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mercoledì 1 giugno 2016

GUIDA ALL'INGLESE



In Inghilterra, Australia, Giappone e alcune nazioni dell’Africa meridionale si guida tenendo la sinistra, con il volante posizionato a destra: trattandosi di una netta minoranza (circa il 30% degli automobilisti mondiali) è pensiero comune che questi Paesi abbiano volutamente cambiato il senso di marcia per distinguersi dalla massa.

In realtà però non è stata l’Inghilterra a cambiare il lato di guida, bensì il restante 70% del mondo.

La maggior parte degli stati mondiali ha oggi adottato la guida a destra, sebbene fino alla fine dell'800 questa scelta era largamente minoritaria.

È piuttosto difficile trovare le motivazioni che hanno portato i paesi a scegliere la guida a destra o a sinistra.

Differenti spiegazioni sono state avanzate ma solitamente senza prove:

Nel Medioevo, i cavalieri tenevano la sinistra al fine di poter utilizzare più facilmente e con maggior libertà la propria spada (con la mano destra) in caso di attacchi improvvisi. Non solo, anche nello svolgimento dei tornei di giostra a cavallo era necessario tenere la sinistra per poter meglio impugnare la lancia.
Il primo documento sull'obbligo di tenere la sinistra risale a papa Bonifacio VIII, in occasione del primo Giubileo del 1300, come norma generale e in particolare per l'attraversamento dell'affollatissimo unico ponte di castel Sant'Angelo. Lo stesso Dante Alighieri ricorda il fatto nell'inferno della Divina Commedia.
Nel XVII secolo, con la comparsa delle prime carrozze, questa consuetudine restò continuando a mantenere la sinistra obbligando così i pedoni, solitamente poveri che non possedevano una carrozza, a camminare a piedi sulla destra per non essere travolti.
Si narra che Robespierre, durante il periodo della rivoluzione francese, fu colui che ordinò alla Francia la guida a destra come sfida alla chiesa. Propose la guida a destra perché considerato il "lato del popolo", opponendolo all'"uso cristiano di tenere la sinistra" indicato per la prima volta da Bonifacio VIII.
In realtà la diffusione in Europa della guida a destra avvenne sotto Napoleone Bonaparte in funzione anti-britannica, forse in collegamento al fatto che Napoleone fosse notoriamente mancino.

Sussistono anche motivazioni tecniche spinte da necessità prettamente pratiche:
Nell'epoca delle carrozze, tenere la sinistra nelle strade a due sensi di marcia faceva sì che il cocchiere, che solitamente teneva la frusta con la mano destra verso il centro tra le due corsie, avesse meno probabilità di colpire i pedoni che invece transitavano ai lati delle strade.

Le prime automobili avevano il freno a mano all'esterno, sul lato destro, per essere stretto dalla mano destra con più forza. Il volante, dunque, si trovava a destra. Inoltre, a quel tempo la manovra che dava più problemi era incrociare un altro veicolo proveniente dal senso opposto: tale condizione, specie sulle strade strette, costringeva i veicoli ad allontanarsi quanto più possibile l'uno dall'altro. Il conducente, per realizzare al meglio questa manovra, si doveva tenere sul lato della banchina della strada, al fine di accertarsi che le ruote non uscissero dalla carreggiata; quindi il volante era posto a destra e anche il senso di marcia.
Negli anni successivi, il freno a mano è stato spostato al centro dell'abitacolo, come è noto. La più attendibile spiegazione, quindi, potrebbe anche essere che certi produttori di automobili (e di conseguenza gli stati in cui risiedevano) hanno deciso di spostare il volante a sinistra dell'abitacolo per continuare a stringere il freno a mano con la mano destra; altri, fortemente legati alle tradizioni come i britannici, non hanno cambiato nulla.


Nell'Italia unita, si teneva a volte la sinistra e a volte la destra. Il Regio decreto n. 416 del 28 luglio 1901 confermò il diritto di ogni provincia di scegliere la direzione di marcia dei veicoli (ad esempio mentre a Brescia e alla periferia di Milano si teneva la destra a Roma e nel centro di Milano si teneva la sinistra). A seguito dei disastrosi ingorghi che vi furono durante la Prima guerra mondiale e degli incidenti causati dall'aumentato traffico automobilistico nella confusione delle regole, fu emanato da Mussolini il regio decreto del 31 dicembre del 1923 che impose al Paese la «mano destra unica» e accordò una proroga di due anni per approntare la nuova segnaletica e riadattare le tramvie. A Roma il cambio di senso di marcia avvenne il 20 ottobre 1924. A Milano, ultima città in Italia, il cambio avvenne il 3 agosto 1926.

