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giovedì 18 febbraio 2016

UNIONI CIVILI



Si definiscono unioni civili tutte quelle forme di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all'istituto giuridico del matrimonio, o che sono impossibilitate a contrarlo, alle quali gli ordinamenti giuridici abbiano dato rilevanza o alle quali abbiano riconosciuto uno status giuridico.

La classe delle unioni civili è molto variegata nel mondo e comprende un'estrema varietà di regole e modelli di disciplina: in particolare, le unioni civili possono riguardare sia coppie di diverso sesso sia coppie dello stesso sesso; il diritto non è rimasto indifferente all'evoluzione dei costumi ed esiste oggi un gran numero di provvedimenti legislativi che disciplinano le nuove unioni.

La rilevanza statistica delle unioni civili, e l'ampio dibattito sulla parità dei diritti tra eterosessuali ed omosessuali promosso dagli attivisti LGBTQ, ha fatto sì che numerosi Paesi si siano dotati, negli ultimi anni, di una legislazione per riconoscere e garantire diritti per i componenti dell'unione. Nell'Unione europea il quadro relativo alla legislazione sulle convivenze è oggi molto variegato:

Certi Paesi hanno adottato l'unione registrata, chiamata anche partnership o coabitazione registrata, che garantisce specifici diritti e doveri anche alle coppie dello stesso sesso oltre che alle convivenze formate da uomo e donna. I diritti e doveri possono essere identici, lievemente diversi o molto diversi da quelli delle coppie normalmente sposate. La registrazione è a volte aperta anche alle coppie etero non sposate; è il caso della Geregistreerd Partnerschap, unione registrata approvata nei Paesi Bassi, e del PACS ("Patto civile di solidarietà") approvato in Francia. In alcuni casi invece l'unione civile è ammessa esclusivamente per coppie omosessuali.

Altri Paesi hanno scelto di regolarizzare le unioni civili con la coabitazione non registrata, con la quale alcuni diritti e doveri sono automaticamente acquisiti dopo uno specifico periodo di coabitazione.

Alcuni Paesi europei - tra essi Paesi Bassi, Belgio e Spagna - oltre ad aver approvato il riconoscimento giuridico delle coppie non coniugate di qualunque sesso, hanno aperto il matrimonio alle coppie dello stesso sesso per realizzare la parità perfetta tra etero e omosessuali.



L'Ilga (International lesbian, gay, bisexual, trans and intersex association) ogni anno pubblica una classifica relativa ai diritti delle persone Lgbt in Europa. Nel 2015 su 49 paesi l'Italia è al 34º posto ed al 22% come rispetto dei diritti umani delle persone lgbt.

Nell'Unione Europea la questione delle unioni civili è entrata spesso a far parte di direttive riguardanti uno dei principi cardine dell'UE: Tutti i cittadini dell'Unione hanno gli stessi diritti, indipendentemente dalla loro origine, nazionalità, condizione sociale, dal loro credo religioso o orientamento sessuale. Già dal 1994 la Comunità Europea, infatti, ha emanato una risoluzione per la parità dei diritti dei gay e delle lesbiche. Un'iniziativa sintomo di quel generico favor che l'Unione mostra di nutrire nei confronti degli omosessuali. Nonostante, ad oggi si tratti ancora di una declaratoria avente un valore eminentemente politico, il Parlamento ha ribadito in più occasioni il suo convincimento. Così, nella Raccomandazione del 16 marzo 2000 sul rispetto dei diritti umani nell'Unione Europea, esso chiese agli Stati membri di "garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate e alle coppie dello stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie tradizionali, in particolare in materia di legislazione fiscale, regime patrimoniale e diritti sociali". In epoca più recente, la Risoluzione del 4 settembre 2003 sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione Europea, il Parlamento ha rinsaldato le sue posizioni. Oltre alla richiesta, già formulata, di favorire il riconoscimento di coppie delle coppie di fatto, eterosessuali od omosessuali esse siano (punto 81), ha sollecitato gli Stati membri ad attuare il diritto al matrimonio e all'adozione di minori da parte di persone omosessuali (punto77). La problematica situazione del riconoscimento giuridico delle coppie de facto sussiste poi se considerata in rapporto agli Accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone.

L'Italia non ha attualmente una legislazione effettiva per le unioni civili. Si parla pertanto di "coppia di fatto" in quanto non riconosciuta giuridicamente. Ciò non significa, tuttavia, che una unione stabile, sia pure "di fatto", non faccia sorgere in capo ai conviventi diritti e doveri. Il quadro è però frammentario, nel senso che i diritti e doveri non sono omogenei, non derivano da una normativa unitaria ed omogenea, come nel quadro del matrimonio, ma sono frammentari e soltanto quelli previsti da specifiche leggi.

Una differenza fondamentale tra matrimonio e coppia di fatto riguarda l'eredità: se uno dei coniugi muore, l'altro ne è erede per legge, mentre nel caso di coppia di fatto un convivente non è erede dell'altro, a meno che non sia nominato nel testamento. Tra i conviventi, infatti, non esiste alcun diritto legale alla successione. Naturalmente il convivente può essere nominato erede, come qualunque altra persona, per testamento. L'inconveniente di tale soluzione, però, è che per testamento si può disporre solo di una quota del proprio patrimonio, chiamata appunto "disponibile". Se si hanno parenti stretti (figli, coniuge separato, genitori in assenza di figli), questi hanno diritti su parte del patrimonio, e potrebbero chiedere la "legittima", cioè la parte che spetta loro del patrimonio del defunto a prescindere dalla sua volontà diversamente espressa, quindi una disposizione in favore del convivente verrebbe ridotta.

I primi disegni di legge in proposito furono presentati nel 1986, grazie all'"Interparlamentare donne Comuniste" e ad Arcigay (associazione per i diritti degli omosessuali), la prima proposta di legge (mai calendarizzata) fu presentata da Alma Agata Cappiello, avvocato e parlamentare socialista, nel 1988.

Dagli anni novanta è aumentato il numero di proposte di legge per disciplinare le unioni civili presentate sia alla Camera che al Senato, così come sono diventati pressanti gli inviti del Parlamento Europeo alla parificazione dei diritti di coppie gay e coppie eterosessuali.

Sin dall'inizio, il dibattito politico ha registrato da parte della Chiesa cattolica forti obiezioni ed aspre critiche all'adozione di una legislazione per le unioni civili.

