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mercoledì 22 febbraio 2017

IL RANCORE



Il rancore è un sentimento che si prova quando ci vengono negate le opportunità o le risorse di valore.

Il rancore non dà tregua a chi lo prova, inquinando la qualità della vita e delle relazioni. Un sentimento presente da sempre nell’uomo ma che oggi, con la complessità spiccata ma molto precaria del cervello moderno, può creare intoppi mentali e disturbi fisici notevoli, oltre a essere un potenziale pericolo per l’oggetto delle sue attenzioni.

Se ogni mancanza dell’altro, vera o presunta, diventa una fissazione cerebrale e una rigidità difensiva, l’energia vitale della persona e della relazione ristagna. Il rancoroso paralizza il rapporto nella condizione che inconsciamente sente più vantaggiosa: la vittima. Da lì non può nascere più niente di buono.

Il rancore è un’emozione negativa che non ci permette di dimenticare una situazione che si è verificata nella quale ci siamo sentiti feriti. A causa del dolore che questa situazione ci ha provocato vogliamo restituire il “favore” a chi ce l’ha causato, aspettando il momento migliore per agire. Per questo, il rancore ci fa solo stare male per molto tempo.



Il rancore è in realtà un’emozione non risolta, dovuta a una situazione che ci ha fatto stare male e che non abbiamo affrontato, ma che abbiamo messo momentaneamente a tacere, prolungando a tempo indeterminato il nostro malessere.

Il rancore rimane, e con questo anche la sofferenza, perché proviamo risentimento nel profondo che non ci permette di risolvere il problema, ma che al contrario ci fa conservare il nostro dolore.

Il rancore non ci permette di voltare pagina, perché si aspetta il momento migliore per “restituire il dolore“. Gli atteggiamenti delle persone che portano rancore girano intorno all’intenzione di ristabilire l’equilibrio, facendo pagare l’accaduto alla persona responsabile.

È un’emozione che favorisce la vendetta, l’ostilità e l’aggressività, così come l’odio verso la persona responsabile della sofferenza e del danno inflitto.




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martedì 21 febbraio 2017

SBUFFA....l'insofferenza.



Borbottare di continuo fra sé e sé, sbuffare, contrariarsi per un nonnulla, rispondere nervosamente a una semplice e innocua domanda. Così si esprime l’insofferenza, quello stato d’animo sfumato ma disturbante, a metà strada fra la scontentezza e la sopportazione.
 
Sbuffare, sospirare, scuotere la testa, rispondere in tono seccato, o dopo varie insistenze, muoversi a scatti, nervoso; sbattendo contro le cose, aver voglia di piangere all’improvviso, senza motivo: questa è l'insofferenza.

È abbastanza difficile che l’insofferente abbia una scarsa forza di volontà. Poiché deve impiegarla nelle sue varie aspettative, in genere elabora una buona forza di volontà anevrotica perché ciò gli serve “in generale”.

La sua autostima si basa spesso sui successi che ottiene, cioè sulla realizzazione delle aspettative; può sembrare una persona molto sicura di sé finché tutto va bene, ma può crollare in una profonda insicurezza quando l’aspettativa non si realizza. Può essere una persona che appare molto superba (convinta di fare al meglio qualunque cosa faccia, tesa sempre a vantare i suoi successi in tutti i campi in cui si muove ecc.) oppure che appare molto modesta (convinta che qualunque cosa faccia fallirà). Poiché il successo è alla base dell’autostima, il confronto con gli altri può trasformarsi in una gara, più o meno diretta. L’insofferente adotta delle regole (basate su leggi, educazione, civiltà ecc., soprattutto se è stato educato alla disciplina) che pretende che gli altri rispettino, sempre e comunque, a prescindere dal danno che ne ha se gli altri le negano.



Gran parte delle aspettative fallite dipendono dalle interazioni con gli altri; è pertanto naturale che l’insofferente, pur partendo con tutte le buone intenzioni verso chi gli sta intorno, arrivi a scontrarsi con gran parte dei suoi simili, visti come “ostacoli”, “zavorre” o addirittura “nemici” (mania di persecuzione: “ce l’hanno con me”) relativamente alla realizzazione dei suoi progetti. Se l’insofferente è debole tenderà a “subire” gli altri, mentre se è forte tenderà a “dominarli”. La sua umanità è cioè frenata dalla necessità di realizzare le sue aspettative.

Non è raro riscontrare malattie psicosomatiche nell’insofferente; in molti casi sono problemi che l’organismo innesca per distogliere il soggetto dalle sue mancate aspettative esistenziali.