Nonostante il senso di marcia a destra, vennero venduti alcuni modelli in serie di camion con guida a destra. Tuttavia, ancora oggi alcuni veicoli speciali (utilizzati per esempio per la pulizia meccanizzata o per asfaltare le strade) hanno la guida a destra in quanto, essendo lenti (e quindi non richiedendo sorpassi), facilitano gli operatori che li guidano nell'effettuare lavori sul lato destro della strada (per esempio scendere sovente per maneggiare i cassonetti) o a effettuare lavori con maggiore precisione, avendo una migliore visuale del ciglio della strada.

In Russia, nonostante sia stabilito che il senso di marcia sia quello destro, capita spesso di trovare veicoli con la guida a destra. Tali veicoli sono importati direttamente dal Giappone senza effettuare omologazioni (non necessarie in quella nazione). Sempre in Russia viene però applicato il senso di marcia anche per i pedoni: gli attraversamenti stradali sono regolati con delle frecce poste sulle strisce pedonali e così pure nelle gallerie della metropolitana moscovita capita di vedere appositi cartelli che indicano il tragitto da effettuare per evitare di scontrarsi con i pedoni che procedono in direzione opposta.

Viceversa, nel Regno Unito si potrà notare che tutte le vetture statunitensi (comprese le ingombranti Limousine che circolano nel centro di Londra), per le stesse motivazioni di cui sopra, non hanno la guida a destra.

L'Impero britannico aveva adottato per primo in tutti i suoi territori il senso di marcia sulla sinistra, il Canada però, avendo numerosi traffici interni con gli Stati Uniti, fu la prima colonia a cambiare sulla destra il senso di marcia dopo la Prima guerra mondiale. Dopo l'indipendenza anche alcune altre ex colonie britanniche, tra cui Ghana, Nigeria, Sudan e Somalia Britannica, cambiarono il senso di marcia. Quasi tutti i paesi che oggi hanno la guida a sinistra erano o sono possedimenti britannici.

In Birmania il senso di marcia fu sulla sinistra fino al 1970, quando il dittatore Ne Win lo cambiò sulla destra in seguito a una predizione di un indovino. Tuttavia, per abitudine nella maggior parte dei veicoli l'abitacolo è a destra, e circolare a destra è piuttosto scomodo: soprattutto nei sorpassi può rivelarsi pericoloso.

La Namibia, colonia tedesca dal 1884 fino alla Prima guerra mondiale, aveva la guida a destra ma passò a quella a sinistra in seguito all'occupazione britannica. Ottenuta l'indipendenza nel 1990, mantenne lo stesso senso di marcia a sinistra dei vicini Sudafrica e Botswana.

Nell'Europa continentale, gli ultimi paesi ad abbandonare la guida a sinistra per quella a destra furono la Svezia, il 3 settembre 1967 (Dagen H) e l'Islanda nel 1968.

Più recentemente, il 7 settembre 2009, le Isole Samoa hanno cambiato il senso di marcia da destra a sinistra, adeguandosi a quello delle vicine Australia e Nuova Zelanda. Il motivo di tale scelta è dovuto al fatto che, fino ad allora, le automobili provenivano dagli Stati Uniti e ciò influenzava pesantemente il costo del veicolo. Invertendo il senso di marcia, invece, i veicoli possono essere acquistati dalle ben più vicine Australia e Nuova Zelanda, riducendone drasticamente il costo.





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lunedì 26 ottobre 2015

LE ACCISE DELLA BENZINA



Le accise sono tributi indiretti sotto forma di imposta sui consumi, sono calcolate in rapporto alla quantità e non del valore come accade per l’Iva. Riguardano principalmente carburanti, gas, energia elettrica, alcolici e tabacchi e sono per lo più imposte di scopo, cioè introdotte per raggiungere un certo scopo.
Quello che forse non sappiamo molto bene è che sul prezzo in Italia pesano “tasse misteriose” che resistono da oltre 70 anni e che il nostro caro Paese continua a farci pagare.
Il prezzo complessivo è composto da varie voci, quali il costo del prodotto raffinato, il trasporto primario, il costo di stoccaggio, le varie spese di ufficio e punto vendita, fino al margine per il gestore. Sembrerebbero molte, ma tutte queste voci che contemplano spese e guadagni per diversi soggetti ammontano solo al 30% del costo del carburante.
La verità di questo eccessivo aumento deriva dalle famose accise che pesano per il 52% sul costo totale.
Forse non tutti sapranno che il prezzo medio annuo della benzina nel 2012 è stato di 1,787 € facendo registrare il più alto valore corrente di sempre. Il record a prezzi attualizzati resta quello del 1977 quando un litro di verde si pagava 1,9€, mentre il gasolio “vince tutto” con il suo prezzo medi di 1,705 € al litro. Aumenti di prezzi che hanno costretto molti automobilisti a lasciare, in sempre più occasioni, l’auto in garage e a servirsi di strumenti per risparmiare qualche centesimo alla pompa.
Un’ascesa del prezzo dei carburanti dovuta essenzialmente alla crescente pressione fiscale, che ha superato la soglia di 1€ per litro. Mentre il prezzo medio industriale della verde ha subito un rincaro del 9%, nel 2012 è stato di 0,759€/l, le accise e l’IVA hanno goduto di un incremento del 20%.
La prima accisa fu introdotta da Mussolini nel lontano 1935, pari a 1,90 lire al litro sulla benzina per finanziare la guerra di conquista dell’Abissinia. Poi nel corso degli anni ogni Governo ha deciso di imporre “balzelli” per ogni emergenza: dalla crisi di Suez (1956), al disastro del Vajont (1963), fino alle guerre in Libano e Bosnia.


