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giovedì 25 febbraio 2016

IL CULTO DELLE MADONNE NERE



Le “madonne nere” sono molto diffuse. Ci sono diverse centinaia di madonne nere in luoghi pubblici di culto in Italia, Francia, Spagna e in molte altre nazioni.

Molte di queste madonne sono famose, come la Madonna di Loreto (presso Ancona), quella di Tindari presso Patti (Messina), quella di Czestochowa in Polonia, quella di Montserrat in Catalogna o la Vergine della Candelaria di Tenerife, patrona delle Canarie. Molti santuari di madonne nere, però, sono repliche di culti più antichi e famosi. Nell'Italia meridionale, ad esempio, sono molto diffuse le icone di Santa Maria di Costantinopoli. Il numero dei culti originari è quindi più ridotto.

La testimonianza scritta più antica su una Vergine Nera appare in una cronaca dell’anno 1255. Secondo l’autore del documento, il re francese Luigi il Santo portò con sé, di ritorno da una Crociata in Palestina, alcune sculture della Vergine Maria che lasciò poi nella regione di Forez. Le statue erano “scolpite in legno scuro e provenivano dall’Oriente”. Da allora le misteriose Vergini Scure ebbero accesso ai nostri altari.

Oggi le Madonne Nere sono presenti in tutta Europa. E non solo. Anche nelle Isole Canarie, in Sudamerica, in Russia, nelle Filippine. Almeno duecento di queste statue dominano gli altari delle chiese francesi, ma la loro culla è nella regione dell’Auvergne. Purtroppo il ricercatore che intenda intraprendere uno studio personale sulle Vergini Nere, si trova di fronte a un problema non indifferente. In molti casi il clero locale ha voluto nascondere il colore scuro e poco ortodosso delle statue. Scandalizzati dalle fattezze troppo esotiche delle Madonne, gli ecclesiastici le hanno fatte… dipingere di bianco.

In altri casi, pur lasciando il colore scuro originario, parroci e sagrestani tentano di convincere il visitatore inesperto che il nero sia dovuto esclusivamente al fumo perenne dei ceri e non alla qualità del legno scelto dallo scultore oppure a una colorazione voluta dall’artista. Evidentemente una Madonna che non abbia l’aspetto caucasico, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, disturbò allora e disturba tutt’oggi molti esponenti della Chiesa Cattolica.

Per riconoscere il “cuore nero” delle Vergini contraffatte, il ricercatore deve perciò munirsi di pazienza, indagare sulla storia della statua in questione ed essere in grado di individuare alcune delle particolarità che differenziano le Vergini Nere da qualsiasi altra rappresentazione di Madonna. E qui ci viene in aiuto l’autore francese Jacques Huynen, uno specialista delle Vergini Nere, il quale ha individuato tredici caratteristiche tipiche:

Sono tutte di legno e risalgono per la maggior parte al: XI, XII e XIII secolo.
Sono tutte Vergini Regine, sedute su di un piccolo trono di forma più o meno cubica. (Quasi tutte hanno il bambino in grembo, ma non necessariamente.)
I loro volti non riflettono sentimenti. Appaiono distaccati e ieratici.
L’attenzione dell’artista è sempre rivolta soprattutto alle fattezze della Madonna, mentre il bambino – se c’è – è ritratto con minore accuratezza.
Qualora gli abiti dipinti della statua conservino ancora tracce della colorazione originaria, appaiono sempre questi tre colori: bianco, rosso e blu.
Le Vergini hanno tutte le stesse dimensioni e misurano circa settanta centimetri di altezza, trenta centimetri di larghezza e trenta di spessore.
I luoghi in cui esse sono state collocate erano considerati sacri già nei tempi più remoti e molto spesso vi si venerava una divinità celtica o pagana in generale.
La storia – o leggenda – che viene tramandata sulle origini di ogni scultura presenta sempre elementi collegati all’Oriente.
Tutti i luoghi in cui si trovano delle Madonne Nere furono nel Medioevo importanti centri di pellegrinaggio.
La storia dei santuari che racchiudono le Vergini Nere presenta immancabilmente una relazione stretta con abbazie benedettine e cistercensi oppure con commende templari.
Tutti gli edifici sacri in cui le Vergini sono state collocate, rivelano segni e simboli di carattere esoterico.
Le storie miracolose sulle origini e sui prodigi operati dalle Madonne presentano tutte evidenti analogie.
Anche i rituali e alcuni dettagli dei culti cristiani dedicati alle Madonne recano similitudini strane e tutte molto simili, che non possono essere spiegate né in senso cattolico, né in senso esoterico.
Originariamente la Madonna Nera, rappresentazione della materia prima nascosta nel ventre della terra, veniva installata nelle cripte degli edifici sacri. La si chiamava Nôtre Dame de dessous terre, Nostra Signora di sotto terra.

Eugene Canseliet, discepolo dell’occultista Fulcanelli, ci racconta una scoperta da lui fatta nel castello francese della famiglia du Plessis-Bourré. In una sala del palazzo vi è la scultura di una sirena nera con il ventre gonfio, proprio come se fosse incinta. Nella mano destra la sirena regge uno specchio convesso in cui si rimira, ricordando la frase della regina di Saba: “Nigra sum sed formosa” (Sono nera eppure sono bella). Oggi, dice Canseliet, in seguito alla restaurazione della statua, gli artigiani hanno sostituito lo specchio con un pettine. Tale aneddoto dimostra come si può cambiare completamente il messaggio di un’opera , alterandone anche soltanto un dettaglio.

Non solo le Madonne Nere presentano un legame con il paganesimo europeo e con l’Oriente, ma anche con i culti druidici dei Celti. Infatti ogni santuario contenente una Vergine Nera è – o era – situato nei pressi di dolmen, menhir o cromlech, di foreste sacre e fonti. Tutti luoghi, insomma, che evidenziano un nesso con la cultura degli antichi druidi. Non per nulla proprio nella regione dell’Auvergne, situata nel centro della Francia e caratterizzata dalla presenza di sorgenti minerali, catene montuose e vulcani, si presenta la maggior concentrazione di Madonne Nere al mondo. Là, dove le manifestazioni di Madre Terra sono palesi e costanti. E i monti che s’innalzano nell’Auvergne, vengono chiamati Monti Celtici.

Tra le Madonne Nere più famose di Francia c'è la misteriosa Vergine di Dijon, in Borgogna: Nôtre-Dame-du-Bon-Espoir, una delle sculture più antiche in assoluto. La statua risale all’ XI secolo. Purtroppo durante la Rivoluzione Francese le fu strappato il bambino dal grembo, e le mani e i piedi della statua andarono distrutti. Semplice ed espressiva, la Vergine di Dijon sembra giunta direttamente dall’Africa, terra delle nostre origini: di legno scuro, con i seni pesanti, il ventre gonfio da donna incinta. È la virgo paritura. Il clero locale ha vestito la statua con abiti che ne coprono per intero la figura, privandoci così della vista di un piccolo capolavoro. La sua nudità ancestrale esposta in una chiesa risultava inquietante.

Proprio vicino a Dijon c’è Fontaines, località in cui nacque Bernardo di Chiaravalle, padre spirituale dell’Ordine del Tempio. Il cistercense conosceva sicuramente la madonna di Dijon, che dovette influenzare il suo pensiero mistico almeno quanto quella di Châtillon. Fu proprio una visione percepita ai piedi della Madonna Nera di Châtillon ad ispirare la sua venerazione tutta particolare per la Vergine Maria.

Un’altra Virgo molto suggestiva è quella di Le Puy-en-Velay. Si trova nel santuario francese di Nôtre-Dame-du-Puy, è di foggia bizantina. Ha un volto singolare, una corona che reca sulla sommità una colomba. L’abito è decorato con simboli che ricordano il sole e con delle lingue di fuoco. La statua è la riproduzione di una più antica che doveva risalire all’ XI secolo ed essere stata portata dalla Terrasanta da re Luigi VII. Le Puy era un centro druidico di grande importanza. Purtroppo oggi anche questa Madonna è stata abbigliata con un manto chiaro che la copre per intero, come a voler esorcizzare il nero del volto.

Ne parla un’antica leggenda che è legata ad una pietra nera tutta particolare: quella di un dolmen, che nel 430 d .C. avrebbe guarito una vedova da febbre mortale. La pia donna, in seguito ad una visione della Vergine Maria, si stese sulla pietra nera, la “pierre des Fièvres”, e guarì. Tale prodigio, che non rimase un caso isolato, venne confermato dal vescovo locale. Ancora oggi si può ammirare la pietra nera, situata presso l’entrata principale del santuario.

E che dire della piccola chiesa della Madonna Nera di Vassivière che s’innalza a ben 1300 metri d’altitudine? L’origine del nome “Vassivière” è celtica, cosa che indica la presenza di un luogo di culto attivo sin da tempi remoti. Se la statua di questa Vergine è purtroppo soltanto una copia di quella più antica – fu realizzata nel 1808 per rimpiazzare la scultura medievale distrutta durante la Rivoluzione Francese -, il segreto della Madonna di Vassivière sembra consistere soprattutto nell’ambiente che la circonda.

Nei pressi della piccola località montana francese vi sono infatti molte grotte artificiali adibite a rifugi, rese abitabili per mezzo di corridoi, rampe di scale e vaste sale scolpite nella roccia. Una di esse alberga addirittura una cappella sacra con tanto di affreschi risalenti al X secolo. Una sorta di fortezza segreta costruita all’interno della montagna. Ebbene, le leggende popolari raccontano che furono proprio i Templari a occupare queste grotte, forse per nascondersi in seguito alla persecuzione dell’Ordine. Qui i monaci del Tempio avrebbero praticato i loro riti segreti. Non è questa la prima volta in cui si affaccia una connessione palese fra femminino sacro e Ordine del Tempio, e nemmeno l’ultima. Sembra, infatti, che anche i monaci guerrieri – così come il loro padre spirituale Bernardo di Chiaravalle – abbiano venerato la Madre Terra e rispettato i culti ancestrali di matrice pagana incentrati su questo elemento di vita.

La località Saintes-Maries-de-la-Mer, situata nella Camargue, ha ormai fama internazionale. È noto il raduno annuale degli zingari di diverse nazionalità e tradizioni che giungono da ogni parte d’Europa per rendere omaggio alla loro patrona “Sara la Kali”, una sorta di Vergine Nera che però in realtà ha ben altre origini. Invece pochi sanno che proprio in questo sito si ergeva, in epoca romana, un centro molto importante che portava il nome del dio egizio Ra, e in cui più tardi si venerarono Iside e Cibele. Nel VI secolo d.C., la località di Ra divenne Nôtre-Dame-de-Ratis. Ancora una volta, Nostra Signora sostituì le sue progenitrici pagane.

Nel XV secolo, prese piede a Saintes-Maries-de-la-Mer la leggenda delle tre Marie del mare. Ciò fu dovuto al provvidenziale ritrovamento dei resti di Maria Giacobbe e Maria Salomè (1448) che aprì la via a un nuovo, lucrativo centro di pellegrinaggio cattolico. La leggenda medievale raccontava, infatti, che le due donne fuggirono dalla Palestina insieme con Marta, Lazzaro, Maria Maddalena e altre pie persone, imbarcandosi in una nave senza vela né remi e che giunsero in Provenza. Evidentemente qualche religioso attinse a questa fonte per avallare la genuinità dei resti ritrovati. E, a partire dal 1448, il nuovo culto delle tre Marie (Maria Giacobbe, Maria Salomè e Maria Maddalena) sostituì quello più antico di Nôtre-Dame-de-Ratis.

Ancor più tardi, e cioè nel XVII secolo, iniziò ad espandersi invece a Saintes-Maries-de-la-Mer il culto di Sara. Questa donna, chiamata nel 1686 ancora “Sarre”, era la serva di Maria Giacobbe e Maria Salomè. Ma va detto che la statua di Sara, che si trova oggi nella cripta della chiesa, risale soltanto al XIX secolo, e quindi si pensa che l’origine del pellegrinaggio dei Gitani risalga solamente a quel periodo più recente. Sara la Kali significa “Sara la Nera”, è vero. Ma non in riferimento ad una Virgo paritura, bensì alla dea indiana Kali, tanto cara agli induisti. E dunque non vi è rapporto tra Sara e le Madonne Nere, il cui arrivo in Occidente è di origine molto più antica.

