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lunedì 14 marzo 2016

LA COPPIA PERFETTA



E' emerso che la felicità coniugale passa attraverso a 22 "momenti di qualità" ogni mese, comprensivi di serate a cena fuori e al pub, passeggiatine romantiche e fine settimana fuori porta. Momenti che, in alcuni casi, sembrano andare completamente in un'altra direzione rispetto alla vita frenetica di oggi, come il primo, lapidario "4 momenti al giorno dedicati alle coccole".

Coccole: 4 volte al giorno
Praticamente, è un'impresa impossibile. Per fortuna seguono diktat un po' più praticabili.

Gesti romantici: 3 al mese
Il segreto, in questo caso, stia nel concetto di non dare mai l'altro per scontato. Non è molto difficile o molto dispendioso in termini di tempo acquistare un cioccolatino al bar insieme al tramezzino per la pausa pranzo e offrirlo al partner in un momento in cui necessita di essere "addolcito".

Appuntamenti a cena fuori: 2 al mese
Non tutti possono permetterselo, ma a volte anche un trancio di pizza su una panchina nel parco può essere molto romantico.

Passeggiate romantiche: 2 al mese
La situazione della passeggiata amorosa è controversa, dipende sicuramente dalla zona dove si abita, ma l'amore ha il potere di rendere romantica anche una camminata in zona industriale, o almeno dovrebbe.

Regali romantici: 2 al mese
Non credo che il concetto del regalo romantico sia condivisibile da tutti, visto che ha a che fare con l'aspetto economico-materiale che non dovrebbe avere molto a che fare con i sentimenti. Io personalmente voto per il gesto romantico più che per il regalo.

Cene romantiche in casa propria: 3 al mese
.... dove a volte anche solo accendere una candela può fare la differenza.

Colazione a letto: 1 al mese
Fa molto "soap-opera", ma , a quanto pare, riveste una certa importanza ai fini della felicità coniugale.

Buone conversazioni: 6 al mese
"Parlare è importante", quante volte abbiamo letto questa frase o concetti correlati sulle riviste femminili? Oggi arriva anche un indicatore di quantità: almeno sei conversazioni buone ogni mese.

Un giro al pub: 1 al mese
Un altro luogo e un altro momento da dedicare soltanto alla coppia.

Serate intime: 7 al mese
La media di circa 1,8 volte alla settimana è la formula per l'intimità ideale secondo la ricerca.

Pulire casa da cima a fondo: 3 volte al mese
Diversi uomini preferiscono avere la casa più sporca ma la compagna meno stanca, o disponibile a trascorrere il weekend in totale relax insieme, ma sono solo opinioni.

Uscite senza il partner: 1 al mese
Arriviamo all'altra legge non scritta dei rapporti di oggi: quella di mantenere un barlume di indipendenza frequentando altre persone separatamente. Moderatamente, però: una sola volta al mese.

Cinema o teatro: 1 al mese
Il cinema e il teatro stimolano la comunione di interessi e il dialogo, per commentare e discutere insieme quanto si è appena visto. Una volta al mese è, tutto sommato, fattibile.

Fine settimana breve: 2 all’anno
In effetti, a volte anche un fine settimana può essere sufficiente per recuperare il piacere di stare insieme "lontano da tutto e da tutti". In questo caso, più se ne possono fare, meglio è, portafogli permettendo.

Vacanze: 2 all’anno
Anche quest'ultima voce non contempla minimamente il concetto di "povero e felice" ma tant'è. Della serie: se volete essere una coppia perfetta, risparmiate.

Stare insieme è bello ma diciamoci la verità: non è una passeggiata. Far funzionare un rapporto di coppia richiede pazienza e forza di volontà.

Se desiderate più di ogni altra cosa viaggiare o fare carriera, e desiderate una storia disimpegnata, assicuratevi che lui lo capisca. Le coppie possono sopravvivere a molte situazioni, ma non alle differenze radicali nei progetti di vita. Se lui non è un trombamico ma l’uomo della tua vita sarà meglio mettere in chiaro la vostra posizione sul tema “avere figli o no“. Ovviamente non sono discorsi da affrontare dopo una settimana che si sta insieme, ma la propria posizione sui bambini va espressa in maniera chiara.

C’è sempre qualcuno che vuole spiegarvi come ci si deve sentire quando si sta con qualcuno. Ignorate questi commenti e seguite il ritmo naturale della vostra storia. Le fasi dell’amore, delle cose che vi legano e vi dividono, sono solo una guida molto approssimativa, non pietre miliari che dovete raggiungere per forza a un certo punto. E non permettete ai vostri rispettivi genitori/suoceri di impicciarsi troppo delle vostre cose.

Non date per scontato che facciate sesso selvaggio per il semplice fatto di essere innamorati. Come ogni altra sfaccettatura dell’amore, anche il sesso merita attenzione e dedizione. Provate qualcosa di diverso ogni mese, sorprendetelo spesso e, soprattutto, non pensate che quando starete insieme da tanto tempo smetterete di fare sesso.

