Visualizzazione post con etichetta egocentrismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta egocentrismo. Mostra tutti i post

domenica 8 novembre 2015

LA VANITA'



In un sistema che vive di televisione e di apparenza, la persona vanitosa finisce per farsi invitare a tutte le trasmissioni dove esibisce se stessa, sconcerta, stupisce e fa audience. E spesso acquista così un grande potere di influenzare l'opinione pubblica. Ma effetti ancora più pericolosi ha la vanità quando entra in politica. Molti personaggi della politica, pur non valendo niente, pur avendo la testa vuota o piena di fantasie hanno - come dice il dizionario alla voce «vanità» - un «fatuo compiacimento di sé e delle proprie capacità» che li rende invadenti, arroganti, presuntuosi. Soprattutto quelli che emergono come capi carismatici dai movimenti collettivi hanno di solito una smisurata energia e una smisurata vanità. Essi vogliono comandare e ci riescono, trascinandosi dietro la gente arrabbiata con un linguaggio truculento e facendole promesse mirabolanti.

La voce «vanità» = Fatuo compiacimento di sé e delle proprie capacità e doti, reali e presunte, accompagnato da ambizione, da smodato desiderio di suscitare plauso e ammirazione. L'aggettivo «fatuo» indica un giudizio di inconsistenza, di superficialità, di cosa sciocca. Anche l'invidioso è ambizioso, ma si confronta con qualcuno che considera superiore. Si identifica con lui, lo prende a modello, vuole superarlo, pensa di riuscirci ma fallisce. Sconfitto, sta male e vorrebbe che l'altro sbagliasse. Invece l'altro ha successo e lui si rode il fegato. Allora cerca di svalutarlo, di convincere gli altri che non vale, lo critica, lo denigra, cerca di danneggiarlo. Però, mentre continua a parlarne male, oscuramente sente di ingannare se stesso. E teme che gli altri scoprano il suo inganno e lo accusino di essere un invidioso.

Invece il vanitoso riesce benissimo a ingannare se stesso. Non ha senso critico, si convince di essere superiore, si compiace del suo valore, lo ostenta, gongola. Si guarda allo specchio compiaciuto, dice tutto quello che pensa convinto di essere un grande oratore, un grande pensatore e finisce in questo modo per farsi accettare con i suoi difetti.

Nel linguaggio comune, il termine vanità indica un'eccessiva credenza nelle proprie capacità e attrazione verso gli altri. Prima del XIV Secolo non aveva alcun significato narcisistico, ma era considerata una futilità. Il relativo termine vanagloria oggi è visto come un sinonimo arcaico della vanità, un'ingiustificata vanteria; sebbene il termine gloria oggi ha assunto un significato prevalentemente positivo, in latino il termine gloria (dal quale deriva la parola in italiano) significa approssimativamente vanteria, ed aveva spesso un significato negativo.

In ambito filosofico, la vanità si riferisce ad un più ampio senso di egoismo e superbia. Friedrich Nietzsche scrisse che, secondo lui, "la vanità è la paura di apparire originali: perciò è una mancanza di superbia, ma non necessariamente di originalità". In uno dei suoi aforismi, Mason Cooley disse che "la vanità, nutrita bene, diventa benevola. Se affamata, diventa maligna".

In molte religioni la vanità, nel suo significato più moderno, è considerata come una forma di auto-idolatria, nella quale l'individuo rifiuta Dio per la sua propria immagine, e di conseguenza non gli viene più concessa la grazia divina. Le storie di Lucifero, di Adamo ed Eva, di Narciso e di vari altri accompagnano i protagonisti verso l'aspetto insidioso della vanità stessa. Negli insegnamenti Cristiani la vanità è vista come un esempio della superbia, una dei sette peccati capitali. Questo elenco si è allargato ultimamente con l'aggiunta della vanagloria, considerata un peccato indipendente dalla superbia, e quindi non riconducibile ad essa.



"Vanità, dal lat. vanitas,-atis', astr. di vanus". Vano: vuoto, ma anche inutile, futile, inconsistente, fugace, inane. Più apparenza che sostanza. Quindi la connotazione del termine e dei suoi derivati è negativa.Assenza di corporeità, mancanza di consistenza materiale. Mancanza di efficacia o di utilità. Inconsistenza; fugacità.

Nel comportamento umano, la vanità viene vista come futile e puerile compiacimento di sé; assenza di valori morali; superficialità, mancanza di serietà.

Il Dizionario analogico della lingua italiana spiega la voce Vanità con: "immodestia, civetteria; spocchia; narcisismo, egocentrismo", da cui discendono le "Azioni: farsi bello, pavoneggiarsi, fare il pavone, fare il gallo; fare la ruota, darsi importanza, mettersi in evidenza, mettersi in mostra." Gli aggettivi applicabili alle persone sono in questo caso "vanesio, vanitoso, fatuo, tronfio; pavone, Narciso; smorfiosa, civetta."