Siones è situata in Navarra, nella provincia di Burgos. La chiesa di Santa Maria s’innalza proprio sotto la catena montuosa denominata Sierra de la Magdalena. Non è certo un caso: si tratta di un territorio in cui Madre Terra veniva particolarmente venerata. L’autore Ean Begg definisce l’edificio sacro “chiesa degli iniziati” per i molti simboli che lo contraddistinguono.  La scultura di un capitello rappresenta un portatore del Graal. Purtroppo l’effigie della Madonna Nera di Siones è stata dipinta di bianco. E tuttavia Begg ci racconta che gli abitanti del luogo la definiscono da sempre “un’autentica Iside cristianizzata”.

E poi c’è lei: sempre nel territorio di Navarra s’innalza la splendida cappella di Eunate. Si erge solitaria nella campagna, a poca distanza da Puente la Reina, dove un tempo vi fu un’importante commenda templare. In questo edificio ottagonale veniva custodita una Madonna Nera: la “Senora de las Cien Portas” (la Signora delle Cento Porte). Eunate costituiva un centro importante di venerazione mariale. Oggi è possibile ammirare una statua lignea di Madonna in trono con bambino. Non è più nera nemmeno lei, non è l’originale perduto, ma presenta alcune caratteristiche delle Vergini scure. La cappella di Eunate è un gioiello di bellezza architettonica e una scatola ermetica del Tempio. Fu spettatrice di riti segreti e la sua forma ottagonale ricorda senz’altro lo splendore del Graal.

In altri casi il valore simbolico dei loro volti scuri resta sconosciuto per il più e misterioso anche per gli esperti, lasciando spazio a diverse opzioni. Solo in rari casi l'indagine scientifica sul simulacro fornisce indicazioni utili: nel corso dei secoli, infatti, molte immagini sono state ridipinte più volte, alterate radicalmente nel corso di restauri o addirittura totalmente rimpiazzate o per il loro deperimento o per la perdita totale a causa di inondazioni, alluvioni o furti. Il culto, in genere, sembra essere molto più antico della documentazione a noi pervenuta, costringendo lo storico a cercare di fornire una valutazione critica del possibile contenuto di verità presente in resoconti leggendari.

Qualunque ne sia stata la valenza simbolica, la finalità evangelica o la giustificazione teologica, la diffusione in occidente di immagini di madonne nere è molto antica ed è spesso associata a legami con l'Oriente. Secondo la leggenda il presule sardo Sant'Eusebio di Vercelli, primo vescovo del Piemonte, esiliato in Cappadocia per le persecuzioni ariane, avrebbe portato in Italia (345) tre madonne nere (statue), tuttora venerate rispettivamente nei santuari di Oropa e di Crea, in Piemonte e nella cattedrale di Cagliari. Quella di Crea, si è però rivelata originariamente bianca dopo essere stata sottoposta a restauri). Molte icone bizantine, inoltre, hanno il volto scuro: dal 438 la più importante icona di Costantinopoli era la Odighitria, una Madonna scura di cui erano state portate copie anche in Occidente. Molte altre icone bizantine furono portate in Italia durante il predominio dell'iconoclastia.

La diffusione e il culto delle madonne nere in occidente sembrano essere stati particolarmente intensi all'epoca delle crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia per l'azione di alcuni ordini religiosi (carmelitani e francescani in primis, molto attivi anche in Terrasanta e Siria) o cavallereschi (soprattutto quello dei templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee). I templari e gli altri ordini cavallereschi erano legati alla figura di San Bernardo di Chiaravalle, che predicò la seconda crociata. San Bernardo scrisse un commento al Cantico dei Cantici, in cui la sposa nigra sed formosa, principale personaggio del libro, è considerata una delle figure femminili dell'Antico Testamento che possono essere interpretate come profezie della Vergine. Il colore scuro di alcune statue potrebbe essere stato scelto per identificare la Madonna con la donna del Cantico dei Cantici (vv. 5 e 6: “bruciata dal sole”, “scura come le tende dei beduini”). La predicazione di San Bernardo, quindi, potrebbe essere una delle cause della diffusione delle madonne nere.

Un altro importante indizio è il fatto che molte madonne nere sono attribuite - senza alcun fondamento storico o artistico - a san Luca (ciò vale sia per la famosa Odighitria sia per quelle di Czestochowa, Oropa e Crea, sia per altre, che sono a Roma, Gerusalemme, Madrid, Malta, Frisinga (Baviera), Bologna, Bari, ecc.). Dato che tradizionalmente l'evangelista Luca è indicato come medico, il riferimento a san Luca pittore viene oggi interpretato come un possibile rimando ad alcune parole del vangelo secondo Luca, pronunciate da Simeone in occasione della presentazione al Tempio. Egli preannuncia la Passione, dicendo: “Quanto a te, Maria, il dolore ti colpirà come colpisce una spada” (Luca, 2, 35). Il volto nero delle "madonne di San Luca" indica simbolicamente che sono "madonne addolorate". Alternativamente l'attribuzione all'evangelista può essere stato un modo di rivendicare l'antichità dell'immagine e la sua fedeltà.

Il culto della Madonna nera ha avuto una grande diffusione a seguito di due eventi fortuiti, due naufragi che fecero approdare rispettivamente a Cagliari e a Tenerife una statua della Madonna nera. Nacque così a Cagliari il culto di Santa Maria di Bonaria, che divenne patrona di tutte le navi spagnole (la Sardegna era allora catalana). Da lei prese nome anche la città di Buenos Aires, capitale dell'Argentina. Madonna di Oropa, patrona di Lomas del Mirador, Argentina. A Tenerife invece la statua sarebbe stata adorata dai pagani Guanci e favorì la loro conversione al Cristianesimo. La Virgen de Candelaria divenne patrona delle Canarie, oltre che di Tenerife, ultimo porto prima della traversata atlantica, e ciò favorì la nascita di santuari analoghi (ad esempio quello di Copacabana) in tutta l'America Latina.



Monique Scheer ha posto l'attenzione sull'importanza e sul significato attribuito al colore nero della Madonna in diverse epoche con particolare riferimento alla Germania. Prima della controriforma il colore delle immagini sembra non essere neppure percepito come rilevante né dai fedeli né dai teologi. La controriforma, invece, ha valorizzato il colore nero come segno dell'antichità del culto mariano, in opposizione alle obiezioni protestanti.

Solo verso la fine dell'Ottocento il nero è stato percepito come un attributo razziale e perciò fonte di disturbo. Nasce allora, anche da parte di teologi, il negazionismo cioè l'attribuzione del colore scuro solo a fattori fisici, che avrebbero alterato il colore originariamente chiaro delle immagini. In precedenza il fatto che la Madonna potesse avere un colorito scuro (così come scuro è il volto di Gesù sulla Veronica) non costituiva problema o veniva facilmente interpretato, ricordandone il significato simbolico. In un'importante predica del 1729, citata da Monique Scheer, si ricorda: «Chi non sa che il colore nero è sempre stato considerato una metafora, segno di tristezza, dolore e orrore?». L'atteggiamento dei fedeli, invece, era forse quello esemplificato da una curiosa lettera di Karl Marx alla moglie nel 1856: «Per quanto brutto sia il tuo ritratto, mi serve per il migliore degli scopi ed ora capisco perfino come mai le madonne nere, i più offensivi ritratti della divina madre, possano trovare una venerazione indistruttibile e perfino più veneratori di quanti ne hanno i bei ritratti».

Dal punto di vista simbolico, l'accostamento tra la Madonna Nera e San Luca presenta due implicazioni fondamentali. La prima è sottile: nella rappresentazione simbolica dei quattro evangelisti cristiani, il cosiddetto "Tetramorfo", San Luca è associato al toro (gli altri accostamenti sono l'uomo/angelo per San Matteo, il leone per San Marco, e l'aquila per San Giovanni). L'origine dell'attribuzione è dovuta al fatto che il Vangelo di Luca si apre con la figura di Zaccaria, padre di Giovanni Battista, che celebrava sacrifici nel tempio, e il vitello era tra le bestie sacrificali per eccellenza. Il toro, però, è anche esotericamente associato alle energie sottili e ai rituali di fertilità, gli stessi temi che sono preponderanti nei culti della Grande Madre.

La seconda implicazione è più forte, perché contiene riferimenti più "scottanti". Secondo alcune teorie, le raffigurazioni della Vergine con la pelle di colore scuro in realtà non rappresentano Maria di Nazareth, la madre di Gesù, ma Maria Maddalena, e il bambino che tiene in braccio sarebbe in realtà il figlio di lei avuto da Gesù. Secondo la dottrina cristiana, Luca non fu apostolo diretto di Gesù, anzi, in realtà non lo conobbe mai, essendo diventato discepolo di Paolo verso il 37 d.C., cioè quattro anni dopo la Crocifissione. A quell'epoca Maria doveva avere 63 anni, quindi era piuttosto anziana: come fece allora San Luca a farle un ritratto dalle sembianze così giovanili, per di più con il Bambino in braccio? Secondo la linea temporale della "Stirpe Reale" meticolosamente ricostruita da Laurence Gardner, a quell'epoca Maria Maddalena aveva 34 anni ed aveva appena concepito il primo maschio, Gesù Giusto, nato sette anni dopo la primogenita Tamar. Ovviamente, dovremmo anche ammettere il resto della complicata teoria, e cioè che Gesù non fosse realmente morto sulla croce ma che avesse inscenato tutto con i suoi più stretti collaboratori. Oppure, a maggior beneficio della plausibilità, che suo fratello Giacomo (o Giuseppe di Arimatea) ne avesse preso il posto, sposando la vedova e generando con lei altri figli per perpetuare la linea di sangue.

Se ammettessimo queste teorie "alternative", il colore nero della pelle potrebbe spiegarsi in molti modi. Tra le varie ipotesi proposte, c'è chi afferma che la Maddalena appartenesse ad un ordine sacro regionale chiamato Ordine di Dan, le cui adepte erano naziree laiche e le cui madri superiori, come lo era appunto Maddalena, avevano il diritto a vestire di nero, come i nazirei. Altri tirano in ballo la presunta origine siriana (Jacopo da Varagine, nel paragrafo dedicato alla Maddalena della sua "Legenda Aurea", dice che ella "nacque da una famiglia nobilissima che discendeva da stirpe regale; il padre suo si chiamava Siro la madre Eucaria"), oppure egiziana. Secondo Margaret Starbird, quando la Chiesa Ortodossa cercò di occultare la verità sulla discendenza di Cristo, i suoi difensori continuarono a promulgarla segretamente adorando immagini di Madonne dalla pelle scura. Il colore nero, in questo caso, farebbe riferimento "all'altra Maria, a quella nascosta, alla Sposa Perduta del Cantico, derisa e ripudiata dalla Chiesa Ortodossa". Più o meno tutti i succitati autori ammettono il collegamento tra il Priorato di Sion ed il culto delle Madonne Nere, e va ricordata la singolare questione che questo culto cominciò a diffondersi inizialmente dalla Francia (luogo in cui Maria Maddalena si era ritirata dopo la fuga dalla Palestina), ed aveva la sua massima concentrazione nell'area compresa tra Lione, Vichy e Clermont-Ferrant, un gruppo collinare chiamato Monts de la Madeleine (Monti della Maddalena).

Un motto in latino che accompagna spesso le rappresentazioni della Madonna Nera è "Nigra sum sed formosa", che significa "Sono nera ma bella". Di fatto, esso è un versetto tratto dal "Cantico dei Cantici", detto anche "Canto di Salomone", uno dei più inusuali testi contenuti nella Bibbia ebraica e in quella cristiana. Si tratta, infatti, di un poema erotico in otto canti, che canta l'amore del re Salomone, famoso per la sua saggezza, ed una bella "Sulammita", identificata con la Regina di Saba. Il testo venne composto non prima del IV sec. a.C. e fu tra gli ultimi ad essere inserito nel canone biblico, addirittura nel I sec. d.C.. La coincidenza con la nascita del Cristianesimo primitivo ha fatto sì che molti tra i primi commentatori cristiani paragonassero la sposa del cantico a Maria Maddalena. Ancora oggi, nel messale della chiesa cristiana, un passo del Cantico dei Cantici viene letto durante la messa nel giorno dedicato alla Maddalena (22 Luglio). Nonostante l'origine "profana" del Cantico, sia l'Ebraismo, sia il Cristianesimo, hanno sempre tenuto in gran considerazione il Cantico di Salomone, l'uno proponendolo ai fedeli come allegoria dell'amore di Dio per il popolo ebraico, l'altro come metafora dell'amore di Gesù per la Chiesa, chiamata "Sposa di Cristo".