Siete innamorate e il mondo è meraviglioso, ma se volete restare felicemente con lui, abituatevi ad ascoltare quello che dice, da quello che trova irritante di voi, ai suoi desideri in termini d’amore e affetto.

Si fida tanto di voi da avervi confidato tutti i suoi timori e segreti più intimi; se volete rovinare tutto, basta che spifferiate tutto ai vostri amici più cari. Forse credete che sia come ai vecchi tempi, quando tra amici ci si raccontava tutto, ma per lui sarà come un tradimento. I suoi segreti e la vostra vita sessuale devono restare solo tra di voi.

Allentate il bisogno di controllare tutto e lasciate che sia lui a prendere l’iniziativa ogni tanto. È facile dare per scontato che tocchi a voi fare progetti, portare avanti le cose ed essere, genericamente, quella che tiene le redini della storia, ma la responsabilità di una relazione è qualcosa che deve essere condivisa, se volete che sia durevole.

L’amore più bello procede a piccoli passi e non è fatto di grandi gesti isolati, a dimostrazione dell’affetto e della felicità. Scordatevi rose e lume di candela, e amatelo come vi chiede di essere amato.

Potete sentirvi acide, irritabili, odiare il vostro corpo o avere la sindrome premestruale, ma non obbligatevi a soffrire da sole; siate aperte con il vostro compagno, e lasciate che vi dia una mano. Questo rafforzerà il vostro legame e lo incoraggerà ad aprirsi di più con voi quando si sente giù.

Le coppie che ridono si trovano reciprocamente divertenti e hanno sempre qualcosa di spiritoso da raccontarsi per far sorridere l’altro.

Se siete tentate di sospirare, singhiozzare e gridare ogni volta che litigate, nella perfetta convinzione che vi stiate lasciando, sappiate che un comportamento del genere alla lunga può davvero portarvi alla rottura. Evitate i drammi superflui per ogni discussione, perché questo atteggiamento non fa che screditare le vostre ragioni e indurre il vostro compagno a non prendervi più sul serio.



È fantastico che ciascuno di voi abbia degli interessi e decine di amici che preferite vedere per conto vostro, tuttavia cercate di trovare del tempo da dedicare l’una all’altro, soprattutto se vivete insieme, perché altrimenti rischiate di diventare coinquilini invece che amanti.

L’amore è saper chiedere scusa. Le coppie che non ne sono capaci (o non vogliono farlo) finiscono per accumulare un sacco di risentimento e di rabbia che esplode a ogni discussione. Mettete da parte l’orgoglio e imparate a chiedere scusa.

Ogni sei mesi, mettetevi comodi e immaginate insieme le cose che vorreste fare e vedere nei sei mesi successivi. Lasciate perdere le cose veramente importanti e fatelo solo per divertimento, organizzando fine settimana, serate mondane e appuntamenti con amici che volete vedere. È un modo per garantire che lo svago sia parte integrante della vostra storia, indipendentemente da tutto il resto.

Non andate mai a dormire arrabbiati è un consiglio vetusto ma efficace. Fate il patto che, prima di andare a letto, si fa sempre la pace; in questo modo, non accumulerete fardelli di liti irrisolte.

Date fuori di matto ogni volta che il vostro compagno fa una certa cosa che il vostro ex faceva sempre. Modificate immediatamente il vostro comportamento. Non potete arrabbiarvi con il vostro attuale compagno per problemi che appartengono al passato.

Abbiate fiducia nella vostra storia se non volete che ogni piccolo ostacolo si trasformi in una via di fuga. Essere ottimista, inoltre, darà al vostro compagno la sicurezza della vostra dedizione e la volontà di investire perché la storia funzioni.

Non c’è bisogno di stare insieme 24 ore al giorno, sette giorni su sette, per essere una vera coppia. Anzi, avere degli interessi che vanno oltre è salutare, ammesso che ci siano anche interessi che condividete.

Sembra ridicolo da dire, ma sareste sorprese sapendo quante coppie che non si parlano per giorni e giorni. Ovviamente non si tratta di parlare del programma alla TV o delle faccende di casa, ma di uno scambio più intimo sulle cose che vi stanno a cuore. Cercate di affrontare discussioni profonde per almeno dieci minuti tutti i giorni.

Ditevi sempre cosa sentite l’una per l’altro è qualcosa di più che dirsi “ti amo”; è comunicare all’altro la felicità di stare insieme, la serenità e l’affetto che l’altro ci dà.

È molto importante passare del tempo di qualità insieme. Dedicarsi a delle attività che piacciano ad entrambi, sviluppare passioni comuni, è un fantastico rinforzante per il vostro rapporto. L'intesa è una cosa fondamentale per due persone che intendono passare la loro vita insieme, e solo tramite la condivisione può essere sviluppata in maniera ottima. Anche cimentarsi in nuove cose, sperimentare, ovviamente insieme, salderà ancora di più la vostra unione (compreso il ridere insieme delle difficoltà che l'approccio ad una nuova attività, un nuovo hobby può portare).