Nel suo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, Niccolò Tommaseo pone il termine Vanità (nell'ambito dei comportamenti umani) nell'area semantica della Superbia insieme ad Alterigia, Orgoglio, Disdegno, Presunzione. "La vanità è vana opinione del proprio merito, congiunta alla smania di mettere il proprio merito in cose vane e dappoco. La vanità ha più del ridicolo che i vizii notati  viene da leggerezza di mente. Tanto la vanità si distingue dai vizii notati, che in luogo d'essere arrogante, ambiziosa, presuntuosa, altera, superba, la si collega, talvolta, a certa semplicità, a certa grazia; in specialità nelle donne."

Comunemente la vanità è definita come l'eccessivo desiderio di attuare una propria perfetta immagine (perfetta dal punto di vista del soggetto che la ricerca) da esporre al pubblico, o prossimo, o mondo. Nella parlata popolare, alcuni confondono la vanità con l'orgoglio e l'egoismo o la superbia. Ma appartiene più all'area della superficialità che del male. La religione cattolica ad esempio non annovera la vanità tra i vizi capitali, bensì la superbia.

Il concetto della vanità si esprime nella mitologia greca, in modo sintetico e preciso, attraverso la figura di Narciso. Egli, giovane innamorato dell'immagine di sé riflessa nell'acqua del fiume, non può più allontanarsene:

"Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e di Apollo, e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo d'avorio, il candore del volto soffuso di rossore ... Oh quanti inutili baci diede alla fonte ingannatrice! ... Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per quell'immagine ..."

... e muore d'amore.


La vanità è sicuramente uno dei difetti più inutili che una persona possa portare con sé: non solo non offre nessun vantaggio pratico (se non una patetica autogratificazione), ma è uno degli ostacoli più grandi alla realizzazione di rapporti umani sinceri e duraturi.

Esistono sostanzialmente due tipi di vanità: la vanità cosciente e la vanità inconscia.

La vanità cosciente è tipica per esempio del miliardario che fa sfoggio della sua ricchezza, sapendo che gli altri lo invidiano, a volte lo temono: la gratificazione nasce dalla constatazione della propria superiorità economica e può trasformarsi negativamente o positivamente (pensiamo a chi dà un sontuoso ricevimento per far sapere a tutti che donerà un milione di euro in beneficenza). L’esempio appena fatto riguarda la ricchezza, ma si possono fare esempi simili per ogni attività umana che presupponga, indirettamente o direttamente, una graduatoria: a scuola il vanitoso si vanta dei suoi voti, nello sport dei suoi risultati ecc. La vanità cosciente è odiosa (soprattutto per chi la subisce), ma almeno ha una sua ragione di essere: produce una gioia effimera, che dura finché la situazione è sostenibile. In assenza di condizioni facilitanti (per esempio successo e/o ricchezza), spesso il vanitoso alterna momenti di grande euforia a momenti di grande delusione, ma, anche nei momenti positivi, l’ostilità delle persone che ha intorno inquina pesantemente la sua vita.

Ben più patetica è la vanità inconscia: individui apparentemente normali (in graduatoria sono a metà classifica, se non in fondo) fanno di tutto per poter apparire migliori di quello che sono, illudendosi di essere ai vertici; quasi sempre barano con sé stessi o con gli altri. Ovvio che prima o poi il bluff non regga e la verità si abbatta su di loro come fulmine a ciel sereno.

Anche il mondo dello sport non è immune dalla vanità: alle corse amatoriali non è infrequente trovare persone che rapinano la coppa destinata al gruppo per poi mostrarla nel salotto di casa propria agli amici non corridori facendogli bere che hanno vinto un’importantissima gara nazionale. C’è gente che vanta il ventesimo posto agli italiani master su una certa distanza, ma tace penosamente il fatto che i partenti erano ventuno ecc.

Ormai dovreste aver capito che si può stabilire un’equazione che vale per tutti quelli che barano sulla propria condizione (arrivando persino a credere alle proprie bugie) per apparire migliori:

la vanità è la gioia degli stupidi.






Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

venerdì 30 ottobre 2015

PACE INTERIORE



La mancanza di pace interiore e l'insoddisfazione, esse provengono dall'avere una motivazione estremamente egocentrica. Ogni individuo ha il diritto di superare la sofferenza e di guadagnarsi la felicità. Ma se pensiamo solo a noi stessi, la mente diventa molto negativa. Allora anche un problema piccolo ci appare grande e diventiamo squilibrati. Quando pensiamo agli altri come a esseri tanto cari quanto noi stessi, allora la mente è aperta ed è più ampia. Poi come risultato, anche problemi seri non appaiono così significativi. Quindi c'è una grande differenza fra le emozioni; essa dipende dal proposito con il quale guardiamo alle cose: dalla nostra prospettiva o dalla prospettiva di tutti.