Quando l’aspettativa non si verifica ecco che non scatta nessun piano di riserva, ma arriva l’esplosione, verso gli altri (ira) o verso sé stessi (frustrazione). Non a caso molti insofferenti deboli soffrono di malattie psicosomatiche, rivelatrici di un profondo disagio esistenziale.



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venerdì 18 dicembre 2015

L'ODIO



Si moltiplicano le storie e i racconti legati alla strage di Parigi. Come quella di un sopravvissuto dopo aver parlato per un'ora con un attentatore.

Il sopravvissuto che ha parlato per un'ora con l'attentatore - "All'inizio - dice ai microfoni di una radio - ci hanno fatto la predica. Ci hanno spiegato che erano lì per le bombe sganciate in Siria e per dimostrare a noi occidentali gli effetti degli aerei laggiù". Sébastien è sopravvissuto al massacro del Bataclan, prima nascondendosi, poi una volta trovato dai terroristi, parlando con loro per un'ora, con un kalashnikov puntato verso di lui. "Potevano uccidermi subito. Ma quando hanno cominciato a parlarmi, ho capito che forse ero destinato a vivere". "Ci hanno chiesto se capivamo le loro ragioni, vi lascio immaginare il silenzio che è calato in quel momento" tra gli ostaggi, prosegue Sébastien, aggiungendo che i terroristi chiedevano loro di fare da intermediari con la polizia dalla finestra. "Ci chiedevano di urlare agli agenti di non avvicinarsi, altrimenti si facevano esplodere". E' l'unica richiesta che gli assalitori hanno avanzato: "Abbiamo pensato che forse volevano salvarsi la vita, ma ci sembrava improbabile dopo la carneficina che avevano fatto in sala. E poi volevano dei giornalisti". "In ogni momento una parola sbagliata può provocare la tua morte", ricorda ancora Sébastien che oggi si ritiene "nato una seconda volta".

L'odio è un sentimento umano che si esprime in una forte avversione o una profonda antipatia. Lo distingue da questi ultimi la volontà di distruggere l'oggetto odiato, e la percezione della sostanziale "giustizia" di questa distruzione: chi odia sente che è giusto, al di là di leggi e imperativi morali, distruggere ciò che odia. Si parla di "oggetto" odiato anche nel caso di odio verso persone, perché queste non vengono considerate propri simili, esseri umani come chi odia, ma appunto oggetti invece che soggetti.

In misura ulteriore rispetto all'innata capacità di provare sentimenti negativi nei confronti di un'altra persona, il termine odio viene usato in senso figurato per riferirsi alla forma più estrema di rifiuto verso cose o persone. A differenza dell'amore, l'odio non è necessariamente preceduto dalla volontà d'espressione: può, infatti, essere causato per costrizione, proprio malgrado.

Viene inoltre considerato comunemente in contrapposizione all'amore; di fatto i due sentimenti possono essere accostati per l'intensità e l'impeto. Dal punto di vista emozionale l'odio è tuttavia il sentimento opposto all'insensibilità nei rapporti umani, più propriamente detta indifferenza.

Esistono diverse forme di odio, alcune tra le più controverse e dibattute sono:

Misoginia (odio verso il genere femminile), misandria (odio verso il genere maschile), omofobia (odio verso gli omosessuali), misantropia (odio verso la razza umana);
Odio nei confronti di una nazione, ideologia, fede religiosa e razzismo verso etnie.

Erich Fromm nel suo libro Die Antwort der Liebe distingue due tipologie di odio, l'odio reattivo e l'odio determinato dal carattere. Egli crede che l'umanità sia pronta all'odio anziché all'amore; da qui il fatto che l'uomo riesce più ad odiare che ad amare.

L'odio reattivo è, secondo Erich Fromm, sempre il risultato di una profonda ferita o di una situazione dolorosa e immutabile di fronte alla quale ci si sente impotenti.

L'odio determinato dal carattere pur avendo le stesse caratteristiche dell'odio reattivo, riconfigura la struttura caratteriale di colui che odia. L'odio è in questo caso una peculiarità del carattere, a differenza dell'odio reattivo in cui l'odio è espressione del mero sentimento in sé stessi. La differenza principale rispetto all'odio reattivo risiede nella predisposizione di una persona ad odiare, ad essere ostile. Nel caso dell'odio reattivo, è la situazione a generare il sentimento di odio, mentre nell'odio determinato dal carattere l'ostilità della persona viene risvegliata attraverso una situazione. La persona in questo caso mostrerebbe un particolare tipo di soddisfacimento nell'odio, particolarità che non è presente invece nell'odio reattivo.