Ricordatevi sempre di dirvi cosa sentite l'uno per l'altra. Sentirsi amati non sempre è così scontato, abbiamo bisogno di essere rassicurati, di sentircelo dire, per essere felici. Non cadete nella tentazione di pensare che ormai per voi, coppia consolidata, queste cose siano scontate. Inoltre, in ogni coppia possono sorgere dubbi, piccoli motivi di insoddisfazione, e cose del genere. Non pensiate che tacere, e aspettare che le cose vadano a posto da sole, così da evitare una discussione, sia la via migliore. Cercate sempre di mettere a parte il vostro partner di ciò che vi angustia.

Sebbene per molti la voglia di vivere in simbiosi con il proprio partner, essendo innamoratissimi, è una tentazione grande, cercate di ricordarvi che è importante per ognuno mantenere, anche all'interno della coppia, la propria identità. E, con essa, ovviamente, anche i propri spazi, indipendenti da quelli del compagno/a. Perciò non spaventatevi nè scandalizzatevi se l'altro vi chiede dei tempi per sè, per esercitare i propri personali hobby o per qualsiasi altra cosa, anzi, siate voi a proporlo se notate che questa fetta di vita gli manca, poiché prima o poi se ne renderà conto, e ciò potrebbe creare inutili problemi all'interno della coppia. In più, è importante cedere, e venirsi incontro.

Un altro punto su cui focalizzarsi trattando della vita di coppia è quello della gelosia. Dovete considerarla assolutamente come una cosa stupida e dannosa. Tenere legato a voi il partner in ogni momento della giornata, controllarlo a vista qualsiasi cosa faccia, violarne la privacy spiando i suoi sms, le sue chiamate o i suoi account nei social network... Sono solo alcuni dei comportamenti sbagliatissimi che gli innamorati assumono per gelosia. La fiducia è fondamentale, ed è la prima e più grande manifestazione d'amore.

Non dimenticate mai le romanticherie. Dimostrarvi reciprocamente l'amore spesso anche con sorprese, gesti carini, messaggi dolci e cose del genere è essenziale per la vita del vostro rapporto. Poi, non dimenticate le date. Per ogni coppia ci sono delle ricorrenze importanti (S. Valentino, ad esempio, o il giorno che vi siete incontrati), che sono fantastiche ed imperdibili occasioni per stare insieme e sentirsi amati. Anche nella vita sessuale, sperimentare nuove cose può spezzare la noia della quotidianità e dare nuove scintille alla vostra via a due.



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venerdì 30 ottobre 2015

PACE INTERIORE



La mancanza di pace interiore e l'insoddisfazione, esse provengono dall'avere una motivazione estremamente egocentrica. Ogni individuo ha il diritto di superare la sofferenza e di guadagnarsi la felicità. Ma se pensiamo solo a noi stessi, la mente diventa molto negativa. Allora anche un problema piccolo ci appare grande e diventiamo squilibrati. Quando pensiamo agli altri come a esseri tanto cari quanto noi stessi, allora la mente è aperta ed è più ampia. Poi come risultato, anche problemi seri non appaiono così significativi. Quindi c'è una grande differenza fra le emozioni; essa dipende dal proposito con il quale guardiamo alle cose: dalla nostra prospettiva o dalla prospettiva di tutti.

Perciò ci sono due elementi che sono importanti per la pace della mente. Il primo è la consapevolezza della realtà. Se affrontiamo le cose realisticamente, non ci saranno conseguenze inaspettate. Il secondo è la compassione che apre la nostra cosiddetta “porta interiore”. Paura e sospetto ci separano dagli altri.

Un'altra cosa che ci fa perdere la pace della mente è il preoccuparsi del nostro aspetto esteriore.
C'è una categoria di trasformazione interiore che avviene naturalmente con l'età e un'altra che può avvenire attraverso circostanze esterne. Questi tipi di trasformazione avvengono automaticamente. Altre avvengono con il nostro sforzo e questa è la trasformazione principale che vogliamo apportare: una trasformazione interiore in accordo con i nostri desideri. Questo è il significato principale.
Collera, odio, paura, gelosia, sospetto, solitudine, stress sono tutti correlati al nostro fondamentale atteggiamento mentale. Essi provengono dal nostro essere troppo egocentrici.