Durante il Governo Prodi II è stato discusso alla Camera dei deputati un disegno di legge di Franco Grillini, che richiama i PACS francesi, teso a regolamentare le unioni anche tra individui dello stesso sesso.

A livello locale, il movimento LGBT, ha chiesto in diverse città italiane di istituire registri delle unioni civili. La registrazione anagrafica della convivenza ha solo un significato simbolico, a meno che il singolo Comune non decida di aggiungere al valore simbolico dell'unione diritti reali (ad esempio, accesso agli alloggi popolari).
I primi comuni a dotarsi di un registro furono Empoli (nel 1993) e Pisa (nel 1996): attualmente sono molto numerose le città italiane che si sono dotate di un registro anagrafico delle unioni civili.

Alcune Regioni italiane hanno approvato statuti che sarebbero favorevoli ad una legge sulle unioni civili, anche omosessuali: la Calabria (6 luglio 2004), la Toscana (19 luglio 2004), l'Umbria (2 settembre 2004) e l'Emilia-Romagna (14 settembre 2004).
La maggior parte degli statuti si rifà alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che all'articolo 9 sancisce, tra i diritti fondamentali della persona, il "Diritto di sposarsi e di costituire una famiglia".
Il secondo Governo Berlusconi (2001-2006), di centro-destra, ha impugnato per presunta illegittimità costituzionale gli statuti della Toscana, dell'Umbria e dell'Emilia-Romagna: i primi due ricorsi sono stati respinti.



La Spezia nel giugno 2006 è il primo comune italiano che ha deciso di aprire agli omosessuali il registro delle unioni civili. La mozione è stata votata da 23 consiglieri comunali su 30. Questo provvedimento determina l'equiparazione amministrativa delle coppie di fatto (diritto alle case popolari, etc.).

L'8 febbraio 2007 il governo italiano ha approvato un nuovo disegno di legge che prevede i riconoscimenti delle unioni di fatto, non sotto la denominazione comune di PACS, bensì di DICO. Visti i problemi numerici al Senato, ed alcuni problemi di ordine tecnico giuridico, un comitato ristretto della commissione giustizia che ha come relatore il senatore Cesare Salvi (Sinistra Democratica), ha elaborato una nuova proposta di legge sul CUS (contratto di unione solidale). Questa proposta di legge, aperta a tutte le coppie etero e gay, verrebbe stipulata davanti al giudice di pace o dal notaio. Quest'ultimo comunicherebbe l'atto al giudice di pace, dove verrebbe trascritto in un pubblico registro. La caduta del Governo Prodi ha decretato, di fatto, il fallimento della proposta di legge.

Il 17 settembre 2008 il Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta ha proposto un riconoscimento sia per coppie eterosessuali che per coppie omosessuali chiamato DiDoRe (DIritti e DOveri di REciprocità dei conviventi). La proposta è stata presentata alla Camera dei Deputati l'8 ottobre 2008 ed è assegnata alla II Commissione Giustizia, che non l'ha mai esaminata.

Nel XVIII legislatura è stato presentato un testo unico d'iniziativa parlamentare giornalisticamente noto come "DDL Cirinnà", dal nome della proponente, la senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà, che prevede l'istituzione delle unioni civili per le coppie omosessuali con diritti e doveri identici a quelli previsti per il matrimonio civile, eccetto le adozioni, ma comprendente la stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del partner.

Il 27 ottobre il Consiglio di Stato boccia la trascrizione delle nozze gay celebrate all'estero. La notizia ha suscitato molto scalpore poiché il giudice che ha emesso la sentenza, Carlo Deodato, ha condiviso diversi tweet contro la "teoria gender" e contro le nozze gay. Nella sentenza si afferma: «il matrimonio omosessuale deve, infatti, intendersi incapace, nel vigente sistema di regole, di costituire tra le parti lo status giuridico proprio delle persone coniugate (con i diritti e gli obblighi connessi) proprio in quanto privo dell'indefettibile condizione della diversità di sesso dei nubendi, che il nostro ordinamento configura quale connotazione ontologica essenziale dell'atto di matrimonio».

Dopo questa sentenza si ricorda che il prefetto di Napoli ha annullato anche l'atto di nascita di Ruben, bimbo nato da una coppia di due mamme.

Nel 1990 è stata votata una legge per i soli parlamentari che prevede l'estensione dell'assistenza sanitaria per i partner conviventi "more uxorio" da almeno tre anni. La legge così tratta i conviventi come legittimi sposi (Regolamento di assistenza sanitaria integrativa dei Deputati, art. 2, lettera "d"). Ultimamente ai partner di fatto è stato riconosciuto anche la reversibilità della pensione. Tale vitalizio è riconosciuto anche al partner di fatto dei consiglieri regionali.
Anche i giornalisti che iscrivono il/la partner convivente alla Casagit possono beneficiare dell'assistenza sanitaria a pagamento nella stessa forma dei coniugi dei giornalisti.

Nel dicembre 2013 la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito che il congedo matrimoniale deve essere concesso anche alle coppie omosessuali che abbiano contratto un Pacs. Questa legge è in vigore in tutti gli Stati europei in cui il matrimonio è precluso alle coppie omosessuali e nei quali però vige il sistema dei Patti civili di solidarietà o le unioni civili.

La sentenza depositata dai giudici di Lussemburgo (causa C–267/12) riguarda un cittadino francese che ha fatto causa al suo datore di lavoro (il Credit Agricole mutuel) prima della legge che in Francia ha regolamentato le nozze omosessuali. La vicenda era alla fine approdata alla Corte di Cassazione francese che a sua volta ha girato la questione alla Corte Ue. E qui gli è stato riconosciuto il diritto di usufruire del congedo matrimoniale e del premio previsto dal contratto collettivo nazionale del Credit Agricole.

In Italia l'azienda Sanitaria di Bressanone ha rifiutato la possibilità di concedere il congedo matrimoniale ad una coppia gay (un italiano ed un austriaco) sposata regolarmente in Austria.

Pur non essendo riconosciuto in Italia il congedo matrimoniale per le coppie omosessuali sposate all'estero sono molte le aziende pubbliche e private che lo riconoscono.

Nel marzo 2015 l'Atac, la municipalizzata dei trasporti romani, ha concesso 15 giorni di congedo matrimoniale all'autista gay dopo l'iscrizione nel registro delle coppie di fatto in Campidoglio: era successo anche a Palermo pochi mesi prima, stessa situazione. L'università di Bologna Alma Mater ha fatto altrettanto con tre diversi docenti.