Che il sentimento di odio sia una cosa a priori negativa non è una cosa così scontata come all'apparenza potrebbe sembrare. Nelle dinamiche della formazione dell'"unità" ideologica di un paese è spesso fondamentale. Da sempre una civiltà, società, o gruppo di qualsiasi genere e natura, ha trovato nel nemico comune il "cemento" delle proprie relazioni. Basti guardare come quasi tutte le civiltà abbiano un nemico storico, come le popolazioni arabe di cui si sente spesso parlare. Secondo Umberto Eco, sarebbe questa una delle cause della bassa unità dell'Italia: l'assenza di una civiltà nemica comune storica.



Anche se forse questo ragionamento dimostra semplicemente che la formazione di una qualsiasi sovrastruttura (stati, nazioni, federazioni) sia da ritenersi dannosa per la conservazione della specie umana, essendo la sua formazione riconducibile a sentimenti negativi quali odio, razzismo, brama di potere.

L’odio immotivato, fanatico, è estremamente pericoloso. Si dovrebbe arrivare a scuotere tutte le coscienze  per contrastarlo efficacemente.

L’odio sordo, irrazionale, inspiegabile, immotivato, viscerale, va proprio contro questo “bene supremo”.

Non si odia soltanto, ma si vuole eliminare fisicamente il proprio nemico, uccidere lui e non solo l’dea di cui è portatore.

L’odio endemico può arrivare ad annientare l’Umanità.

Ecco cosa dice, in proposito, Vittorino Andreoli, uno psichiatra di fama mondiale. Bisognerebbe sottolineare che, quando si odia, non è possibile dire: “Odio al 50% o al 20%: se si odia, si odia”. E riporta che  Primo Levi diceva: “La ragione deve controllare l’odio”. Io (Andreoli) penso che la razionalità sia  sicuramente uno strumento di controllo, ma non di eliminazione dell’odio, perché i sentimenti sono spesso diversi dal ragionamento: sono forti ed esclusivi.

Si odia per motivi di ordine religioso, razziale, etnico, comportamentale  (misoginia, omofobia). Ma si avversa anche chi non è fisicamente “normale” (non certo per sua volontà): handicappati, invalidi, ecc.
Al di là della sostanza, oggetto di questo esaltato sentimento di repulsione è colui che non fa parte di una maggioranza in senso lato. E’ questa, e solo questa, che ha senza ombra di dubbio “ragione”, che è perfettamente e sempre nel giusto, che è “normale”.

Non si deve dimenticare mai che è stata proprio la maggioranza dei Tedeschi che mandò al potere (e continuò a sostenere)  Hitler. Ed esempi analoghi si sprecano.

L’odio che uccide va costruito, ricercando (spesso addirittura inventandoselo di sana pianta) un nemico da combattere, annientare e, prima ancora, da “disprezzare”. E’ proprio lo spregio per il diverso, a mio avviso, tanto il collante fra coloro che odiano, quanto la motivazione più forte per perpetuare nel tempo e nello spazio lo stesso.

Questo sentimento così negativo e pericoloso, dopo essere stato artatamente costruito, ha bisogno di crescere e ”mantenersi” duraturo.

L’antisemitismo (che, dopo due millenni di calunnie, disprezzo, istigazioni all’omicidio da parte della Chiesa Cattolica, ha portato all’orrore senza fondo della Shoà, nonché il razzismo nei confronti delle persone di colore (che è sfociato nella vergogna umana dello  schiavismo).



Il “testimone”, dalla Chiesa (che ha riconosciuto- Nostra Aetate. Concilio Vaticano II – il suo ruolo nefasto nei confronti degli Ebrei: l’accusa di “deicidio”) è passato all’integralismo islamico (una vera “staffetta” con traguardo l’odio). Esso è, principalmente incarnato da Hamas, che si è inventato l’odio verso il sionismo, per mascherare il suo viscerale antisemitismo. Non è, infatti, affatto vero che Hamas avversi Israele: esso è contro gli ebrei di tutto il mondo. Basti leggere il suo statuto.

L’istigazione all’odio contro gli ebrei è documentato e risaputo da tutti (meno che da coloro i quali non vogliono né vedere né sentire. Da quelli che sono in grado di negare addirittura sia la prima, sia la seconda guerra mondiale). Cosa insegna Hamas ai bambini, fino dalle classi elementari? La cultura? Sì, quella dell’odio verso gli ebrei. Si è potuto vedere nell'ottobre 2009 addirittura filmati di bambini che, nella Striscia di Gaza,  lanciavano pietre contro gigantografie raffiguranti il loro presidente Abu Mazen. Perché? Per il semplice motivo che lo stesso aveva indetto nuove elezioni (avversate da Hamas) nel gennaio 2010.

