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lunedì 28 dicembre 2015

CORNOFOBIA



Di corna si muore ancora. Non solo perché le hai fatte, e qualcuno, nel suo delirio (condiviso ancora da troppi), pensa che la cosa richieda una punizione definitiva.
Questo vecchio simbolo, che sulla testa del diavolo lascia indifferenti i più, immaginato sulla propria, fa perdere il senno a un sacco di gente.

Parlare della paura del tradimento vuol dire per certi versi vivere in una dimensione di ambivalenza continua: chi teme il tradimento si ritrova spesso a dover fare i conti con il sentimento della propria presunta inadeguatezza personale senza riuscire a trovare una soluzione definitiva al problema.

La paura del tradimento difatti rispecchia una difficoltà a credere all’amore dell’altro, finendo in una spirale di sospetti ed incertezze che poco sembrano aver a che fare con la dinamica della relazione amorosa. Talvolta la paura del tradimento ed il sentimento di gelosia viene consumato privatamente anche agli occhi del partner.

La persona gelosa, difatti, può vivere la propria gelosia e la propria paura di essere abbandonato per colpa di un’altro con estrema vergogna, rimuginando continuamente e cercando di controllare la propria ansia.
Altre volte invece il geloso pretende di controllare l’altro attraverso le strategie più disparate: chi vive la paura del tradimento finisce quasi sempre per accampare pretese al fine di controllare l’amore dell’altro. Si tratta evidentemente di una forma di controllo che non ha mai fine: la richiesta di essere rassicurati non trova mai una soluzione.

Si tratta di una situazione che non può essere risolta con quello che in linguaggio psicologico viene chiamato Problem Solving o risoluzione del problema poiché il problema e’dato dalla sua definizione.
Il problema della paura del tradimento e della gelosia risiede nelle premesse che organizzano l’esperienza della gelosia.

Chi e’ geloso parte dal presupposto (e quindi dalla premessa) che la gelosia sia sempre motivata da un certo comportamento del partner o da qualche evidente realtà. Ed allora il paziente che si rivolge alla psicoterapia cercherà di dimostrare quanto sia fondata la sua paura di perdere il proprio partner.
Ovviamente ciò comporta il dimostrare allo psicologo quanto la realtà dei fatti sia schiacciante e ineluttabile. Il punto e’ che queste dimostrazioni sono sempre fallaci perché non esistono fatti, realtà incontrastabili ma vissuti emotive, letture della realtà che sono proprie dell’osservatore. Si tratta dunque di utilizzare una modalità che appunto non sia di Problem Solving ma di Problem Setting.
Fintanto che il paziente non mette in discussione che la realtà che descrive sia una sua visione della realtà, una sua personale visione del rapporto difficilmente può venire a capo della situazione. Solitamente la premessa che vi e’ alla base del vissuto della paura del tradimento e della conseguente gelosia si collega alla paura che ci sia qualcuno di migliore, di piu’ attraente che potrà portar via il proprio amore.


Stiamo parlando di un problema che ha a che fare con la difficoltà a stare dentro la relazione attraverso un rapporto di reciprocità adulta. Immaginare il partner come un traditore significa immaginare i rapporti sempre come rapporti infantili dove regna la regola del “migliore”: chi e’ migliore merita di avere tutto mentre lo sconfitto rimane solo e sconsolato. Il lavoro con lo Psicoterapeuta si basa sull’analisi di queste rappresentazioni relazionali per poter aiutare il paziente a ritrovare una propria sicurezza personale da utilizzare dentro il rapporto affettivo. Non si tratta evidentemente di risolvere esclusivamente il problema della gelosia ma di affrontare il problema della fiducia nelle relazioni.

Quando si è vittime dell’ossessione da tradimento la prima cosa da fare è domandarsi: perchè ho paura di essere tradita?
Potrebbe essere per via del carattere del partner, troppo socievole ed espansivo al punto che il suo comportamento in certi casi può arrivare a destare in noi dei sospetti. In questo caso dobbiamo imparare a convivere con la sua personalità, accettandola per quello che è, considerando anche il fatto che se lo amiamo è anche per questo suo modo d’essere.
Potrebbe essere perché ci sentiamo insicure e la competizione con le altre donne ci fa paura. Anche in questo caso è necessario un approfondito lavoro su se stessi, al termine del quale dovremmo acquisire la consapevolezza che se lui ha scelto noi è perché ha trovato in noi qualcosa di speciale. Vivere una perenne competizione con le altre ci farà sempre sentire sempre in una condizione di inferiorità, accrescerà le nostre insicurezze, moltiplicherà i nostri timori di perderlo. Impariamo ad avere maggiore stima in noi stesse e non saremo più vittime dell’ossessione da tradimento.
Infine, l’ossessione da tradimento potrebbe derivare dall’avere già subito un tradimento da parte del partner, in questo caso il pensiero cui si è più soggette è quello che: se lo ha fatto una volta è molto probabile che lo rifarà… Liberarsi da questo pensiero è la prima cosa da fare. Se abbiamo deciso di tornare a fidarci di questa persona evidentemente avevamo dei buoni motivi per farlo. Può darsi che la nostra fiducia venga tradita nuovamente, ma vivere con l’ossessione che ciò accada non ce ne proteggerà quindi tanto vale affrontare con serenità il presente e guardare con ottimismo al futuro.