Il colore nero, in questo contesto, è altamente simbolico. È la Prima Materia, l'ingrediente base che permette all'Alchimista la realizzazione della Grande Opera, la realizzazione della Pietra Filosofale, nella prima e cruciale fase detta, appunto, "nigredo". Non a caso, rivela l'adepto Fulcanelli nel suo "Mistero delle Cattedrali", le parole "materia" e "madre" hanno la stessa radice, "mater", che sancisce il connubio tra la Grande Madre, la Madre di Dio e la Prima Materia dell'Opera. È, altresì, la "morte spirituale" dei filosofi e dei grandi mistici, la "morte in sé" che precede la rinascita, il ritorno alla luce, l'unione spirituale con il principio divino, tutti concetti che in un modo o nell'altro, sotto forma di allegorie o di dottrine segrete, hanno da sempre caratterizzato il sapere dell'uomo.

Ritroviamo queste tematiche, opportunamente celate e velate da immagini simboliche, nelle leggende locali che solitamente accompagnano il culto di una Madonna Nera e che ne tramandano il ritrovamento miracoloso. Protagonisti della scoperta, che avviene sempre in circostanze eccezionali, sono umili personaggi, pastori o contadini. Il ritrovamento è spesso legato ad un elemento di forte valenza tellurica, come una grotta o una sorgente d'acqua. Non a caso, infatti, nelle immediate vicinanze del luogo di ritrovamento si trovano sorgenti dalle proprietà miracolose o "pietre della fertilità".

In varie parti del mondo, spesso assai lontane e di culture molto differenti, si ritrova la medesima tradizione di associare alle grandi pietre, blocchi monolitici infissi nel terreno, la capacità di propiziare la fertilità a quelle donne che si recano a strofinarvisi sopra. Talvolta, le pietre hanno anche proprietà taumaturgiche, come quelle di lenire reumatismi e dolori in genere. Non deve meravigliare: le pietre sono da sempre considerate le "ossa della Madre Terra" (come l'acqua ne è il sangue), e non sono altro che "spinotti" naturali che attingono alle correnti telluriche sotterranee e le accumulano come condensatori, irradiandone all'esterno i loro benefici influssi. Tutto ciò era ben risaputo dagli architetti medievali, che furono tra i più grandi costruttori di cattedrali, templi di pietra destinati alla concentrazione di queste energie ed al loro benefico dispensazione alla comunità dei fedeli raccolti al suo interno.

Queste caratteristiche accomunano la Madonna Nera ad un altro noto simbolo, quello della Triplice Cinta, che ha valenza simile e che spesso, soprattutto nel Medioevo, è stato utilizzato dagli stessi costruttori e posto all'interno di edifici religiosi per contrassegnare luoghi di particolare sacralità tellurica. Non sembra per caso, infatti, che spesso il simbolo compare nelle vicinanze di un luogo ove si veneri, o sia stata venerata, una Madonna Nera.



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venerdì 19 febbraio 2016

ATEISMO



Nell'antichità il termine "ateo" era spesso usato con accezione negativa dai credenti in una religione per indicare persone di un credo diverso; a titolo d'esempio, il padre della Chiesa Clemente Alessandrino (II-III secolo) riferisce nei suoi Stromateis che i greci dell'epoca consideravano «atei» i primi cristiani.

Nel corso della storia la posizione atea è stata spesso denigrata e fatta oggetto di ostilità persecutoria da parte di istituzioni e culture teocratiche e non: per fare un esempio, lo stesso Voltaire, pur critico del cristianesimo, dell'islam e di altre religioni organizzate, combatteva l'ateismo in quanto a suo giudizio «amorale» e «socialmente pericoloso».

Le diverse aree del mondo condizionate dalla religione considerano gli atei come persone immorali o pericolose dunque temono l'ateismo potenzialmente eversivo. Nell'antica Grecia filosofi come Diagora di Milo, detto l'Ateo, e Protagora furono osteggiati, ma con essi l'ateismo non è espresso in modo compiuto. Nel dialogo Le Leggi, Platone propose di introdurre pene molto severe per gli atei: l'ateo «pratico» (cioè quello che vive come se non esistesse alcuna divinità) è passibile di condanna al carcere, mentre l'ateo «teorico» (che nega l'esistenza degli dèi sulla base di motivazioni teoriche) dev'essere, nel peggiore dei casi, condannato a morte. L'editto di Tessalonica del 380 impose il Cristianesimo come religione di Stato.

Non necessariamente «ateismo» è sinonimo di «irreligiosità», che può riferirsi – oltre che all'ateismo – all'agnosticismo, all'ignosticismo, al libero pensiero, all'antiteismo, all'umanesimo secolare e così via, tutti compresi nella categoria di Noncredenza quale espressione generica dell'irreligiosità.

Inoltre, può darsi il caso di atei dichiarati che credono in concetti come «forza vitale» o simili, i quali, pur non avendo caratteri teistici, conservano comunque elementi «spiritualistici» — posizione avvertita ma fortemente contestata da Michel Onfray, che la esclude dalla propria ateologia, e dagli atei «naturalisti», che rifiutano ogni approccio mistico o soprannaturale, relegandolo nell'ambito della superstizione o della religiosità popolare.

«Ateismo» non è necessariamente sinonimo di anticlericalismo, il quale si caratterizza piuttosto come movimento di opposizione all'ingerenza temporale del clero nella vita civile, e quindi può essere appannaggio anche di credenti. Esiste, inoltre, la posizione opposta a quella dei credenti anticlericali, la quale, pur essendo molto particolare, è invece da includere nell'ateismo: è quella dei cosiddetti «atei devoti», che sostengono i valori cristiani pur non credendo nell'esistenza di Dio.

Sebbene molti tra coloro che si dichiarano atei condividano un diffuso scetticismo di fondo verso il soprannaturale e lo spirituale, le convinzioni degli atei provengono da molteplici fonti culturali, filosofiche, sociali e storiche, sicché non esiste un «pensiero unico», né una linea comune di comportamento e di azione tra gli atei. Posto ciò, per una categorizzazione indicativa e orientativa dei tipi di ateismo è opportuno distinguere almeno tra «debole» e «forte», «pratico» e «teorico».
La distinzione tra «debole» e «forte» ha una sua giustificazione nella percezione che comunemente si ha del termine «ateo» in Occidente, dove si tende a identificare il teismo col solo Cristianesimo. In questo contesto, risulta forte l'affermazione «non esiste alcun dio», mentre è debole «non esiste il dio biblico»: questa seconda affermazione può presupporre la credenza nel dio degli Stoici, dei Neoplatonici o di Giordano Bruno, in quello del deismo dei secoli XVII e XVIII, in Shiva, in Vishnu o altri.
Per quanto riguarda la distinzione tra «pratico» e «teorico», va ricordato che la prima distinzione sui tipi di ateismo risale a Platone, che nelle Leggi, avendo preso in considerazione l'empietà nei confronti degli dèi olimpici, aveva indicato un ateismo privo di giustificazioni teoriche, quindi pratico, e uno con motivazioni filosofiche, quindi teorico. Con le dovute cautele, dunque, è la distinzione «pratico – teorico» ad avere fondamento nella storia della filosofia, per quanto quella «debole – forte» possa essere di qualche utilità discorsiva in senso generico.

Dal 1987 si è costituita in Italia l'UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), un'organizzazione filosofica non confessionale e apartitica che dichiara di lavorare per la tutela dei diritti civili degli atei e degli agnostici, a livello nazionale e locale. L'UAAR è impegnata in battaglie civili tra cui quella sulla possibilità di sbattezzarsi e la protesta contro la devoluzione alle confessioni religiose degli oneri di urbanizzazione concernenti gli edifici di culto. Inoltre, ha inoltrato all'Unione Europea la richiesta che in Italia si rimuovano i crocifissi dai luoghi pubblici.

Nella rivista ufficiale dell'UAAR, L'Ateo, sono stati variamente esposti i principî regolatori dell'ateismo moderno in campo sia teorico sia etico.



I primi pensatori a negare l'esistenza degli dei (ateismo forte) furono alcuni sofisti greci, come Diagora di Milo, Crizia, Teodoro, mentre si può parlare di ateismo teorico per gli atomisti Leucippo e Democrito, perché il teorizzare l'esistenza di atomi, che muovendo nel vuoto "creano" la realtà fisica, esclude non solo ogni "creazione" (questa la teologia greca non l'ha mai prevista), ma anche una formazione del cosmo a partire dal caos primitivo ad opera di una qualsiasi causa divina. Il cosmo è infatti creato e ordinato dal movimento intrinseco agli atomi stessi in quanto mobili, quali particelle elementari e cause di tutta la realtà cosmica.

Per quanto Epicuro non negasse esplicitamente l'esistenza degli dèi, li relegava negli intermondi, come simboli della beatitudine e dell'indifferenza e non come realtà ontologiche. Dal punto di vista teorico è fondamentale l'introduzione della parenklisis, la casuale deviazione del percorso in caduta degli atomi nel loro precipitare nel vuoto in base al loro peso.

Lucrezio, che a lui fa riferimento (e traduce parenklisis con clinamen), però va oltre, perché stigmatizza la credenza negli dèi come il peggiore dei mali.

Ma ancora prima di Epicuro, i Cirenaici, senza neanche prendere in considerazione l'esistenza degli dèi (e quindi non negandola ma considerandola priva di senso), avevano indicato nella ricerca del piacere l'unica forma di vita saggia, in netto contrasto con la teologia della virtù che il loro contemporaneo Platone sosteneva.

Un ruolo storico rilevante nella negazione dell'esistenza del divino ce l'ha Evemero, uno scrittore d'incerta nascita (Messina, Messene o Messana), che tra la fine del IV secolo a.C. e l'inizio del III, in un suo Scritto sacro (Cicerone, De natura deorum, I, 119) tradotto in latino da Ennio, avanzava la tesi che gli dèi non fossero altro che eroi o uomini illustri del lontano passato, che il mito e la devozione popolare avevano finito per far considerare dèi. La tesi per un verso è il primo esempio di dissacrazione del concetto di dio, ma nello stesso tempo è stato sfruttato dai teologi cristiani quale dimostrazione che gli dèi pagani erano falsi, contrapponendovi il vero dio della Bibbia.

Durante il Medioevo, nell'Europa cristiana, sono rare le professioni di ateismo; si trovano invece alcune posizioni chiaramente atee nel mondo islamico.

Benché non siano documentati casi significativi di ateismo in età medievale (anche se Dante e Boccaccio affermano che il poeta Guido Cavalcanti fosse ateo), questa visione del mondo sembra ricomparire in sottofondo, sebbene in forma molto attenuata ed ambigua, più naturalistica che atea, in alcuni filosofi rinascimentali come Pietro Pomponazzi (1462-1525) e Giulio Cesare Vanini, spesso ostracizzati e perseguitati e in alcuni casi (come Vanini) condannati a morte. Tuttavia, se si guarda bene a fondo, in nessuno di questi personaggi si scorge un vero ateismo, ma semmai un preludio del panteismo di Spinoza e del deismo di Toland.

Giulio Cesare Vanini (1585-1619) è colui che in maniera più esplicita enuncia una teoria panteistica basata sulla divinità intrinseca della natura e sull'appartenenza dell'uomo ad essa come sua parte. Egli riprende il pensiero di Pomponazzi e Cardano per formulare una concezione aristotelica dell'universo in cui la natura è in sé autosufficiente, senza che ci sia perciò bisogno di rivelazioni o sacre scritture ad avvalorarla. Secondo Vanini le religioni vanno viste come strumenti creati dalle classi dominanti volti a perseguire fini politici. Tali posizioni sono intollerabili per la Chiesa cattolica e nel 1619 Vanini viene accusato di blasfemia e ateismo dalle autorità di Tolosa e condannato alla morte sul rogo dopo aver subito il taglio della lingua, come avveniva usualmente per questo tipo di accuse.