Il mantenimento “vivo” dell’odio, quindi, si consegue (è proprio questo l’obiettivo cui si mira) fomentandolo, gettando discredito, calunniando, facendo leva sull’ignoranza, l’invidia, e quant’altro. Manipolando le coscienze, per auto-convincersi, per mantenere sempre in vita un odio maniacale.

Ci vuole ben poco per seminare odio.

Ancor prima di giungere addirittura alla sua “cultura”, ci sono vari comportamenti “anormali” che possono trasformarsi in germi dell’odio. Sono proprio quelli che devono fungere da vero campanello d’allarme, senza dover aspettare che si trasformino in manifestazioni violente contro chiunque. Essi si annidano all’interno di quelle che, a prima vista, potrebbero apparire come innocue manifestazioni.

Poco peso si usa dare agli stupri di donne, al cosiddetto “bullismo” giovanile nella scuola e fuori di essa, alla violenza contro gli handicappati, i disabili, gli omosessuali, e anche i bambini, gli esseri più indifesi e, nella vera accezione  della parola, innocenti. Quale vergogna peggiore della pedofilia?

Si tende, tuttavia, sempre più spesso a “motivare” queste azioni, vigliacche ancora prima  che nefande, a parlare di ragazzate, semplici bravate di chi non si rende conto.. , di chi agisce per noia (far del male per noia? E’ così che si sta evolvendo il mondo?).

Il bruciare le bandiere di uno Stato, il campanilismo esacerbato che può degenerare in scontri dentro e fuori gli stadi (talvolta anche con uccisioni), non sono affatto sintomi da sottovalutare. E che dire di quel fenomeno dilagante cui è stato dato il nome di “bullismo”? Ragazzate? Anche i delinquenti più feroci sono stati, un tempo, dei ragazzi.

Quale, in tutto ciò, il ruolo del gruppo, meglio ancora del “branco”? Rilevante! E’ con esso che si perde la personalità vigliacca del singolo, per assumere quella del branco. Forte con i deboli (le donne, i disabili, i bambini..), vile con i forti (si comporterebbero analogamente trovandosi di fronte ad un Tyson)?

Si rischia di perdere la propria personalità all’interno di un gruppo, per assumere quella di quest’ultimo.

Il campanilismo esaltato può degenerare in odio verso una città limitrofa, una regione, uno Stato.





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giovedì 15 ottobre 2015

IL BACIO



Il bacio addensa uno spettro straordinariamente ampio di significati, proponendo una notevole casistica di attitudini, tra motivazioni e tradizioni diverse. Nell'immaginario collettivo il bacio si lega strettamente al sentimento d'amore e delle emozioni affini, ma differenti sono i valori simbolici da attribuire a questo atto: i baci appartengono a precisi rituali e sono espressione di sentimenti di differente natura che contemplano non solo l'amore, ma anche l'affetto materno e filiale, la tenerezza, la simpatia, la gratitudine, la compassione, la gioia, il dolore. Una storia del bacio potrebbe essere scritta per evidenziare un'evoluzione del significato del gesto negli usi e costumi della civiltà, nel corso del tempo e attraverso lo spazio, ma ogni soluzione classificatoria potrebbe risultare artificiale, in quanto spesso le categorie entro cui inserire le differenti tipologie di baci si sovrappongono.

Il bacio si lega alle singole culture ed esistono popoli che a lungo ne hanno negato il valore erotico, non riconoscendolo come atto destinato alla ricerca e all'ottenimento di un dolce piacere. Il bacio all'occidentale era ad esempio considerato in Cina un simulacro del cannibalismo, mentre ancora oggi le usanze di diversi popoli africani di incastonare nel labbro inferiore dischi di legno o di scurirsi i denti con foglie di betel annullano ogni connotazione erotica della bocca. Per il popolo eschimese la bocca e la lingua hanno funzioni molto pratiche, servono a masticare il cuoio e pulire i bambini, e la ricerca d'intimità avviene con il naso, coinvolgendo la prossemica olfattiva. Il bacio di naso è del resto descritto da Darwin e da diversi etnologi come un modo di condividere lo spazio dell'altro, varcando soglie di intimità ben definite. Con lo stesso significato, ancora oggi presso alcuni popoli aborigeni dell'Australia settentrionale gli uomini raccolgono con le mani il proprio sudore sfregandosi il corpo e lo applicano sulla pelle del nuovo arrivato come atto di benvenuto: si tratta di una forma di accettazione dell'altro nella propria zona intima, che vale a esprime il grado di ospitalità.