Perciò ci sono due elementi che sono importanti per la pace della mente. Il primo è la consapevolezza della realtà. Se affrontiamo le cose realisticamente, non ci saranno conseguenze inaspettate. Il secondo è la compassione che apre la nostra cosiddetta “porta interiore”. Paura e sospetto ci separano dagli altri.

Un'altra cosa che ci fa perdere la pace della mente è il preoccuparsi del nostro aspetto esteriore.
C'è una categoria di trasformazione interiore che avviene naturalmente con l'età e un'altra che può avvenire attraverso circostanze esterne. Questi tipi di trasformazione avvengono automaticamente. Altre avvengono con il nostro sforzo e questa è la trasformazione principale che vogliamo apportare: una trasformazione interiore in accordo con i nostri desideri. Questo è il significato principale.
Collera, odio, paura, gelosia, sospetto, solitudine, stress sono tutti correlati al nostro fondamentale atteggiamento mentale. Essi provengono dal nostro essere troppo egocentrici.



Il Buddhismo è universalmente considerato una religione di pace; e proprio questo è l'effetto che produce nella vita interiore di coloro che lo praticano. La pratica del Buddhismo mostra al di là di ogni dubbio che gli esseri non sono semplicemente "il corpo" (che invecchia, si ammala e muore) né "i pensieri e le sensazioni" (che cambiano costantemente). Quando si comprende che la mente - ciò che fa esperienza di tutte le cose - è essenzialmente "vuota" di ogni caratteristica, come lo spazio e la pura potenzialità, allora sorge nel praticante una totale assenza di paura, che è di fatto l'unico vero fondamento di un comportamento pacifico. A quel punto si diventa come un cane di grossa taglia, che non ha bisogno di abbaiare perché gli altri sono ben consapevoli della sua forza. Questo dal punto di vista della vita interiore.
Per quanto riguarda l'atteggiamento verso il mondo circostante, tuttavia, i tentativi buddhisti di praticare una nonviolenza assoluta hanno incontrato i risultati che era lecito attendersi. La non volontà di proteggersi contro le ripetute aggressioni e invasioni musulmane 1100 anni fa, ha condotto alla progressiva distruzione di avanzate culture umanistiche fino alla scomparsa dello stesso Buddhismo dall'India.

Da quel momento, le società buddhiste hanno assunto un atteggiamento più realistico, anche nei confronti della pace e della guerra. D'altronde è generalmente riconosciuto che per essere liberi bisogna anche essere forti e capaci di proteggere la propria libertà. Ciò che è assolutamente unico nel Buddhismo, da questo punto di vista, è la tendenza a non demonizzare "il nemico", ma a considerarlo fondamentalmente vittima della sua confusione o ignoranza.

I Buddhisti comprendono che tutti gli esseri, senza alcuna distinzione, desiderano la felicità e possiedono la "Natura di Buddha", che tutti gli esseri tipicamente si comportano bene nelle situazioni piacevoli e si comportano male in condizioni di disagio. Il Buddha insegna che la mente non illuminata funziona come un occhio: percepisce il mondo esterno ma non se stessa. Questo dà luogo a una separazione illusoria fra soggetto, oggetto e azione in cui la consapevolezza - che è priva di caratteristiche definitive proprie - viene percepita come un "io" separato, mentre gli oggetti dell'esperienza esterna e interiore vengono percepiti come un "tu" o "qualcosa di separato".

Quando si ignora che tutti questi "oggetti" sono in realtà l'espressione senza limiti della consapevolezza stessa, si affacciano alla mente le fondamentali emozioni perturbatrici dell'attaccamento e della malevolenza, che a loro volta fanno sorgere l'orgoglio esclusivo, l'invidia e l'avidità. Quando le 84.000 possibili combinazioni di queste emozioni conflittuali si manifestano, la maggioranza degli esseri è incapace di considerarle come la semplice liberazione - da parte della mente - di vecchie proiezioni e bagagli inservibili. Invece gli esseri non illuminati reagiscono col corpo e la parola, seminando ulteriori cause di sofferenza; questo è lo stato di confusione chiamato Samsara in sanscrito (Khorwa in tibetano), cioè l'essere intrappolati nell'esperienza condizionata.