Anche la letteratura libertina, che percorre tutto il Seicento, per quanto devastante per la religione costituita, mostra segni di ateismo estremamente deboli, perché prevalgono nettamente gli aspetti panteistici e deistici che la caratterizzano. Il celebre trattato De tribus impostoribus, scritto verso la metà del secolo, tanto esecrato dalle autorità ecclesiastiche, non è altro che la versione dotta di uno sbocco panteistico alla incredulità nella rivelazione, presente a livello popolare sin dal Cinquecento. I tre impostori (Mosè, Gesù Cristo e Maometto) hanno sfruttato l'ignoranza del popolo per poterlo manipolare a piacere e l'ignoto autore scrive: «Quelli a cui premeva che il popolo venisse represso e controllato attraverso simili fantasticherie, hanno coltivato tale seme religioso, facendone poi una legge e costringendo il popolo, con il terrore del futuro e della punizione divina, ad obbedire ciecamente.»

Di genere differente è il Cymbalum mundi (probabilmente risalente a fine Cinquecento), che è invece una sprezzante e blasfema ridicolizzazione della religione cristiana, ma senza alcuna proposta alternativa. Nel Cymbalum vi sono espressioni enfatiche di irreligiosità come "rinnego Dio" e bestemmie come "corpo d'un Dio", ma nell'insieme si tratta dello sfogo di una persona arrabbiata e aggressiva, ma incapace di colpire a fondo le basi del cristianesimo né di delineare un ateismo motivato. Altre numerose opere libertine percorrono tutto il Seicento minando la fede religiosa ma con scarso peso, limitandosi a proporre od auspicare un ateismo pratico povero di idee, ma specialmente fatto di rancore contro l'arroganza e il parassitismo dei preti.



L'ateismo in forme filosofiche definite ha una rilevante ripresa nell'Illuminismo, l'epoca nella quale esso trova una vera e propria rinascita dopo almeno milleseicento anni. Ciò avviene con Jean Meslier (1664-1729), con Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), con Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), con Denis Diderot (1713-1784) e infine con il barone Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789), il più importante teorico dell'ateismo materialistico.

Determinante è la figura di Jean Meslier come precursore di un ateismo illuministico che avrà il suo periodo più florido tra il 1740 e il 1780. Curato alla guida della parrocchia di Etrèpigny, vicino a Mézières nelle Ardenne per circa 40 anni, dopo avere svolto con diligenza e insospettabile apparenza di fede il suo compito per tutto questo tempo, questo prete, alla sua morte avvenuta nel 1729, lascia due sorprendenti lettere e una grande opera di circa 3500 pagine a stampa, Il Testamento; in esso evidenzia delle contraddizioni interne fra passi dei Vangeli nelle traduzioni utilizzate dalle Chiese cristiane. Meslier, animato da un profondo senso etico, enuncia anche un progetto di comunismo, che egli traeva probabilmente dall'esperienza delle prime comunità cristiane, con un implicito invito alla rivolta contro il potere costituito.

Per lui lo stato sociale che si è determinato deriva dalla debolezza e dell'acquiescenza del popolo lavoratore, che produce e ha le briciole del suo lavoro. Le classi parassitarie nobiliari ed ecclesiastiche sono delle sanguisughe che vanno abbattute. Le ricchezze della terra vanno divise tra chi ne ha diritto e in parti uguali. Il diritto di proprietà va invece abolito e ci si deve ribellare agli abusi dei nobili e dei preti, mutando radicalmente i rapporti sociali delle società esistenti. Dice nel Testamento: "Unitevi per scuotere il giogo tirannico ... I più saggi di voi guidino e governino gli altri”

Anche il suo materialismo è una grande novità filosofica. Scrive ad esempio: "L'origine della credenza negli dèi sta nel fatto che alcuni uomini più acuti e sottili, e anche più scaltri e malvagi, si sono innalzati per ambizione al di sopra degli altri uomini, giocando con facilità sulla loro ignoranza e sulla loro ingenuità." Dio non c'è e la materia è l'unica realtà; essa è eterna e in perpetuo movimento e soltanto ciò che corporeo è reale. Per lui non ci possono esser dubbi, bisogna ammettere la sola esistenza della materia e la sua eternità e dinamicità perpetua. Dice riguardo all'"essere" della materia: "Non avrebbe mai potuto incominciare ad essere, perché ciò che non è non può darsi od avere l'essere."

Dopo Meslier la figura più importante di ateo è Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) che con L'uomo macchina (1748) scandalizza il mondo settecentesco con un ateismo su base biologica. Già in precedenza egli aveva sostenuto la materialità dell'anima in ‘'Storia dell'anima‘', ma in maniera ancora incerta. Egli trae da Locke i suoi fondamenti gnoseologici e partendo dal dualismo cartesiano ne fa un monismo della sola res extensa abolendo la res cogintans. Se Cartesio considerava "macchine" solo le bestie, La Mettrie fa dell'uomo una macchina e l'assimila ad esse scandalizzando molti.

La Mettrie sostiene che se l'ateismo fosse universalmente diffuso le religioni verrebbero distrutte, e aggiunge: "Non ci sarebbero più guerre teologiche né soldati di religione, che sono terribili! La natura, ora infettata da questo sacro veleno riprenderebbe i suoi diritti e la sua purezza". La Mettrie è anche sostenitore dell'edonismo, perché è attraverso il corpo che si conseguono la maggior parte dei piaceri. Contrariamente a Helvétius e d'Holbach, che sono atei deterministi, egli è indeterminista: "Il caso ha gettato noi nella natura, mentre tanti altri, per mille cause, non sono nati e sono rimasti nel nulla".

Ne "L'anti-Seneca" La Mettrie ribadisce il suo edonismo, che trae dai Cirenaici, da Epicuro e da Lucrezio. Attacca l'etica dell'austerità e del sacrificio degli Stoici asserendo: "Questi filosofi sono severi e tristi, noi invece saremo dolci e allegri. Essi dimenticano il corpo per essere tutt'anima, noi invece saremo tutto-corpo”. Il fine dell'uomo è conseguire la felicità e siccome il corpo è fondamentale per ottenerla non è necessario essere istruiti. Per quanto gli intellettuali abbiano i piaceri dello spirito che ne danno parecchia, attraverso lo studio, la lettura, la musica e le arti, anche le persone rozze possono averne la loro parte perché "Dormono, mangiano, bevono e vegetano trovando il piacere”.

Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) introduce un ateismo sensistico e materialistico che è implicito nelle sue tesi ma di cui ha fornito pochi elementi di tipo teorico, e comunque di seconda mano, presi da Condillac e da Locke. Egli può venire considerato un moralista sociologo per il quale la soggettività va sempre sacrificata a favore della collettività; in quanto solo la dimensione della socialità è "virtuosa". Di conseguenza egli vede l'educazione dei cittadini come il compito primo di uno stato virtuoso che abbia a cuore la loro felicità. Egli riduce comunque la nostra conoscenza del mondo ad una pura fissazione mentale delle esperienze dei sensi.

Paul Henri Thiry d'Holbach (1723-1789) può venire considerato non solo il più importante filosofo ateo materialista del Settecento, ma anche colui che ha fornito il primo vero sistema ateistico di interpretazione della realtà. Per questo suo intento sistemico gli è stato rimproverato un dogmatismo che lo avrebbe portato a fare della metafisica atea. D'Holbach costruisce infatti la sua ontologia sul presupposto monistico e su quello necessitaristico dell'essere, com'era già stato, ad esempio, per gli Stoici. Per lui tutta la realtà in ogni minimo dettaglio è necessitata, ed anche ogni uomo nasce perché è necessario che ciò avvenga, così come necessitati sono i suoi comportamenti.

Con Il cristianesimo svelato pubblicato nel 1761 D'Holbach accusa di falsificazioni le sacre scritture e la teologia cristiana. Nel 1770 pubblica Il saggio sui pregiudizi dove colpisce a fondo l'ignoranza, le superstizioni della religione e i pregiudizi di ordine morale. La visione del mondo atea e materialistica è però espressa chiaramente solo in Il sistema della natura, anche del 1770, dove il suo sistema filosofico viene esposto con completezza. Segue nel 1776 La morale universale o Catechismo della natura, dove D'Holbah dà indirizzi di morale atea molto precisi.

Secondo D'Holbach l'universo è costituito unicamente di materia. essa esiste da sempre e nessuno può averla creata. La materia è "Una catena eterna di cause e di effetti ... In natura si verificano azioni e reazioni di tutti gli esseri che essa contiene gli uni sugli altri, risultandone una serie continua di cause, di effetti e di movimenti ... I movimenti degli enti sono sempre necessitati dal loro essere, dalle loro caratteristiche e delle cause che su essi agiscono". Il movimento è un meccanismo di azioni e reazioni che egli trae in parte dal meccanicismo di Cartesio, ma facendo del dualismo di questi un monismo assoluto dove solo la "res extensa" esiste.

La figura di Denis Diderot (1713-1784) è forse la più significativa di tutto l'illuminismo, sia per essere stato il principale progettista e fautore della grande Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri, e sia perché ha rappresentato l'aspetto più profondo e complesso della cultura illuministica. Una profondità e una complessità che però male si conciliano con la chiarezza. Se lo si confronta col suo grande amico e collaboratore D'Holbach, si vede come l'ateismo sia stato espresso in maniera quasi antitetica, tanto sicuro, dogmatico e pesante il barone franco-tedesco quanto incerto, complicato ed elegante il plebeo Diderot. Questo giustifica il giudizio degli storici che vedono solo nel primo - e non nel secondo - un vero teorico dell'ateismo.

Se però si prende in considerazione l'opera dei due nel suo insieme, ci si accorgerà che per quanto D'Holbach sia più chiaro, sistemico ed incisivo, Diderot è più proteiforme e incerto, ma anche più profondo. Nell'Interpretazione della natura però egli è chiaro nel dire: "Il fisico, la cui professione è di istruire e non di edificare, abbandonerà dunque il perché e si occuperà solo del come. ... Quante idee assurde, supposizioni false, nozioni chimeriche in quegli inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore! ... Anziché adorare l'Onnipotente negli esseri stessi della natura, si sono prosternati davanti ai fantasmi della loro immaginazione."

La stagione dell'ateismo settecentesco si può dire che si chiuda con la Rivoluzione, ispirata, nella sua componente democratica, dalle idee di Rousseau, deista e anti-ateo. Anche la ventata razionalistica che aveva alimentato la cultura tra il 1730 e il 1790 sembra diluirsi e l'opportunismo politico di blandire il cattolicesimo risorgente in Francia fa di Napoleone lo sponsor di Chateaubriand, che con Il genio del cristianesimo, uscito nel 1802, segna la fine di un'intera stagione culturale.

L'ottocento si apre con l'apparente sconfitta delle idee illuministiche, il messaggio laico e razionalista dell'illuminismo ha prodotto i suoi frutti, dando all'Europa e all'Occidente un primato culturale che dura ancora oggi. L'uomo dell'Ottocento, anche se lo sfondo socio-politico non sembra molto cambiato, è come fosse antropologicamente un essere diverso, perché si è veramente entrati nella "modernità”. Questo anche grazie ai filosofi atei, che hanno dato un forte contributo, rompendo il fronte di una religiosità che sulle due sponde del cristianesimo e del deismo sembrava dominare.

L'Ottocento non ha più veri teorici dell'ateismo; Marx ne è un deciso assertore, ma non un suo teorico, mentre è Feuerbach a caratterizzarsi come un teorico dell'ateismo attraverso la sua ricerca antropologica sull'origine dell'idea di Dio. Nell'opposizione tra romanticismo filo-religioso e positivismo anti-religioso a questo va il merito di aver raccolto l'eredità dell'ateismo del secolo precedente e di avergli dato una dimensione scientifica più profonda. L'anticlericalismo alimenta come un fiume sotterraneo la cultura dell'Ottocento e i semi proto-comunisti di Meslier (anche se ignorato da Marx) e quelli libertari di La Mettrie e Diderot incominciano a dare i loro migliori frutti.



L'eredità di Meslier tra gli stessi religiosi già a fine Settecento è straordinaria. Sono migliaia i preti che non si riconoscono più nella fede cristiana. E se, come dice Michel Vovelle, in Francia dopo il 1793 avevano rinunciato al sacerdozio 20.000 preti (il 66% del totale), ma per viltà o convenienza, quelli che lo fanno nell'Ottocento sono pochi, ma lo fanno per convinzione, e il peso della loro testimonianza è enorme. Così l'incredulità religiosa si diffonde e si avvia a toccare la sua punta massima dal 1820 in poi con vistose aree culturali atee soprattutto tra gli uomini di scienza.