Il Buddhismo è universalmente considerato una religione di pace; e proprio questo è l'effetto che produce nella vita interiore di coloro che lo praticano. La pratica del Buddhismo mostra al di là di ogni dubbio che gli esseri non sono semplicemente "il corpo" (che invecchia, si ammala e muore) né "i pensieri e le sensazioni" (che cambiano costantemente). Quando si comprende che la mente - ciò che fa esperienza di tutte le cose - è essenzialmente "vuota" di ogni caratteristica, come lo spazio e la pura potenzialità, allora sorge nel praticante una totale assenza di paura, che è di fatto l'unico vero fondamento di un comportamento pacifico. A quel punto si diventa come un cane di grossa taglia, che non ha bisogno di abbaiare perché gli altri sono ben consapevoli della sua forza. Questo dal punto di vista della vita interiore.
Per quanto riguarda l'atteggiamento verso il mondo circostante, tuttavia, i tentativi buddhisti di praticare una nonviolenza assoluta hanno incontrato i risultati che era lecito attendersi. La non volontà di proteggersi contro le ripetute aggressioni e invasioni musulmane 1100 anni fa, ha condotto alla progressiva distruzione di avanzate culture umanistiche fino alla scomparsa dello stesso Buddhismo dall'India.

Da quel momento, le società buddhiste hanno assunto un atteggiamento più realistico, anche nei confronti della pace e della guerra. D'altronde è generalmente riconosciuto che per essere liberi bisogna anche essere forti e capaci di proteggere la propria libertà. Ciò che è assolutamente unico nel Buddhismo, da questo punto di vista, è la tendenza a non demonizzare "il nemico", ma a considerarlo fondamentalmente vittima della sua confusione o ignoranza.

I Buddhisti comprendono che tutti gli esseri, senza alcuna distinzione, desiderano la felicità e possiedono la "Natura di Buddha", che tutti gli esseri tipicamente si comportano bene nelle situazioni piacevoli e si comportano male in condizioni di disagio. Il Buddha insegna che la mente non illuminata funziona come un occhio: percepisce il mondo esterno ma non se stessa. Questo dà luogo a una separazione illusoria fra soggetto, oggetto e azione in cui la consapevolezza - che è priva di caratteristiche definitive proprie - viene percepita come un "io" separato, mentre gli oggetti dell'esperienza esterna e interiore vengono percepiti come un "tu" o "qualcosa di separato".

Quando si ignora che tutti questi "oggetti" sono in realtà l'espressione senza limiti della consapevolezza stessa, si affacciano alla mente le fondamentali emozioni perturbatrici dell'attaccamento e della malevolenza, che a loro volta fanno sorgere l'orgoglio esclusivo, l'invidia e l'avidità. Quando le 84.000 possibili combinazioni di queste emozioni conflittuali si manifestano, la maggioranza degli esseri è incapace di considerarle come la semplice liberazione - da parte della mente - di vecchie proiezioni e bagagli inservibili. Invece gli esseri non illuminati reagiscono col corpo e la parola, seminando ulteriori cause di sofferenza; questo è lo stato di confusione chiamato Samsara in sanscrito (Khorwa in tibetano), cioè l'essere intrappolati nell'esperienza condizionata.



I benefici che si ottengono dalla pratica della meditazione buddhista sono diversi. Tradizionalmente, vengono neutralizzate qualità negative come odio, invidia, apatia, ignoranza e narcisismo, sviluppando invece concentrazione, pace interiore, saggezza, compassione e amore. Stando alla meditazione buddista, la prima responsabilità dell’essere umano consiste nell’uscire dallo stato di insoddisfazione e infelicità tipico della condizione umana e nel vivere una vita sana, armoniosa, per se stessi e per gli altri.

Per fare ciò, è necessario imparare a utilizzare le proprie facoltà di auto osservazione, scavando a fondo dentro di sé. Attraverso la pratica della meditazione buddhista, si avvia un processo di profonda comprensione della natura umana e di realizzazione della verità. Secondo il Buddhismo, quando la mente è libera e si è in pace, ogni azione ne risente in maniera positiva.

Durante la meditazione, si verifica il rallentamento delle funzioni corporee e dei processi metabolici. Il rallentamento del ritmo respiratorio, con riduzione del consumo di ossigeno e quindi del fabbisogno energetico, si collega a un abbassamento della pressione arteriosa e un rilassamento progressivo di tutto il corpo.

In questo modo, vengono a crearsi variazioni elettrofisiologiche del sistema psicosomatico, come l'induzione nel cervello di onde Alfa (caratteristiche dello stato di rilassamento) e, negli stadi più profondi, di onde Theta, tipiche dei primi stadi del sonno e dell'infanzia, con sincronizzazione tra i due emisferi cerebrali.

Grazie alla pratica della meditazione, si assiste inoltre a cambiamenti nelle risposte galvaniche della pelle e ad altre modificazioni biochimiche, come l'aumento delle naturali difese immunitarie dell'organismo. Scompaiono le tensioni mentali e, conseguentemente, aumenta la guarigione di molte malattie psicosomatiche.

La meditazione buddhista, i cui benefici sono accreditati da diversi studi scientifici, si rivela un ottimo sistema di prevenzione, poiché uno stato di equilibrio e di armonia impedisce alle malattie di svilupparsi.



