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martedì 14 marzo 2017

"MI PIACE"



Un "mi piace" a una cosa che abbiamo pubblicato su Facebook ci fa sentire felici ed esaltati. Alcuni studi hanno mostrato che quando pubblichiamo qualcosa sui social non solo avviene un rilascio di dopamina, ma un'area del cervello, chiamata nucleus accumbens, si attiva secondo le stesse modalità di quando pensiamo a cose piacevoli come il sesso, il cibo e i soldi. La nostra rete di interazioni sociali sintetiche, la nostra finta realizzazione personale e l'illusione di essere popolari scatenano questa reazione—una specie di dipendenza—lasciandoci poi con il bisogno di ottenere ulteriori pollici in su digitali.

La maggior parte di questi "mi piace" sono una farsa: vogliono addirittura dire "mi fa schifo".  Ci sono persone a cui di voi non frega poi tanto, ma che si sentono obbligate a convincervi del contrario.

Ogni tanto vi compaiono nella home dei post tanto imbarazzanti che non potete fare a meno di mettere "mi piace." La persona che li pubblica dovrebbe ricevere un premio per il contributo che presta alla stupidità del mondo. Il caso classico è quello dell'idiota che pubblica le sue lamentele non richieste sulle persone di cui si circonda. Parla di un luogo dove non esiste il perdono, dove la "fiducia" e la "lealtà" sono valute instabili e i "veri amici" sono sempre meno ogni giorno che passa. Chi gli fa notare l'abisso di stupidità in cui nuota viene liquidato come "hater."

Vedere con i propri occhi che al mondo esistono persone del genere può farvi bene. Magari non a livello assoluto, ma su un piano più personale. Anche nei vostri momenti peggiori, quando sarete rossi di vergogna e avrete sospeso ogni giudizio morale su quello che vi circonda, sarete sempre meglio di lui. O di lei. Quindi sì, effettivamente state mettendo "mi piace" al fatto di essere una persona un tantino migliore.

Molto spesso, mettendo "mi piace" facciamo le veci dei nostri genitali. Insieme all'atto dei "preferiti" su Twitter, è il modo più facile e meno impegnativo per far capire a una persona che siamo interessati. Un tempo, per questo su Facebook c'era la funzione "poke," che esiste ancora oggi anche se la usa solo quel tuo amico che ogni volta che manda un poke ride per dieci minuti. Adesso il più blando "mi piace" può essere usato per mettere in moto una serie di eventi, la cui conclusione può tradursi o meno in azioni estremamente pratiche.

Se nella foto c'è anche un'altra persona che non è amica del soggetto, l'intenzione dietro al "mi piace" è molto esplicita. Chiunque abbia una relazione sa che almeno una volta al mese c'è una crisi dovuta al fatto che uno dei due pensa che ci sia qualcuno che vuole sottrargli l'amato. Ricordate: gli amici non permettono che il numero di "mi piace" alla foto profilo di un amico resti basso.

Se siete troppo discreti ed educati per una dichiarazione tanto esplicita, potete aggirare il problema e provare a lanciare i vostri segnali mettendo "mi piace" alle foto in cui la persona è taggata. Oppure potete mettere "mi piace" a una foto di qualcosa di divertente, o a una in cui le persone fotografate non sono vistosamente in posa. In questo modo il vostro intento diventa molto più ambiguo e misterioso. State dicendo una cosa tipo, Ciao, mi piace il fatto che tu ti stia divertendo. E forse, magari, vorrei anche fare sesso con te. Questo vale solo per le foto che vi appaiono in bacheca, ovviamente. Non vorreste mai che l'altra persona pensi che la state spiando, e che dedicate tutta la pausa pranzo a osservare le foto che ha pubblicato negli ultimi otto anni.

Per un approccio ancora più sottile e sofisticato, potete mettere "mi piace" a uno stato in cui la persona racconta uno dei suoi ultimi successi, o a una canzone che ha pubblicato. Così facendo, lancereste il segnale che a voi e a quella persona piace la stessa musica (e che forse ve la fareste) o che siete felici per come è andato il suo ultimo esame (e che forse ve la fareste). C'è un messaggio nascosto anche nel mettere "mi piace" a un video di gattini.

I contenuti di qualità sono e rimarranno la cosa più importante su Instagram (così come sugli altri social). Sono il primo requisito per fare davvero la differenza. Eppure, non possiamo fare a meno di chiederci se esistano altri piccoli accorgimenti che possano contribuire al successo del nostro profilo, portandoci ad aumentare follower e like.
Il primo segreto per ottenere più follower e like su Instagram è anche il più semplice e apparentemente banale.



Ricevere commenti, condivisioni e like quando scriviamo un post è per noi tutti motivo di piacere, di appagamento della nostra innata voglia di protagonismo e consenso sociale.

In rete è facile trovare centinaia di articoli su come aumentare la propria popolarità sui social. Ci sono anche agenzie di marketing che vendono pacchetti di like.