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sabato 7 novembre 2015

LA CURIOSITA'



“ dicono che chi si fa gli affari suoi campa 100 anni…..  ”


La curiosità è un istinto che nasce dal desiderio di sapere qualcosa.

A lungo considerato un comportamento negativo (l'Eden si perde per la curiosità di Eva, Psiche perde amore per la curiosità di guardarlo in viso) oggi è considerato un comportamento positivo sia nella scienza che nell'intelligenza, rappresenta un istinto che guida alla scoperta di nuove informazioni, conoscenze, comprensione e consapevolezza, il carburante della scienza e delle discipline dello studio umano, una vera e propria propensione all'interessamento personale verso ciò che incuriosisce.

Siate curiosi! E’ un consiglio valido di questi tempi? Sinceramente, essere curiosi è qualcosa di bello che però ha un certo limite e che si consiglia solo in certi casi e in certe situazioni. Si può quindi dire che l’ essere curiosi può sia essere un pregio, sia un difetto.
Essere curiosi è consigliato e quindi può essere visto come un pregio quando si è curiosi riguardo alle varie discipline e alle varie materie che si studiano: nella vita, infatti, non si è mai finito di imparare e per questo ci dobbiamo porre sempre delle domande per poter ampliare le nostre conoscenze.
Al giorno d’oggi però, l’ essere curiosi è diventato anche un difetto. molte persone, infatti, sono molto curiose, anche troppo, e molte volte, queste si intromettono negli affari degli altri e per questo danno fastidio. Un esempio sono le riviste di gossip. In questi giornali, vengono scritte molte notizie riguardanti la vita personale e privata delle persone famose; finché in questo caso la curiosità arriva fino ad un certo limite, può andare bene, ma quando questo limite viene oltrepassato, si rischia di essere troppo curiosi e quindi si dà fastidio alle persone di cui si è scritta la notizia. Questo si verifica anche nella vita di tutti i giorni; a volte infatti, vogliamo sapere a tutti i costi quello che succede alle altre persone e quindi, quando ci si comporta così, la nostra curiosità diventa invasione, perché “invadiamo” la vita privata degli altri.





Per questi motivi, oggi, la curiosità è un consiglio che si dà solo in certi casi ed entro un certo limite perché finché si è curiosi perché si vogliono ampliare le proprie conoscenze e scoprire nuove cose, allora essere curiosi è consigliato; quando però la curiosità va oltre il suo limite, essere curiosi non è consigliato perché alla fine si rischia di essere visti male per questo.







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giovedì 17 settembre 2015

LA FELICITA' è ancora RAGGIUNGIBILE?



Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte, 
succede solo che sono felice 
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo, 
che posso farci, sono felice. 
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie, 
sento la pelle come un albero raggrinzito, 
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima, 
il mare come un anello intorno alla mia vita, 
fatta di pane e pietra la terra 
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

Pablo Neruda


La Felicità è lo scopo ultimo della vita umana”

Aristotele

Tutti i nostri comportamenti mirano al raggiungimento della Felicità.

Alcune persone sono convinte che denaro, carriera e successo, siano i traguardi che come premio daranno la Felicità e vivono perennemente stressati nella rincorsa di denaro, carriera e successo.

Altre persone sono convinte che la Felicità si possa ottenere solo godendo delle forti emozioni che nascono dalle forti sensazioni e per questo vivono perennemente stressati alla ricerca di sempre nuovi e più forti piaceri.

Altre persone ancora pensano che la Felicità sia una semplicemente un frutto della fantasia che può esistere solo nelle canzoni, al cinema o nelle poesie e per questo vivono rassegnate in una noiosissima tristezza.