Le tecniche della meditazione buddhista differiscono a seconda dei tipi di Buddhismo. Si passa dalla concezione del corpo immaginario, diviso in sette chakra, immaginati come fiori di loto con impresse sillabe mistiche su cui concentrarsi, a espressioni e suoni da pronunciare e ascoltare.

A seconda che si parli di samatha o vipassana, vi sono tecniche differenti con peculiari finalità. Alla base però ritroviamo l’esercizio della consapevolezza del respiro: seduti, con la schiena dritta, seguite la sensazione del respiro che fluisce dalle narici verso il torace e l’addome. Concentratevi sul diaframma come punto specifico e non forzate nulla, liberate la mente e focalizzatevi sul respiro.

L'attenzione al respiro con la pratica diventa anapanasati, ovvero consapevolezza del respiro e dunque della vita che fluisce nel corpo. Un'inspirazione e un'espirazione consapevoli sono le chiavi per entrare nello stato meditativo puro.

La meditazione buddhista non è rivolta esclusivamente ai seguaci del Buddha, ma è aperta anche ai laici. Si rivela adatta per chi voglia apportare un lungo e graduale lavoro sulla propria persona.

Smussando gli spigoli e armonizzando le forme della personalità, questo tipo di percorso può condurre a un migliore atteggiamento mentale e a una migliore qualità della vita.

Per questo tipo di meditazione, fondamentale è la presenza di un maestro, in grado di guidare nelle difficoltà e indirizzare sul sentiero spirituale.

È il bodhisattva, colui che ha conseguito l’illuminazione e si propone di aiutare gli altri, rinunciando al nirvana. Vi sono svariati corsi di meditazione buddhista, spesso all’interno di istituti culturali. Importante è l'Unione Buddhista Italiana, ente religioso riconosciuto, che racchiude le esperienze buddhiste in Italia.

Gli ostacoli per una buona meditazione sono cinque e vengono definiti i ‘cinque impedimenti’: desiderio sensuale, la malevolenza, la pigrizia, l’agitazione/preoccupazione e il dubbio. Questi inquinanti invadono la mente, facendola deviare dalla sua calma concentrata e dalla visione profonda.

Il desiderio sensuale non coincide con quello sessuale, ma è relativo alla brama, alla cupidigia diretta a tutto ciò che rappresenta l’oggetto dei nostri sensi.

La malevolenza è sinonimo di avversione e sconfina nell’ira, nell’odio e nel risentimento verso persone, situazioni e oggetti.

L’irrequietezza conduce invece la mente di pensiero in pensiero, reificando lo stato ansioso e dando vita anche al dubbio, da intendersi come incapacità nel decidersi nella pratica spirituale, spesso collegata anche alla pigrizia.




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sabato 17 ottobre 2015

LA CLOWNTERAPIA- angeli in corsia-



« Una risata può avere lo stesso effetto di un antidolorifico: entrambi agiscono sul sistema nervoso anestetizzandolo e convincendo il paziente che il dolore non ci sia »
(Patch Adams)


E’ un termine di non facile definizione poiché ricco di molteplici implicazioni. Semplicisticamente potremmo dire che consiste nell’utilizzare la figura del clown e della clownerie per alleviare situazioni di difficoltà attraverso la comicità e il riso.

L’origine della clownterapia moderna si deve al dottor Hunter Patch Adams. Negli anni ’70 egli iniziò a formulare una teoria sulla felicità partendo dall’esperienza negativa che lo aveva visto protagonista quando era ancora un adolescente: egli, infatti, fu ricoverato in una clinica a causa di una forte depressione che lo stava conducendo lentamente al suicidio. Dopo essersi iscritto alla Facoltà di Medicina, intraprese degli studi su un campione di pazienti ricoverati in ospedale. Da sempre convinto che risata e sorriso portassero enormi benefici, Adams iniziò a visitare i suoi pazienti travestito da clown. Passo dopo passo il suo sogno prendeva forma: realizzare una casa-ospedale dove curare i pazienti con terapie alternative a quelle tradizionali, basate sulla ricerca del benessere. Nel 1983 Adams, con la collaborazione di alcuni amici, riuscì finalmente a realizzare il Gensundheit Institute - Istituto della Salute- nelle montagne del West Virginia: in questa struttura il rapporto tra pazienti e dottori si basa sulla fiducia reciproca e buon umore, mentre gioia e creatività sono divenute prescrizioni essenziali delle sue cure.

Nel 1998 la vicenda di “Patch” Adams divenne un film di grande successo, e contribuì a far conoscere al grande pubblico la “clown terapia” e i suoi potenziali campi di applicazione, primo fra tutti i reparti di degenza ospedaliera.