Numerose e notevoli sono le preoccupazioni della chiesa per l'allontanamento dalla fede. Il vescovo di Orleans nel 1860 rileva che nella sua diocesi di 360.000 abitanti non più di 25.000 hanno osservato il precetto pasquale. Nella classe intellettuale l'abbandono del Cristianesimo porta nella maggior parte dei casi ad abbracciare il deismo o ad assumere un atteggiamento agnostico, ma dopo la metà del secolo molti deisti passano decisamente all'ateismo. È abbastanza plausibile l'opinione secondo la quale l'Ottocento sarebbe stato il secolo che ha visto la massima diffusione dell'ateismo. Mentre il Novecento, specialmente nella seconda metà, avrebbe rivelato un ritorno alle religioni, per quanto, abbastanza spesso, in direzioni non-cristiane o in religioni new age, oppure verso religioni sincretiche o "fai-da-te".

Gli sviluppi della fisica e della matematica conducono anche ad aprire un dibattito su indeterminismo e determinismo. Un ferreo assertore di questo secondo è Laplace, colui che ne fissa i termini nel celebre passo del Saggio sulle probabilità. Si tratta del canone di un "determinismo assoluto", espresso con le seguenti parole: "Lo stato attuale dell'universo è l'effetto di quello anteriore e la causa di quello futuro. Un'Intelligenza che conoscesse tutte le forze della natura e la situazione degli esseri che la compongono, ed analizzasse profondamente tali dati, potrebbe esprimere in un'unica formula i movimenti dei grandi astri come quelli dei più piccoli atomi. Tutto gli sarebbe chiaro e il passato come il futuro presenti ai suoi occhi". Vi sono tuttavia atei radicali che criticano Laplace per aver introdotto tale forma di intelligenza senza una ragione plausibile, perché essa, essendo ovviamente una figura ideale e non reale, ricorderebbe troppo da vicino l'onniscienza divina, rischiando di far rientrare dalla finestra una divinità buttata fuori dalla porta, o quantomeno evocandone un attributo.

Nell'Ottocento la popolarità dell'ateismo aumentò moltissimo, in conseguenza anche alle scoperte scientifiche della biologia (la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin), dell'antropologia e dell'idea della possibilità di dominare la natura derivante dalla rivoluzione industriale. L'ateismo fu portato avanti dai filosofi della sinistra hegeliana come Ludwig Feuerbach e divenne un aspetto fondante del materialismo dialettico di Karl Marx e Friedrich Engels, così come del positivismo (Auguste Comte, Félix Le Dantec).
In particolare Marx indagò il fenomeno religioso all'interno della società contemporanea, in cui predomina il modo di produzione capitalistico, individuandone una delle ragioni nei rapporti di produzione generanti alienazione e feticismo (inteso quest'ultimo come inversione tra soggetto e oggetto che fa apparire i rapporti sociali come rapporti tra cose e viceversa). Tale alienazione impedirebbe ai soggetti di essere consapevoli della realtà ontologica nascosta dietro i fenomeni economici e sociali, nello stesso modo in cui l'ignoranza delle leggi della natura impediva in passato di dare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali. Da ciò la fuga nella religione e nella superstizione, superabile solo con l'organizzazione della società sulla base delle decisioni consapevoli e scientificamente fondate degli uomini associati, e non dei meccanismi impersonali e spontanei del mercato.

Ludwig Feuerbach con le sue analisi del fenomeno religioso non ha solo chiarito molti aspetti oscuri del sentimento del sacro, ma ha contribuito a formare la coscienza della sua ambiguità e falsità, portando all'ateismo ulteriori ragioni di plausibilità e fondatezza. Nella proposizione 2 di L'essenza della religione viene detto chiaramente che la fantasticata dipendenza dell'uomo da Dio (teorizzata da Friedrich Schleiermacher) è come il falso lato di una medaglia, mentre dalla parte vera c'è la reale dipendenza di esso dalla natura, cioè dalla materia. Dio è perciò un ambiguo essere para-natura che nasce attraverso il processo psichico spiegato nella proposizione 9: «La credenza che nella natura si esprima un ente diverso dalla natura stessa, che la natura sia penetrata e dominata da un ente diverso da lei, questa credenza è fondamentalmente identica con quella per cui spiriti, demoni, diavoli, si manifestano, almeno in certe situazioni, per mezzo dell'uomo, e lo possiedono, è di fatto la credenza che la natura sia posseduta da un ente estraneo, da una sorta di spirito. E si può ben dire che, in questa prospettiva, la natura sia davvero posseduta da uno spirito, ma questo spirito è lo spirito dell'uomo, la sua fantasia, il suo animo, che si introduce involontariamente nella natura, e fa di essa un simbolo e uno specchio della sua essenza.».

Ma per Feuerbach Dio è anche il frutto di un'astrazione che crea Dio nullificando la natura per mezzo di giochi logici. Occorre allora opporvi un'astrazione razionale e realistica per poter accedere al vero. Alla fine della proposizione 25 si legge: «Ma se nella prospettiva del pensare astratto la natura dilegua in nulla, nella prospettiva di una concezione realistica del mondo a dileguarsi in nulla è invece questo spirito creatore. In questa prospettiva tutte le deduzioni del mondo da Dio, della natura dallo spirito, della fisica dalla metafisica, del reale dall'astratto, si mostrano per quello che sono: giochi logici.».

Max Stirner, pseudonimo di Johann Kaspar Schmidt, contemporaneo di Marx, nel 1845 pubblica L'unico e la sua proprietà, opera che verrà idolatrata e odiata, in cui con un ateismo senza mezzi termini critica Feuerbach, Bauer e i comunisti, fa tabula rasa di tutta la filosofia precedente e dei fantasmi dell'irrazionale, propugnando un estremo individualismo e adottando, anzi, proprio il termine egoismo. Stirner fu, di volta in volta, definito profeta dagli anarchici, dai fascisti, dai libertari. Lo stesso Friedrich Nietzsche fu folgorato da Stirner, tanto che temette di essere accusato di plagio. Va ricordato anche l'ateismo di Arthur Schopenhauer, da alcuni definito l'ateismo della disperazione'. Su una posizione simile si trova Giacomo Leopardi.

Un importante contributo all'ateismo del Novecento viene dal biologo francese Felix Le Dantec, che riprende l'ateismo deterministico di D'Holbach in chiave biologistica ed evoluzionistica (lamarckiana) pubblicando nel 1907 il saggio L'Athéisme nel quale espone le tesi del suo ateismo scientifico monistico e deterministico. Il materialismo di Le Dantec affonda le sue radici nello iatro-meccanicismo del '700. Tutta la parte prima de L'atheisme è dedicata alla confutazione della credenza in Dio, considerata mera superstizione. La negazione del libero arbitrio e il necessitarismo assoluto su base biologica è accompagnata da considerazioni avanzate per il XIX secolo, ma oggi del tutto superate.

Ancora nell'Ottocento la maggior parte delle nazioni occidentali aveva il Cristianesimo come religione di Stato e gli atei potevano essere accusati di blasfemia. In Gran Bretagna il libero pensatore Charles Bradlaugh fu ripetutamente eletto in Parlamento, ma fino alla sua quarta elezione non poté prendere posto in aula perché rifiutava di prestare giuramento sulla Bibbia. Nel Novecento in Occidente queste leggi sono state cancellate o abbandonate di fatto.

Tuttavia, ancora oggi, negli Stati Uniti d'America le Costituzioni di alcuni stati, in contrasto con quella federale che all'articolo 6 comma 3 proibisce espressamente l'adozione di parametri religiosi come titolo a servire nei pubblici uffici, tuttora prevedono condizioni discriminatorie per chi si dichiara non credente. Anche in Irlanda esistono limitazioni per i non religiosi. Durante il periodo della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica e la maggior parte dei regimi che si definivano comunisti portarono avanti l'ateismo di stato e l'opposizione alle religioni organizzate. La stessa pratica privata, in alcuni paesi e periodi, incontrò opposizioni e ostracismi severi, malgrado la libertà di culto privato fosse ufficialmente consentita.

In età contemporanea l'ateismo si è diffuso enormemente ed è spesso associato al razionalismo, all'empirismo, al sensismo e al riduzionismo. L'incrocio e la sovrapposizione di questi termini ha creato non poche ambiguità e una corretta analisi filosofica deve sempre tenerli ben distinti.

Il XX secolo non vede importanti teorizzazioni dell'ateismo, ma piuttosto prese di posizione atee da parte di uomini di cultura, basate soprattutto su presupposti di carattere etico. Fanno eccezione due intellettuali francesi che fanno dell'ateismo il sottofondo del loro pensiero filosofico e letterario: Albert Camus e Jean Paul Sartre. Essi sono i più noti esponenti di una corrente di pensiero nota come esistenzialismo ateo. Del primo qualche esegeta, come Jacqueline Lévi-Valensi, vorrebbe mettere in dubbio l'appartenenza all'esistenzialismo sulla base dei suoi contrasti con Sartre e per il fatto che la sua è più un problematica dello "stare nel mondo" che dell'"essere uomo" in rapporto al mondo. Questa lettura del pensiero di Camus non è corretta.

In primo luogo va tenuto conto che i contrasti di Camus con Sartre sono stati tutti di natura politico-sociologica e non filosofica, e in secondo che l'atteggiamento esistenzialistico consiste sempre in una problematica dell'esistere che riguarda il proprio stare nel mondo non meno che il proprio essere. Il tema dell'assurdo è il fondamento dell'esistenzialismo camusiano: «Un mondo che possa essere spiegato, sia pure con cattive ragioni, è un mondo famigliare, ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci, l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l'uomo e la sua vita, fra l'attore e la scena, è propriamente il senso dell'assurdo.».

Se il senso dell'assurdo fonda l'esistenzialismo di Camus, per Sartre l'uomo è condannato ad essere libero e nello stesso a fallire la sua istanza di libertà. In quanto libero in un mondo di cose dominate dalla necessità egli è un Dio, ma si fallisce in quanto tale poiché resta sempre un Dio fallito. Scrive Sartre: «La libertà umana precede l'essenza dell'uomo e la rende possibile, l'essenza dell'essere umano è in sospeso nella sua libertà. È dunque impossibile distinguere ciò che chiamiamo libertà dall'essere della "realtà umana"».(L'essere e il nulla, introduzione, 5, Il Saggiatore, 2002, p. 60)

Sartre parte dalla libertà dell'uomo e arriva al suo sentirsi Dio: «Ogni realtà umana è contemporaneamente progetto diretto di compiere una metamorfosi del suo per-sé in in-sé-per-sé e progetto di appropriarsi il mondo come totalità di essere-in-sé, sotto la specie di una qualità fondamentale. Ogni realtà umana è una passione, in quanto progetta di perdersi per fondere l'essere e per costituire contemporaneamente l'in-sé che sfugge alla contingenza essendo il proprio fondamento, l'"Ens causa sui", che le religioni chiamano Dio.»(cit., p. 682).

Postosi come un autosufficiente Dio, come un per-sé assoluto, libero dalla necessità cui soggiace quel in-sé che è la natura, la materia. L'esito è il fallimento e del mondo e dell'uomo in esso: «È come se il mondo, l'uomo e l'uomo-nel-mondo non giungessero che a realizzare un Dio mancato. È dunque come se l'in-sé ed il per-sé si presentassero in stato di "disintegrazione" in rapporto ad una sintesi ideale. Non che l'integrazione abbia mai avuto luogo, ma invece precisamente perché essa è sempre indicata e sempre impossibile.» (cit., p. 691)

Il secolo XXI nasce sotto l'insegna di un riflusso religioso e spiritualistico forse più apparente che reale. È però evidente l'accentuazione dei fondamentalismi religiosi che si confrontano nel mondo contemporaneo, rivendicando un protagonismo sociale che intende opporsi a quella che viene ritenuta una generale deriva materialistica ed atea nel mondo occidentale.

Ciò a cui si assiste è però anche una certa fioritura di saggi storici critici rispetto alla dottrina cristiana nelle sue pretese di veridicità. Tra questi basti citare il Gesù ebreo di Riccardo Calimani (Mondadori 1998), la Storia criminale del Cristianesimo di Karlheinz Deschner (Ariele, 2000-2004) e la Invenzione del Cristianesimo di Leo Zen (Clinamen 2003), che emergono per completezza e profondità. Dalle analisi e dalla documentazione prodotta si evince una forte presenza di elementi mistificanti che hanno modellato nei secoli i testi sacri e i documenti della dottrina. Perciò un atteggiamento abbastanza generale di incredulità e agnosticismo, che però rivela anche la presenza, sia pure in sottotono, di istanze atee sempre più motivate.