Pur nelle differenti manifestazioni, sembra esistere un parallelismo tra il bacio, il bacio di naso e le altre forme di saluto affini, fatto che dimostrerebbe una comune origine. Il bacio all'occidentale estenderebbe, oltre che all'olfatto, anche al gusto la realizzazione del desiderio di "assaggiare" l'altro e non è casuale che in alcune lingue – come nella lingua egiziana antica – baciare e mangiare si esprimano con la stessa parola. All'atto di "suggere" l'altro, dunque, andrebbe ricondotta l'origine del bacio come ricerca del piacere, con un rimando preciso al primo contatto della bocca, nel momento dell'allattamento. L'analisi freudiana ha provato come la libido sviluppi nell'infante una definita ricerca del piacere che trova proprio nella bocca e nelle labbra i mezzi privilegiati di soddisfacimento del bisogno. Sin dalla primissima infanzia, per Freud, nutrimento, piacere e affetto vengono ricercati unitariamente e la madre è individuata come oggetto di desiderio in grado di rispondere a questa esigenza primaria, soddisfatta proprio attraverso la bocca. Ancora nei primi anni di vita, del resto, l'atto di portare alla bocca le cose che piacciono o incuriosiscono rimane caratteristico di tutti i bambini. Pur non avendo esposto sistematicamente una formulazione teorica sull'amore, Freud ha fornito in materia linee di pensiero fondamentali, disseminate in maniera frammentaria nei suoi scritti. Nei Tre saggi sulla sessualità del 1905 ha affermato:

il prototipo di ogni relazione amorosa è il succhiare del bambino al seno materno, trovare un oggetto d'amore è in effetti un ritrovare.

La teoria delle relazioni oggettuali muove dunque dalla peculiarità della relazione umana primaria individuata da Freud, che lega alla figura di accudimento, quella materna, il soddisfacimento delle pulsioni orali. Il riflesso innato di succhiare costituisce dunque nell'ontogenesi la premessa del bacio, che rievoca una funzione primaria, paragonabile a una fame insaziabile, ragion per cui ogni numerologia del bacio non può che prevedere un copioso, ininterrotto, incalcolabile scambio tra gli innamorati.



Esulando infatti per un attimo dalle implicazioni erotiche che baci filiali e materni hanno trovato nell'interpretazione freudiana, in una visione meno biologica e più sentimentale, il primo bacio per chi si affaccia alla vita è proprio quello della madre e il bacio materno è destinato ad accompagnare un figlio per sempre, anche quando in un fisiologico rovesciamento dei ruoli il figlio diviene più forte del genitore, ma non cessa per questo di essere figlio. Le madri, in cui teneramente è una donna anziana a baciare il capo della figlia, a sua volta madre. Il bacio materno che è espressione dell'affezione più profonda, duratura e incondizionata, si veste talora anche di una tenera voracità, che sta a significare un possesso reciproco che il legame di sangue suggella:"Ti mangio di baci" – ancora a ribadire la quasi sinonimia tra mangiare e baciare – dice spesso una madre al suo bambino, il quale a sua volta si trova in molti casi a richiedere i baci guaritori, lenitivi, della madre sulle ferite procurate durante il gioco. Una situazione che ci porta a definire un'ulteriore funzione del bacio – che ha trovato innumerevoli applicazioni nel mito e nella fiaba – quella terapeutica.

Al bacio sono state attribuite capacità vivificanti e curative: un bacio può dar vita, animare, rianimare, svegliare dal sonno profondo della morte, annullare i malefici, guarire. Nella mitologia, nella tradizione popolare e nelle fiabe, il bacio assume spesso una valenza simbolica di portata straordinaria, salvifica.
Le immagini dell'inconscio collettivo, gli archetipi, vale a dire i modelli fondamentali della psiche umana comuni a tutti noi, sono ancor meglio distinguibili nelle fiabe che non nei miti, contaminati da elementi culturali. Le fiabe infatti, prive di connotazioni spazio-temporali, consentono di fruire maggiormente di immagini che contengono in sé, senza mediazioni, un forte potenziale evocativo e significante.

Il tema del risveglio, fisico o morale, è affiancato nelle fiabe anche dal motivo della metamorfosi, del cambiamento migliorativo, come il mutamento dell'essere deforme trasformato in principe.