Ci sono poi utenti che sfruttano questo circolo con intelligenza per curare la loro immagine a fini professionali, fino a costruirci un lavoro vero e proprio. Sono i cosiddetti influencer, persone considerate esperte su alcuni ambiti di loro competenza e che godono dell’ammirazione, della stima e della fiducia di migliaia di altri utenti. In realtà quella dell’influencer non è una novità. Già nel secolo scorso i sociologi, che studiavano gli effetti della comunicazione di massa sugli individui, avevano individuato nell’opinion leader colui che riusciva a condizionare gli altri. Oggi l’opinione degli influencer conta così tanto da influenzare il pensiero e finanche i comportamenti, nonché gli acquisti, di tanti altri utenti che li seguono.

Alla luce di quanto detto non deve stupire, quindi, un’altra dinamica sociale tipica dei giovani, come l’irresistibile voglia ad uniformarsi. Dall’osservazione fatta i ricercatori si sono accorti che i ragazzi sono più propensi a dire “mi piace” se molti coetanei lo hanno già fatto. Anche in questo caso non si tratta di nulla di nuovo per gli scienziati sociali. È questo un fenomeno conosciuto già da molto tempo prima dell’avvento dei social network. Senza ricorrere alle teorie sulla psicologia delle folle, elaborate nella prima metà del ‘900, (secondo cui tante persone riunite in un ambiente circoscritto tendono ad adottare comportamenti simili) basterà ricordare quando da ragazzi seguivamo le mode del momento solo perché lo facevano anche i nostri coetanei. «Nello studio i ragazzi rispondevano alle scelte espresse da un gruppo di estranei virtuali e la volontà di conformarsi si è manifestata sia a livello cerebrale che nella scelta pratica di ciò che piace o meno», riflette Mirella Dapretto, docente di psichiatria e scienze comportamentali all’Ucla e autrice dello studio. «Possiamo aspettarci – aggiunge – che questo effetto sia amplificato nella vita reale, quando i teenager si relazionano a persone importanti per loro». Ecco riproporsi la famosa questione sulla valenza educativa dei mezzi di comunicazione. Parafrasando il titolo del celebre saggio sulla televisione di Karl R. Popper potremmo chiederci: Cattivi maestri social? Tutto, ovviamente, dipende da come si utilizzano. «Se gli “amici” social mostrano comportamenti virtuosi – spiega l’altra autrice Patricia Greenfield, direttrice del Children’s Digital Media Center dell’Ucla – anche la condotta dei figli verrà influenzata in questa direzione. È dunque importante che i genitori sappiano con chi interagiscono i loro ragazzi e il tipo di contenuti che questi coetanei stanno condividendo o apprezzando».

Alcuni “mi piace”, puntualizzano i ricercatori, nascondono delle insidie molto pericolose, che comportano nei ragazzi l’allentamento dei “freni mentali”. Nello studio i teenager sono stati messi di fronte a foto neutrali e a foto rischiose (persone con sigarette, alcol o abiti provocanti). Un dato comportamentale confermato anche a livello dell’attività cerebrale, con una minore attivazione delle aree associate al controllo cognitivo e all’inibizione della risposta.



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martedì 9 febbraio 2016

HASHTAG



La sua popolarità è legata all'introduzione su Twitter come caratteristica per contrassegnare parole chiave, che richiamano così l'attenzione degli utenti su temi particolari. Ad ideare questa modalità di comunicazione fu Chris Messina, un avvocato di San Francisco che il giorno 23 agosto 2007, su Twitter, postò la frase:

« how do you feel about using # (pound) for groups. As in #barcamp? »
(Chris Messina su Twitter)
Il primo che ne fece uso su un profilo molto seguito fu però Nate Ritter, che nell'ottobre del 2007 incluse #sandiegofire nei suoi frequenti messaggi che parlavano degli incendi che stavano colpendo la contea di San Diego. A livello internazionale invece, è diventato comune quando fu utilizzato nelle proteste in Iran durante le Elezioni presidenziali in Iran del 2009.

Twitter, che originariamente non disponeva di un servizio per raggruppare i messaggi (tweet), ha individuato l'hashtag come modalità semplice per indicizzare i contenuti, introducendo così a partire dal 1º giugno 2009 il collegamento ipertestuale sugli hashtag a tutti i messaggi recenti che citano lo stesso hashtag. Nel 2010 Twitter ha introdotto nella prima pagina i "trending topics", ossia l'elenco degli hashtag particolarmente utilizzati. Nelle pagine del supporto ufficiale di Twitter l'hashtag è indicato come metodo per creare etichette.

Nel 2012 sono stati introdotti i "trending topics localizzati", che permettono la visualizzazione degli hashtag più popolari per ogni Stato.

Nel giugno 2013 gli hashtag sono stati introdotti anche su Facebook.

Un hashtag (#) è un tipo di etichetta o tag per metadati utilizzato su alcuni servizi di rete e social network come aggregatore tematico, la sua funzione è di rendere più facile per gli utenti trovare messaggi su un tema o contenuto specifico. Un utente può creare o utilizzare un hashtag posizionando il carattere hash (cancelletto #) davanti ad una parola o una frase (senza spazi) del testo principale di un messaggio; successivamente la ricerca di quel hashtag restituirà tutti i messaggi che sono stati etichettati con esso.