Nel 2005 il filosofo francese Michel Onfray ha pubblicato un Trattato di ateologia che reca significativamente il sottotitolo "Fisica della metafisica". Onfray infatti precisa le fondamenta della scienza definita ateologia da Georges Bataille, basandole su una critica scientifica delle religioni, a partire dall'esame dei testi sacri delle tre grandi religioni monoteistiche. Inoltre egli mutua da Friedrich Nietzsche la convinzione che l'invenzione di Dio è in opposizione alla vita, che l'invenzione dell'aldilà serve a svalutare l'unico mondo reale, che l'invenzione dell'anima immortale ha lo scopo di spregiare il corpo, la sua cura e i suoi piaceri. Pertanto "il vero peccato mortale" sarebbe "l'offerta di un oltremondo" per farci perdere "l'uso e il beneficio del solo mondo esistente".

L'opera di Onfray ha contribuito notevolmente a smuovere le acque di una letteratura atea abbastanza stagnante. A parte L'atheisme di Felix Le Dantec del 1906 in tutto il Novecento gli unici saggi sull'ateismo degni di rilievo sono ad opera di cattolici. Tre emergono: Jacques Maritain (Il significato dell'ateismo contemporaneo, 1949), Augusto del Noce (Il problema dell'ateismo, 1964) e Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, 1964). Nell'assenza quasi secolare di una voce atea significativa Onfray rompe il ghiaccio col suo Trattato di ateologia (Grasset & Fasquelle, 2005). Esso ha avuto un ottimo rilievo mediatico, anche perché Onfray si spende personalmente a favore dell'ateismo in sedi deputate e nei mezzi di informazione.

Nella parte prima del trattato egli così definisce la sua proposta: «L'ateologia si propone tre obiettivi: anzitutto decostruire i tre monoteismi e mostrare come, nonostante l'odio che da secoli anima i protagonisti delle tre religioni, nonostante l'apparente irriducibilità in superficie della legge mosaica, dei detti di Gesù e della parola del Profeta Maometto, nonostante i tempi genealogici diversi di queste tre variazioni realizzate in un arco di più di dieci secoli con un solo e identico tema, il fondo resta lo stesso. Variazioni di grado, non di natura». (Fazi Editore, 2005, pag.65) Il secondo obiettivo: «Occuparsi in particolare di una delle tre religioni per vedere come si costituisce, prende piede e si radica su principi che implicano sempre falsificazione, isteria collettiva, menzogna, finzione, e miti ai quali si danno i pieni poteri.» (cit., p. 65). Terzo obiettivo: «una decostruzione del cristianesimo. In effetti, la costruzione di Gesù avviene in un'officina identificabile con un periodo storico di uno o due secoli: la cristallizzazione dell'isteria di un'epoca avviene in una figura che catalizza il meraviglioso, raccoglie in un personaggio concettuale chiamato Gesù le aspirazioni millenaristiche.»(cit., pag.66).



Si può distinguere tra un ateismo pratico, comportamento per cui si agisce come se Dio non ci fosse, e un ateismo teoretico, negazione consapevole dell'esistenza di Dio. Riguardo alla seconda forma di ateismo, va precisato che esistono in questo senso un ateismo negativo, che ha alla base della sua negazione l'indifferenza per il problema di Dio, dichiarato non rilevante, e un ateismo positivo, che si presenta come ribellione contro Dio, in vista dell'affermazione di altri principi. La forma più semplice di ateismo negativo è lo scetticismo. Sia lo scetticismo antico sia l'empirismo illuministico moderno tendono a svuotare di significato la disputa intorno a Dio o per l'impossibilità di provarne l'esistenza o per la contraddittorietà del concetto stesso di Dio. Una seconda forma di ateismo negativo è quella rappresentata dagli epicurei, i quali ammettono l'esistenza degli dei, ma negano che essi si interessino del mondo. Una terza e più radicale forma di tale ateismo è quella propria della filosofia analitica contemporanea, che vede Dio come un nome senza significato e definisce i problemi sollevati da tale nome come non problemi, la cui unica soluzione possibile è il rifiutarne la formulazione stessa. L'ateismo positivo ha avuto più numerose forme di espressione. Una prima è costituita dal materialismo, nelle sue varie manifestazioni, che sostituisce Dio come principio dell'universo con un principio materiale. Una seconda è data dall'umanismo nelle sue varie forme: si tratta di negare Dio per salvare l'uomo. La forma più celebre di tale ateismo è quella espressa da Feuerbach che vede in Dio l'immagine capovolta dell'uomo; la negazione di Dio si presenta quindi come la possibilità unica di restituire l'uomo all'uomo.

Sempre in questa prospettiva si collocano altre forme di ateismo come l'ateismo politico (Marx) che vede la negazione di Dio come una conseguenza di un rapporto non più alienato tra l'uomo e la società. Anche l'ateismo di Nietzsche, teso a negare Dio come immagine di un vecchio mondo di valori per sostituire a esso un'umanità nuova (il superuomo), si pone in questa direzione. Sartre infine intende l'ateismo come un dovere morale: affermare l'esistenza prima di ogni essenza significa credere all'esistenza e alla libertà dell'uomo prima e contro ogni concetto di Dio. La negazione di Dio è l'affermazione dell'assoluta libertà dell'uomo che progetta se stesso come Dio. Nonostante le apparenze la forma più radicale di ateismo è l'ateismo negativo, poiché, mentre l'ateismo positivo, come lo stesso L. Feuerbach ammette, non è un vero ateismo, in quanto nega l'esistenza di Dio, ma ne ammette gli attributi (amore, onnipotenza, ecc.) semplicemente riferendoli all'uomo anziché a Dio, l'ateismo negativo invece dichiara a priori l'improponibilità di qualsiasi questione riguardante Dio. Non può perciò essere considerato, come invece fu spesso fatto per l'ateismo positivo, conseguenza di una falsa immagine di Dio. Il dialogo quindi con ogni forma religiosa di pensiero si presenta più difficile. Una terza forma di ateismo fu di fatto considerato nella storia della filosofia il panteismo (sia nel Medioevo: Davide di Dinant, Amalrico di Bène; sia nell'età moderna: Spinoza, Fichte). Esso viene infatti a negare gli attributi tradizionali di Dio (quali in primo luogo la personalità) e a identificare Dio e natura, perdendo l'infinita distanza tra l'uomo e Dio. Anche la posizione kantiana, per quanto non neghi Dio, ammettendolo anzi come un postulato necessario della vita morale, conduce di fatto a ridurre Dio a una mera esigenza morale dell'uomo e a svuotarne di significato l'esistenza autonoma. Esiste infine una quarta forma di ateismo, nata in ambito religioso. Le sue lontane origini possono essere ricercate in Schleiermacher, il quale riduceva la religione a esperienza religiosa e dichiarava la nozione di Dio inessenziale a quest'esperienza definita vagamente come sentimento di dipendenza. La moderna teologia della secolarizzazione e in particolare la teologia della morte di Dio (Van Buren, Hamilton, Altizer, ecc.), insistendo sull'aspetto profano del mondo e sull'assenza di Dio da esso o sull'umanità di Cristo, anziché sulla sua divinità, possono essere definite un ateismo cristiano. Tale ateismo in definitiva, nato dall'esigenza di ritradurre il nome di Dio in un linguaggio significativo per l'uomo d'oggi, culmina nel rifiuto della trascendenza e nello smarrimento quindi di ciò che più essenzialmente è costitutivo del rapporto uomo-Dio. Nel saggio Morte e trasfigurazione nella religione della modernità (1998) G. Vattimo approfondisce il tema della crisi delle ragioni filosofiche dell'ateismo accanto a quello del ritorno della religione. Il filosofo francese M. Onfray ravviva il dibattito pubblicando il Traité d’athéologie (2005; Trattato di ateologia), nel quale critica le basi etiche e filosofiche della teologia e ricostruisce una visione del mondo e una morale basate unicamente su presupposti razionali. Per Onfray l'invenzione di Dio è in antitesi alla vita, quella dell'aldilà svilisce l'unico mondo esistente, quella di un'anima immortale disprezza il corpo e i piaceri che da esso derivano. Dalla metà degli anni Novanta C. Tamagnone ha indirizzato le linee della sua ricerca sul pensiero ateo del quale è storico e teorico. Nelle sue opere, tra cui Ateismo filosofico nel mondo antico (2005), sviluppa un ateismo filosofico deciso, positivamente assertivo, secondo cui non esiste alcun dio o divinità: la loro esistenza è impossibile dal punto di vista logico. D. Dennett in Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon (2006; Rompere l'incantesimo. La religione come fenomeno naturale) sostiene che la religione e la fede possono essere sottoposte a indagine scientifica in quanto fenomeni naturali e non soprannaturali.

I teologi cattolici considerano sempre colpevole l'ateismo pratico, mentre nel caso dell'ateismo teoretico fanno una distinzione: l'ateismo negativo, consistendo in un'ignoranza assoluta di Dio, è incolpevole, mentre l'ateismo positivo, che è negazione esplicita dell'esistenza di Dio, è colpevole, perché la fede in Dio si perde solo per colpa. Oggi nella teologia cattolica si fanno sentire però delle voci più sfumate. Per esempio il teologo L. Billot ha sottolineato la necessità di considerare l'individuo in rapporto al suo ambiente sociale, da cui è condizionato. Inoltre si parla di ateismo nominale (conoscenza non autentica di Dio); di atei che credono di esser tali, ma in realtà accettano in modo inespresso la trascendenza, non raggiungendo un'espressione adeguata di essa; infine di ateismo completo, che si chiude esplicitamente e coscientemente alla trascendenza.

Umanista, laico, agnostico, ateo..
Non si tratta certo di sinonimi, anche se spesso vengono usati in alternativa gli uni agli altri per significare uno stesso concetto, ritenendo gli uni più in grado degli altri di definire una stessa condizione: quella del non credente. In gioco quindi c’è il tipo di atteggiamento da assumere nei confronti della questione religiosa e nei confronti di chi professa una religione in modo totalizzante, da testimoniare con ogni comportamento. Insomma, in contrapposizione al credente.
C’è poi però una specie di gradualità nel modo di prendere le distanze dalla religione, che invece è quanto ne indica in genere, più di ogni altro aspetto, la diversità irriducibile.

L'umanista nel suo significato più generico – che è poi normalmente anche il più diffuso – sta a significare una centralità dell’uomo, che, in quanto tale, si può porre in contrapposizione con l’uomo visto in una dimensione religiosa che lo proietterebbe al di là della sua condizione. E’ quindi in questo senso che l’umanista può diventare sinonimo di non credente. Ma fino a che punto? Già l’umanesimo inteso come movimento culturale collocabile storicamente non intende certo sostenere che esaltare la centralità dell’uomo comporti di per sè un rigetto della dimensione religiosa… anzi, ritiene così di viverla più autenticamente (cfr. il De hominis dignitate, di Pico della Mirandola, indicato spesso come il vero ‘manifesto’ dell’umanesimo). Ma anche al di là di ciò – che per altro è determinante – l’eventuale ‘non credere’ dell’umanista è una scelta da porre insieme a tante altre di non minore rilievo. In definitiva l’umanista non credente non è coinvolto più di tanto per quanto riguarda le ripercussioni esistenziali che il non credere comporta. Questo almeno per chi si ritiene prima di tutto umanista.

Il laico-credente sta ad indicare una separazione tra la sfera religiosa e la sfera civile e politica che gli permetterebbe di essere nello stesso tempo fedele al suo credo e ossequiente alla legislazione della società civile. La contraddizione in termini concettuali credo sia evidente, quanto meno di fronte alle situazioni, tutt’altro che infrequenti, in cui le leggi dello stato confliggono con i principi della fede. Sul piano pratico operativo, va da sé, il credente può comportarsi in modo veramente laico, ma a quale prezzo per la sua coscienza? E quindi fino a che punto?
Per il non credente l’essere laico, comporta invece l’ovvia separazione tra sfera religiosa o ideologica e sfera politica in quanto non è altro che una conseguenza logica del suo rifiuto di norme ispirate a principi religiosi o ideologici… Ma la laicità come tale, pur essendone un elemento costitutivo, non definisce il non credente, ancora una volta, per le sue implicazioni esistenziali. Certamente fa tutt’uno col non credente, ma sottolineandone solo un aspetto.