In seguito è stato il Massimo di Palermo ad accordare, primo teatro in Italia, permessi matrimoniali ai suoi dipendenti, per nozze o unioni civili. È una pratica ormai consolidata in Dhl (qui basta il certificato di convivenza rilasciato dal Comune, anche in assenza di Registro), Ikea (che prevede pure permessi familiari per occuparsi dei figli non biologici, basta il certificato anagrafico di convivenza), Servizi Italia e Call & Call, Telecom e Intesa San Paolo.

Nel novembre del 2015 anche la multinazionale Synlab ha firmato un accordo sindacale che prevede permessi per decesso o grave infermità del partner, aspettativa per gravi motivi familiari, congedo matrimoniale. L'accordo, però, è stato firmato solo dai sindacati autonomi Cobas e Cub, ma non da Cgil e Cisl. La Cisl si sarebbe sfilata affermando che: «Con tutti i problemi che abbiamo in questo momento, non sembrava un argomento prioritario. Preferiamo attendere una legge nazionale alla quale ispirarci». Anche la Cgil pur mostrando inizialmente adesione all'iniziativa, poi i delegati si sono defilati. Alla domanda perché la Cgil si è tirata indietro, i responsabili hanno accusato «l'azienda di aver dato un'accelerazione improvvisa e incomprensibile alla trattativa».

Dare ordine e forma giuridica ai diritti delle persone che compongono coppie dello stesso sesso, ma senza alcuna sovrapposizione con l’istituto del matrimonio, né alterando con problematiche costruzioni giuridiche la relazione tra genitori e figli: ci sono punti fermi, antropologici e sociali molto prima che legali, sui quali ogni manipolazione può rivelarsi artefatta e avventurosa. Lette in sequenza, le dichiarazioni  ai mass media di esponenti della Conferenza episcopale italiana, interpellati sul disegno di legge Cirinnà in discussione nell’aula del Senato dal 26 gennaio, contengono sempre questi concetti, senza stonature.

A ribadire la posizione della Chiesa italiana è tornato il segretario generale monsignor Nunzio Galantino, che in un’intervista ha ricordato come «quello delle unioni civili è inevitabilmente un tema che sta toccando la politica, mi piacerebbe che venisse affrontato con serietà e non in maniera ideologica. Lo Stato deve fare il suo mestiere e garantire ai singoli i propri diritti ma questo non può andare a scapito della famiglia composta da padre, madre e figli. Bisogna cercare di non fare confusione cercando di annacquare la realtà della famiglia così come la Costituzione la presenta. La famiglia non è un bene della Chiesa ma della società. E la società, quando è seria, i suoi beni li deve custodire».



Parole in continuità con quelle pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco il giorno dell’Epifania: «Nessun’altra istituzione deve assolutamente oscurare la realtà della famiglia con situazioni similari» – aveva detto il presidente della Cei –, perché questo «significa compromettere il futuro dell’umano. Nessun’altra forma di convivenza di nucleo familiare, pur rispettabile, può assolutamente oscurare o indebolire la centralità della famiglia, né sul piano sociologico né sul piano educativo. La Chiesa conferma la propria profonda convinzione verso la famiglia come il grembo della vita umana» e «prima fondamentale scuola di vita, di umanità, di fede di virtù civiche, umane e religiose. Questa è l’esperienza universale che la Chiesa difende in ogni modo, per amore dell’uomo, della vita e dell’amore».

È ancora con una sua voce ufficiale – il direttore dell’Ufficio famiglia don Paolo Gentili – che la Cei aveva fatto presente la sua posizione: «Non abbiano nulla contro il riconoscimento dei diritti individuali delle persone omosessuali, come poter andare a visitare il partner in ospedale o in carcere o decidere quale parte di patrimonio lasciargli in eredità – aveva detto Gentili in un’intervista –, ma un conto è un Paese che mira al futuro, e quindi investe sulla famiglia reale, un altro è un Paese che si preoccupa solo dei diritti di alcuni gruppi». Quanto al ddl Cirinnà, «ha fatto passi interessanti nella distinzione tra matrimonio fra uomo e donna e l’unione civile definendo quest’ultima "formazione sociale specifica"» ma nella bozza «vi sono diversi rimandi al diritto matrimoniale». L’equiparazione alle nozze è «inopportuna e inutile», così come la stepchild adoption è «inammissibile». Occorre invece che «la politica ascolti di più la famiglia reale, quella che quotidianamente incontriamo nei diversi luoghi della vita vera e che, senza troppe chiacchiere, si fa concretamente carico di bambini, anziani e malati». È infatti «tutta l’impostazione da capovolgere: da un’attenzione concentrata su piccoli gruppi alla capacità e alla volontà di rispondere al sentire e alle esigenze dei milioni di famiglie che costruiscono e sostengono il Paese». Ma non è detto che il dissenso sulla legge così com’è debba esprimersi in una nuova manifestazione di piazza (della quale peraltro sinora non sono noti né il giorno né gli animatori): «Più che creare singoli eventi, che di per sé possono anche essere importanti, questo scenario ci chiede, come insegna papa Francesco, di avviare e curare un processo che sappia risvegliare nei politici uno sguardo globale sulla realtà».

Ai più piccoli, quasi sempre ignorati nel dibattito sulla legge, ha invitato a guardare il presidente della Commissione Cei per la famiglia, il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli: «La sensibilità nei confronti del bambino, non solo dei cattolici ma di ogni sano esperto di psicologia, dice che ha diritto alla rappresentanza maschile e femminile, del padre e della madre – ha detto alla Radio Vaticana –. Quindi su questa materia bisognerà ancora confrontarsi, non rimanere in situazioni grigie che si servono del bambino per questioni – se vogliamo – più di potere da affermare, piuttosto che di servizio da offrire».

Anche perché in gioco c’è la dignità della donna. A ricordarlo è il cardinale Gualtiero Bassetti, dichiara che «anche se in modo indiretto la stepchild adoption apre una porta all’utero in affitto. Questa pratica mi sembra una scorciatoia barbara e umiliante per la donna, oltre che gravida di conseguenze per i figli. Cerchiamo di riconoscere la libertà di chi convive senza però sconvolgere un patrimonio antropologico millenario».