L’origine del bacio, a detta degli antropologi, risale alla preistoria, quando le nostre antenate per nutrire i loro piccoli sminuzzavano il cibo nella loro bocca prima di passarlo, attraverso una sorta di bacio alimentare, ai fantolini.
Questa ipotesi è stata avanzata anche da Desmond Morris, il celebre etologo inglese autore di numerosi libri sul comportamento umano, che la elabora, precisando come le madri svezzavano i loro figli masticando il cibo e dandolo loro con un bocca a bocca che implicava una notevole quantità di pressioni reciproche della lingua e delle labbra, un modo di nutrire i bambini simile a quello degli uccelli ci sembra oggi bizzarro ed estraneo, ma - scrive Morris nel libro "L'uomo e i suoi segreti" - la nostra specie l'ha probabilmente praticato per più di un milione di anni.
Gli amanti che si esplorano reciprocamente la bocca con la lingua ritroverebbero, quindi, il benessere arcaico e la sensazione di gratificazione e fiducia della nutrizione bocca a bocca. Questo, per il biologo, rafforzerebbe la loro confidenza e il loro legame. Anche secondo Freud, attraverso il bacio, si recupera il soddisfacimento dell'oralità dell’ infanzia. La bocca è il primo strumento privilegiato attraverso cui i bambini conoscono le persone, gli oggetti il mondo. I bambini portano tutto alla bocca, perché è un organo estremamente sensibile e luogo di transito di ciò che dà più soddisfazione: il cibo.



I neurobiologi hanno di recente, con ricerche approfondite, ridimensionato il ruolo della passione e del sentimento ed affermano perentoriamente che la funzione del bacio sia prevalentemente quella di selezionare il partner con finalità squisitamente riproduttive.
Il bacio rappresenta una sorta di panacea, sia quello più superficiale ed affettuoso, sia quello più approfondito, pregno di erotismo e sensualità.
A seconda dei casi si liberano neurotrasmettitori chimici dall’ossitocina, che produce fiducia, alle endorfine, che stimolano l’allegria ed allontanano la tristezza, mentre tende a scendere il livello del cortisolo, fattore di stress, che aumenta nelle situazioni di ansia e pericolo.
Quando il bacio è appassionato si scatenano numerose variazioni fisiologiche: dalla dilatazione dei vasi sanguigni, che producono rossore delle guance ed un maggiore afflusso di sangue al cervello, mentre il cuore comincia a pulsare più intensamente e le pupille si dilatano.
Inoltre aumenta la produzione di dipamina, che induce desiderio, esaltazione, euforia.
Attraverso il bacio uomo e donna si scambiano una serie di germi (circa 300) e relative informazioni di istocompatibilità genetica, oltre a degli odori subliminali, sul tipo dei ferormoni, molto diffusi nei mammiferi, che inducono una coppia a riprodursi.

Più lungo è il bacio e più intensamente il testosterone, attraverso la saliva, eccita la donna.

La sensazione che scaturisce da un bacio è estremamente complessa ed alla base dell’emozione che provoca vi è il lavoro di ben 35 muscoli facciali, un’accelerazione del battito cardiaco, un aumento della pressione e la messa in circolo di sostanze neuro ormonali che tendono ad innalzare l’umore. Il bacio è proprio degli esseri umani, l'Homo sapiens sembra infatti l'unica specie animale che si scambia baci, anche se a volte degli scambi di effusioni tra animali sembrano simularlo come nel caso di questi due cani della prateria ed alcune scimmie antropomorfe, i bonobo, lo pratichino costantemente. Attualmente si ritiene che il bacio abbia anche la funzione di cercare partner con un corredo genetico diverso dal proprio per rinforzare la prole.

Esso si manifesta in egual maniera in tutte le culture ad eccezione degli eschimesi o dei pigmei che si strofinano vicendevolmente i nasi, tra le popolazioni più antiche anche i mongoli ed i giapponesi non lo conoscevano
Il bacio esprime una serie molto ampia di situazioni e relazioni, dalla sottomissione al cospetto di un potente del quale si baciano i piedi al saluto tra parenti ed amici, dallo scambio di intimità tra due amanti alla cerimonia di ingresso in una categoria o in un clan , si pensi al bacio accademico o a quello tra mafiosi o vecchi camorristi, o a quello scambiato tra grossi esponenti della politica, vi sono poi i baci liturgici ad oggetti sacri durante le funzioni e l’amministrazione di alcuni sacramenti, o tra capi religiosi.