Esistono  due modi di intendere e vivere l’agnosticismo. C’è l’agnostico inteso come colui che – riducendo all’osso il discorso – non è in grado di sapere se dio esiste o meno… ma non lo esclude come possibilità. Non sceglie, ma si pone come disponibile ad una eventuale scelta. Dubita, ma ritiene possibile uscire dal dubbio. Personalmente ritengo questo atteggiamento – ovviamente legittimo – molto più vicino al fideismo che all’ateismo, nel senso che mentre per l’ateo (di cui dirò dopo) dio, per quanto ‘cercato’, non si rivelerà mai, per l’agnostico di questo tipo dio lo si può cercare… ed è sempre disponibile a coglierne gli eventuali segni. Che può ‘incontrare’ sia dentro che fuori di sé… perché in fondo è questo che desidera. Altrimenti non lo cercherebbe, magari inconsciamente.
C’è poi un altro tipo di agnosticismo, in questo caso sinonimo di ateismo… o, volendo, distinguendosene per aspetti non strutturali. L’agnostico di questo tipo è colui che, non solo non sa se dio esiste o meno, ma ritiene anche impossibile saperlo. Per cui non lo attende, e si comporta di fatto, a tutti gli effetti, come se dio non esistesse. Come per l’ateo.
Al termine ateo però, questo tipo di agnostico, preferisce senz’altro, appunto, il termine agnostico, in quanto ritiene che ‘a-teo’ sia fuorviante, riduttivo, in grado di connotare solo una negazione di dio come se ciò fosse dimostrabile, sostenibile con prove., basando il proprio non credere fondamentalmente su questo, impegnandosi soprattutto a questo livelli, identificando la propria natura di non credente soprattutto testimoniando questa convinzione. Per l’agnostico del secondo tipo invece, coerentemente col fatto che di dio non si conoscerà mai nulla, la questione passa in secondo piano, e comunque non è ciò che caratterizza il suo non credere.
Perché allora – pur riconoscendo la fondatezza di questa posizione – preferisco comunque il termine ‘ateo’? Per due ragioni, una di natura storico-sociologica, l’altra più concettuale.
Storicamente – e ancora oggi per la maggior parte dell’opinione pubblica – il non credente viene definito ateo, e, per la maggior parte dei credenti, ateo sta ancora a significare la forma più spregevole della mancanza di fede, mentre c’è più tolleranza per l’agnostico, il laico, l’umanista. Ora, nella situazione attuale, la testimonianza atea, il definirsi atei, significa ancora pur sempre rivendicare con orgoglio una identità che, per quanti nel passato (e ancora oggi) si definivano atei, comportava emarginazione sociale e persecuzione. Insomma, ateo, per la maggior parte delle persone (quelle con le quali si convive quotidianamente), è il termine che più di ogni altro definisce il non credente. E con questo ci si deve confrontare.
Sul piano concettuale del termine ateo fa riferimento proprio ad una possibile interpretazione del suo significato letterale: a-teo. Da intendere non solo e non tanto come ‘negazione di dio’, ma negazione di tutto ciò che la nozione di dio comporta, quale che sia il modo di rappresentarselo: quello delle religioni in senso proprio, ma anche di tutto quanto viene vissuto religiosamente. Cioè dogmaticamente, alienando la propria umanità in qualche valore assoluto cui prestare fede al di là di ogni razionalità. Cosa meglio del termine ‘dio’ – e quindi del rifiuto di dio significato da a-teo – riassume in sé, storicamente e concettualmente, questa visione del mondo e conseguenti comportamenti?
E oltre tutto, in questo senso ateo diventa anche sinonimo, nel modo più pregnante, di ‘libero pensatore’.



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sabato 16 gennaio 2016

I LUCCHETTI DELL'AMORE



Una moda 100 per cento made in Italy: siamo noi, infatti, ad averla  esportata in tutto il mondo, da Parigi come in Cina, Da Londra come a Siviglia, da Dublino come in qualsiasi paesino dotato di un ponte sul mare, su un fiume o su un canale, ma anche su un lampione, su un'inferriata, insomma su qualsiasi cosa.  Una considerata per lo più antiestetica e pericolosa -  visti i danni provocati ai monumenti "coinvolti" da questo pesante pegno d'amore - estrapolata dal primo romanzo rosa di Federico Moccia, "Tre metri sopra il cielo".

La tradizione del lucchetto dell’amore non è recentissima, ma è diventata una mania in tutto il mondo con la pubblicazione dei due romanzi di Federico Moccia – “Tre Metri Sopra Il Cielo” e “Ho voglia di te”.
Secondo la leggenda, gli amanti di Roma che scrivono i loro nomi su un lucchetto, e che lo attaccano al terzo lampione sul lato nord del Ponte Milvio gettando le chiavi nel Tevere, rimarranno insieme per sempre.
Recentemente le autorità di Roma hanno eliminato i lucchetti dal Ponte Milvio nel settembre 2012. La città di Dublino ha fatto lo stesso nel gennaio 2012, gettando via tutti i lucchetti che si trovavano sul ponte Ha’penny.

Pubblicato nel 1992, Tre metri sopra il cielo non ha avuto moltissimo successo fino al 2004, quando dal romanzo è stato girato l'omonimo film, diretto da Luca Lucini. La storia narra dell'amore di due giovani, Step e Babi e delle difficoltà incontrate nel loro percorso sentimentale. Un percorso che i due ragazzi suggellano con un lucchetto fissato su Ponte Milvio, anch'esso diventato meta del pellegrinaggio degli amanti.

Dopo il successo del 2004, il romanzo è stato tradotto e venduto in tutti i paesi europei ed extra europei, come Brasile e Giappone; un libro con il quale Moccia ha vinto  il Premio Torre di Castruccio, sezione Narrativa 2004 e il Premio Insula Romana, sezione Giovani Adulti 2004.

Mentre la popolarità di Moccia saliva, crollavano pezzi di ponti e monumenti dove questi lucchetti venivano fissati. E' successo a Roma, è successo a Parigi, motivo per cui è arrivato il niet dell'amministrazione francese.

Il peso del sigillo si fa sentire sugli edifici e molti comuni hanno provato a vietarli con teche ed altri stratagemmi, senza alcun senso di colpa dello scrittore stesso che in un'intervista a Repubblica del 2014 difese il fenomeno, in barba a spallette crollate e ad uno scenario veramente poco estetico.

Ma Moccia non è stato criticato solo per questo: nel 2010, alcuni studenti de La Sapienza di Roma lo contestarono durante un suo incontro, definendolo l'anti-letteratura italiana.



Anche il freddo popolo lombardo non è esente da questa usanza ed ecco che nel Parco Sempione, nel centro di Milano, alle inferriate del ponte delle Sirene già da qualche tempo hanno cominciato ad apparire i lucchetti degli innamorati. In Liguria, l’ormai celeberrimo muretto di Alassio non poteva non attirare l’attenzione degli innamorati, che hanno pensato bene di applicare su un braccio di un tubo metallico che affiora dal muretto una miriade di lucchetti. Naturalmente, il caldo cuore napoletano non poteva non essere coinvolto in questa “amorevole” iniziativa ed ecco sul lungomare cittadino hanno cominciato già da un paio d’anni ad apparire lucchetti, che sono particolarmente suggestivi quando inquadrati sullo sfondo del Vesuvio. Ma è davvero tutto merito di Moccia? In realtà l'uso del lucchetto come sigillo d'amore risale addirittura a due secoli fa. Lungo la Grande Muraglia cinese sono numerose le testimonianze lasciate dagli innamorati in visita, che spesso hanno aggiunto al proprio lucchetto un fiocco rosso quale segno di buon augurio. Vi è un’isola, nel vasto territorio della Cina, posta ai piedi delle montagne dello Huang Shang, dove addirittura al lucchetto dell’amore è stato dedicato un monumento. Tutto attorno gli innamorati  hanno  applicato  centinaia e centinaia di lucchetti, sui quali è scritto o inciso il loro nome, come pegno d’amore eterno. La tradizione vuole che gli innamorati, una volta serrato il lucchetto, gettino via la chiave; essi non potranno più separarsi, finché non la ritroveranno. Centinaia di lucchetti sono applicati anche sulle inferriate del ponte di Kobe, in Giappone, chiamato anche ponte di Venere e più noto per essere il ponte sospeso più lungo del mondo, che offre una spettacolare veduta sulla città. Un’identica tradizione è in vigore anche in città ben più moderne. Ad esempio, la torre radio di Tianjin, a 120 chilometri da Pechino, è stata immediatamente utilizzata dagli innamorati come struttura per l’applicazione dei lucchetti dell’amore.  Anche i Paesi baltici hanno adottato questa usanza con entusiasmo, come dimostra un ponticello sul parco principale della città di Riga, in Latvia, che è letteralmente sommerso dai lucchetti lasciati dagli innamorati.  La lunga occupazione sovietica delle repubbliche baltiche è testimoniata dal fatto che molti lucchetti hanno iscrizioni in caratteri cirillici. In  Serbia c'è chi attribuisce a due innamorati, Nada e Relja, l'uso di agganciare “il lucchetto dell'amore” su uno dei piccoli ponti che costeggiano il fiume Vrnjacka. Ogni popolo ha le proprie storie e tradizioni, dunque e i gesti simbolici assumono un significato a seconda delle società e del tempo in cui si sviluppano. Così, anche in questo caso, non sempre il lucchetto è simbolo dell’amore sentimentale. Nella cattedrale della Zócalo di Città del Messico, esiste da quasi cento anni l’usanza di incatenare un lucchetto davanti all’altare che ricorda Raimondo Nonnato, religioso spagnolo del 1200, appartenuto all’Ordine mercedario, beatificato e canonizzato quattrocento anni dopo dalla Chiesa cattolica. Qui i cittadini hanno l’usanza di chiudere un lucchetto per suggellare una promessa con il divino. La leggenda racconta che poiché in prigione il religioso continuasse a predicare e a convertire musulmani, le guardie per impedirglielo, forarono le sue labbra e le chiusero con un lucchetto. In Italia, fin dagli anni Trenta del Novecento i militari in servizio nelle caserme alpine di Brunico e di Bressanone usavano agganciare un lucchetto alle inferriate del ponte quando terminavano il servizio militare. Il lucchetto era quello che solitamente chiudeva l’armadietto con i vestiti e gli effetti personali.  Peccato che i nostri ragazzi associno Ponte Milvio solo a Moccia e ai lucchetti dell'amore ignorando che la sua costruzione risalga addirittura al 207 a.c., che Garibaldi lo fece saltare per ostacolare l'avanzata dei francesi e che quella splendida torre con l'acceso sul lato settentrionale del ponte è opera del grandissimo Valadier. Per ora sembra che i lucchetti, rimossi  da Ponte Milvio, andranno a stare nel museo preistorico etnografico Pigorini all’Eur, accanto ai capolavori dell’arte degli Aztechi. Un lucchetto come compagno di teca: chissà cosa ne penserebbe Montezuma, il dio guerriero, l’ultimo imperatore Atzeco.



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sabato 26 dicembre 2015

SEX TOY



I “giocattoli” per il piacere sessuale non sono un’idea nuova e legata al business della trasgressione degli ultimi tempi, anzi, pur non avendo chiare testimonianze dell’utilizzo dei dildos (oggetti di forma fallica, costruiti con vari materiali) nelle donne dell’età della pietra, ci sono invece documenti importanti a partire dal periodo della Grecia classica. In Danimarca al Museo Nazionale di Copenaghen, ad esempio, le raffigurazioni di un vaso greco mostrano una donna che pratica attività autoerotica per mezzo di un dildo . Anche i romani si avvalsero di questo tipo di oggetti erotici utilizzando per la loro costruzione vari materiali come il cuoio, l’osso e il legno. Inoltre, come non dimenticare Pompei e le stanze dove sono raffigurate scene di sesso: alcune di esse mostrano giochi erotici con i dildos e altre scene particolarmente piccanti. Durante il medioevo (XII secolo) un vescovo europeo rimproverò severamente alcune donne della sua comunità religiosa per avere costruito uno strumento molto simile al membro maschile, di una taglia particolarmente consistente, per soddisfare i propri desideri. Quello che rese però più scandaloso il fatto fu la modalità con cui l’oggetto veniva utilizzato. Il dildo era infatti adoperato per commettere la “fornicazione” tra donne. Le parole del vescovo non sembrano aver avuto particolare effetto, infatti l’utilizzo del dildo continuò insindacabilmente ad essere adottato per tutti i secoli seguenti. Per esempio nel 1750 la Duchessa di Tanis provocò un enorme scandalo in Germania sposandosi con una donna travestendosi da uomo e facendo l’amore utilizzando un dildo .