L’elenco delle accise che quotidianamente paghiamo al distributore:
0,000981 euro: finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935-1936;
0,00723 euro: finanziamento della crisi di Suez del 1956;
0,00516 euro: ricostruzione post disastro del Vajont del 1963;
0,00516 euro: ricostruzione post alluvione di Firenze del 1966;
0,00516 euro: ricostruzione post terremoto del Belice del 1968;
0,0511 euro: ricostruzione post terremoto del Friuli del 1976;
0,0387 euro: ricostruzione post terremoto dell’Irpinia del 1980;
0,106 euro: finanziamento della guerra del Libano del 1983;
0,0114 euro: finanziamento della missione in Bosnia del 1996;
0,02 euro: rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004;
0,005 euro: acquisto di autobus ecologici nel 2005;
0,0051 euro: terremoto dell’Aquila del 2009;
da 0,0071 a 0,0055 euro: finanziamento alla cultura (ma molti parlarono di “cinema di quarta categoria…”) nel 2011;
0,04 euro: arrivo di immigrati dopo la crisi libica del 2011;
0,0089 euro: alluvione in Liguria e Toscana nel novembre 2011;
0,082 euro (0,113 sul diesel): decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011;
0,02 euro: terremoti dell’Emilia del 2012;
In poche parole, sono 0.5 euro (IVA inclusa) di accise, sì perché anche l’IVA del 22% si paga. Inoltre dal 1999, le regioni possono imporre un’ulteriore accisa sulla benzina. Da ora in poi, vedrete diversamente il modo di fare il pieno.
Quindi le nostre auto sono dei gioielli, basti pensare che tra manutenzione, assicurazione, parcheggi, pedaggi e carburante, un’auto di media cilindrata “consuma” ogni anno oltre 4.500 euro. In pratica per le quattro ruote private se ne va circa il 13% del reddito complessivo delle famiglie italiane: soltanto per avere un tetto e per alimentarci spendiamo di più. Se si aggiungono circa 750 euro l’anno di costi sociali indiretti, ossia quelli derivanti dagli incidenti stradali o dall’inquinamento, il peso dell’auto sui bilanci diviene paradossale: per ogni tre euro spesi per alimentarci, ne spendiamo altri due per l’auto.

Per fare un confronto in Spagna il prezzo finale si aggira intorno a 1,3 euro al litro e in Francia arriva a un massimo di 1,560. Nel caso del GPL (gas di petrolio liquefatti), invece, accise e IVA sommate consistono in meno della metà del prezzo totale. Per la benzina il prezzo al netto delle imposte, quello industriale, corrisponde a circa la metà del totale delle imposte.

Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato  “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale.



Nel dicembre 2014 il prezzo al consumo medio per la benzina senza piombo è stato di 1,565 euro al litro; di questo prezzo, soltanto 0,55 euro/litro dipendono dal prezzo industriale, in ribasso grazie all’andamento del greggio; la maggior parte dell’incasso va allo Stato sotto forma di accise (0,73 euro/litro) e di Iva (0,28 euro/litro). Insomma: è la voracità dello Stato la prima causa del prezzo della benzina italiana. Un prezzo che, se si tiene conto delle tasse, è il più alto d’Europa e del mondo industrializzato: ai prezzi attuali, per fare un pieno a una piccola vettura utilitaria con un serbatoio di 35 litri, un cittadino polacco spende ogni volta l'equivalente di 40 euro, uno tedesco 47 euro, uno italiano 55 euro.

Il Fisco italiano è l’unico a rallegrarsi. Nel 2011 il gettito fiscale proveniente dalle accise – essenzialmente benzina, energia elettrica e alcol – era di quasi 20 miliardi di euro. Nel 2012, dopo che il Governo Monti innalzò fortemente le accise sulla benzina all’apice della crisi da spread, lo Stato si ritrovò a incassare addirittura 25 miliardi di euro dalle accise, 5 miliardi in più dall’anno prima. L’effetto depressivo delle troppe tasse si è fatto sentire, disincentivando ulteriormente l’utilizzo di mezzi di trasporto privati. Tuttavia grazie ad alcuni aumenti decisi pure dal Governo Letta, lo Stato è tornato a incassare parecchio: nel periodo gennaio-ottobre Roma ha ottenuto dalle accise già 20 miliardi di euro, il 6% in più che nello stesso periodo del 2013.





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