«Noi crediamo che il figlio non sia un "diritto" – incalza il cardinale Edoardo Menichelli, in un'intervista –, perché così diventerebbe in qualche modo un figlio-proprietà». E se sui diritti delle persone si può «trovare il modo di rispondere a certe esigenze», come previsto «già nel nostro diritto civile», ci sono tuttavia altre urgenze per il tessuto sociale del Paese: «Si avverte il bisogno impellente di intervenire su una materia che riguarda un numero limitato di persone – nota Menichelli con amarezza –, e si fa poco per aiutare la famiglia... Le unioni civili non mi sembrano una priorità».


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sabato 28 novembre 2015

Separazione SI Separazione NO



In un rapporto in crisi, separazione e  divorzio potrebbero sembrare l’unica soluzione.

Ci sono sempre pro e contro in ogni decisione.

Dal punto di vista dei rapporti patrimoniali, la separazione legale produce molteplici e rilevanti effetti, sia per i coniugi stessi che per i terzi che intrattengono rapporti giuridici con almeno uno di essi. La prima conseguenza della separazione, sia di tipo giudiziale che di tipo consensuale, è lo scioglimento del regime di comunione legale dei beni (sempre che i coniugi non abbiano già optato per il regime di separazione dei beni, al momento della celebrazione del matrimonio oppure in qualunque momento successivo), con rilevanti ricadute, ad esempio, sulla garanzia reale su cui fanno affidamento gli eventuali creditori di ciascuno dei coniugi.

Altra inevitabile questione da regolamentare, data la cessazione della convivenza, è quella relativa all’assegnazione della casa familiare. Rinviando la trattazione per l’ipotesi in cui la coppia abbia figli, se non ne ha, la casa familiare non può venire assegnata esclusivamente al marito o alla moglie, a meno che entrambi non raggiungano un accordo sul punto in tal senso. Si dovrà, invece, effettuare un distinguo tra due situazioni: qualora sia di proprietà comune, si potrà richiedere la divisione giudiziale dell'immobile, qualora sia di proprietà esclusiva, rientrerà nella sfera di disponibilità esclusiva del coniuge proprietario. Rimanendo inalterato lo status di coniuge, inoltre, ciascuno di essi avrà diritto a una quota della pensione di reversibilità e, salvo il caso di separazione giudiziale con addebito pronunciata con sentenza definitiva, resterà titolare, altresì, dei diritti successori in caso di sopravvenuto decesso del consorte durante tale fase transitoria del rapporto.

Per quanto concerne, più in generale, la gestione dei rapporti economici tra i coniugi, infine, è necessario trattare separatamente le due forme di separazione legale: in caso di separazione consensuale, i coniugi stipulano autonomamente un accordo da sottoporre successivamente al vaglio dell’autorità giudiziaria tramite l’omologazione. Il contenuto dell’accordo medesimo sarà la disciplina dei loro reciproci rapporti patrimoniali e, in particolare, potrà avere ad oggetto: la divisione di beni comuni, l'assegnazione ad uno dei coniugi di beni di proprietà comune o esclusiva dell'altro coniuge, il riconoscimento di un assegno di mantenimento a favore del coniuge debole.

Qualora si addivenga, invece, a una separazione giudiziale, l’effetto immediato è solo quello dello scioglimento dell'eventuale regime di comunione legale, mentre i beni restano di proprietà comune ovvero esclusiva dei coniugi, a seconda dei casi e sulla base della disciplina ex art. 179 e ss. del codice civile. Ai sensi di tale norma, ad esempio, i beni da considerarsi “personali” (secondo i criteri delineati dalla disposizione in commento) e i beni il cui acquisto è stato precedente al matrimonio rimangono di proprietà esclusiva del coniuge intestatario. Medesima soluzione si ha, altresì, per l’ipotesi in cui sia stato scelto il regime di separazione legale dei beni, già nel momento delle nozze oppure in un qualunque tempo successivo.

Un particolare aspetto di un evento critico come la separazione, riguarda le situazioni nelle quali, per motivi di carattere economico ed organizzativo non è possibile interrompere la coabitazione contemporaneamente alla separazione.

Ci si ritrova così nella condizione di separati in casa, che può essere vissuta dalla famiglia con modalità differenti e con conseguenze sull’adattamento dei suoi membri molto diverse, a seconda che la decisione di separarsi sia stata maturata in maniera consensuale oppure unilaterale.

Nel caso di separazione consensuale non è detto che la prosecuzione provvisoria della coabitazione corrisponda all’accentuazione della conflittualità all’interno della coppia. Questo aspetto infatti generalmente emerge in corso della separazione legale, nel momento in cui cioè vengono definiti ufficialmente gli accordi economici, abitativi ed inerenti alla frequentazione dei figli. E’ in quest’occasione infatti che si evidenziano le difficoltà da parte degli ex-coniugi di rispettare e di mettere in pratica questi accordi, con il rischio di un aumento della conflittualità. Prima di questo momento la situazione coabitativa, se gestita nel rispetto reciproco non è necessariamente una condizione che accentua il malessere emotivo scatenato dalla separazione.



Purtroppo però questa situazione non è la più verificata. Nella maggior parte dei casi la coabitazione forzata, in caso di separazione non consensuale, è fonte di numerosi conflitti e di aggravio delle tensioni e del malessere emotivo di tutto il nucleo familiare. L’elevata conflittualità tra i coniugi è riconosciuta in diverse ricerche in letteratura come uno dei fattori di rischio più pericolosi ai fini della gestione dell’adattamento familiare all’evento separazione-divorzio. Essa è una potente fonte di stress che può determinare una sorta di logoramento psico-fisico, anche a carico dei figli.

E’ in queste situazioni in fatti che i bambini rischiano più spesso di diventare pretesti per lanciare accuse contro il partner, di essere oggetto di ricatti, di essere coinvolti in dinamiche relazionali disfunzionali e rischiose per il loro benessere emotivo.
Nelle situazioni in cui ci si ritrova ad essere separati in casa è pertanto necessario cercare il più possibile di limitare le occasioni di conflitto, cercando di accordarsi almeno sugli aspetti che riguardano la convivenza e soprattutto evitando di intraprendere discussioni in presenza dei figli.

