, e in lui è ancora molto forte il desiderio di salvare la relazione seppur deteriorata,  compie il primo passo cercando di spingere e stimolare il proprio caro a recarsi o a rivolgersi a centri specifici di alcologia o recupero di alcolisti.

La maggior parte dei familiari afferma che l’alcolista non ammette di avere un problema con l’alcol e pensa di poter convivere con il suo problema. Sembra non volerlo riconoscere e avverte vergogna ed imbarazzo, sentimenti misti a rabbia e frustrazione. Questo accade quando il familiare prova a introdurre l’argomento, a farlo riflettere sul suo comportamento, sulla piega impressa dall’alcol alla sua vita e quando tenta di convincerlo a recarsi  in un centro.

Di fronte ai rifiuti espressi dal proprio caro di recarsi in un centro alcologia, è il familiare che ci si reca per stabilire un contatto, avere prime informazioni, essere formato su quale comportamento adottare, prendere conoscenza con il mondo della dipendenza e le sue problematicità.

Il familiare, dotato di nuovi strumenti, cerca di convincere l’alcolista ad andare in un centro apposito per il recupero.



Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

domenica 27 dicembre 2015

L'ABBANDONO SCOLASTICO



I giovani in età lavorativa (16-29 anni) con scarse competenze in lettura infatti, sono il 19,7%, mentre gli adulti (30-54 anni) con la stessa difficoltà toccano il 26,36%. Le percentuali sono contenute nell’ultimo rapporto Ocse su giovani e occupazione, basato su dati 2012-2013.

Se guardiamo alle competenze matematiche, l’Italia non è messa meglio. Il nostro Paese ha infatti la percentuale più elevata di adulti con scarse abilità in matematica, sono il 29,76%. Mentre i giovani italiani si piazzano al secondo posto per basse capacità con i numeri. Sono dietro solo agli Stati Uniti, con una percentale del 25,91%. La conclusione generale dell’Ocse non fa ben sperare: l’Italia è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

L’Italia è uno dei paesi europei con il tasso di abbandono scolastico più alto: quasi il 20% dei giovani italiani (il 5% in più rispetto alla media europea in base ai dati Eurostat) lascia la scuola senza conseguire un diploma di istruzione superiore. La riduzione dell’abbandono scolastico è uno dei cinque obiettivi chiave del piano decennale per la crescita dell’Unione Europea. Infatti, in una prospettiva di social investment, puntare sul capitale umano costituisce una strategia efficiente per prevenire i rischi di futuri svantaggi nel mercato del lavoro.

L’abbandono scolastico è problematico innanzitutto perché è causa della presenza sul mercato del lavoro di una fetta cospicua di individui con competenze insufficienti per far fronte alla crescente domanda di lavoro qualificato. In Italia il sistema di formazione lungo il corso della vita è poco sviluppato, perciò una volta usciti dal sistema scolastico sono poche le opportunità di riqualificazione. Inoltre, a differenza di altri paesi, come la Germania, in cui la diffusione della formazione professionale argina l’abbandono, in Italia la disponibilità di alternative professionalizzanti che portano a una qualifica secondaria è scarsa e fortemente differenziata a livello regionale. Non solo: il fenomeno dell’abbandono non colpisce in modo indiscriminato, ma penalizza i gruppi sociali più deboli. Secondo un tipico meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze, gli studenti provenienti da famiglie con minori risorse economiche, sociali e culturali sono più esposti al rischio di interrompere precocemente il percorso scolastico. In questo modo una scelta compiuta in giovane età potrebbe avere conseguenze negative anche nel lungo periodo.

E’ noto che in Italia le disuguaglianze nelle opportunità di vita legate all’origine familiare sono ampie, ma lo sono anche le differenze di genere nel mercato del lavoro: bassa partecipazione femminile e differenziali salariali e probabilità di avere contratti a tempo indeterminato a svantaggio delle donne. Tuttavia sia per quanto riguarda la performance scolastica che i livelli di istruzione finali, le ragazze superano ormai i loro compagni maschi, anche nel nostro paese. Non è quindi evidente come il genere influenzi le dinamiche dell’abbandono scolastico e come questo interagisca con risorse chiave sia a livello familiare che di contesto.