I musulmani baciano la Pietra Nera alla Mecca, mentre gli ebrei baciano il Muro del pianto, gli hindu baciano talvolta la terra nei templi e i cattolici, durante la liturgia del Venerdì Santo, baciano la croce in segno di adorazione per il Cristo. Nel cerimoniale papale è tradizionale baciare i piedi al Papa (l'anello per i cardinali), una tradizione nata nell'impero bizantino ai tempi dell'imperatrice Teodora come segno di estrema devozione al sovrano. D'altro canto il Papa, in segno d'umiltà, è solito baciare la terra appena arrivato in un nuovo paese.
Senza dimenticare negli ambienti nobili e raffinati l’usanza del"baciamano", consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna.
Un bacio molto particolare dalla prorompente sensualità è il bacio alla francese che consiste nel baciare a bocca aperta l'altra persona, muovendo vigorosamente le lingue e spesso con scambio di leggeri morsi sia sulle labbra che sulla lingua stessa ed è, quasi sempre, scambiato ad occhi chiusi. Il bacio alla francese è un avvicinamento all'atto sessuale vero e proprio, ovvero uno dei cosiddetti preliminari, e spesso i più giovani iniziano a scoprire il sesso tramite questo tipo di bacio.

Nella Firenze del Trecento, come ci narra Dino Compagni, la pace tra fazioni diverse era suggellata da un bacio sulla bocca tra i rispettivi capi, un’usanza ancora in vigore negli anni Sessanta del secolo scorso tra i big della nomenklatura sovietica.

I latini avevano tre diverse definizioni per il bacio: l’osculum rappresentava il rispetto ed era adoperato per l’amore filiale, il basium indicava affetto ed era usato per le mogli, il savium era espressione di libidine e si scambiava con le prostitute.
Uno dei baci più celebri della storia è quello di Giuda. Per secoli, attraverso il Medioevo quello ricevuto da Cristo è stato l’unico permesso tra le creazioni dell’arte, un bacio tra le tenebre che odora già di sangue, che costituisce il culmine dell’azione, bloccando i personaggi con uno stacco deciso, mentre gli occhi si guardano parlando.
Il soggetto è stato replicato infinite volte, dai capitelli romanici alle sgargianti miniature dei codici più preziosi, ma la vetta più alta viene toccata da Giotto nella Cappella degli Scrovegni, quando un Giuda brutto e dal volto malvagio cerca di abbracciare nostro Signore, avvolgendolo nel suo mantello giallo, mentre Cristo lo fulmina con uno sguardo severo e sprezzante.


martedì 6 ottobre 2015

LA SOLITUDINE



« "la solitudine è qualcosa di più che un'esperienza diffusa. Sotto certi aspetti è un'esperienza necessaria, ineluttabilmente connessa alla condizione umana. È la nostra stessa individualità a imporci la solitudine; non è possibile sfuggirle se non a costo di perdere la nostra identità" »
È universalmente riconosciuta come la principale causa di depressione favorita da un'urbanizzazione mal gestita; non a caso le abitazioni di maggior valore sono allocate dentro o in prossimità ad aree di aggregazione sociale per il riconoscimento offerto alla dignità degli individui.

Maria Miceli (Sentirsi soli, 2003).

La solitudine è una condizione e un sentimento umano nella quale l'individuo si isola per scelta propria (se di indole solitaria), per vicende personali e accidentali di vita, o perché isolato o ostracizzato dagli altri esseri umani, generando un rapporto (non sempre) privilegiato con sé stesso. Animale sociale per definizione, l'uomo anche in condizione di solitudine è coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri. Quindi, più che alla socialità la solitudine si oppone alla socievolezza. Talvolta è il prodotto della timidezza e/o dell'apatia, talaltra di una scelta consapevole.

Un fatto è certo: la solitudine ci fa paura. L’epoca in cui viviamo, del resto, associa automaticamente la solitudine all’isolamento; non sorprende pertanto che stare soli abbia assunto un’accezione negativa, è diventato sinonimo di sconfitta e di incertezza. Ma nel profondo tutti sappiamo perfettamente che anche il partner, i figli, il lavoro, le cose che possediamo non sono stabili, ma che tutto è in divenire. Ad esempio, se confondi l’amore con l’attaccamento, quando qualcosa incomincia a non funzionare, vai in ansia e ti impaurisci perché temi di rimanere solo. Per molti stare soli rappresenta quindi soltanto una chiusura nei confronti del mondo: “Non desidero più nulla, non ho più progetti, mi rintano in un luogo che sia al riparo da tutto e da tutti”.