Con la Rivoluzione Industriale e l’avvento di nuove tecnologie e nuovi materiali viene dato il via alla reale commercializzazione dei sex toys. L’utilizzo del lattice consentì la produzione di dildo con questo materiale e anche quella dei primi stimolatori clitoridei. Una ditta francese che vendeva sex toys per corrispondenza ideò dei “foderi” di gomma aventi delle punte molli simili ad una cresta. Questo “fodero” poteva essere indossato sulle dita ed utilizzato per una stimolazione autoerotica oppure di coppia. L’idea sembrò molto interessante al punto di creare anche degli “stimolatori-duplici” che indossati sul pene, potevano essere utilizzati dalla coppia durante il coito. L’unione del dildo alla possibile vibrazione dette l’avvio ai primi “vibratori” o “vibromassaggiatori”. I primi apparvero nel 1869, quando un medico americano George Taylor brevettò un oggetto, che produceva un massaggio tramite una vibrazione fornita da un motore. Purtroppo, i materiali utilizzati erano particolarmente costosi per l’epoca, quindi di difficile accessibilità. Ecco perché l’oggetto venne introdotto sul mercato solamente per uso medico. Infatti, fino ai primi anni del 900, l'uso dei vibratori fu ristretto ai medici che li impiegarono terapeuticamente in un "massaggio” per alleviare i sintomi dell’isteria.

Ordinare per corrispondenza oggetti ludici per l’attività erotica era il modo standard di vendere vibratori nella prima metà del XX secolo, successivamente le vendite iniziarono ad esseri anche al dettaglio con i primi sexy shop introdotti negli anni 60. Oggi la crescita della vendita dei sex toys trova spazio non solo nei sexy shop o boutique erotiche, ma sicuramente anche on line, quindi accedendo ancora più anonimamente via internet. Le invenzioni più nuove includono stimolatori clitoridei radiocomandati, galvanizzatori elettrici e vibratori da dita di nuova generazione tecnologica. Tutto questo porta a pensare quanto nel futuro prossimo i giocattoli del sesso saranno sempre più controllati dal computer e quindi saranno ancor più capaci di soddisfare le necessità più disparate dei loro utenti. Come non pensare eventualmente anche a possibili sex toys che, per mezzo della realtà virtuale, prendendo spunto dalle nostre più profonde fantasie, ci gratificheranno avvicinando l’immaginazione al dato di realtà.

L’“uomo” ha da sempre ben chiara l’importanza del divertimento all’interno dell’attività erotico-sessuale e dei giocattoli erotici come elementi di complemento anche della relazione di coppia, ma probabilmente alcune resistenze psicologiche, imposizioni sociali e culturali lo hanno condotto costantemente a negare, ovvero ribellarsi a tutto questo. Sicuramente nell’evoluzione dell’individuo e dei suoi comportamenti sessuali l’oggetto erotico più conosciuto rimane il dildo, che nei tempi moderni acquista ulteriore importanza con la “vibrazione”. Sono molti i toys che possono riprodurre non solo il divertimento di uomini e donne, bensì la rappresentazione “piccante” di molte delle fantasie erotiche.
La “lingerie” femminile è sempre stata considerata come particolarmente eccitante e stimolante nell’immaginario maschile. Non importa quale sia il tessuto di fabbricazione (seta, pizzo, raso…), quanto la possibilità di fantasticare su ciò che si vede e quello che si deve immaginare. Acquistano particolare interesse quegli indumenti intimi prodotti solamente in strass o, nella modalità più preziosa, con dei veri gioielli. Gli indumenti più ricercati riguardano culotte, baby dolls, corsetti, jarretières , e stravaganti perizomi . Anche gli uomini possono usufruire di particolari indumenti intimi esaltando, quando indossati, parti dell’anatomia intimo-maschile. La maggior parte degli indumenti riguarda curiosi perizomi spesso di materiale lucido e apparentemente aggressivo come il cuoio, la pelle e il cotone intrecciato come una rete. Altro indumento particolarmente eccitante è il pantalone in cuoio che copre totalmente o parzialmente parti di gamba e di genitali, lasciando totalmente scoperta la zona dei glutei. Anche se appartenenti ad un preciso immaginario come quello feticistico varietà di tacchi e modelli di scarpa possono rappresentare particolari eccitanti durante i giochi erotici.

Per quanto riguarda gli accessori è possibile individuare tra quelli più singolari l’occhio di capra: un anello elastico dove su tutta la circonferenza sono incollati dei filamenti morbidi e particolarmente solleticanti. Questo anello viene posizionato sull’asta del pene eretto e durante la penetrazione stimola nella donna le zone esterne della vagina e il clitoride donandole particolari intense sensazioni. Anche i profilattici ad oggi hanno subito una particolare evoluzione al fine di poter rendere meno artificiale e molto più ludico il rapporto intimo-sessuale. Infatti, oltre alle varie colorazioni, ai possibili gusti e sapori, si possono osservare profilattici ritardanti e stimolanti e perché no, anche ironici e divertenti. Anche i piercing rappresentano una variante erotico-trasgressiva all’interno degli accessori sex toys. Sono spesso associati a comportamenti particolarmente sado-masochisti o, cosa molto più superficiale in linea con tendenze e mode socio-culturali. I piercings come sex toys sono rappresentati sia negli uomini che nelle donne sui capezzoli e anche sui genitali. Nelle donne sono presenti sulle grandi labbra oppure sul cappuccio del clitoride, negli uomini oltre alla zona scrotale si osservano anche sul glande in corrispondenza dell’apertura dell’orifizio uretrale (Prince Albert), il frenulo (Frenum) e la corona del glande (Dydoes). Ultimo, ma non in ordine d’importanza è il Rosebud (bottone di rosa), un bijou per l’orifizio anale che permette una costante stimolazione dovuta alla dilatazione dello sfintere una volta indossato.





Tra i giocattoli sessuali, i vibratori si dividono a loro volta in: vibratori classici, vibratori rabbit, vibratori clitoridei, vibratori G-Spot, vibratori strap on, vibratori per coppie, ovetti vibranti, vibratori mini e vibratori maxi. Con lo sviluppo delle nuove tecnologie e la diffusione degli smartphone, nascono nuove tipologie di vibratori compatibili con applicazioni web e fonti audio. I dildo invece possono essere classici, realistici, doppi, anali, strap on (con imbracatura), strapless (senza imbracatura) e maxi; gli anal toy includono sia sex toy più avanzati come vibratori e dildo anali, pensati per i fruitori più esperti, sia plug e palline anali, studiati invece per stimolare una delle zone più erogene del corpo sia maschile che femminile in maniera delicata, graduale e possibilmente indolore; le geisha balls o palline vaginali dedicate alla ginnastica pelvica possono presentarsi in plastica, silicone o metallo e con una o due sfere; i sex toy esclusivi per gli uomini includono i cockring, anelli da indossare alla base del pene per costringere momentaneamente il flusso di sangue prolungando l’erezione e ritardando l’eiaculazione, gli anelli vibranti, ovvero cockring dotati di una sporgenza vibrante pensata per stimolare il clitoride della partner, i masturbatori, che riproducono fedelmente la sensazione della penetrazione vaginale e anale, e i massaggiatori prostatici, cioè sex toy di ultima generazione pensati per massaggiare efficacemente prostata e perineo sia in vista dell’intensificazione del piacere sessuale, sia per curare l'impotenza ed evitare il rilassamento dei muscoli pelvici. Oltre a questi sex toy, esistono anche dei simulacri di alcune parti del corpo umano come mano, lingua, vagina, pene e ano, realizzati solitamente con materiali sintetici che simulano la pelle e i tessuti umani, ed apparecchiature più o meno elaborate e destinate all’autoerotismo, come ad esempio i sybian. Dei giocattoli sessuali non fanno parte gli oggetti domestici o gli alimenti di uso comune, spesso utilizzati nelle pratiche erotiche (cucchiai, bottiglie, ortaggi falliformi).

Globalmente, il fatturato dell'industria dei giocattoli sessuali nel 2008 era stimato approssimativamente in 15 milioni di dollari, con un tasso di crescita del 30%, mentre il 70% della produzione era localizzata in Cina.

Al 2006 i rivenditori danesi lamentavano la frequente assenza di informazioni sulle confezioni dei giocattoli sessuali in vendita nel loro paese. Uno studio del 2006, condotto dall'ufficio olandese di Greenpeace, ha rilevato alti livelli di ftalati in sette degli otto giocattoli sessuali testati.

Diversi paesi hanno promulgato leggi per vietare o limitare i giocattoli sessuali e qualche restrizione vige a livello puramente formale anche in Italia.

Secondo gli articoli 528 e 725 del Codice Penale sono da sanzionare tutti coloro che espongano, vendano, distribuiscano, fabbrichino ed esportino immagini od oggetti considerati osceni e che offendano la pubblica decenza come il materiale pornografico, i film vietati ai minori, gli spettacoli pubblici lesivi della sensibilità di chi assiste.

Oggi, però, è cambiata l’accezione comune data alla parola "osceno". Quindi, nonostante alcuni regolamenti a livello territoriale, in alcune regioni o in singoli comuni italiani, non sussistono più i divieti di aprire sexy shop e di vendere sex toy, perché si tratta di attività commerciale e quindi priva di restrizioni generiche.

Le uniche restrizioni valide riguardano la distanza dai seguenti luoghi: scuole, cimiteri, ospedali e luoghi di culto.

I giocattoli sessuali sono menzionati nel Kama Sutra di Vatsyayana, dove sono presenti riferimenti all'apadravyas (dildo) e al pratimas (wooden figures), usati nell'atto sessuale. Tuttavia la legislazione vigente al 2008, che alcuni indiani definiscono «pseudo-moralistica», vieta la produzione e la vendita. Nonostante il divieto, secondo un'inchiesta giornalistica del 2008 i sex toy erano disponibili a Mumbai e a Delhi. Il valore di mercato per i giocattoli sessuali in India è stimato in $ 103 milioni di rupie.

In molte regioni, come per esempio Stati Uniti d'America meridionali, la vendita di giocattoli sessuali viene scoraggiata, o addirittura posta totalmente fuorilegge, da legislazioni proibitive che regolano i "dispositivi osceni". Nel 1999, William H. Pryor, Jr., un assistente del procuratore generale dell'Alabama, commentando su un caso in cui si discuteva sullo scopo di utilizzo dei giocattoli sessuali, fu citato per aver sostenuto che: non vi è alcun "fondamentale diritto per una persona ad acquistare un dispositivo che produce l'orgasmo". Una corte d'appello federale ha accolto la legge dell'Alabama che proibisce la vendita di giocattoli sessuali nel giorno di San Valentino 2007.

L’esperienza erotico-sessuale non può essere finalizzata ad un semplice “compito” svolto regolarmente, o meno, all’interno del menage di coppia; questa potrebbe cadere vittima, troppo precocemente, di atteggiamenti routinari e monotoni. Il comportamento sessuale maschile e femminile deve essere compreso in una più ampia visuale del “piacere”. L’attività sessuale ha l'obbligo di portare alla soddisfazione personale con il raggiungimento del piacere orgasmico e deve essere vista sotto una prospettiva di tipo ludico. Il giocare, l’improvvisare comportamenti fantasiosi, dare spazio ai propri desideri e bisogni, può e deve rappresentare un nuovo modo di vivere l’attività erotico-sessuale. Riuscire a non incastrarsi in forme “perverse”, che inevitabilmente spingono la coppia ad entrare in quella routine fastidiosa e a volte responsabile di quelle somatizzazioni psicosessuali, diventa il primo elemento necessario per il buon andamento della vita a due. Vista la grande importanza che acquista il “gioco” nella sfera sessuale è necessario, quindi comprendere l’utilità dei noti “sex toys”, che da sempre sollevano, in una società tendenzialmente ipocrita e perché no bigotta, curiosità e sciocche incomprensioni. Prima di fare un inquadramento preciso di questi giocattoli “speciali” è necessario ricordare comunque che la chiave utile ad aprire le porte per una “sana” ed efficace relazione intimo-sessuale rimane la “comunicazione”. Infatti, una buona interazione con il partner è necessaria a prescindere dall’utilizzo o meno dei sex toys.




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