I benefici che si ottengono dalla pratica della meditazione buddhista sono diversi. Tradizionalmente, vengono neutralizzate qualità negative come odio, invidia, apatia, ignoranza e narcisismo, sviluppando invece concentrazione, pace interiore, saggezza, compassione e amore. Stando alla meditazione buddista, la prima responsabilità dell’essere umano consiste nell’uscire dallo stato di insoddisfazione e infelicità tipico della condizione umana e nel vivere una vita sana, armoniosa, per se stessi e per gli altri.

Per fare ciò, è necessario imparare a utilizzare le proprie facoltà di auto osservazione, scavando a fondo dentro di sé. Attraverso la pratica della meditazione buddhista, si avvia un processo di profonda comprensione della natura umana e di realizzazione della verità. Secondo il Buddhismo, quando la mente è libera e si è in pace, ogni azione ne risente in maniera positiva.

Durante la meditazione, si verifica il rallentamento delle funzioni corporee e dei processi metabolici. Il rallentamento del ritmo respiratorio, con riduzione del consumo di ossigeno e quindi del fabbisogno energetico, si collega a un abbassamento della pressione arteriosa e un rilassamento progressivo di tutto il corpo.

In questo modo, vengono a crearsi variazioni elettrofisiologiche del sistema psicosomatico, come l'induzione nel cervello di onde Alfa (caratteristiche dello stato di rilassamento) e, negli stadi più profondi, di onde Theta, tipiche dei primi stadi del sonno e dell'infanzia, con sincronizzazione tra i due emisferi cerebrali.

Grazie alla pratica della meditazione, si assiste inoltre a cambiamenti nelle risposte galvaniche della pelle e ad altre modificazioni biochimiche, come l'aumento delle naturali difese immunitarie dell'organismo. Scompaiono le tensioni mentali e, conseguentemente, aumenta la guarigione di molte malattie psicosomatiche.

La meditazione buddhista, i cui benefici sono accreditati da diversi studi scientifici, si rivela un ottimo sistema di prevenzione, poiché uno stato di equilibrio e di armonia impedisce alle malattie di svilupparsi.



Le tecniche della meditazione buddhista differiscono a seconda dei tipi di Buddhismo. Si passa dalla concezione del corpo immaginario, diviso in sette chakra, immaginati come fiori di loto con impresse sillabe mistiche su cui concentrarsi, a espressioni e suoni da pronunciare e ascoltare.

A seconda che si parli di samatha o vipassana, vi sono tecniche differenti con peculiari finalità. Alla base però ritroviamo l’esercizio della consapevolezza del respiro: seduti, con la schiena dritta, seguite la sensazione del respiro che fluisce dalle narici verso il torace e l’addome. Concentratevi sul diaframma come punto specifico e non forzate nulla, liberate la mente e focalizzatevi sul respiro.

L'attenzione al respiro con la pratica diventa anapanasati, ovvero consapevolezza del respiro e dunque della vita che fluisce nel corpo. Un'inspirazione e un'espirazione consapevoli sono le chiavi per entrare nello stato meditativo puro.

La meditazione buddhista non è rivolta esclusivamente ai seguaci del Buddha, ma è aperta anche ai laici. Si rivela adatta per chi voglia apportare un lungo e graduale lavoro sulla propria persona.

Smussando gli spigoli e armonizzando le forme della personalità, questo tipo di percorso può condurre a un migliore atteggiamento mentale e a una migliore qualità della vita.

Per questo tipo di meditazione, fondamentale è la presenza di un maestro, in grado di guidare nelle difficoltà e indirizzare sul sentiero spirituale.

È il bodhisattva, colui che ha conseguito l’illuminazione e si propone di aiutare gli altri, rinunciando al nirvana. Vi sono svariati corsi di meditazione buddhista, spesso all’interno di istituti culturali. Importante è l'Unione Buddhista Italiana, ente religioso riconosciuto, che racchiude le esperienze buddhiste in Italia.

Gli ostacoli per una buona meditazione sono cinque e vengono definiti i ‘cinque impedimenti’: desiderio sensuale, la malevolenza, la pigrizia, l’agitazione/preoccupazione e il dubbio. Questi inquinanti invadono la mente, facendola deviare dalla sua calma concentrata e dalla visione profonda.

Il desiderio sensuale non coincide con quello sessuale, ma è relativo alla brama, alla cupidigia diretta a tutto ciò che rappresenta l’oggetto dei nostri sensi.

La malevolenza è sinonimo di avversione e sconfina nell’ira, nell’odio e nel risentimento verso persone, situazioni e oggetti.

L’irrequietezza conduce invece la mente di pensiero in pensiero, reificando lo stato ansioso e dando vita anche al dubbio, da intendersi come incapacità nel decidersi nella pratica spirituale, spesso collegata anche alla pigrizia.




.

Elenco blog AMICI