I tempi erano probabilmente maturi ad accogliere discorsi che solo qualche decennio prima avrebbero scandalizzato: un medico, un infermiere che si lasciano andare a giocare con i malati, si travestano da pagliacci dissacrando gli strumenti del sapere, non sarebbero stati accettati da nessuno; ora invece è un dato acquisito che non si può curare solo un corpo ma la persona nella sua interezza, e che aprire l’ospedale ad una dimensione ludica che attenui il senso di estraneità e di oppressione rendendo i reparti più “vivibili”, sia ormai quasi una parola d’ordine.Ed è così che la clown terapia si è diffusa in molte cliniche ed ospedali di diversi paesi del mondo: in Italia, i primi clown-medici risalgono agli anni ‘90.



Il ruolo del Clown Dottore può essere svolto da un operatore socio-sanitario professionale che applica le conoscenze della Gelotologia e della Psiconeuroendocrinoimmunologia nei contesti di disagio, ma anche più semplicemente da volontari o da membri del personale medico. Il mestiere di un clown in Ospedale è in un  certo senso più difficile che in un circo o per strada, perché accanto al mestiere di attore, di acrobata e di giocoliere, è necessaria una competenza psicologica, la messa a punto di tecniche che possano essere trasmesse ed insegnate per evitare pericolose improvvisazioni. “La figura del clown dottore è un esempio molto chiaro di come il prendersi cura con dolcezza e sensibilità, l’essere allegri e positivi anche di fronte a situazioni di sofferenza, aiuti non solo il bambino ricoverato a stare meglio e ad affrontare meglio il suo disagio, ma anche i genitori e tutto l’ambiente che opera e lavora in ospedale. Il Clown in questi contesti ridisegna l’architettura, proponendo attraverso la sua capacità di trasformare, attraverso giochi magici, racconti strampalati e fantastici, una visione diversa e più accettabile dei prelievi di sangue e delle risonanze magnetiche….Il clown è un poeta, un visionario, veicola sogni e apre porte dimenticate verso la fantasia e la bellezza delle cose semplici, che possiamo scoprire anche stando sdraiati in un letto d’ospedale…” (G. Sanguigno, da” Un gioco molto antico”, 2001).  Il clown trasforma il reparto o la camera d’ospedale - cornici fredde e distaccate dove vivono i pazienti - in un ambiente magico, in cui la risata si fa strumento di gioia e sicurezza, incoraggiando al dialogo, quale forma essenziale di interazione e legami. Inoltre prova a stabilire con gli spettatori un rapporto umano di fiducia e confidenza, capace di far dimenticar la quotidianità della vita ospedaliera, a profitto della fantasia e dell’immaginazione. L’importanza di questa figura non si esaurisce nella figura del paziente, bensì si estende a tutta la sua famiglia, proprio perché i miglioramenti del malato vengono vissuti e condivisi anche da coloro che lo circondano con amore e affetto. I Clown Dottori, con il loro camice per così dire trasgressivo, effettuano in genere un giro di visite nelle stanze, instaurando con i pazienti un rapporto diretto o, come si suol dire, faccia a faccia. Nel loro intento è sempre presente trovare una "metafora terapeutica" che permetta un cambiamento delle emozioni negative in positive. Ogni intervento è, perciò, personalizzato, adattato ogni volta al target con il quale ci si vuole relazionare.

Viene da chiedersi perché proprio la figura del clown abbia avuto tanto successo in ospedale, luogo così distante dal circo e dal suo sfavillio. “Forse è perché il gioco del pagliaccio è sempre in bilico fra la tristezza e la gioia, fra il pianto e il riso, perché la sua è un’ ironia bonaria e perdente, un po’ malata di malinconia. Il mestiere del pagliaccio è quello di far ridere ma anche, probabilmente, quello di piangere con chi piange, di essere piccolo e solo con chi è piccolo e solo. Questo, probabilmente, ha permesso ai clown di avvicinarsi con discrezione alla realtà della malattia, senza essere invasivi e senza pretendere a tutti i costi una risata. Il clown di corsia può avere ruoli diversi ma in genere è un “dottore” grottesco che scimmiotta i veri medici, parodiandone i gesti e gli strumenti. Spesso affianca gli stessi medici durante l’intervento sul malato. Può fingere di fare un’iniezione allo stesso medico con una siringa enorme o ridere con il bambino per distrarlo durante una visita, o trasformare le medicine in pozioni miracolose usando una bacchetta magica.” (A. Farneti da “La maschera più piccola del mondo” 2004).



Il contesto operativo del Clown Dottore non si limita solamente alla pediatria. Gli studi della gelotologia hanno infatti provato che l'utilizzo della comicità e della metafora terapeutica può essere utilizzata anche con target non pediatrici (adulti, anziani, diversabilità) e in differenti contesti (disagio sociale e scolastico).



giovedì 17 settembre 2015

LA FELICITA' è ancora RAGGIUNGIBILE?



Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte, 
succede solo che sono felice 
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo, 
che posso farci, sono felice. 
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie, 
sento la pelle come un albero raggrinzito, 
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima, 
il mare come un anello intorno alla mia vita, 
fatta di pane e pietra la terra 
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

Pablo Neruda


La Felicità è lo scopo ultimo della vita umana”

Aristotele

Tutti i nostri comportamenti mirano al raggiungimento della Felicità.