Se però cerchi di capire che cosa veramente sia la Felicità scopri che la Felicità è una cosa vera che è già dentro di Te e che oggi, se veramente lo vuoi, puoi imparare a ri-trovare la tua Felicità per vivere felice tutti i giorni.



Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, da esse, sovente, traiamo gli stimoli che muovono le nostre giornate. Seppure ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l'uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità . Quest'ultima è data da un senso di appagamento generale e la sua intensità varia a seconda del numero e della forza delle emozioni positive che un individuo sperimenta.

Questo stato di benessere, soprattutto nella sua forma più intensa - la gioia - non solo viene esperito dall'individuo, ma si accompagna da un punto di vista fisiologico, ad una attivazione generalizzata dell'organismo.
Molte ricerche mettono in luce come essere felici abbia notevoli ripercussioni positive sul comportamento, sui processi cognitivi, nonché sul benessere generale della persona. Ma chi sono le persone felici? Gli studi che hanno cercato di rispondere a questa domanda evidenziano come la felicità non dipenda tanto da variabili anagrafiche come l'età o il sesso, né in misura rilevante dalla bellezza, ricchezza, salute o cultura. Al contrario sembra che le caratteristiche maggiormente associate alla felicità siano quelle relative alla personalità quali ad esempio estroversione, fiducia in se stessi, sensazione di controllo sulla propria persona e il proprio futuro.

Le emozioni sono componenti fondamentali della nostra vita, danno colore e sapore all'esistenza, anche se, in una civiltà come quella occidentale impostata sul primato della ragione, spesso sono considerate con sospetto e timore. Del resto non potrebbe essere altrimenti: infatti se la ragione promette all'uomo il dominio su se stesso e le cose, le emozioni spesso producono turbamento e conflitto, non sono mai totalmente controllabili e a volte ci trascinano a dire o fare cose di cui, una volta cessato l'impeto emotivo, ci si pente. Eppure, sono le emozioni che ci fanno gustare la vita ed è proprio dalle emozioni, piccole o grandi che siano, che l'individuo spera di ricavare nuovi stimoli che muovano le sue giornate. Del resto come si potrebbe dire di vivere appieno se non si sperimentassero mai la gioia, il tremito dello smarrimento o della paura, l'impeto della passione, l'abbandono alla nostalgia, il peso e la disperazione provocate dalla sofferenza?
Tuttavia, seppur ogni singola emozione sia importante e permetta a chi la sperimenta di sentirsi vivo, l'uomo è soprattutto alla ricerca di quelle sensazioni ed emozioni che lo facciano star bene e lo appaghino, in una parola è alla ricerca di quello stato emotivo di benessere chiamato felicità.

Il tema della felicità appassiona da sempre l'umanità: scrittori, poeti, filosofi, persone comuni, ognuno si trova a pensare, descrivere, cercare questo stato di grazia. Per tentare di definire questa condizione alcuni studiosi hanno posto l'accento sulla componente emozionale, come il sentirsi di buon umore, altri sottolineano l'aspetto cognitivo e riflessivo, come il considerarsi soddisfatti della propria vita. La felicità a volte viene descritta come contentezza, soddisfazione, tranquillità, appagamento a volte come gioia, piacere, divertimento.

Secondo Argyle (1987), il maggiore studioso di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l'autorealizzazione e la salute.
La felicità è anche legata al numero e all'intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia . In questo caso è definibile come l'emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all'esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D'Urso e Trentin , 1992).

Tutti noi, in misura più o meno accentuata, proviamo emozioni, in un certo senso le agiamo a livello di comportamenti più o meno visibili e consapevoli, le condividiamo con gli altri parlando o scrivendo di esse, alcuni riescono perfino ad immortalarle nelle opere d'arte.
Alcuni autori (Maslow , 1968; Privette , 1983) riportano che le sensazioni esperite con più frequenza dalle persone che si trovano in una condizione di felicità o di gioia sono quelle di sentire con maggiore intensità le sensazioni corporee positive e con minore intensità la fatica fisica, di sperimentare uno stato di attenzione focalizzata e concentrata, di sentirsi maggiormente consapevoli delle proprie capacità.
Spesso le persone felici si sentono più libere e spontanee , riferiscono una sensazione di benessere in relazione a se stesse e alle persone vicine e infine descrivono il mondo circostante in termini più significativi e colorati.
Inoltre le persone che provano emozioni positive, quali ad esempio gioia e felicità, a livello fisiologico presentano un'attivazione generale dell'organismo che si manifesta con un'accelerazione della frequenza cardiaca, un aumento del tono muscolare e della conduttanza cutanea e infine una certa irregolarità della respirazione.
In ultimo chi è felice sorride spesso . In effetti il sorriso, sovente accompagnato da uno sguardo luminoso e aperto, è la manifestazione comportamentale più rappresentativa, inconfondibile e universalmente riconosciuta della felicità e della gioia.