Se nonostante gli sforzi intrapresi non si riesce in nessun modo a non cadere in argomenti bomba e non è nemmeno possibile trovare nessuna soluzione logistica migliore è opportuno prendere in considerazione l’idea di rivolgersi ad un Centro per le famiglie. Questi servizi diurni, generalmente aperti anche nei giorni feriali, sono finalizzati alla gestione del conflitto intrafamiliare, al fine di assicurare la continuazione del rapporto con entrambi i genitori da parte del bambino, qualsiasi sia la relazione di coppia.



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sabato 21 novembre 2015

il Tifo dei Genitori per i Propri Figli



Sfogare le proprie frustrazioni sui figli, trattati come alter ego in grado di restituire l’immagine ideale che non si è riusciti a raggiungere da giovani, contribuisce al capovolgimento della realtà. È profondamente contro natura oltreché immorale caricare di responsabilità un bambino di dieci anni. Che il calcio, almeno in ambito professionistico, sia soltanto una questione di rispetto e fair play è ormai una banalità assodata. Siamo i primi a inveire contro l’arbitro o chiunque ci capiti sotto tiro se qualcuno osa mettere in discussione un principio che riteniamo intoccabile. Siamo i primi a professare eterno amore alla squadra per la quale facciamo il tifo, ma ci sentiamo incompleti se non lo bilanciamo con la necessaria dose di odio. Tornano alle mente striscioni deplorevoli, inneggianti a tragedie del passato, irrimediabilmente sventolati nella loro totale crudeltà davanti agli occhi di un bambino, che non sa e chiede. Invitiamo la negazione della civiltà – impossibile da estirpare perché va a braccetto con l’uomo – a non presentarsi prima del dovuto. L’inalienabile diritto al divertimento deve fungere da prerogativa a discapito della competizione, i settori giovanili sono centri di formazione che hanno come obiettivo la crescita – non solo atletica – della persona. L’ambizione dell’adulto non può agire da scudo contro il momento dell’aggregazione, il bambino va lasciato libero di giocare, di sbagliare, di farsi un’idea personale su ciò che gli ruota intorno senza dover passare dallo stato d’animo del genitore.

I bambini dovrebbero essere lasciati liberi di giocare senza alcuna pressione, con un numero assai esiguo di norme delle quali tenere conto:  rispettare gli altri (compagni, avversari, allenatori, arbitri);  rispettare le regole;  divertirsi. Al riguardo, anche il regolamento dei campionati non è affatto casuale: fino alla categoria Esordienti, undici anni di età, c’è l’obbligo di far giocare tutti i bambini, bravi o scarsi che siano, e non ci sono classifiche ufficiali per determinare chi è forte e chi lo è di meno.

Questo non basta a frenare le ambizioni degli adulti. Ci sono genitori che se la prendono furiosamente con l’allenatore, colpevole di non comprendere quanto sia abile il loro pargolo; altri che offendono e insultano arbitri-ragazzini; altri ancora che scatenano baruffe e perfino risse con papà e mamme avversari. I ragazzi, quasi sempre molto più ragionevoli e maturi, si vergognano per loro. E’ il volto triste del calcio giovanile.

In un campo della periferia romana, accanto alla porta d’ingresso, un dirigente esasperato ha appeso un cartello grande così, scritto con un bel pennarello blu: “Chi ha un figlio campione è pregato di portarlo a giocare da un’altra parte”. Chissà se papà e mamme dei fuoriclasse del futuro lo leggono e, soprattutto, lo capiscono.




Ecco cosa scrive la Figc: “L’approccio educativo del mondo del calcio è troppo spesso uno specchio attraverso cui si riflettono comportamenti ed atteggiamenti degli adulti. Quindi, competitività esasperata, esclusione dei più deboli e dei meno dotati, accentuazione dell’aspetto fisico ed agonistico. Questa Carta, tra i suoi diversi principi, ci ricorda invece quanto sia importante assumere il punto di vista dei bambini. Non solo prestazioni e ansia di vittoria, ma divertimento, partecipazione, festa. E il calcio è il tipico gioco di squadra che può anche far sviluppare il confronto, la cooperazione, lo scambio” .

Chi iscrive il proprio figlio a una scuola di calcio pensando che sia come un qualsiasi corso di nuoto, tennis o qualunque altro sport si rende conto ben presto che è tutta un’altra storia.
I bambini in campo giocano. I genitori ogni sabato e a volte pure la domenica vivono le partite dei figli come fossero squadre di Serie A.  Incitano i propri figli come fossero macchine da guerra. Ognuno dei papà  pensa di avere in campo il talento (inespresso per molteplici motivi…) Educazione, rispetto sportività non sono la regola.  E non sul campo, dove addirittura fino a una certa età non c’è neppure l’arbitro perché i bambini devono fare da soli. Paradossalmente proprio tra coloro che insegnano con il loro comportamento.

I genitori di squadre opposte si guardano in cagnesco (spesso),  Le urla rimbalzano sui piccoli giocatori che:  non possono sbagliare, perdere la palla (peggio) non fare gol portando la vittoria alla loro squadretta.

Andate a vedere un torneo under 10 di tennis. Fanno spavento. Sono alti poco più della rete e tirano certe botte impressionanti, per potenza e precisione. Se di là ci fosse Peppa Pig la vorrebbero morta. Sono prodigiosi in modo tenero e sconcertante. Non sorridono mai. Si allenano fino a sedici ore alla settimana, in quarta o quinta elementare, per quella partita del weekend. E se sbagliano un colpo, spesso vedrete questi Federer e Sharapova miniaturizzati guardare subito papà o mamma. Seduti su quelle tribune dove tanti genitori fanno molto più spavento di loro. "La mia squadra ideale è una squadra di orfani" è la vecchia battuta che gira tra allenatori. Un paradosso, ovviamente, come sono paradossali i casi di genitori aguzzini, disposti a tutto pur di vedere un figlio campione, che finiscono sui giornali. Ma la normalità che non fa più notizia è fatta di risse a bordocampo alle partite dei ragazzini, arbitri insultati e aggrediti, allenatori contestati. Ogni maledetta domenica, e il sabato pure. Qualsiasi istruttore giovanile, di qualsiasi sport, sa che una parte importante e difficile del suo lavoro è "allenare" i genitori.