Alcune persone sono convinte che denaro, carriera e successo, siano i traguardi che come premio daranno la Felicità e vivono perennemente stressati nella rincorsa di denaro, carriera e successo.

Altre persone sono convinte che la Felicità si possa ottenere solo godendo delle forti emozioni che nascono dalle forti sensazioni e per questo vivono perennemente stressati alla ricerca di sempre nuovi e più forti piaceri.

Altre persone ancora pensano che la Felicità sia una semplicemente un frutto della fantasia che può esistere solo nelle canzoni, al cinema o nelle poesie e per questo vivono rassegnate in una noiosissima tristezza.


Se però cerchi di capire che cosa veramente sia la Felicità scopri che la Felicità è una cosa vera che è già dentro di Te e che oggi, se veramente lo vuoi, puoi imparare a ri-trovare la tua Felicità per vivere felice tutti i giorni.



Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, da esse, sovente, traiamo gli stimoli che muovono le nostre giornate. Seppure ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l'uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità . Quest'ultima è data da un senso di appagamento generale e la sua intensità varia a seconda del numero e della forza delle emozioni positive che un individuo sperimenta.

Questo stato di benessere, soprattutto nella sua forma più intensa - la gioia - non solo viene esperito dall'individuo, ma si accompagna da un punto di vista fisiologico, ad una attivazione generalizzata dell'organismo.
Molte ricerche mettono in luce come essere felici abbia notevoli ripercussioni positive sul comportamento, sui processi cognitivi, nonché sul benessere generale della persona. Ma chi sono le persone felici? Gli studi che hanno cercato di rispondere a questa domanda evidenziano come la felicità non dipenda tanto da variabili anagrafiche come l'età o il sesso, né in misura rilevante dalla bellezza, ricchezza, salute o cultura. Al contrario sembra che le caratteristiche maggiormente associate alla felicità siano quelle relative alla personalità quali ad esempio estroversione, fiducia in se stessi, sensazione di controllo sulla propria persona e il proprio futuro.

Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, danno colore e sapore all'esistenza, anche se, in una civiltà come quella occidentale impostata sul primato della ragione, spesso sono considerate con sospetto e timore. Del resto non potrebbe essere altrimenti: infatti se la ragione promette all'uomo il dominio su se stesso e le cose, le emozioni spesso producono turbamento e conflitto, non sono mai totalmente controllabili e a volte ci trascinano a dire o fare cose di cui, una volta cessato l'impeto emotivo, ci si pente. Eppure, sono le emozioni che ci fanno gustare la vita ed è proprio dalle emozioni, piccole o grandi che siano, che l'individuo spera di ricavare nuovi stimoli che muovano le sue giornate. Del resto come si potrebbe dire di vivere appieno se non si sperimentassero mai la gioia, il tremito dello smarrimento o della paura, l'impeto della passione, l'abbandono alla nostalgia, il peso e la disperazione provocate dalla sofferenza?
Tuttavia, seppur ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l'uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità.

Il tema della felicità appassiona da sempre l'umanità: scrittori, poeti, filosofi, persone comuni, ognuno si trova a pensare, descrivere, cercare questo stato di grazia. Per tentare di definire questa condizione alcuni studiosi hanno posto l'accento sulla componente emozionale, come il sentirsi di buon umore, altri sottolineano l'aspetto cognitivo e riflessivo, come il considerarsi soddisfatti della propria vita. La felicità a volte viene descritta come contentezza, soddisfazione, tranquillità, appagamento a volte come gioia, piacere, divertimento.

Secondo Argyle (1987), il maggiore studioso di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l'autorealizzazione e la salute.
La felicità è anche legata al numero e all'intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia . In questo caso è definibile come l'emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all'esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D'Urso e Trentin , 1992).

Tutti noi, in misura più o meno accentuata, proviamo emozioni, in un certo senso le agiamo a livello di comportamenti più o meno visibili e consapevoli, le condividiamo con gli altri parlando o scrivendo di esse, alcuni riescono perfino ad immortalarle nelle opere d'arte.
Alcuni autori (Maslow , 1968; Privette , 1983) riportano che le sensazioni esperite con più frequenza dalle persone che si trovano in una condizione di felicità o di gioia sono quelle di sentire con maggiore intensità le sensazioni corporee positive e con minore intensità la fatica fisica, di sperimentare uno stato di attenzione focalizzata e concentrata, di sentirsi maggiormente consapevoli delle proprie capacità.
Spesso le persone felici si sentono più libere e spontanee , riferiscono una sensazione di benessere in relazione a se stesse e alle persone vicine e infine descrivono il mondo circostante in termini più significativi e colorati.
Inoltre le persone che provano emozioni positive, quali ad esempio gioia e felicità, a livello fisiologico presentano un'attivazione generale dell'organismo che si manifesta con un'accelerazione della frequenza cardiaca, un aumento del tono muscolare e della conduttanza cutanea e infine una certa irregolarità della respirazione.
In ultimo chi è felice sorride spesso . In effetti il sorriso, sovente accompagnato da uno sguardo luminoso e aperto, è la manifestazione comportamentale più rappresentativa, inconfondibile e universalmente riconosciuta della felicità e della gioia.