L’abbandono è l’esito finale di un processo di progressivo disimpegno e distacco dalla scuola. La letteratura internazionale individua vari fattori scatenanti di questo processo. Da un lato, vi sono i cosiddetti fattori push, che spingono gli studenti fuori dal sistema scolastico, come il basso rendimento e le difficoltà di integrazione con i compagni e con l’istituzione scuola. Dall’altro, i ragazzi possono abbandonare la scuola attratti dalla prospettiva di indipendenza. Uno dei principali fattori pull è certamente il lavoro.

In un nostro recente lavoro su dati ISFOL PLUS mostriamo che, considerando i giovani nati a cavallo degli anni ’80 e ’90, in Italia le ragazze hanno una minore propensione all’abbandono, anche a parità di altre caratteristiche (status migratorio, titolo di studio dei genitori, area geografica di residenza). Per via dei loro migliori risultati scolastici, le ragazze potrebbero essere meno esposte a fattori push. Allo stesso tempo, i fattori pull potrebbero essere rilevanti soprattutto per i maschi, che hanno più facilità a trovare un impiego. Entrambi i meccanismi sembrano essere in atto per le coorti osservate: infatti, anche tra gli studenti che hanno ottenuto una bassa valutazione all’uscita dalle medie inferiori, la propensione delle ragazze all’abbandono si conferma minore.



Le differenze di genere non sono però uniformi sul territorio nazionale. La minore propensione all’abbandono da parte delle ragazze è più accentuata al Sud e nelle Isole rispetto alle altre aree del paese. Addirittura, nel Nord Est le differenze di genere non sono statisticamente significative. Le differenze regionali potrebbero essere legate alle diverse opportunità che il mercato del lavoro offre a maschi e femmine: il maggiore attaccamento mostrato dalle ragazze nel Meridione potrebbe derivare da una loro debolezza sul mercato del lavoro che si traduce in una minore attrattività dei fattori pull. Quindi, il minor tasso di abbandono delle ragazze si può spiegare, da un lato, con l’assenza di potenziali incentivi economici legati alla partecipazione attiva al mercato del lavoro e, dall’altro, con il tentativo di controbilanciare il proprio svantaggio relativo sul mercato del lavoro acquisendo un titolo di studio superiore. Questa spiegazione pare plausibile dato che le differenze fra aree territoriali sono ancora più evidenti sugli quando si considerano gli studenti con bassa performance scolastica precedente: rispetto a questi ultimi, infatti, i maschi sono significativamente più esposti al rischio di abbandono solo al Sud e nelle Isole.

Anche la disponibilità di risorse familiari potrebbe avere un diverso effetto di genere sull’interruzione del percorso scolastico. In effetti, per chi ha genitori con la laurea le differenze di genere nella propensione all’abbandono si annullano, mentre le differenze di genere persistono quando ci si concentra su chi ha genitori con titolo di studio secondario inferiore o superiore. Tale risultato è coerente con precedenti ricerche sulla transizione dalla scuola media alla scuola superiore, che mostrano che provenire da una famiglia svantaggiata orienta verso percorsi meno prestigiosi soprattutto i maschi rispetto alle femmine. Al contrario, i genitori laureati potrebbero avere alte aspettative scolastiche sia nei confronti dei figli che delle figlie e i genitori altamente istruiti hanno le risorse economiche e culturali per contrastare eventuali difficoltà che, per scarso rendimento o per problemi relazionali, la prole dovesse incontrare a scuola. E se è vero che i maschi con più probabilità si trovano in questa condizione, loro più delle femmine beneficeranno di sostegno aggiuntivo (ad esempio lezioni private di recupero), chiarendo così perché i figli maschi di genitori più istruiti non sono relativamente più esposti al rischio di abbandono.

In conclusione, in Italia, l’abbandono scolastico si innesta su dinamiche di stratificazione sociale che incidono già fortemente sulle opportunità di vita. Inoltre, anche se in molti casi l’abbandono risponde a una necessità o un desiderio di indipendenza economica, coloro che si affacciano sul mercato del lavoro senza un diploma o una qualifica professionale si trovano generalmente in condizioni più sfavorevoli rispetto a coloro che hanno portato a termine gli studi superiori. Chi abbandona è più esposto al rischio di disoccupazione e a quello di inattività e, quando occupato, ha più probabilità di lavorare senza un regolare contratto. Questo svantaggio persiste anche a parità di background familiare, di genere, di area di residenza e di anni trascorsi dal momento dell’abbandono.