La maggior parte di noi fatica a cogliere la bellezza e la straordinaria forza della solitudine. “Essere solo” non significa che ci manca qualcosa, al contrario significa essere completo. Se hai la consapevolezza della pienezza che è in te, percepisci nel profondo uno stato di calma e di tranquillità che ti fa vivere bene. Una persona consapevole della propria solitudine sente il bisogno di creare dei veri legami con amici o con un partner, solo che non cerca in essi un appoggio, un rifugio o una consolazione. Solitudine non vuol dire “stare da solo con i propri pensieri”, perché sono proprio questi che devono essere eliminati per vivere nello stato contemplativo di cui ha bisogno il nostro cervello: stare soli vuol dire farsi abbracciare dal silenzio, lasciarsi andare, fino ad approdare a quel vuoto che i Saggi chiamano “sostanza suprema dell’Essere”. Le strade per vivere bene la solitudine sono molte, e ognuno deve trovare la propria. È possibile ad esempio trovarla perdendosi in un’attività che si ama, nello sport o nel contatto con la natura: i pensieri sfumano, la mente diventa tutt’uno con le cose e tutto fluisce in modo perfetto.



Ognuno di noi ha bisogno di un luogo in cui potersi riposare, sottrarsi dai continui stimoli dell’ambiente e prendersi cura di sé. Stando soli con noi stessi, nel buio, siamo vicini a quella che Jung definisce “l’Ombra”, ovvero l’aspetto più nascosto e segreto del nostro essere. Più creiamo un rapporto positivo con questa profondità, più avvertiamo una sensazione di pienezza e di benessere psicologico che derivano dalla percezione che non siamo soli perché sostenuti dai contenuti del nostro mondo interiore.

Certamente l’Ombra può avere anche un aspetto meno positivo e minaccioso, quando ci si trova da soli ad affrontare le proprie paure, i propri fantasmi e le proprie frustrazioni, ma è essenziale per crescere e mettere in campo le nostre capacità nascoste.

Per molti una relazione amorosa è l’antidoto più potente alla solitudine. Poi accade qualcosa: un tradimento, un abbandono, una malattia… E nel dolore compare quella sensazione di essere davvero soli. Attenzione: l’altro non deve essere la stampella cui appoggiarci perché ciò significa tradire il significato profondo della vita di coppia, che è un’occasione irripetibile di esprimere se stessi! La cosa migliore da fare è sapersi ritagliare uno spazio tutto per noi, in cui continuare a vivere momenti d’autonomia. Chi non lo fa è destinato a soffrire. Solitudine, calma, silenzio: ecco gli ingredienti necessari per ritrovare la propria interiorità che spesso, nel rapporto di coppia, viene sacrificata.

Seneca affermava che “La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”, Pier Paolo Pasolini diceva “bisogna essere molto forti per amare la solitudine” e  Francesca Michielin canta “ Sei sola, sola, sola. Ti senti sola, sola sola.”. Tuttavia c’è differenza fra l’essere soli e il sentirsi soli. Come è diverso percepire la solitudine ed essere depressi. Se nella prima possiamo parlare di condizione umana in cui ci si isola o si è isolati dagli altri, la seconda invece costituisce una vera e propria psicopatologia da trattare con molta cura e con l’aiuto di professionisti quali psicologi e psichiatri.

Molte persone non hanno affetti con i quali condividere la vita, altri non si riconoscono nei valori degli altri e si isolano volontariamente. Bisogna però comprendere che la solitudine è nociva all’uomo nel momento in cui diventa eccessiva.
Fin da quando si è bambini ci viene insegnato a stare un po’ da soli ed è proprio lo stato della noia e dell’inattività che porta alla creatività ed alla fantasia nei piccoli.

Per quanto riguarda gli adulti invece è importante prendere in considerazione che stare da soli ogni tanto è piacevole, fa ragionare e ci porta a una maggiore riflessione e introspezione. La solitudine però è deleteria sia quando viene eccessivamente ricercata, sia quando diventa un’arma di difesa contro un mondo che fa paura.
Chi si sente solo ha idea di non interessare a nessuno, di non essere voluto, di non voler disturbare, ha paura a chiamare o anche solo mandare un messaggio. Sono persone che non chiedono aiuto e fanno fatica ad ammettere di avere un problema, la maggior parte delle volte affermano che la solitudine è una loro scelta e stanno bene, la verità è che mentono a se stessi. Un conto è prendersi del tempo per se stessi, un conto è essere sempre soli.




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