La parola deriva dall'inglese hash (cancelletto) e tag (etichetta), in pratica significa: "parola etichettata con il simbolo cancelletto".

In tutti i Paesi del mondo dove sono diffusi i social l'hashtag è stato introdotto ed è usato come aggregatore di interessi anche nelle principali trasmissioni televisive della televisione pubblica o privata, che fanno largo uso di questa modalità di interazione in tempo reale con gli ascoltatori, che possono commentare in rete quanto appare sullo schermo televisivo. I commenti che utilizzano l'hashtag acquistano, in rete, maggior visibilità e autorevolezza, pertanto questo viene usato sempre più anche dalle grandi testate giornalistiche, oltre che dai semplici utenti, più o meno seguiti, e dai personaggi famosi.
Gli hashtag sono utilizzati principalmente come strumenti per permettere agli utenti del web di trovare più facilmente un messaggio collegato ad un argomento e partecipare alla discussione, ma anche per incoraggiare a partecipare alla discussione su un argomento indicandolo come interessante. Sostanzialmente, sono dei collegamenti ipertestuali che fungono da etichette.

I messaggi sui servizi come Twitter, Instagram, Google+, possono essere etichettati con l'uso di uno o più hashtag, ad esempio: "#stilografica è la mia #penna preferita" oppure "ottimo #concertorockroma questa sera con i #rollingstones". In pratica si generano frasi formate da combinazioni di hashtag, anche molti in caso di frasi complesse. In questo modo una persona può cercare il termine "#stilografica" semplicemente cliccando sull'hashtag e la parola etichettata apparirà nei risultati di ricerca. Gli hashtag possono essere utilizzati anche per inserire post su pagine internet (es. foto di Instagram con hashtag "#milanofiera"); creando una concatenazione di termini specifici si può etichettare in modo preciso un argomento. La sintassi prevede di separare con uno spazio ogni hastag dal precedente e dal successivo; inoltre essi non supportano i segni di punteggiatura in quanto interrompono l'hashtag: per esempio: "#roma #2016" è giusto, mentre "#roma#2016" è sbagliato.



Nel linguaggio dei social networking e microblogging le tendenze sono gli hashtag più popolari in un certo momento, passato il quale, non sono più visualizzati o rintracciabili.

Cominciamo da come usare gli hashtag su Facebook nei propri post (o anche in foto, video e link condivisi): tutto quello che devi fare è digitare la parola che vuoi usare per categorizzare il tuo post (es. il titolo di un evento, il nome di un’azienda, ecc.) anteponendo a quest’ultima il simbolo del cancelletto (#).

Gli hashtag possono essere inseriti in qualsiasi punto del messaggio e hanno una sola regola: vanno scritti senza spazi. Questo significa che se vuoi creare un hashtag composto da più parole, non devi digitare #Parola1 Parola2 ma #Parola1Parola2. Altrimenti verrà creato un hashtag solo per il primo termine digitato mentre il resto verrà considerato come normale corpo del messaggio.

Oltre a inserirli nei propri messaggi, è possibile usare gli hashtag su Facebook per visualizzare tutti i post legati ad un determinato argomento. Gli hashtag, infatti, vengono trasformati automaticamente in link e, se cliccati, permettono di visualizzare una lista di post altrui in cui sono contenuti. E qui c’è la più grossa differenza rispetto a Twitter.

Se sul social network del volatile azzurro selezionando un hashtag è possibile visualizzare tutti i messaggi contenenti quest’ultimo, indipendentemente da chi li ha scritti, su Facebook è possibile vedere solo i post dei propri amici o di chi ha impostato il livello di privacy su pubblico.

Detto in parole povere, dunque, se vuoi che un tuo messaggio contenente un hashtag possa essere rintracciato anche da chi non ti è amico su Facebook, devi postarlo come messaggio pubblico e non come contenuto destinato solo agli amici.

Da sottolineare, inoltre, il fatto che se pubblichi un post contenente degli hashtag tramite un altro servizio (es. Instagram, Twitter, ecc.), questi risulteranno cliccabili ed utilizzabili come hashtag di Facebook senza alcun tipo di limitazione. Davvero molto comoda come funzione.

Chiarito l’aspetto privacy, ti segnalo che puoi cercare gli hashtag su Facebook nei messaggi dei tuoi amici e nei post pubblici utilizzando la barra di ricerca che si trova nella barra blu (in cima allo schermo). Proprio quella in cui cerchi i nomi o le fan page, esatto!

Tutto quello che devi fare è digitare il simbolo del cancelletto seguito dall’hashtag che vuoi trovare (es. #facebook) e selezionare i risultati che compaiono nei suggerimenti, sotto la categoria Hashtag. Nulla di più facile. Le indicazioni valgono sia per il computer che per smartphone e tablet.



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sabato 25 luglio 2015

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giovedì 7 agosto 2014

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mercoledì 2 aprile 2014

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