La linea di campo tra gioco e stress per il bambino è sottile, quanto quella tra il buon genitore che si limita a far capire l'importanza formativa della disciplina e dell'impegno e quello che invece invade, soffoca, s'arrabbia, giustifica, pretende. "L'influenza negativa della famiglia è il nocciolo del problema" dice il pedagogo Emanuele Isidori, docente di etica e filosofia dello sport. "Troppi genitori proiettano sui loro figli le proprie frustrazioni e aspettative, caricandoli di ansie deleterie. Da una nostra ricerca del 2009 risulta che tra gli 8 e i 12 anni la maggioranza dei bambini pratica sport per vincere, come principale motivazione: questo è grave". Il caso Agassi ha fatto letteratura: il suo best seller Open ha alzato un velo sulle torture psicologiche subite dal padre. Lui però almeno è diventato Agassi. Uno su quanti? Nel calcio, in serie A arriva uno su cinquemila. "I genitori più pericolosi e invadenti sono quelli che non si sentono realizzati e hanno meno cose da fare nella vita" sostiene Isabella Gasperini, psicoterapeuta dell'età evolutiva che collabora con varie squadre di calcio. "E in dieci anni la situazione è peggiorata di pari passo con l'aberrazione del calcio professionistico. Senti questi genitori parlare delle partite dei figli come se fosse serie A: la tattica, il mister... Purtroppo avvertire che questi comportamenti fanno solo danni è inutile: sono meccanismi involontari. Quello che cerco di far capire è che i bisogni dei bambini sono diversi dai loro. I bambini accettano l'errore e il fatto che un altro sia più bravo come una cosa naturale, e invece li vedi costretti a impegnarsi per realizzare i sogni dei genitori dietro la rete secondo un loro tacito e insano accordo. Vanno invece lasciati liberi: di sbagliare, di creare, di calciare come gli viene, di sdraiarsi a guardare il cielo se non hanno voglia di correre, di seguire l'istinto. Liberi anche di assumere le proprie responsabilità e di cavarsela da soli, se un compagno gli ha messo le scarpette sotto la doccia ".

Giordano Consolini, responsabile del settore giovanile della Virtus Bologna, uno dei più titolati vivai del basket italiano, osserva: "Ci sono famiglie che combinano disastri. Un esempio: siamo andati a giocare le finali nazionali under 17 con due ragazzi, amici d'infanzia, che non si parlavano più e non si passavano neanche più la palla per questioni di invidie tra famiglie. Roba di convocazioni in Nazionale e premi che uno aveva ricevuto e l'altro no. I due ragazzi li ho messi in camera assieme, ci ho parlato, ho ottenuto che almeno si rispettassero in campo e abbiamo vinto quello scudetto. Ma con le famiglie i risultati sono stati scarsi, non hanno cambiato atteggiamento. Figurarsi quando subentrano anche i procuratori. Purtroppo molti genitori provocano la cosiddetta "sindrome da campione": il ragazzo viene sopravvalutato, si sente già arrivato e si blocca il processo di crescita. Considera che sia tutto scontato e dovuto, pensa solo che gli basti far passare il tempo e andrà nella Nba. È come se entrasse in una realtà virtuale e non considera più l'opzione dell'insuccesso: se arriva una sconfitta la vive come un fattore imprevedibile, non trova una via d'uscita, resta disarmato perché è stato programmato solo per vincere. Ed è difficile a quel punto farsi ascoltare. Perché è più comodo dar retta a chi ti regala un alibi dando la colpa a un altro: all'ambiente, al tecnico, ai compagni, agli arbitri. Il talento non basta per diventare giocatori".

La mala educación tocca l'apoteosi intorno al campo da calcio, dove rispetto ad altri sport il miraggio di ricchezza è più abbacinante. "Quando i genitori vedono il bambino solo come una possibile fonte di guadagno, è finita - dice Devis Mangia, ex ct dell'Under 21 - . Tutti pensano di avere il campione in casa. Quando un ragazzino si comporta male costa meno fatica etichettarlo come piantagrane e abbandonarlo al suo destino, mentre parlandoci si scoprono spesso situazioni famigliari alle spalle che spiegano gli atteggiamenti deviati. Ma, al contrario di quanto si possa credere, non è detto che subisca maggiori pressioni chi viene da contesti culturali e sociali inferiori, dove un contratto da professionista potrebbe rappresentare una svolta per tutta la famiglia". Lo conferma anche Roberto Meneschincheri, responsabile dell'attività agonistica under 16 dello storico Tennis Club Parioli di Roma, il circolo che ha sfornato Pietrangeli, Panatta e Barazzutti: ultimo titolo vinto, il campionato italiano under 12 femminile. "È questione di istinto e carattere, non di denaro o laurea: i genitori troppo pressanti che chiedono ai figli solo il risultato sono molto diffusi. Col dialogo di solito si riesce a ottenere collaborazione, a far capire che non va data troppa importanza alla partita e a evitare così interferenze o intemperanze durante il gioco".

Molte società fissano un decalogo dell'ovvio. Sdrammatizzate, incoraggiate, esaltate i risultati positivi e alleggerite le sconfitte, non entrate in campo e negli spogliatoi, lasciate che la borsa se la portino da soli, non discutete con l'allenatore di schemi e ruoli, rispettate gli arbitri, non parlate male al ragazzo del suo allenatore e dei suoi compagni. Eccetera. Ma il pedagogo Isidori non assolve nemmeno le società: "Dicono pensate a divertirvi ma il messaggio che di fatto viene trasmesso implicitamente dal sistema è un altro: conta solo vincere. Accade perché è completamente sbagliato il modello del Coni: le federazioni per avere soldi devono portare risultati. In Italia manca educazione sportiva perché non esiste lo sport per tutti: gratuito".