La felicità emotiva è una sensazione affettiva, un’esperienza, uno stato soggettivo transitorio suscitato, anche se fondamentalmente slegato, da qualcosa di oggettivo presente nel mondo reale. Si può essere felici per un film, rimanere senza fiato davanti a un tramonto, essere appagati da una fetta di torta.

La felicità morale è un complesso di atteggiamenti orientati in senso filosofico. Se una persona conduce una vita retta e perbene ed è consapevole del significato etico delle proprie azioni, potrà sentirsi profondamente soddisfatta e contenta.

La felicità legata al giudizio è seguita da preposizioni come “per”, “di”, “che”. Una persona sarà felice di andare al parco o sarà felice per un’amico a cui hanno appena regalato un cane. Questo implica formulare un giudizio sul mondo, non in termini di sensazioni soggettive transitorie ma in quanto si individua una fonte di sensazioni potenzialmente piacevoli, passate, presenti o future.

Da cosa deriva la felicità, indipendentemente dal tipo di felicità di cui si parla? A dircelo è il più lungo esperimento, tuttora in corso, nella storia delle moderne scienze sociali. Lo psicologo che dirige questo progetto di ricerca si chiama George Vaillant, è un ricercatore di Harvard e il nome dello studio è “Study of adult development”. Lo studio si propone di indagare se esiste una formula per il “vivere bene”. In altre parole, cos’è che rende felice la gente?

Gli ideatori dello studio hanno individuato 268 studenti di Harvard, tutti maschi bianchi, con una buona posizione socio-economica, molti con un luminoso futuro davanti a sé (tra i partecipanti anche John F. Kennedy). Gli eventi della loro vita sono stati monitorati per anni da un team di psicologi, antropologi, operatori sociali, persino fisiologi. Questi uomini sono stati sottoposti a check-up medici completi ogni cinque anni, batterie di test psicologici periodici,  interviste e hanno dovuto rispondere a questionari ogni due anni per quasi 45 anni. Cosa è venuto fuori da questo studio così articolato e lungo? Che cos’è, dunque, il vivere bene? Cosa ci rende felici? Vaillant ha concluso dicendo che “l’unica cosa che nella vita conta davvero sono i rapporti con gli altri”. Dopo quasi 75 anni questa è l’unica grande scoperta. I legami affettivi, quelle connessioni spesso complesse che tengono vicine famiglie e amici, sono l’elemento essenziale che porta alla felicità. I legami affettivi risultano essere il miglior fattore predittivo rispetto a qualunque altra variabile singola. E quando si arriva alla mezza età diventano l’unico fattore.

Più le relazioni sono profonde e meglio è. Lo “Study of adult development”  rileva che le persone non raggiungono la fascia superiore del 10% nella graduatoria della felicità se non hanno una relazione di coppia di qualche tipo. Il matrimonio è un fattore importante. Circa il 40% degli adulti sposati si definisce “molto felice” contro il 23%  degli adulti che non lo è mai stato.

Da allora queste elementari scoperte sono state confermate ed estese da ulteriori ricerche. Ecco quali sono gli altri fattori predittivi del vivere felici:

Una dose costante di azioni di generosità;
Stilare elenchi di cose per le quali si è grati, che genera sensazioni di felicità nel breve termine;
Coltivare un atteggiamento di gratitudine generale, che genera sensazioni di felicità nel lungo termine;
Condividere nuove esperienze con qualcuno a cui vogliamo bene;
Perdonare le persone care quando ci offendono.
Se tutte queste cose possono apparire ovvie, classici suggerimenti da libri o riviste di auto aiuto, quello che stiamo per affermare rappresenta invece una sorpresa: il denaro non supera l’esame. Le persone che guadagnano più di 3 milioni di euro all’anno non sono significativamente più felici di quelle che si fermano a 70000, secondo quanto scoperto da “The journal of happiness studies”. I soldi vanno di pari passo con la felicità solo nel caso in cui sollevino una persona da una condizione di povertà, portandola intorno ai 35000 euro annui. Al di sopra di quel reddito, ricchezza e felicità imboccano strade diverse. Questo suggerisce che una volta soddisfatte le necessità basilari, per essere felici abbiamo bisogno solo di molti amici e familiari affettuosi.




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sabato 14 aprile 2012

La felicità è un agguato



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 Foto: Lukas Renlund


La felicità è un agguato. 

Si viene presi alla sprovvista 

e forse è meglio così.
 

E. De Luca




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