Soltanto osservando le complesse interazioni tra le risorse a disposizione di studenti e studentesse è possibile andare oltre la semplice conclusione che le differenze di genere nell’abbandono scolastico costituiscano un vantaggio effettivo per le ragazze. Infatti, questo apparente vantaggio può nascondere una maggiore vulnerabilità delle donne lungo il corso di vita. Sarebbe illusorio pensare di combattere i problemi connessi all’abbandono scolastico senza affrontare i nodi irrisolti nel nostro paese, primi fra tutti le differenze di genere sul mercato del lavoro e le disparità territoriali.

Maschio. Età media 19 anni. Del sud. Questo è l’identikit dello studente che in Italia abbandona la scuola. Succede soprattutto alle superiori di secondo grado. E soprattutto nel centro-sud (ma non solo). Ma tanti i casi di abbandoni anche alle scuole medie. Il numero di laureati doveva raggiungere almeno il 40 per cento e invece il nostro Paese ha abbassato l’asticella al 26.
La ricerca «Lost», realizzata dalla Fondazione Giovanni Agnelli, WeWorld Intervita, Associazione Bruno Trentin in collaborazione con Csvnet che ha «misurato» il costo per la collettività di tanti abbandoni scolastici ed è andata a vedere cosa (e se) le scuole fanno per combatterli. Non solo. Lo studio sottolinea l’importante ruolo del Terzo settore. Associazioni, onlus, gruppi parrocchiali, volontari o meno: fondamentale è il loro impegno per recuperare ragazzi e ragazze quasi ex studenti. I risultati sono significativi. Lo studio, condotto dallo scorso febbraio a maggio in 248 scuole e 229 enti nelle città di Roma, Napoli, Milano e Palermo (le grandi metropoli sono quelle con i giovani più a rischio), evidenzia che perdere ogni anno decine di migliaia di studenti costi, in termini di mancato lavoro negli anni, dai 21 ai 106 miliardi di euro (a seconda della crescita del Pil), e che il Terzo settore da solo ne investe 60 per aiutare i ragazzi contro i 55 del ministero dell’Istruzione destinati a progetti nelle scuole.

«Sono numeri preoccupanti», dice il professore Daniele Checchi, curatore della ricerca. E sottolinea come dallo studio sia emersa «la poca correlazione tra gli interventi della scuola e quelli del Terzo settore e come il no profit produca ogni anno interventi per un valore di 80 milioni di euro». Purtroppo, non c’è coordinamento tra le due realtà, sostiene Checchi: «Le linee di intervento del Miur ad esempio sono seguite soprattutto nel Sud Italia, mentre il no profit svolge un ruolo suppletivo soprattutto al Nord». Al Sud, la dispersione scolastica si combatte principalmente spingendo sulle attività extrascolastiche, i centri di aggregazione sociale. Al Nord si traduce con attività di doposcuola, cioè aiuto nei compiti e offerta di spazi per lo studio. Ma, dice Marco Chiesara, presidente di WeWorld Intervita, «oggi più che mai abbiamo l’esigenza che scuole e Terzo settore lavorino insieme in modo complementare per essere sempre più efficaci: chiediamo che le scuole si aprano maggiormente al nostro intervento e, al contempo, che Miur ed enti pubblici favoriscano il processo di collaborazione tra scuole e terzo settore, sostenendo la nascita di reti durevoli nel tempo e capaci di mostrare risultati concreti».
E anche l’Anief lancia l’allarme con il segretario Marcello Pacifico che evidenzia: «L’Italia non può permettersi di perdere per strada 2 milioni e 900mila giovani delle superiori, come è accaduto negli ultimi 15 anni, ragazzi tra i 16 e i 19 anni quasi sempre destinati ad allargare il numero dei «Neet», i giovani che non studiano né lavorano e che nei territori più difficili diventano non di rado potenziali nuove leve al servizio della criminalità organizzata». Meglio allora, rilancia Pacifico, alzare «di due anni la scuola dell’obbligo, come aveva provato a fare 15 anni fa l’allora ministro Luigi Berlinguer». La stessa proposta la rilancia Gianna Fracassi, della Cgil: «È il primo passo per combattere l’abbandono scolastico».
La ricerca «Lost» sottolinea quindi l’urgenza di un intervento. Come spiega Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli: «È importante cominciare già nella scuola media: è soprattutto in questo ciclo scolastico che si vince la battaglia contro l’abbandono, limitandolo o scongiurandolo nei primi anni delle superiori». Fondamentale per Gavosto il ruolo del Terzo settore, «ma può diventare decisivo a condizione che si rafforzi la sua capacità di coordinarsi e fare massa critica con gli interventi promossi dal settore pubblico e dalle scuole stesse». Ora purtroppo, «questo coordinamento non c’è, a scapito delle azioni messe in campo».





Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

venerdì 11 dicembre 2009

COME MANTENERSI GIOVANI


.
COME MANTENERSI GIOVANI

1. Elinima i numeri che non sono essenziali. Questo include l'età, il peso e l'altezza.
Lascia che siano i medici a preoccuparsene.

2. Conserva solo gli amici divertenti. Quelli depressi tirano verso il basso.
(Ricordatelo se sei uno di quelli depressi!)


3. Impara sempre:
Impara di più sui computer, sull'arte, sul giardinaggio, o qualsiasi cosa. Non far mai diventare pigro il tuo cervello.
'Una mente pigra è la casa del Tedesco.' E il nome del Tedesco è Alzheimer!

4. Apprezza di più le piccole cose


5. Ridi molte volte, per molto tempo e fragorosamente. Ridi fino a quando non ti manca il fiato.
E se hai un amico che ti fa ridere, passa tanto tanto tempo con lui/lei!


6. Quando le lacrime apppaiono
Prendi, soffri e supera.
L'unica persona che resta con noi per tutta la vita siamo noi stessi.
VIVI fintanto che sei vivo.

7. Circondati delle cose che ami:
La famiglia, animali, piante, hobbies, o qualsiasi altra cosa.
Il tuo posto è il tuo rifugio.


8. Fai attenzione alla salute:
Se è buona, mantienila.
Se è instabile, migliorala..
Se non riesci a migliorarla, fatti aiutare.

9. Non farti seghe mentali.

10. Dillo alle persone che ami che le ami in ogni caso e ogni volta che ne hai la possibilità.


E, se non spedisci questo messaggio ad almeno quattro persone, a chi gliene importa?
Saranno solamente quattro persone in meno che sorrideranno al vedere un tuo messaggio.
Però se puoi, per lo meno, condividilo con qualcuno!


SE LA VITA E' BELLA PERCHE' NON SORRIDERE SEMPRE?

RIDERE FA' BENE ALLA SALUTE TUA E DEGLI ALTRI


-
 .
 .

. .

venerdì 13 novembre 2009

giocando a golf,,,

.
Due giovani sposi stanno giocando a golf, quando durante un tiro di avvicinamento ad una buca la moglie sbaglia completamente il colpo e manda la palla a rompere il vetro di una villa lì vicino.
Preoccupati i due si avvicinano con cautela alla casa e rimangono stupiti di quanto sia bella. Intimoriti per il danno che la palla potrebbe avere provocato e preoccupati per un eventuale risarcimento, decidono comunque di suonare alla porta. Non avendo risposta e notato che l'uscio è aperto, lo varcano piano piano.
Entrati nello splendido salone notano una antica bottiglia rotta vicino alla finestra.
All'improvviso un distinto signore di mezza età, vestito in modo molto arabeggiante, si presenta loro dicendo:
- Grazie per avermi liberato. Erano 5000 anni che vivevo rinchiuso in quella bottiglia.
Ora posso esaudire tre desideri: due li lascio a voi, uno a testa, ma il terzo spetta a me!
Il marito senza neanche pensarci dice:
- Voglio uno stipendio da 100.000 euro al mese per il resto della vita!
La moglie lo segue:
- Voglio una casa di mia proprietà in ogni stato del mondo!
Ed il genio:
- E sia!
Il mio desiderio invece è quello di fare sesso con la signora... sapete com'è... dopo 5000 anni di astinenza...
Marito e moglie convengono che con tutto quello che ci guadagnano, vale la pena di sacrificarsi un po', così lei si apparta con il genio...
Due ore dopo, finito il tutto, il genio, accesa la sigaretta comodamente adagiato tra le lenzuola, si rivolge alla donna: - Quanti anni ha tuo marito?
- 35... perché?
- E tu? - 33, ma perché?
- Non vi sembra che alla vostra età sia il caso di smettere di credere ai geni delle bottiglie??!!


.
. -

.
 .
 .

. .

Elenco blog AMICI