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venerdì 16 ottobre 2015

Il Mondo nel BUCO della SERRATURA



Chi è che non si è mai fermato ad ascoltare un litigio tra due persone per strada o non ha mai spiato qualcuno dal buco della serratura? L'uomo è di natura un voyeurista nel senso che ama guardare, essere spettatore spinto dalla curiosità e dal desiderio di scoprire l'ignoto. L'arte in genere si basa in gran parte sul concetto di voyeurismo: l’opera d’arte va guardata e assaporata con lo sguardo. Lo sguardo è una delle prime forme di comunicazione e di reciprocità, che permette al bambino, rispecchiandosi nello sguardo della madre, di riconoscersi e di percepirsi. Il termine voyeurismo deriva dal francese voyeur che significa “chi guarda”. Il voyeurista si eccita guardando di solito persone sconosciute in situazioni d’intimità, come per esempio quando sono nude, intente a spogliarsi o impegnate in attività sessuali. La semplice visione genera eccitazione fino al raggiungimento dell'orgasmo che può avvenire anche successivamente all'atto voyeuristico, grazie al ricordo dello stesso. Si tratta quindi di una vera e propria forma di autoerotismo. Tali atteggiamenti allontanano la possibilità di una relazione con l'altro che richiederebbe impegno e responsabilità, venendo a mancare la reciprocità, caratteristica fondante dell'amore. Come per le altre parafilie, il voyeurismo assume carattere di patologia quando i comportamenti diventano pervasivi nella vita del soggetto, provocando un disagio significativo nell'area sociale e lavorativa. Secondo Sigmund Freud, il voyeurista si difende dall'angoscia regredendo a forme di sessualità infantili. Otto Fenichel ritiene che il voyeurismo risalga ad una fissazione inconscia al momento in cui il soggetto, da bambino, ha visto o sentito per la prima volta i propri genitori avere un rapporto sessuale. Si tratterebbe quindi di una riatualizzazione dell'evento traumatico vissuto dal soggetto che si è sentito escluso dalla cosiddetta “scena primaria”; in questo modo è possibile padroneggiare un trauma vissuto passivamente. Per la psicologia del Sé l'attività sessuale o fantasia sessuale può aiutare a sentirsi vivi e integri quando si è minacciati dall'abbandono o dalla separazione.



In televisione siamo bombardati da programmi stile Grande Fratello, Isola dei famosi, Amici, tutti reality show che intendono "spiare" la vita di personaggi famosi e non solo.
Ormai dilaga la sindrome di spiare dal buco della serratura anche tra le mura domestiche. Sono sempre di più, infatti, le persone che spiano mogli, mariti e figli a caccia di tradimenti e malefatte, che siano veri o presunti tali. Ma questa mania è molto pericolosa, sul fronte legale e personale, e ci sono dei limiti che non vanno superati.

Le cronache raccontano di donne che infilano cimici nella camicia dei figli che stanno per incontrare il padre, ed ex marito, perché vogliono sapere la nuova vita del coniuge. Altri genitori hanno messo dei Gps nella macchina dei figli per controllare la velocità di guida e i posti che frequentano. Donne che vengono pedinate da fidanzati e mariti che inseriscono programmi particolari nei cellulari della vittima. Insomma continui controlli da parte di genitori ansiosi o coniugi gelosi.
Pare che sapere tutto della vita degli altri e soprattutto di chi ci sta vicino sia un diritto; ma non è affatto così, è semplicemente il bisogno di placare le nostre ansie. Sicuramente la tecnologia ha aumentato questa ossessione compulsiva di controllare chi ci sta accanto, perché se un tempo per sapere se venivamo traditi o se i figli combinavano qualcosa ci si doveva per forza rivolgere ad una agenzia investigativa, oggi invece lo spionaggio famigliare purtroppo può avvalersi di numerosi strumenti supertecnologici.
Spesso dietro al controllo del partner si nasconde il tentativo di tenerlo a sé, con il risultato di allontanarlo semplicemente; si tratta di avere a che fare con le nostre insicurezze, le nostre paure e soprattutto la nostra incapacità di parlare e discutere del problema.
I figli hanno bisogno non solo di parole, ma di respirare un'aria serena, un'atmosfera di presenza, attenta e silenziosa. Il rapporto tra genitore e figlio per molti aspetti deve essere di reciproco rispetto e di non invasione di campo. Certamente un genitore deve sempre osservare il figlio, con occhio vigile, ma a distanza. Quando nota cambiamenti di atteggiamento, magari prolungati nel tempo, bisogna alzare la guardia. ma non con pedinamenti e controlli a tappeto, bensì aumentando il dialogo.
I figli che scoprono di essere spiati dai genitori perdono totalmente la fiducia negli adulti e il risultato che si ottiene è il contrario di ciò che si voleva.
Anche se non andrebbe mai fatto, sbirciare il telefono del partner o la sua email può essere una tentazione momentanea che si può perdonare; ma acquistare veri e propri kit per controllare il compagno è davvero esagerato. La sfera personale e privata è una cosa sacra nella vita di ognuno di noi e non deve essere invasa da nessuno, questo perché è un diritto.
Spiare è sinonimo di sfiducia e se in una relazione manca la comunicazione, la complicità e il rispetto, allora è meglio interrogarsi sul nostro rapporto di coppia e anziché improvvisarci investigatori, meglio rivolgerci ad un terapeuta.



Secondo la legge chi spia una persona nella sua casa o ufficio rischia un’imputazione per intercettazione abusiva. È un reato penale che implica un processo e una condanna con pena pecuniaria. E se la situazione riguarda anche minacce e tensioni tra ex coniugi si rischia pure una denuncia per stalking.
Nessuno può entrare nella vita private delle persone, tranne le autorità come i giudici e gli investigatori privati. Ma anche questo caso c’è un codice deontologico che regola il lavoro di spionaggio. Per esempio gli investigatori possono iniziare a pedinare qualcuno solo se la richiesta arriva da un compagno o coniuge e non dalla suocera impicciona.




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lunedì 12 ottobre 2015

Quanto Pesa il COGNOME ?!



Il cognome, in quanto ha la funzione di strumento identificativo della persona, costituisce parte essenziale ed irrinunciabile di un soggetto, inoltre indica a quale famiglia si appartiene, e proprio per questa motivazione, gli si attribuisce molta importanza e un notevole peso.
Molte persone si sono chieste se possedere un altro cognome, quello materno al posto di quello paterno, o avere ambedue i cognomi dei genitori potrebbe cambiare qualcosa nella loro vita.

In vari paesi europei la scelta del cognome da assegnare ai figli non è rigida, infatti si può dare il cognome materno invece di quello paterno o tutti e due.
In Italia da vari anni vengono presentate proposte di legge che permettono la trasmissione del cognome materno o di tutti e due i cognomi e recentemente si è trovata una soluzione, ossia è stato approvato un disegno di legge che prevede la libera trasmissione solo in caso di accordo tra entrambi genitori.
Si può comunque cambiare il cognome ma ciò implica delle motivazioni valide, ad esempio perché esso è ridicolo o vergognoso, e quindi sostituirlo con quello materno potrebbe far evitare dispiacevoli derisioni.
Un’altra giustificazione, assai più importante, è dovuta ai rapporti morali con i propri genitori, infatti, se purtroppo si possiede un sentimento negativo e di disprezzo nei confronti del proprio padre, si può cambiare il proprio cognome con quello della madre, affinché non si abbia più nulla in comune, anche per dimostrare la profonda avversione nei confronti del proprio genitore.
La richiesta del cognome materno può anche essere motivata da ragioni affettive e sentimentali, infatti alcune persone si possono sentire molto più legate alla propria madre, perché essa è stata sempre presente a differenza del padre che per differenti motivi, ad esempio per ragioni di lavoro, non è sempre stato al suo fianco.