La felicità emotiva è una sensazione affettiva, un’esperienza, uno stato soggettivo transitorio suscitato, anche se fondamentalmente slegato, da qualcosa di oggettivo presente nel mondo reale. Si può essere felici per un film, rimanere senza fiato davanti a un tramonto, essere appagati da una fetta di torta.

La felicità morale è un complesso di atteggiamenti orientati in senso filosofico. Se una persona conduce una vita retta e perbene ed è consapevole del significato etico delle proprie azioni, potrà sentirsi profondamente soddisfatta e contenta.

La felicità legata al giudizio è seguita da preposizioni come “per”, “di”, “che”. Una persona sarà felice di andare al parco o sarà felice per un’amico a cui hanno appena regalato un cane. Questo implica formulare un giudizio sul mondo, non in termini di sensazioni soggettive transitorie ma in quanto si individua una fonte di sensazioni potenzialmente piacevoli, passate, presenti o future.

Da cosa deriva la felicità, indipendentemente dal tipo di felicità di cui si parla? A dircelo è il più lungo esperimento, tuttora in corso, nella storia delle moderne scienze sociali. Lo psicologo che dirige questo progetto di ricerca si chiama George Vaillant, è un ricercatore di Harvard e il nome dello studio è “Study of adult development”. Lo studio si propone di indagare se esiste una formula per il “vivere bene”. In altre parole, cos’è che rende felice la gente?

Gli ideatori dello studio hanno individuato 268 studenti di Harvard, tutti maschi bianchi, con una buona posizione socio-economica, molti con un luminoso futuro davanti a sé (tra i partecipanti anche John F. Kennedy). Gli eventi della loro vita sono stati monitorati per anni da un team di psicologi, antropologi, operatori sociali, persino fisiologi. Questi uomini sono stati sottoposti a check-up medici completi ogni cinque anni, batterie di test psicologici periodici,  interviste e hanno dovuto rispondere a questionari ogni due anni per quasi 45 anni. Cosa è venuto fuori da questo studio così articolato e lungo? Che cos’è, dunque, il vivere bene? Cosa ci rende felici? Vaillant ha concluso dicendo che “l’unica cosa che nella vita conta davvero sono i rapporti con gli altri”. Dopo quasi 75 anni questa è l’unica grande scoperta. I legami affettivi, quelle connessioni spesso complesse che tengono vicine famiglie e amici, sono l’elemento essenziale che porta alla felicità. I legami affettivi risultano essere il miglior fattore predittivo rispetto a qualunque altra variabile singola. E quando si arriva alla mezza età diventano l’unico fattore.

Più le relazioni sono profonde e meglio è. Lo “Study of adult development”  rileva che le persone non raggiungono la fascia superiore del 10% nella graduatoria della felicità se non hanno una relazione di coppia di qualche tipo. Il matrimonio è un fattore importante. Circa il 40% degli adulti sposati si definisce “molto felice” contro il 23%  degli adulti che non lo è mai stato.

Da allora queste elementari scoperte sono state confermate ed estese da ulteriori ricerche. Ecco quali sono gli altri fattori predittivi del vivere felici:

Una dose costante di azioni di generosità;
Stilare elenchi di cose per le quali si è grati, che genera sensazioni di felicità nel breve termine;
Coltivare un atteggiamento di gratitudine generale, che genera sensazioni di felicità nel lungo termine;
Condividere nuove esperienze con qualcuno a cui vogliamo bene;
Perdonare le persone care quando ci offendono.
Se tutte queste cose possono apparire ovvie, classici suggerimenti da libri o riviste di auto aiuto, quello che stiamo per affermare rappresenta invece una sorpresa: il denaro non supera l’esame. Le persone che guadagnano più di 3 milioni di euro all’anno non sono significativamente più felici di quelle che si fermano a 70000, secondo quanto scoperto da “The journal of happiness studies”. I soldi vanno di pari passo con la felicità solo nel caso in cui sollevino una persona da una condizione di povertà, portandola intorno ai 35000 euro annui. Al di sopra di quel reddito, ricchezza e felicità imboccano strade diverse. Questo suggerisce che una volta soddisfatte le necessità basilari, per essere felici abbiamo bisogno solo di molti amici e familiari affettuosi.




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