Alcune persone, invece, decidono di cambiare il proprio cognome a causa di un motivo economico, infatti è probabile che la denominazione della madre è un cognome famoso e sarebbe stato vantaggioso poterlo ereditare.



L'Aula della Camera ha approvato a voto segreto (239 sì, 92 no e 69 astenuti) il testo unico che introduce il doppio cognome nell'ordinamento italiano, adeguandolo in materia alla sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo dello scorso 7 gennaio aveva condannato l'Italia per violazione dei diritti umani. Il testo era approdato per la prima volta in Aula a Montecitorio nello scorso luglio, ma era stato necessario un rinvio in commissione per appianare le divergenze sulle forze politiche.

Alla nascita il figlio potrà avere il cognome del padre o della madre o i due cognomi, secondo quanto decidono insieme i genitori. Se però non vi è accordo, il figlio avrà il cognome di entrambi in ordine alfabetico. Stessa regola per i figli nati fuori del matrimonio e riconosciuti dai due genitori. Ma in caso di riconoscimento tardivo da parte di un genitore, il cognome si aggiunge solo se vi è il consenso dell'altro genitore e dello stesso minore (se però ha almeno 14 anni).

Il principio della libertà di scelta, con qualche aggiustamento, vale anche per i figli adottati. Il cognome (uno soltanto) da anteporre a quello originario è deciso concordemente dai coniugi, ma se manca l'accordo si segue l'ordine alfabetico. Coloro che hanno due cognomi potranno trasmetterne al figlio soltanto uno, a scelta. Il maggiorenne che ha il solo cognome paterno o materno, con una semplice dichiarazione all'ufficiale di stato civile, può aggiungere il cognome dell'altro genitore. Se però nato fuori del matrimonio, non può prendere il cognome del genitore che non l'ha riconosciuto. Le nuove norme non saranno immediatamente operative. L'applicazione è infatti subordinata all'entrata in vigore del regolamento (il governo dovrà adottarlo al massimo entro un anno) che deve adeguare l'ordinamento dello stato civile. Nell'attesa del regolamento, sarà però possibile (se entrambi i genitori acconsentono) aggiungere il cognome materno.

Alla approvazione si è arrivati non senza difficoltà per una serie di divergenze politiche che hanno rallentanto il percorso del disegno di legge. Alla fine, si è arrivati al voto  (tenutosi a scrutinio segreto) dopo che Forza Italia e Scelta Civica hanno lasciato libertà di voto ai deputati. Mentre il M5S si è astenuto sul voto finale.

Se è vero che non basta un bel cognome per fare carriera, è parimenti vero che, in linea di massima, non lo rende certo più difficile. In qualsiasi Paese, anche nei più meritocratici, le relazioni e le conoscenze hanno un peso. Le élites sono circoli di raggio ridotto. Le persone in vista tendono ad avere consuetudine con altre persone in vista. L’educazione che ci è stata impartita, al pari degli interessi coltivati dai nostri genitori e delle persone che ci hanno presentato, fanno la differenza nella nostra formazione.

Sicuramente non fa bene, né alla crescita né al desiderio di una società più equa, la persistenza di tanti “circoli chiusi” nella nostra società. In qualsiasi Paese, i figli dei ricchi e dei potenti fanno le stesse scuole e crescono dandosi del tu.
A esacerbare questa situazione, in Italia, è la pervasività della politica. Un libero mercato non è “meritocratico”, nel senso che non segue apertamente il progetto di consentire agli outsider di arrampicarsi in cima alla piramide sociale, o di integrare meglio giovani e donne nel mercato del lavoro. Ma le imprese in un mercato perseguono il profitto, e per realizzarlo debbono allocare al meglio i fattori di produzione. Siccome le imprese sono fatte di esseri umani, questi esseri umani possono anteporre le simpatie, l’amicizia, i rapporti personali al tentativo di mettere “ciascuno al posto giusto”. Quanto più lo fanno, però, più mettono a rischio la loro capacità di fare utili. Questo è tanto più vero quanto maggiore e più agguerrita è la concorrenza: meno bene le imprese “vecchie” combinano i fattori, e più spazio creano per imprese “nuove” che cercano un posto al sole.
Un Paese che genera più ricchezza e che sostiene la legittima aspettativa di tutti di “poterci provare”, a farcela nella vita, è un Paese nel quale il peso della politica è inferiore e gli spazi della concorrenza sono maggiori. Col peso della politica, al contrario, cresce inevitabilmente anche il peso dell’essere “nati bene”. Che è una fortuna: non dovrebbe essere un passe-partout per tutte le porte, ma nemmeno una colpa da espiare.




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mercoledì 6 novembre 2013

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sabato 15 settembre 2012

Una signora sale su un autobus

 
Una signora sale su un autobus con i suoi 10 figli che si mettono subito tutti a sedere, occupando tutti i posti a disposizione. La signora rimasta in piedi vede che un uomo occupa due posti perchè sta seduto a gambe larghe. "Scusi, signore, se chiude le gambe ci stiamo tutti e due.". "Se anche lei, signora, se avesse chiuso di più le gambe, sull'autobus ci sarebbe ancora posto!".
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Villa inglese immersa in un parco ben curato. Milord in salotto con sigaro acceso che legge il giornale davanti al caminetto acceso. Milady lavora a maglia nella poltrona accanto. Milord: "Archibald!". Archibald: "Milord?". Milord: "Archibald, prenda una tanica di benzina". Archibald: "Si' Milord". Milord: "Archibald, versi la benzina su Milady". Archibald: "Si' Milord". Milord: "Archibald, prenda i fiammiferi e dia fuoco alla benzina". Archibald: "Si' Milord". Segue il fuoco, resta la cenere. Milord: "Archibald, prenda una scopa e scopi per l'ultima volta Milady!".
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